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| Il massacro di Mumbai |
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| Internazionale | |||
| Scritto da Roberto Sarti | |||
| Mercoledì 03 Dicembre 2008 09:27 | |||
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L’attentato a Mumbai ha provocato commozione e stupore in tutto il
mondo. Con 188 morti e 300 feriti, è sicuramente uno degli attentati
più sanguinosi della storia dell’India.
Per due giorni l’esercito indiano non è riuscito ad aver ragione di un gruppo di terroristi che ha attaccato in maniera simultanea alberghi di lusso, stazioni ferroviarie e porto turistico esprimendo una potenza di fuoco devastante.
Da più parti c’è una tendenza a considerare gli atti di terrorismo come fini a se stessi, compiuti con il solo intento di seminare terrore. A prima vista, non sembrerebbe esserci alcuna logica nell’attacco di Mumbai, solo follia cieca. Noi contrastiamo con forza questo ragionamento. Il compito di ogni comunista è capire il retroscena e le ragioni di attentati di queste proporzioni, i conflitti e gli sconti che sottendono ad essi e cercare di delineare le prospettive più probabili che ne seguiranno.
Chiunque abbia investito tempo e soldi nell’addestramento di questo gruppo terrorista aveva delle ragioni molto valide per farlo. Ma chi li ha addestrati, e per quali scopi? L’India non è nuova ad attentati terroristici sul suo territorio. Mumbai è stata l’obiettivo di attentati sanguinosi sia nel 1993 che nel 2006, mentre nel maggio scorso nella località turistica di Jaipur ci sono stati ben 80 morti in seguito ad un attacco pare provocato da estremisti islamici. In questi ultimi anni Nuova Delhi aveva sempre evitato di rispondere a queste provocazioni, considerando contraria ai suoi interessi (e soprattutto a quelli di Washington) una nuova guerra col Pakistan. Ma oggi sembra molto improbabile che il governo indiano possa chiudere un occhio e restare inerme davanti a questo massacro. Questo nuovo atto terroristico ha quindi fra gli obiettivi quello di inasprire le relazioni tra i due paesi, visto che sembra piuttosto evidente un coinvolgimento del Pakistan, o di parti del suo apparato dello stato. Ci sono settori delle Forze armate, sia indiane che pachistane, che non hanno mai visto favorevolmente il processo di pace e accusano apertamente i rispettivi governi di essere venduti agli Stati uniti. Il governo pachistano ha condannato in maniera molto decisa l’attentato di Mumbai. Il presidente Zardari teme un conflitto con l’India, che porterebbe inevitabilmente alla sua caduta. Inoltre sente il fiato di Washington sul collo riguardo alla “lotta al terrorismo”. Se possiamo scartare un coinvolgimento del governo ufficiale del Pakistan, altrettanto non si può dire del governo “non ufficiale”, i servizi segreti pakistani, che detengono nei fatti molto più potere del governo di Zardari. Ricordiamo il ruolo centrale dei servizi segreti nell’assassinio di Benazir Bhutto un anno fa. L’Isi insieme a buona parte degli alti papaveri dell’esercito appoggia i talebani in Afghanistan. Il Pakistan ha denunciato più volte lo sconfinamento dell’esercito Usa nel proprio territorio, a causa delle caccia ai Talebani e in diverse occasioni l’esercito di Islamabad ha risposto al fuoco americano. L’Isi non può tollerare la collaborazione offerta da Zardari all’esercito Usa nella cosiddetta guerra al terrore. Avrebbe tutto l’interesse ad aumentare le tensioni con l’India. Ciò destabilizzerebbe totalmente il governo guidato dal Ppp, limiterebbe fortemente le interferenze americane nel paese e accrescerebbe enormemente il loro potere. Il coinvolgimento dei servizi segreti pakistani appare quindi probabile. Questo non significa che l’attentato abbia avuto un’origine esclusivamente esterna all’India. L’arresto di un alto ufficiale dell’esercito indiano negli ultimi giorni desta sicuramente dei sospetti a riguardo. Ma non dobbiamo dimenticarci che l’India è un paese dove vivono centinaia di milioni di persone di religione musulmana. Sono una minoranza discriminata, in un paese all'85% hindu, che negli ultimi decenni ha visto la crescita di un fondamentalismo hindu, dai connotati non meno reazionari di quello islamico. La minoranza musulmana in India è infatti vittima periodicamente di veri e propri pogrom, come quello scatenato nel 2002 in Gujarat,che fece 2.000 vittime. È evidente che esiste una frustrazione enorme fra milioni di giovani musulmani che vivono in India che crea un terreno fertile per lo sviluppo di organizzazioni terroristiche.
Esiste inoltre l’eterna piaga del Kashmir diviso, che l’India tratta alla stregua di una colonia ed è stato l’oggetto delle tre guerre indo-pakistane condotte negli scorso sessant’anni. Infine la crescita economica di questi ultimi anni ha portato dei benefici solo ad una ristretta fascia di popolazione, accrescendo le differenze di classe già esistenti nel paese. Nel prossimo futuro vedremo quindi un acuirsi delle tensioni in tutta la regione. In questa escalation l’imperialismo occidentale non è affatto esente da colpe, malgrado ora sia Bush che Obama cerchino di gettare acqua sul fuoco.
In primo luogo, gli Stati uniti hanno incoraggiato e finanziato il fondamentalismo islamico, quando era utile sia in chiave anti-Urss che contro le organizzazioni del movimento operaio. Gli Usa hanno finanziato i Talebani e Bin Laden, ad esempio, nella guerra contro l’Armata Rossa in Afghanistan. Insomma l’imperialismo si trova oggi a cercare di frenare un treno in folle corsa che ha contribuito a far partire ma che oggi ha cambiato direzione e potrebbe travolgerlo. I marxisti non si preoccupano affatto degli affanni dei governanti Usa, siano essi democratici o repubblicani. Si preoccupano invece della barbarie che minaccia l’intero continente indiano, che assume le forme più terribili, come le guerre, i conflitti interetnici, i pogrom, la povertà dilagante e che potrebbe avere effetti devastanti sulla classe lavoratrice e sulle proprie famiglie. A questo non oppongono un risposta morale ma di classe. Dopo più di mezzo secolo dall’indipendenza, le borghesie indiana e pachistana si sono dimostrate totalmente incapaci di risolvere i problemi delle masse. L’unica soluzione può venire dalla classe operaia dell’India del Pakistan, del Bangladesh, del Nepal e dello Sri Lanka, in una lotta comune contro l’oppressione capitalista, che abbatta le barriere religiose ed etniche costruite dall’imperialismo e mantenute dalle classi dominanti. Un esempio ci giunge da una terra martoriata come quella del Kashmir, dove sabato 29 novembre 4mila giovani hanno partecipato al congresso del Jknsf (Federazione nazionale studentesca kashmira) ed hanno terminato l’assise scendendo per le strade di Rawalpindi al grido di “rivoluzione, rivoluzione socialista”. Nella reazione più nera, è solo la luce delle idee del marxismo che è capace di far vedere una via d’uscita.
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