FIAT AVIO - Difendere ogni posto di lavoro
Scritto da Francesca Esposito   

Il settore Avio della Fiat sta perdendo ogni attrattiva per il capitalismo italiano e a pagarne le conseguenze sono i lavoratori.

Sono infatti evidenti, soprattutto negli ultimi mesi, le strategie padronali volte allo smantellamento di uno dei suoi 16 siti a livello mondiale, il secondo per ordine di grandezza: lo stabilimento di Pomigliano d’Arco.

Risale a pochi mesi fa la decisione presa dall’azienda, con un accordo purtroppo firmato anche dalla Fiom, malgrado fosse formalmente contraria, di istituire il sabato lavorativo, a sua detta per far fronte ad una grossa mole di produzione. È stata una scelta scellerata, barattata per pochi euro che, alla luce degli avvenimenti successivi, ha aggiunto al danno la beffa.

Il 28 giugno scorso, infatti, la Fiat Avio di Pomigliano perde la commessa Alitalia. Dopo trent’anni di collaborazione Alitalia comunica con una lettera che Avio Spa era fuori dalla gara d’appalto per la revisione dei motori JT8-D della sua flotta narrow body MD80. In seguito si saprà che Alitalia aveva trovato partners più economici all’estero, probabilmente in Israele. Si tratta di una perdita di vitale importanza per lo stabilimento di Pomigliano che, come confermato anche dalla Direzione aziendale, “creerà sicuramente problemi occupazionali”. Infatti circa 400 lavoratori si occupano del settore delle revisioni per l’aviazione civile e la criticità della situazione può coinvolgere anche i 500 lavoratori del settore costruzioni, oltre a tutto l’indotto, come purtroppo gli avvenimenti successivi confermeranno.

Nel frattempo i vertici sindacali hanno contattato gli enti locali, la Regione Campania ed il governo per richiedere un loro intervento. Hanno dato mandato al governo per discutere in sede parlamentare il problema per cercare una via d’uscita. Ma di fronte ad uno scenario di questo tipo i lavoratori non possono affidarsi semplicemente alle istituzioni.

Nella stessa data del 28 giugno i lavoratori di Fiat Avio hanno dimostrato con la lotta che non sono disposti a barattare nessun posto di lavoro, utilizzando ogni mezzo a loro disposizione, occupando le strade, le stazioni ferroviarie, la sede del Comune, l’aeroporto di Capodichino. La loro determinazione convince anche gli indecisi del settore costruzioni, acquisendo così maggiore coscienza della forza dei lavoratori quando sono uniti.

Quando il 12 luglio si  incontrano le controparti a Roma c’è con loro un folto gruppo di lavoratori che attende all’uscita. Cinque pullman pieni sono partiti da Pomigliano. E così nell’Ufficio Iniziative Imprese in Crisi del Ministero dello Sviluppo Economico si decide di non decidere. Si  rinvia la discussione a dopo l’estate, affidando semplicemente l’incarico all’azienda Avio di verificare la possibilità di rientrare in gara con Alitalia. L’unica cosa che Avio vuole ribadire è che nel frattempo si sarebbe avviata la cassa integrazione per i lavoratori. Naturalmente i vertici sindacali esultano davanti ai lavoratori per la parziale vittoria del rinvio e dell’impegno assunto da Avio, sottacendo però sul “particolare” della cassa integrazione…

La stabilità di Avio viene ulteriormente compromessa durante l’estate, quando improvvisa giunge la notizia della sua vendita da parte di Carlyle, proprietaria per il 70%, a Cinven, un fondo paneuropeo. Anche la quota di Finmeccanica passa dal 30% al 15%. Giustamente il principale timore della Fiom è che si tratti di “un’ulteriore operazione finanziaria speculativa” e che Finmeccanica abbia deciso di orientarsi esclusivamente sulla parte relativa allo spazio, a scapito della revisione degli aeromobili civili e militari, attività che hanno da sempre contraddistinto l’impresa per un alto livello di specializzazione. Ma la conclusione a cui i vertici sindacali ancora una volta giungono è che sia il Governo a garantire la stabilità dell’azienda.

Per tutta risposta il 6 settembre la direzione aziendale, in sordina, ha inviato a circa 200 lavoratori la notizia che dal 1° ottobre scatterà per loro la cassa integrazione. Immediata è la risposta dei lavoratori e della Rsu che, di fronte a tale chiusura, si vede costretta a ritirare le firme sul sabato lavorativo e a convocare una serie di scioperi che si stanno articolando in questi giorni.

Il destino di Fiat Avio è appeso un filo. I lavoratori non possono aspettare che il sindacato, in particolare la Fiom, riceva delle risposte dal governo. Per evitare di imboccare un vicolo cieco, occorre individuare chiaramente obiettivi, strategia e tattica, affinando la modalità di organizzazione e di lotta, soprattutto ora che sono ripresi gli scioperi. I lavoratori, infatti, scavalcando le indicazioni dei vertici sindacali di organizzare proteste a scacchiera sui due reparti, stanno intraprendendo una protesta ad oltranza.

È urgente convocare iniziative pubbliche per invitare i lavoratori delle altre aziende a solidarizzare, appoggiare ed estendere la mobilitazione. È altresì importante che si faccia un appello a tutte le altre aziende in crisi che stanno lottando per difendere i propri diritti ed il posto di lavoro, per unirsi e chiedere la convocazione di uno sciopero generale provinciale.

Dopo aver abbondantemente goduto dei finanziamenti pubblici, Alitalia deve mantenere le proprie commesse in Italia! Se la produzione è diminuita non è certo per colpa dei lavoratori visto che Avio ha realizzato solo nel primo trimestre del 2006 ricavi in crescita del 13,5% rispetto allo stesso periodo del 2005, occorre che la Fiom lanci la sua battaglia per ridurre l’orario di lavoro a parità di salario!

Se è vero che l’80% del lavoro dei reparti a rischio è dovuta alla perdita della commessa Alitalia, se proprio una richiesta va fatta al Governo è quella di salvare l’azienda nazionalizzandola!

Settembre 2006