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La lotta del Palazzo Verde PDF Stampa E-mail
Immigrazione
Scritto da La redazione di Falce Martello   
Martedì 09 Maggio 2006 06:47

 “Italiani e immigrati,

operai uniti nella lotta!”

 

Il 7 giugno 2005 il consiglio comunale di Sassuolo (MO) assume all’unanimità la proposta della Giunta di sgomberare per ragioni di ordine pubblico e di pericolo di crollo il cosiddetto palazzo verde, un edificio di circa 60 appartamenti abitato da famiglie operaie immigrate, soprattutto marocchine, e da alcuni meridionali.

La maggior parte dei residenti ha acquistato il proprio appartamento o sta pagando un mutuo, gli altri sono in affitto.Per i proprietari il Comune prevede un posto letto da 300 euro al mese ed un indennizzo tra i 5 ed i 15 mila euro, pari mediamente a un terzo della cifra che hanno già sborsato; agli inquilini la Giunta propone di arrangiarsi. In una concitata assemblea in Comune, davanti alle proteste degli immigrati, il sindaco non si vergogna di affermare che se non gradiscono le proposte fatte, possono pure tornare a dormire in macchina, proprio come quando sono arrivati dal Marocco.Si incrociano in quel palazzo storie tipiche di immigrati scappati dalla miseria e dalla repressione, disposti a lavorare duro nella speranza di ottenere un futuro migliore per sé e soprattutto per i propri figli. Molti di loro sono in Italia da parecchi anni. Tanti sono operai delle ceramiche, tanti anche gli iscritti al sindacato, specialmente alla Cgil, e per nulla digiuni di politica. Il loro lavoro per anni ha reso ancora più ricchi gli industriali della zona.Per la giunta di Sassuolo tutto questo non conta, è piuttosto un fastidioso dettaglio che non deve trapelare. Il sindaco sostiene infatti che si sgombera un palazzo che è covo di spacciatori e criminali, una fonte di problemi per l’ordine pubblico specialmente nel circostante quartiere di Braida. La storia del rischio di crollo dell’edificio – costruito nel 1974 in cemento armato sotto la direzione di uno degli ingegneri più stimati dell’epoca – è la foglia di fico per rassicurare l’opinione pubblica più sensibile e ‘progressista’ dei fini umanitari della Giunta.

Tutto qui? No, c’è di più. La Giunta infatti non è leghista ma di centrosinistra, il sindaco è della Margherita, Graziano Pattuzzi, e Rifondazione Comunista ha addirittura l’assessore alla casa. Per di più siamo in quella fetta d’Italia che qualcuno chiama romanticamente ancora “Emilia rossa”. Ma a Sassuolo si crea invece una sorta di clima da unità nazionale: lo sgombero, infatti, è sostenuto anche dal centrodestra e applaudito dalla stampa padronale locale, in prima fila Il Resto del Carlino, che da più di un anno si fa promotore di una campagna scandalistica mirata a demonizzare gli abitanti del palazzo verde ed in generale gli immigrati, specie se clandestini, diffondendo a piene mani veleno razzista tra la popolazione italiana sulla base dell’equazione “immigrato uguale spacciatore”.

Sassuolo è una cittadina di 42mila abitanti molto industrializzata; gli immigrati sono quasi 7mila. È il cuore del principale distretto ceramico a livello internazionale, dove hanno sede alcune delle multinazionali più importanti del settore, come la Marazzi group, ad esempio. Con l’attuale crisi economica centinaia di posti di lavoro sono stati persi (Cemar, Ricchetti, Gardenia) e le condizioni di lavoro si stanno deteriorando ovunque. Secondo i sindacati 500 ulteriori posti di lavoro sono a rischio nei prossimi sei mesi.

La classe operaia a Sassuolo è di varie nazionalità: italiani, marocchini, tunisini, nigeriani, ghanesi, ecc. Negli anni ‘70 c’è stata anche una forte immigrazione dal Sud e dal ferrarese. Un paesino di 12mila persone della Basilicata, Irsina, si è riversato per un terzo a Sassuolo. In città, così, oltre alle zone ghetto per gli arabi ci sono anche i quartieri per i meridionali, come il Serpentone, dove non si vive molto meglio che al palazzo verde.

Le tensioni sociali in una situazione già difficile crescono esponenzialmente in periodo di crisi. Cosa c’è di meglio in questa situazione, dunque, di una campagna razzista su grande scala per dividere la classe lavoratrice in base a pregiudizi nazionali e religiosi e renderla così più debole di fronte agli attacchi padronali? Quale strumento migliore del razzismo per mettere gli uni contro gli altri ed evitare che tutti i lavoratori si uniscano in una lotta di massa per il diritto a condizioni di vita degne, a cominciare da case dignitose a costi accessibili?

Secondo dati ufficiali nel 2004 in provincia di Modena l’indebitamento delle famiglie con le banche per accendere mutui è salito a 863 milioni di euro contro i 600 milioni del 2003, con un aumento di circa il 30%. Per cercare di sfuggire ad affitti stellari, insomma, sempre più lavoratori finiscono con l’indebitarsi con le banche, col rischio di perdere soldi e casa se il padrone decide di licenziarti e non riesci più a sostenere le spese del mutuo. Le case popolari soddisfano meno di un decimo delle richieste annue ma l’edilizia residenziale è in pieno boom; nel contempo secondo uno studio dell’Unione Inquilini in provincia di Modena ci sono almeno 7mila appartamenti sfitti, di cui circa 600 a Sassuolo, tenuti vuoti dalle immobiliari e dai principali proprietari, tra cui la Chiesa, per conservare alti i prezzi degli affitti. Si costruiscono villette a tutto spiano, mentre mancano case popolari e migliaia di appartamenti rimangono vuoti: sembra un’assurdità ma è soltanto la logica del capitalismo basata sul profitto di una minoranza di privilegiati.

Davanti all’ennesima prova di arroganza accade che i lavoratori residenti al palazzo verde non chinino la testa e decidano di rispondere con la lotta a quello che considerano giustamente un sopruso inaccettabile. Una reazione non preventivata dalla Giunta. Le loro case non le vogliono vendere per due soldi, se c’è da ristrutturare il palazzo sono disposti a farlo anche prestando il proprio lavoro: ci sono saldatori, elettricisti, imbianchini e tanto saper fare operaio. Ma la Giunta non ci sente, quel palazzo va sgomberato ed abbattuto, fornendo quel terreno ad una Caserma dei Vigili o a vantaggiosi investimenti privati.

Questo documento vuole fissare la dinamica di una straordinaria lotta operaia ed internazionalista, farne un bilancio per mettere in comune gli insegnamenti che ha trasmesso a chi vi ha partecipato.


Come nasce una lotta operaia


Nessun partito politico solidarizza con la delegazione di 50 persone del palazzo verde che il 13 giugno si reca in Comune per chiedere spiegazioni. Anche le associazioni marocchine tacciono, senz’altro nel timore di rovinare i buoni rapporti con il potere locale. Tuttavia, tre operai, residenti nel palazzo verde, chiedono solidarietà e appoggio ai delegati sindacali della loro fabbrica metalmeccanica, lo stabilimento della Terim di Baggiovara, dove lavorano più di trecento operai. I compagni delegati della Terim diffondono immediatamente la voce e il giorno seguente c’è un’assemblea sotto al palazzo verde per decidere cosa fare. A quella riunione, assieme agli abitanti del palazzo, partecipano alcuni militanti della Cgil e di Rifondazione che non sono disposti a lasciare da soli i lavoratori del palazzo verde e si prefiggono di rompere il muro d’imbarazzato silenzio opposto dai gruppi dirigenti del sindacato e del partito in cui militano. Molti di loro fanno riferimento alla tendenza marxista del Prc FalceMartello che da quel momento in avanti metterà – unico gruppo organizzato – tutto il suo impegno a servizio della lotta.

Nella prima assemblea si fonda un comitato di lotta – il Comitato casa via san Pietro – e ci si accorda su idee e metodi che ispireranno l’azione del Comitato nel corso di tutta la lotta: l’assemblea generale deve prendere tutte le decisioni su come condurre la mobilitazione, i portavoce eletti dal Comitato hanno l’obbligo di attenersi alle decisioni collettive, la lotta contro lo sgombero è lotta di classe ed i primi alleati sono i lavoratori italiani e le loro organizzazioni sindacali e politiche, cui si deve fare appello perché impediscano che ad altri lavoratori, più deboli ed attaccabili, venga tolta la casa. La prospettiva più generale è lanciare a partire dalla mobilitazione contro lo sgombero un movimento generale di lotta per la casa, per rivendicare un diritto che sempre più è diventato un miraggio per milioni di lavoratori, strangolati dagli affitti esorbitanti come dai mutui ventennali. Nel primo volantino il Comitato chiede anche che il Prc, partito al quale due residenti marocchini del palazzo verde sono iscritti, rompa con la giunta Pattuzzi opponendosi con tutte le sue forze allo sgombero imminente.

La prima azione pubblica militante è un presidio con volantinaggio attorno al palazzo verde la mattina del 16 giugno, data in cui inizia ad essere esecutiva l’ordinanza di sgombero. Le scritte sulla casa preannunciano un clima militante: “In nome della democrazia ci vogliono rubare la casa”, si legge su un muro. La polizia si presenta davanti al palazzo verde molto presto il mattino. Due agenti sostengono che per volantinare dovevamo chiedere il permesso in Questura ma sono visibilmente sorpresi per la presenza di attivisti italiani ed infastiditi dalla determinazione dei lavoratori marocchini, che rivendicano il loro diritto a protestare contro un’ingiustizia, al di là delle formalità. Il volantinaggio prosegue. La mattina stessa alla Terim la Rsu ha dichiarato uno sciopero con assemblea contro lo sgombero. L’adesione allo sciopero non è alta, ma la precipitazione degli eventi non ha nemmeno consentito molta preparazione politica. Tuttavia, la solidarietà concreta dei membri della Rsu che si presentano al presidio con una decina di lavoratori è un segnale importante che i lavoratori del palazzo verde non sono soli. Lo sciopero della Terim spinge il segretario provinciale della Fiom a chiedere un incontro d’urgenza al sindaco e alla Giunta quella mattina stessa, accompagnato dalla Rsu Terim al completo e da Paolo Brini, membro del Comitato centrale della Fiom-Cgil. Nell’incontro il sindaco ribadisce con arroganza la sua determinazione a sgomberare il palazzo per poi abbatterlo e destinarlo ad altro uso (quale? A tutt’oggi non è chiaro).

Due giorni dopo il Comitato casa via san Pietro scende in piazza per la prima volta. L’organizzazione è ancora un po’ caotica e ricade su pochi compagni, il tam-tam telefonico è lo strumento principale per diffondere la notizia della manifestazione. La dirigenza provinciale di Rifondazione e dei Giovani Comunisti sono invece paralizzate dal timore di scontrarsi con la Giunta e non aderiscono alla manifestazione, minimizzando quello che sta accadendo. Il corteo del 18 giugno è comunque un buon inizio. Circa 300 persone scendono in piazza e molti immigrati si uniscono alla manifestazione durante il corteo che si ferma più volte per consentire ai manifestanti – in italiano o in arabo a seconda delle zone toccate - di spiegare alla popolazione le ragioni della lotta.

La manifestazione si conclude con un’assemblea del Comitato in cui si decide di replicare per il sabato seguente. La lotta, benché ai suoi inizi, chiarisce rapidamente il ruolo di tante forze in campo: durante il corteo i compagni arabi lanciano slogan contro un imam della moschea di Sassuolo che difende l’operato del sindaco e nell’assemblea conclusiva viene aspramente criticata l’associazione di solidarietà marocchina per la sua pavida assenza. La reazione della Giunta è piuttosto subdola: da un lato finge di aprire una trattativa ricevendo giovedì 23 una delegazione del Comitato, mentre già il giorno seguente il sindaco ordina una prima azione di forza, un minisgombero per murare l’accesso ad una dozzina di appartamenti. Il clima di tensione viene alimentato dalle provocazioni poliziesche: le “forze dell’ordine” strappano gli striscioni politici e le bandiere rosse del sindacato poste davanti al palazzo e stracciano una bacheca volante dove erano affissi gli articoli dei giornali locali che avevano parlato della nostra mobilitazione. Persino un giornalista del Resto del Carlino viene allontanato in malo modo: si stava ‘criminosamente’ accingendo a salire le scale per visitare un appartamento non ancora murato. Nel contempo, ed in perfetta sintonia, la Questura di Sassuolo temporeggia davanti alla richiesta di autorizzare una nuova manifestazione per sabato 25, finché venerdì 24 arriva il no al corteo.

Che fare? In una lotta si è continuamente posti di fronte alla questione dei rapporti di forza, senza considerare come feticcio la questione della legalità. Il venerdì sera si decide così di dare appuntamento a tutti per il giorno seguente davanti al palazzo e valutare sul campo la situazione. Il 25 si radunano davanti al palazzo un centinaio di persone e si ritiene quindi che partire con un corteo non autorizzato sarebbe una scelta avventata. L’orientamento che prevale è di organizzare una manifestazione di massa per sabato 2 luglio. Quel giorno, comunque, il Comitato stabilisce una preziosa e fraterna conoscenza con Daniele Barbieri, giornalista di Carta che si è battuto con grande determinazione ed indipendenza per rompere il silenzio mediatico che ha avvolto la scomoda lotta di Sassuolo nella stampa di sinistra (zero articoli su Il Manifesto e due su Liberazione, contando un trafiletto giunto non prima del 9 ottobre).


Lo sgombero


Dietro i finti negoziati, la negazione della piazza ed il primo, parziale sgombero del 24 si sta preparando un’operazione poliziesca in grande stile. Lo ha in qualche modo teorizzato, se di teoria si può parlare, il segretario sassolese dei Ds, Ferruccio Giovanelli, parlando alla stampa locale di uno “sgombero graduale”.

La mattina del 27 giugno poco prima delle 6 di mattina, quando molti operai del palazzo verde si stanno preparando per andare in fabbrica, 150 poliziotti in assetto antisommossa transennano via san Pietro e prendono d’assalto l’edificio con l’ausilio di cani addestrati e persino di un elicottero. Le porte degli appartamenti sono sfondate coi manganelli, la gente trattata con disprezzo, le suppellettili e il mobilio rovinati, tutto è fatto con brutalità, per intimidire e provocare oneste famiglie di lavoratori.

Si sa che lo Stato difende con le unghie e coi denti la proprietà privata, dichiarata inviolabile anche nella Costituzione italiana del 1948, ma la proprietà che viene tutelata con ogni mezzo è quella dei ricchi. Di fronte alla proprietà di umili lavoratori invece non si usa alcun riguardo, tanto più se sono immigrati. A loro non è garantita nemmeno la proprietà di un bene primario come la casa.

Lo sgombero è ordinato da una giunta di centrosinistra e allora deve avere una maschera democratica: così verso le 13 alcuni zelanti messi comunali portano panini alle famiglie ammassate in strada con le poche cose che sono riuscite a portare con loro. Questa gente umile dimostra di avere maggiore dignità dei prepotenti: nessun panino viene accettato, nessuna carità da chi con l’altra mano ti ha appena bastonato! Anche la funzione dei servizi sociali e dei mediatori culturali è aberrante: su ordine del sindaco ed ostentando sorrisi da benefattori dell’umanità scortano sui cellulari della polizia gli immigrati trasportati a forza negli alloggi temporanei concessi dal sindaco.

Nonostante la brutalità poliziesca i lavoratori del palazzo verde non si piegano. La sera stessa viene presa la decisione di occupare a sorpresa la centrale piazza Garibaldi a Sassuolo, portando in strada i letti assieme alle donne ed ai bambini. La determinazione e la compattezza del gruppo consentono di passare ad un’azione di questa radicalità non soltanto simbolica. Senza una risposta immediata ed efficace a questo attacco così grave ai loro diritti, inoltre, la disgregazione e la paura potrebbero avere il sopravvento. La polizia, presa nuovamente in contropiede, si presenta in piazza dopo circa mezz’ora, procedendo ad un controllo dei documenti di tutti i militanti italiani, circa una trentina, lì presenti a protezione delle famiglie.

Lo scontro è durissimo ed una necessità immediata è quella di ribattere alla campagna mediatica di menzogne che vede protagonista assoluto il sindaco, spalleggiato dalla totalità dei mezzi d’informazione locali. Il sindaco Pattuzzi, infatti, dichiara ipocritamente ai giornali ed alle tv locali che si era proceduto ad un “allontanamento assistito”. Il Comitato si impegna da subito in una campagna di denuncia di quella che invece è stata una brutale operazione di polizia. Uno degli aspetti più insidiosi della situazione era che moltissime persone fossero inizialmente del tutto incredule, soprattutto tra quelle orientate a sinistra, perché per loro era quasi inconcepibile che una giunta di centrosinistra potesse ricorrere a metodi come quelli messi in campo da Pattuzzi, soprattutto in un contesto come quello dell’“Emilia rossa”.

La Giunta però ha dovuto, su questo punto, battere precipitosamente in ritirata nell’intento di far dimenticare a tutti di aver provato a nascondere così vergognosamente il proprio operato. Colpo di grazia è stato il rinvenimento da parte del Comitato di una carta dell’amministrazione sassolese in cui si quantificava nella cifra di 195mila euro la spesa provvisoria per lo “sgombero forzato” che il Comune poi voleva far pagare agli sgomberati stessi!

Una volta subìto lo sgombero, si apre necessariamente un nuovo terreno rivendicativo rispetto alla questione degli alloggi provvisori. Anche su questo tema il sindaco diffonde sistematicamente menzogne: parla da subito di sistemazioni dignitose offerte a tutti mentre decine di persone dormono al presidio, in macchina o da amici.

La stampa tacerà poi sul fatto che, ancora ad ottobre, Pattuzzi polemizzi coi comuni limitrofi perché non lo aiuterebbero a trovare soluzioni provvisorie per gli sgomberati. Ma come? Non aveva raccontato ai primi di luglio che tutti gli sgomberati erano già a posto, ripetendo la storiella di nuovo ai primi di ottobre, poco prima della terza manifestazione del Comitato?

Il sindaco spera forse, buttando le persone in strada, di poter costringere i proprietari a vendere al Comune gli appartamenti del palazzo verde. Una finta trattativa, dove una delle due parti ha una pistola puntata alla tempia. Tuttavia, mostrando determinazione, la grande maggioranza degli ex residenti del palazzo verde rifiuta, anche dopo lo sgombero, di vendere il proprio appartamento al Comune in cambio di un’elemosina, ulteriormente decurtata rispetto alla proposta iniziale per l’inclusione a carico dei residenti delle spese dello sgombero, in media 4mila euro a famiglia! Molti si rifiutano di accettare le sistemazioni provvisorie indecorose di Ponte Fossa, in una ex stalla scollegata dalla città e in mezzo alle fabbriche, e di San Michele nella casa-palafitta posta accanto ad un canale che regala agli abitanti un’abbondante presenza di topi.

Unanimemente, il Comitato ribadisce la propria determinazione a rientrare nel palazzo verde per poi ristrutturarlo. La sola alternativa accettabile è che il Comune fornisca ai proprietari nuove case di proprietà equivalenti ed agli inquilini condizioni anch’esse simili. Non vendere l’appartamento al Comune, rivendicare sistemazioni provvisorie decorose per tutti ed il non pagamento dell’affitto per i proprietari sono i nuovi punti che il Comitato porta avanti assieme alla rivendicazione generale di revoca dello sgombero. La lotta si fa senza esclusione di colpi: quotidianamente il sindaco invia mediatori comunali per ottenere la firma per la vendita dell’appartamento e per il nuovo contratto di affitto, in media sui 300 euro, nelle cui clausole si trova il divieto di ospitare persone e di montare l’antenna, pena la perdita della locazione (si tratta di una formula valida per 3 anni rinnovabili di altri 2).

La revoca dello sgombero diventa inestricabilmente legata alla richiesta di risanamento del palazzo quando a metà luglio una dettagliata perizia tecnica richiesta dal Comitato casa mette in discussione la motivazione principale addotta per lo sgombero forzato: la perizia esclude un rischio di crollo, totale o parziale, dell’edificio e dettaglia un’ipotesi di ristrutturazione. Sottolineiamo il fatto che da quando la perizia del Comitato, cifre alla mano, ha contestato lo studio ordinato dal sindaco, come per incanto l’argomento tecnico è progressivamente scomparso dalle ragioni che, secondo la Giunta, avrebbero indotto allo sgombero.


L’ombra della speculazione


La favoletta sul rischio di crollo è in realtà solo fumo che si è gettato negli occhi della popolazione di Sassuolo per tranquillizzarla sulle buone intenzioni dell’amministrazione comunale.

Sempre di più, allora, la tenacia con cui la Giunta difende la necessità dello sgombero e del successivo abbattimento del palazzo verde apre la mente a vari dubbi. Cosa si vuol costruire in quella zona? Strutture commerciali, parcheggi, una caserma dei vigili o cos’altro? Forte è pure la pressione dei proprietari di villette della zona che considerano che il valore degli immobili possa notevolmente alzarsi se si ripulisce il quartiere dagli immigrati; sempre in tema, nelle adiacenze del palazzo verde sorgono due hotel a cinque stelle, il cui proprietario ha anch’egli tutto da guadagnare da un’operazione del genere.

In sostanza, oltre all’operazione razzista, siamo in presenza di un’ennesima speculazione sulla pelle di lavoratori? Ci limitiamo qui a mettere in fila alcuni dati di fatto. A Sassuolo la discussione sul nuovo PSC (piano strutturale comunale, l’ex piano regolatore) è arenata da più di un anno. L’uscita dalla Giunta, il 1° luglio, dell’assessore alla casa del Prc scatenerà una vera e propria caccia a quel posto rimasto vacante. Un settore della Margherita, in un consiglio comunale di settembre, alza i toni e si scontra apertamente coi Ds proprio sul PSC. Poche settimane dopo, i cosiddetti cespugli dell’Unione (Repubblicani Europei, Sdi, Cantiere e Verdi) escono sulla stampa locale denunciando che la Giunta è in mano a palazzinari, col fine neanche tanto celato di poter assumere essi l’assessorato alla casa. La crisi della Giunta non è frutto di discussioni accademiche. A Sassuolo ci sono molte aree industriali abbandonate, la concessione di quei terreni per l’edilizia residenziale, e magari l’innalzamento dell’indice di abitabilità, possono fare girare milioni di euro in più o in meno nelle tasche di costruttori edili e padroni delle aree industriali in via di dismissione.

In questo contesto generale, veniamo a sapere che la Fondazione Cassa di Risparmio, su richiesta presentata dal sindaco Pattuzzi l’11 dicembre 2004, ha stanziato un finanziamento di 540mila euro per un progetto dal titolo altisonante di “Superare l’emergenza Braida: il risanamento del condominio san Matteo di via san Pietro 6 di Sassuolo”. Nella richiesta presentata a firma di Pattuzzi si afferma di prevedere “l’abbattimento dell’immobile ed il risanamento dell’area attraverso la realizzazione di strutture a totale o parziale destinazione pubblica con un impegno economico da parte dell’Amministrazione Comunale di euro 1.000.000,00 nel 2005 con ricorso al credito e di euro 4.000.000,00 nel 2006 con finanza di progetto”. Cosa si cela dietro quest’ingente finanziamento richiesto ad un ente che non è certo incline alla beneficenza? Chi potrà costruire nell’area del palazzo verde, o in altre zone, villette, centri commerciali, parcheggi o direzionali per uffici? Chi ha visto il film di Francesco Rosi Le mani sulla città ricorderà l’intreccio tra gli interessi di politici, padroni-palazzinari e gli sgomberi ai danni di lavoratori.

 

Divisioni nel Prc


Durante le prime settimane di lotta la segreteria provinciale di Rifondazione comunista brilla per la sua assenza nel dibattito pubblico. Tuttavia, dietro le quinte, il silenzio ha coperto manovre indegne per un gruppo dirigente di un partito che si chiama comunista. Sono state diffuse infatti dicerie di ogni genere per screditare la lotta ed i compagni del partito che vi erano coinvolti (“è una mobilitazione organizzata da FalceMartello e da un centinaio di delinquenti pluripregiudicati”, “c’è dietro la mafia di Casablanca”, ed altre amenità), mentre al contempo si esercitavano pressioni di ogni genere perché l’assessore alla casa del Prc non si dimettesse dalla Giunta. Uno dei due consiglieri comunali del Prc di Sassuolo si prestava volentieri a venire davanti al palazzo verde a fare propaganda alle “imperdibili” offerte economiche del sindaco dopo aver sostenuto (beninteso fino al 26 giugno) che non ci sarebbe stato sgombero perché Pattuzzi glielo aveva assicurato…

Finalmente, il 1° luglio, sotto la spinta della reazione indignata allo sgombero, l’assessore del partito rassegna le proprie dimissioni ed il Prc esce dalla maggioranza, indebolendo la posizione di Pattuzzi e dei Ds, da allora alla costante ricerca di un rientro del Prc al governo. Con la fine della partecipazione alla Giunta cade infatti una buona copertura di sinistra per una politica di destra e reazionaria. Però, non è mai venuto a mancare l’appoggio all’operazione dei Ds, principale partito di sinistra a Sassuolo.

Mal digerita l’uscita dalla Giunta, la segreteria provinciale del Prc non ha però cambiato rotta ed ha scelto di parlare il meno possibile della lotta, contestando lo sgombero sostanzialmente per i modi, quasi che fosse una questione di educazione, e non organizzando alcuna presenza militante del partito a fianco dei lavoratori immigrati del palazzo verde. Particolare degno di nota, nessun aiuto economico è stato dato dalla federazione di Modena per sostenere la lotta del Comitato casa, nemmeno rispetto alle spese per la causa legale. Comunque, il Comitato casa ha ampiamente coperto sulla base dell’autofinanziamento tutte le proprie iniziative.


La destra insorge


Nel frattempo, l’occupazione dapprima di piazza Garibaldi poi quella permanente davanti al sagrato del Duomo scatenano la reazione della destra. Il consigliere comunale di An, Luca Caselli, chiede a gran voce in consiglio lo sgombero anche del sagrato, trattando gente senza casa come un problema di ordine pubblico. Detto fatto: approfittando di un momento di bassa presenza al sagrato - erano le 10 di mattina e la maggior parte della gente sgomberata era a lavorare – il sindaco in persona alla testa dei vigili municipali effettua lo sgombero come gli aveva chiesto la destra una settimana prima. Il parroco e la Caritas approvano e si rivolgono in maniera insolente ad alcuni compagni del Comitato che ricordano di aver ottemperato a tutti gli accordi presi per la gestione del sagrato occupato. La chiesa cattolica ha mostrato per l’ennesima volta da che parte si posiziona quando i ‘poveri’ sono umiliati dai potenti. Poco importa qui sapere se, come vuole una voce popolare, al suddetto parroco sia pure giunta una sollecitazione dal presidente della Conferenza episcopale italiana Ruini, sassolese, che possiamo ben immaginare inorridito dalla presenza di ‘infedeli’ davanti al Duomo della sua città natale.

Col vento in poppa, sfruttando l’ambiente di razzismo diffuso anche dal centrosinistra, la Lega Nord e An iniziano a cavalcare alcuni comitati di quartiere, a settembre saranno tre, che dietro l’inossidabile slogan “legge e ordine” chiedono più polizia, videosorveglianza ovunque e più repressione contro gli immigrati, fino a rivendicare il rifiuto di concedere delle licenze per l’apertura di nuovi phone center e di una rosticceria pakistana!


2 luglio, in piazza in mille!


L’organizzazione della campagna per la manifestazione del 2 luglio vede un tenace lavoro di spiegazione e controinformazione che impegna i compagni del Comitato e quei militanti del Prc che fin dal principio hanno sostenuto la lotta, decisi a rompere il muro di silenzio che ha circondato la lotta del palazzo verde.

Adesioni significative sono arrivate da tutt’Italia: non potendo elencarle tutte ricordiamo Giorgio Cremaschi, della segreteria nazionale Fiom, il senatore del Prc Gigi Malabarba, autore di un’interrogazione in Senato sullo sgombero, Corrado Delle Donne, delegato Slai-Cobas dell’Alfa Romeo, le federazioni del Prc di Bologna, Parma, Agrigento e Avellino, il dipartimento immigrazione della federazione del Prc di Cosenza, decine di delegati sindacali, i sindacati extraconfederali a livello regionale, il centro sociale Mariano Lupo di Parma, ecc.

Per contrastare il pericolo, senz’altro presente, di provocazioni di ogni genere (per mano di infiltrati o a causa di sconclusionate azioni simboliche), il Comitato decide di organizzare un proprio servizio d’ordine. Il corteo vede un fiume di più di mille partecipanti, nella più grande manifestazione politica che attraversa le strade di Sassuolo da 15-20 anni. Gli slogan sono combattivi e di classe: “siamo lavoratori, non spacciatori”, “vogliamo case, no al razzismo”, “se lo sgombero è la proposta, lotta di classe è la risposta”, “la lotta è dura ma non ci fa paura”, ecc. Il corteo è aperto da uno striscione con scritto “italiani e immigrati, operai uniti nella lotta”, orientamento strategico centrale del Comitato casa.  Ai lati del corteo, assieme a frequenti soste per comizi volanti rivolti alla popolazione, gruppi di compagni distribuiscono volantini.

Un momento decisivo è il comizio in arabo davanti ai “palazzi bianchi”, anch’essi sotto minaccia di sgombero, che provoca un significativo afflusso di immigrati all’interno del corteo. Si vince la paura della polizia, il corteo si sente sempre più forte e fiducioso nella possibilità di vincere la lotta con l’azione di massa. Quando uno dei tre imam di Sassuolo cerca di conquistare la testa della manifestazione assieme al suo entourage e pretende di parlare dal palco nel comizio finale, gli stessi lavoratori arabi del Comitato casa respingono questa manovra. Nessun problema se le autorità religiose hanno cambiato idea e vogliono partecipare ad un corteo che avevano osteggiato fino al giorno prima, ma la testa del corteo è di chi lotta, del Comitato e non di opportunisti che tentano di cavalcare il movimento quando questo è forte per deviarlo su un binario morto. Ugualmente, sulla base di una precedente discussione politica, si decide che nel corteo non ci saranno bandiere nazionali marocchine o italiane e non si intoneranno slogan religiosi: la lotta è politica e di classe, le bandiere saranno quelle della Cgil, del Prc e quelle rosse con la falce e martello, simbolo dell’unità rivoluzionaria di tutti gli sfruttati.

Nel comizio finale intervengono i protagonisti della lotta, compagni del Comitato casa, militanti di Rifondazione Comunista – tra cui Claudio Bellotti della Direzione Nazionale – e delegati sindacali Cgil fin dall’inizio attivi nella lotta.

La necessità sempre più vitale è quella di convincere delle ragioni della lotta una fetta consistente di lavoratori italiani. Dopo la manifestazione, il Comitato orienta le proprie energie nell’organizzazione di un’assemblea pubblica da tenersi a Sassuolo. Serve, in pratica, un rilancio nella battaglia della propaganda.


Il ruolo delle gerarchie religiose


Tutti i capi religiosi, siano essi cattolici o musulmani, si sono schierati dalla parte dei dei padroni e del sindaco, pur parlando tutti i giorni di solidarietà e impegno verso i più poveri.

Ha aperto le danze il parroco di Braida utilizzando l’omelia domenicale per difendere a spada tratta lo sgombero della Giunta. Hanno continuato gli imam di Sassuolo che durante la preghiera di venerdì 1° luglio hanno invitato la gente a non partecipare alla manifestazione del giorno seguente, inventando di sana pianta lo spauracchio che si trattava di un corteo non autorizzato. Visto il successo della mobilitazione, come già ricordato, uno dei tre centri religiosi islamici presenti a Sassuolo ha poi cercato invano di cavalcare la protesta passando sopra la testa del Comitato ed offrendosi come mediatore nella trattativa col Comune. Ha provato a giocare quel ruolo anche il presidente nazionale dell’Ucoii (Unione Comunità islamiche in Italia), fugacemente apparso a Sassuolo in un caldo pomeriggio di luglio per poi scomparire altrettanto velocemente. Abbiamo già detto del parroco del Duomo che si è lavato le mani dello sgombero del sagrato, avallando implicitamente l’azione che ha visto protagonista in prima persona un Pattuzzi in cerca di emozioni forti. Ultimo, ma non meno importante don Luigi Ciotti, osannato a sinistra, considerato da tanti il prototipo del prete progressista. La sua buona reputazione a sinistra non gli ha impedito, ad ottobre, di favorire l’immagine del sindaco sostenendo, dopo una visita ‘guidata’ a Sassuolo, che la Giunta stava favorendo l’integrazione e che lo sgombero era stato un passo in avanti in quella direzione. Ha visitato don Ciotti gli alloggi provvisori di Ponte Fossa dove sono accatastati decine di immigrati, ancora senza riscaldamento a fine novembre? Avrebbe fatto meglio a farlo prima di sciacquarsi la bocca con belle frasi sull’integrazione.

Non una voce critica si è levata all’interno della chiesa cattolica o della comunità musulmana. Prova che contano senz’altro di più i mille fili che legano le gerarchie ecclesiastiche alla società capitalista, che non le omelie a buon mercato sulla “difesa degli ultimi” che servono soltanto ad ingannare tanta gente in buona fede sulle finalità perseguite dalla chiesa stessa. È un fatto incontrovertibile che i lavoratori del palazzo verde hanno trovato i preti cattolici e gli imam musulmani solidali tra loro ma dall’altra parte della barricata ed hanno potuto contare solo sulle loro forze.


Il dibattito nel Prc


Il dibattito interno al Prc si è sviluppato in tempi del tutto sfasati rispetto alla dinamica della lotta di massa. Come già ricordavamo, la prima reazione dei vertici provinciali del partito è stata quella di fare finta che il problema – e la lotta! – non esistessero, per paura di guastare i rapporti col centrosinistra, dato che una rottura a Sassuolo avrebbe avuto ripercussioni più vaste. Anche il settore del partito che più in questi anni ha cantato le lodi dei movimenti elevando questa parola a vero e proprio concetto metafisico, in primo luogo la maggioranza dei Giovani Comunisti, si è accodato a questa politica, senza mai accettare un dibattito pubblico e trasparente. Movimentisti, quindi, fino a quando non si deve mettere in gioco l’alleanza coi potenti e col centrosinistra. La “sindrome dello struzzo” ha toccato punte grottesche quando a metà settembre, nel corso di un coordinamento provinciale dei Gc, si è cercato di intavolare la discussione su quale iniziativa sviluppare per le primarie rispetto al tema dell’immigrazione senza nemmeno citare la lotta di Sassuolo… In ogni occasione è stato l’intervento dei compagni della tendenza marxista nel partito a richiamare la maggioranza del partito a non sfuggire alle proprie responsabilità.

I rappresentanti del partito nelle istituzioni sono stati in prima fila nel predicare cautela rispetto alla partecipazione alla lotta contro lo sgombero. Gli argomenti avanzati possono sembrare strampalati ma indicano quanto sia pericolosa la china su cui sta scivolando il partito dopo la svolta governista: nel Comitato politico federale (Cpf, l’organismo dirigente di federazione) di fine giugno, ad esempio, si è sentito ripetutamente dire che “prima di prendere posizione dobbiamo consultare le carte della pubblica amministrazione”, argomentazione rispetto alla quale un compagno del circolo di Sassuolo ha risposto in maniera giusta e lapidaria che “per stare dalla parte degli oppressi i comunisti non hanno bisogno di guardare le carte”. Più in generale, per lungo tempo la segreteria provinciale ha voluto credere ad ogni campagna di disinformazione del sindaco, senza nemmeno consultare la voce del Comitato casa, per trovare scuse che le consentissero di astenersi dalla lotta. La segreteria provinciale del partito è così diventata un’agenzia di veline del sindaco Pattuzzi: “non si farà lo sgombero”, “non sarà un’azione violenta”, “gli alloggi alternativi sono dignitosi”, “il palazzo verde era un ghetto da cui si doveva uscire” e via di seguito. Ancora dopo mesi di lotta e tre manifestazioni si potevano leggere sulla stampa locale dichiarazioni di esponenti della segreteria provinciale del Prc in cui si affermava di aver “condiviso con la Giunta il programma di eliminare i ghetti e quello dello sgombero di via san Pietro; ciò che ci ha visti contrari ed ha portato il nostro partito all’uscita dalla maggioranza è stato il metodo con cui l’operazione è stata condotta …la posizione del partito è fuori dalla Giunta ma la porta è aperta…”. (Gazzetta di Modena, 28/11/2005, la sottolineatura è nostra). È curioso che nello stesso giorno Pattuzzi annunci come priorità per la manovra finanziaria 2006 un “aiuto alle famiglie ed alle imprese” (Gazzetta di Modena, 28/11/2005) mentre alcuni giorni prima, il 23 novembre, aveva di fatto negato la piazza, rimpallando poi le responsabilità con la Questura, ad un corteo studentesco contro la Moratti, fatto senza precedenti da decenni in provincia di Modena.

A livello regionale la vicenda non è stata meno impervia. Nel corso del congresso regionale del 26-27 giugno, una mozione per l’adesione alla manifestazione del 2 luglio è stata respinta col solo voto favorevole dei delegati delle mozioni congressuali di minoranza 3, 4 e 5 (Progetto Comunista, Erre, FalceMartello), a cui si sono aggiunti alcuni delegati della maggioranza bertinottiana ed alcuni della 2 (L’Ernesto). Pilatescamente, l’argomento invocato per non aderire al corteo del 2 luglio è stata la mancanza di una sufficiente informazione. Questo atteggiamento, che giustamente ha scandalizzato compagni di ogni orientamento congressuale, ha così generato una reazione all’interno del partito, portando all’adesione al corteo del 2 luglio delle federazioni di Bologna e di Parma. Particolarmente attivo è stato il ruolo svolto dalla commissione immigrazione di Bologna, che ha portato con estrema serietà ciò che succedeva a Sassuolo all’interno del dibattito della propria federazione ed anche in commissione nazionale immigrazione, costituendo inoltre un valido tramite per collegarci alle associazioni di immigrati presenti a Bologna.

Più si sale nel partito invece, più si è sentita la tendenza a non prendere posizione. La commissione nazionale immigrazione, riunitasi il 9 luglio, si è anch’essa schierata sulla linea “né aderire né sabotare”, non entrando nel merito di una questione che invece la riguardava in pieno. Anche in quell’occasione si è invocata la mancanza di una sufficiente informazione e l’assenza dell’altra campana, cioè di un membro della segreteria di Modena, nella riunione. Eppure appelli e articoli circolavano sul web da settimane… Riflesso di questa situazione d’impasse del partito è l’articolo apparso su Liberazione l’8 luglio in cui, per riportare il punto di vista della segreteria provinciale, non si esplicita cosa pensa il partito della mobilitazione realmente in corso.

Lo stesso giorno della commissione nazionale si svolge a Bologna un presidio con corteo dalla sede regionale RAI alla Regione. Sono presenti circa 200 persone e si decide di chiedere al consigliere regionale del Prc, Leonardo Masella, un incontro per la settimana seguente. In seguito alla discussione con una delegazione del Comitato casa Masella cambia posizione e decide di sostenere la lotta. Da questa collaborazione risulterà un’interrogazione in consiglio regionale, presentata con buon successo il 5 ottobre in una conferenza stampa congiunta del Comitato casa e del gruppo consigliare in Regione del Prc.

A settembre la situazione interna al partito è ulteriormente maturata. Contrastando l’ipotesi di rientro in Giunta caldeggiata dalla segreteria provinciale, il circolo di Sassuolo ha votato a stragrande maggioranza (9 a 1) di ritenere valida la scelta di passare all’opposizione ed un successivo Cpf ha ribadito questa convinzione, questa volta con una maggioranza risicata (15 a 13 con due astenuti). In una parola, la radicalità della lotta e la sua tenuta hanno conquistato il partito, per molte settimane inerte quando non ostile soprattutto nel suo gruppo dirigente. L’unico compagno del circolo di Sassuolo a schierarsi a favore di un rientro nella Giunta è stato uno dei due consiglieri comunali…

Un ruolo decisivo nello spostare l’opinione all’interno del partito lo hanno giocato alcuni dei membri arabi più attivi del Comitato casa, iscrittisi al Prc durante la lotta considerato come lo strumento politico più efficace per difendere i propri diritti e portare avanti nuove battaglie per gli interessi dei lavoratori.

Se non fosse per l’azione di questi compagni, che non si rassegnano e danno battaglia dentro il partito seppellito in una dinamica istituzionale, il Prc rischia di essere sorpreso dall’irrompere della lotta di classe e di trovarsi dall’altra parte della barricata. Invece di spostare a sinistra l’asse del centrosinistra, come sostiene la maggioranza bertinottiana, è evidente che il gruppo dirigente del partito ha anteposto il mantenimento di buoni rapporti con Ds e Margherita all’impegno in una lotta di lavoratori.


Superare i ghetti?

Un falso dibattito per un problema vero


L’argomento pretestuoso “di sinistra” dell’arsenale di Pattuzzi e dei Ds è stato che il palazzo verde era un ghetto da superare. Purtroppo, questa è anche, tuttora, la posizione della segreteria provinciale del Prc che ha così contestato soltanto le modalità dello sgombero ma non la sua necessità. Seguendo la stessa logica Cofferati ha sgomberato i rumeni dalle baracche sul Lungoreno. Notiamo anzitutto che molti abitanti del palazzo verde sono stati spostati in ghetti ancora più fatiscenti ed isolati, a Ponte Fossa e a San Michele. Se i ghetti, senza dubbio, non sono di sinistra e nemmeno belli per chi ci vive, la polizia in tenuta antisommossa che ti sgombera lo è ancora meno. I lavoratori che hanno comprato casa al palazzo verde lo hanno fatto perché non si potevano permettere di più a causa della loro condizione economica. Non hanno i soldi per comprare case in altre zone di Sassuolo. Anche per questo la rivendicazione di rientrare nel palazzo verde, nelle proprie case, era ed è centrale.

Se poi si vuole parlare di superamento dei ghetti, come fa anche il gruppo dirigente della Cgil, si dovrebbe avere la coerenza di sottolineare che è proprio il capitalismo a produrli. Vogliamo case decorose per tutti e anche quartieri dove la gente di nazionalità e religioni diverse viva insieme imparando a non odiarsi: come lo otterremo? Con lotte sindacali e politiche che vedano i lavoratori di tutte le nazionalità uniti per esigere la fine delle speculazioni edilizie e l’utilizzo dei soldi pubblici per un piano massiccio di costruzione di case popolari, scuole, parchi, asili, servizi sociali e luoghi di incontro nelle periferie sempre più invivibili delle nostre città.


Un terremoto politico


Gli effetti politici della lotta contro lo sgombero sono stati importanti. Innanzitutto nei sindacati. Prima dello sgombero del palazzo verde, le segreterie provinciali di Cgil-Cisl-Uil avevano redatto un comunicato in cui auspicavano una “soluzione concordata” con gli inquilini senza che si facesse ricorso alla forza. Il direttivo della Fiom tenutosi il 1 luglio ha poi condannato lo sgombero e poco meno della metà dei suoi componenti si è espressa a favore di un’adesione ufficiale della categoria alla manifestazione del 2 luglio (28 a favore, 33 contrari e 7 astenuti). Qui si tocca un nervo scoperto. La Cgil, infatti, non si è spinta oltre una denuncia formale dello sgombero e dell’emergenza casa per tutti i lavoratori. Il necessario passo successivo avrebbe dovuto essere una partecipazione attiva a fianco dei lavoratori sgomberati del palazzo verde per ottenere il rientro nelle proprie case ed una campagna militante nelle fabbriche contro il razzismo e per il diritto alla casa.

È compito del sindacato, infatti, contestare l’idea propugnata dalla borghesia che non si può accontentare tutti e che quindi la casa o la diamo agli italiani oppure agli immigrati. In realtà le risorse per la costruzione massiccia di case popolari ci sarebbero, ma le politiche governative sono andate sempre in direzione opposta: dai fondi Gescal non utilizzati alla privatizzazione dell’ex Iacp, alla vendita degli immobili degli enti statali (definita nebulosamente cartolarizzazione) all’abolizione dell’equo canone. Un’assemblea di delegati Cgil del sassolese sul problema casa e sullo sgombero del palazzo verde, tenutasi il 18 luglio, ha mostrato le potenzialità esistenti nel movimento operaio. In quell’assemblea, infatti, tre delegati sindacali membri del comitato casa sono intervenuti per spiegare le ragioni della lotta contro lo sgombero ed hanno riscosso consensi unanimi tra i lavoratori presenti. È responsabilità del gruppo dirigente della Cgil non aver continuato su quella strada, quella della mobilitazione dei lavoratori. Un gruppo dirigente sindacale all’altezza dei suoi compiti non può avere timore di mobilitare attivamente i propri iscritti e neppure di mettere in crisi una Giunta di centrosinistra che porta avanti politiche filopadronali.

La posizione della Cgil, comunque, è stata considerata dai Ds sassolesi eccessivamente favorevole al Comitato casa. I vertici locali dei Ds, infatti, non hanno potuto trovare nella denuncia dello sgombero violento espressa dalla Cgil quella copertura, anche formale, che senz’altro avrebbero desiderato per fare passare come progressista la propria politica reazionaria e razzista, “azione di civiltà” come in più occasioni il sindaco Pattuzzi non ha avuto pudore di affermare. Il momento di massima divaricazione si è verificato all’assemblea pubblica del 15 luglio promossa dal Comitato casa assieme al circolo del Prc di Sassuolo e della tendenza marxista del Prc FalceMartello. Alla presenza di più di 100 persone, il segretario provinciale della Cgil, Pivanti, tra i relatori, ha affermato che non ci dovranno più essere sgomberi di quel tipo a Modena. Visibilmente contrariato, il segretario sassolese dei Ds ha abbandonato la riunione alla fine degli interventi dei relatori senza nemmeno partecipare al dibattito.

I Ds sassolesi, in effetti, avevano organizzato alcuni giorni prima un’assemblea pubblica con Minniti sul tema della legalità. In quell’assemblea, scandalosamente, il segretario cittadino dei Ds aveva affermato sostanzialmente che se sotto un palazzo c’è spaccio di droga vi è connivenza da parte dei residenti, equiparando così a delinquenti comuni le decine di lavoratori che abitavano al palazzo verde e che stavano lottando contro lo sgombero. Il Comitato casa aveva preparato nei dettagli l’intervento in quell’assemblea, dove prendono la parola tre compagni arabi del Comitato.

Misuriamo con mano fino a che punto sia difficile il lavoro – pur necessario – di rispondere al moderatismo che per anni i dirigenti dei Ds hanno fatto penetrare in profondità nel loro partito, particolarmente considerata la passività dei dirigenti della Cgil.

Ultimo in ordine di tempo, il senatore Ds eletto nella zona ceramica, Lanfranco Turci (ora candidato con la Rosa nel Pugno), ex presidente di Legacoop, ha partecipato a Sassuolo ad un’iniziativa sul tema della legalità sostenendo la necessità di coniugare repressione e prevenzione.

L’atteggiamento del vertice Ds è stato quello di inseguire a destra la campagna razzista della Lega e di An, nella convinzione di attirare i cosiddetti voti moderati (sempre meno esistenti, anche a Sassuolo). La miopia di questa politica, che di sinistra non ha nulla, è dimostrata dallo spazio così concesso alla propaganda razzista della destra, sia quella becera che quella benpensante e liberale, che ha mietuto numerosi consensi nei Comitati di quartiere nati sulla questione della sicurezza oppure, nel quartiere Rometta, sulla contrarietà ad assegnare case popolari agli immigrati per non deprezzare gli immobili circostanti. Sulla base di questa politica a dir poco arrendevole, pronta a cedere a quella destra che si dice di voler combattere, si è fornita ad An l’opportunità di chiedere a gran voce lo sgombero di altri palazzi abitati da arabi. Ecco un risultato di una politica “pragmatica” e anche tanto lontana dal principio della difesa dei lavoratori.


Stampa e polizia


Dallo sgombero violento del palazzo verde e poi del sagrato del Duomo ai controlli di documenti a scopo intimidatorio durante i volantinaggi fino al temporeggiare nel concedere o meno un permesso, abbiamo visto sul campo che lo Stato non è neutrale.

Ad esempio, durante un’assemblea di luglio del Comitato casa, tenutasi come consuetudine in piazza (perché noi lottiamo a viso aperto), due agenti di polizia hanno tentato di fermare due compagni immigrati, che guarda caso erano appena intervenuti, senza alcuna motivazione ed a solo scopo intimidatorio: la reazione degli altri compagni, fermi come chi sa di avere ragione, ha indotto i due zelanti “tutori dell’ordine” a dedicarsi ad altro. Da ricordare, inoltre, che la Questura ha cercato per alcune settimane di subordinare l’autorizzazione per il corteo dell’8 ottobre alla costituzione in via formale del Comitato casa, nell’ossessione di identificare ‘i capi’ del movimento, particolarmente quelli di origine araba perché considerati più attaccabili. Ciò che i funzionari di polizia non riuscivano a spiegarsi è che le lotte operaie non hanno capi, tantomeno ‘mestatori che tramano nell’ombra’, ma traggono la loro forza dal collettivo. La necessaria direzione della lotta, dai compagni eletti portavoce ai membri di una delegazione di trattativa, è sempre stata espressione di discussioni e decisioni prese in assemblea e sottoposta al controllo del Comitato rispetto al proprio operato.

Le posizioni del sindaco Pattuzzi sono state sistematicamente ospitate con grande risalto sui mezzi di informazione, molto spesso senza verificarne la veridicità. Il Resto del Carlino si è distinto in attacchi sistematici alla lotta ed al Comitato casa. Per confondere la nostra lotta con la delinquenza si è buttato in pasto ai lettori di domenica 26 giugno, un giorno prima dello sgombero, la notizia – poi non confermata – di “un nuovo arresto nel palazzo da sgomberare… questa volta per spaccio e ricettazione”; lo stesso articolo passa quasi impercettibilmente dalla notizia dell’arresto alle posizioni politiche espresse dal Comitato sul primo sgombero parziale del 24 giugno.

L’elenco degli episodi di disinformazione è lungo, a partire dal balletto delle cifre ad ogni corteo o iniziativa pubblica del Comitato. Dopo il 2 luglio Il Carlino parlava di “poco più di 200 manifestanti”, venendo sbugiardato persino da Gazzetta di Modena e TeleModena, che fornivano cifre più veritiere tra gli 800 ed i 1000; dopo l’8 ottobre, invece, si è preferito parlare di “150 arrabbiati”, con un evidente intento di descrivere i manifestanti come gente pronta a violenze contro tutto e tutti. In questo senso anche la Gazzetta di Modena ha fatto la sua parte di lavoro non lesinando la qualifica di “estremisti” ai militanti del Comitato casa.

La lotta del palazzo verde è stata invece una lotta che, benché sia rimasta confinata a livello locale, ha avuto caratteristiche di massa evidenziando la volontà di centinaia di lavoratori di rispondere all’arroganza padronale. A ben poca cosa si riduce la libertà di stampa, come ogni libertà democratica, sotto il capitalismo. Tutti avrebbero in astratto le stesse possibilità di far intendere le proprie idee, ma i capitalisti hanno anche i soldi per mantenere quotidiani di grande tiratura e addomesticare o isolare i giornalisti non allineati e ficcanaso.


Sicurezza e legalità?


Da diversi anni la cosiddetta questione della sicurezza dei cittadini è al centro della lotta politica tra i partiti in Italia. Durante le campagne elettorali manifesti e convegni inneggianti alla sicurezza caratterizzano tanto le forze del centrodestra che quelle del centrosinistra. Il tema della criminalità è stato anche lo strumento principale con cui la giunta di Sassuolo ha creato consenso sulla propria scelta di sgomberare il palazzo verde. La stessa ordinanza di sgombero del 7 giugno invoca, tra le altre, ragioni di ordine pubblico e pericolosità sociale. Con accenti e sfumature differenti, l’arco di partiti che va da An ai Ds ha amalgamato la questione della criminalità con la clandestinità, ovvero l’esistenza di immigrati sprovvisti di regolare permesso di soggiorno. La stampa locale più reazionaria poi ha agito da cassa di risonanza per questa campagna ideologica, per nulla nuova alla borghesia, che presenta gli immigrati, particolarmente se clandestini, come la minaccia alla pacifica convivenza civile. La formula razzista “marocchino = spacciatore” è il modo in cui ciò si è concretizzato a Sassuolo, mille altri esempi della stessa natura sono possibili considerando altre realtà geografiche con immigrati di altra provenienza.

La dirigenza dei Ds ha completamente capitolato di fronte a questa offensiva reazionaria e razzista di cui è stata anche agente attivo. Recentemente, il capogruppo in consiglio comunale dei Ds di Sassuolo ha addirittura vantato di aver ottenuto 5 agenti in più di Polizia Municipale (mentre l’ospedale è stato privatizzato, come l’ex municipalizzata, ed aumentano i soldi pubblici per le scuole cattoliche ed il teatro Carani gestito da privati).

La campagna della classe dominante sulla legalità ha almeno tre obiettivi molto pericolosi:

1) deviare l’attenzione dei lavoratori dalla crisi economica del capitalismo proponendo un capro espiatorio, una presunta delinquenza frutto degli immigrati, funzionale inoltre a dividere la classe operaia su linee nazionali o religiose;

2) nascondere, dietro un generico polverone sulla delinquenza, quelle forme di criminalità proprie della classe dominante, deviando da esse l’attenzione dei lavoratori. Basti pensare ai 4 lavoratori che muoiono mediamente ogni giorno in Italia perché i padroni risparmiano sulla sicurezza, ai recenti scandali della Nestlé o del gruppo Cremonini che vende carne avariata a Cuba ricevendo fondi dell’UE, al ruolo delle banche nei crack Cirio e Parmalat o alle piratesche scalate finanziarie dell’estate col coinvolgimento del governatore della Banca d’Italia o ancora all’operato della mafia, parte peculiare ma integrante della borghesia italiana. Gli unici reati su cui non si fanno crociate pubbliche sono quindi quelli che colpiscono quel particolare cittadino che è il lavoratore salariato;

3) piegare le forze della sinistra e del movimento operaio sul terreno ideologico e far loro accettare, in nome della sicurezza e della legalità, misure repressive di restrizione dei diritti democratici, come a livello nazionale è il pacchetto Pisanu, e di potenziamento degli apparati polizieschi. A Genova nel 2001 ma anche recentemente, laddove il conflitto di classe ha avuto punte più acute (autoferrotranviari, Fiat di Melfi, val di Susa), i lavoratori hanno constatato direttamente la funzione antioperaia dell’apparato statale. Ciò che la borghesia chiama legalità non è nient’altro che il velo della sua dittatura di classe.

Davanti a questa campagna per far trionfare “legge e ordine”, la posizione dei vertici locali del Prc è stata, a dir poco, ambigua. Denunciando soltanto gli “eccessi” della polizia non si è mai data una risposta netta a quei comitati di quartiere sorti a Sassuolo per rivendicare mano dura contro lo spaccio e i clandestini, più polizia e un’applicazione rigida del decreto Pisanu. Da comunisti siamo contrari allo slogan “più polizia” e riteniamo che la droga sia un problema sociale: il movimento operaio deve lottare su due fronti: da un lato rivendicare casa, servizi sociali e lavoro per tutti evitando così che tanti giovani, senza speranza per il proprio futuro, si facciano falcidiare dalla tossicodipendenza, dall’altro, esigere la cancellazione di tutte le leggi antimmigrati e la concessione del permesso di soggiorno a tutti quelli che lo richiedono per sottrarre al lavoro nero e alla grande criminalità, per esempio ai trafficanti internazionali di droga, gli immigrati clandestini, ovvero una manovalanza disperata, senza mezzi rilevanti di organizzazione politica e sindacale e priva di prospettive di inserimento lavorativo e sociale.

Nell’analisi sulla criminalità dei dirigenti del Prc non ci sono più padroni e operai, sfruttati e sfruttatori, mentre si erge nella sua purezza interclassista la mitica figura borghese del “cittadino”. Tra subalternità teorica e cedimenti pratici il cerchio si chiude: davanti ad una criminalità generica che costituirebbe un pericolo per il cittadino in generale non si può che soccombere davanti alle misure repressive e di militarizzazione della società proposte dalla borghesia, magari invocando invano maggiore umanità. È invece compito del movimento operaio, e in primo luogo dei comunisti, il rilancio di una battaglia per la trasformazione rivoluzionaria della società sotto la cui bandiera coinvolgere anche quei settori della società, composti sia da italiani che da immigrati, completamente emarginati a causa del marciume del capitalismo.


Ancora in piazza l’8 ottobre


La ripresa della lotta a fine agosto ha dovuto fare i conti sin dall’inizio con la stanchezza crescente dei compagni del Comitato casa, specialmente quelli più attivi nel primo mese e mezzo di mobilitazione. Le energie non sono infinite ed ogni lotta è destinata a conoscere alti e bassi. In più, i compagni del Comitato casa direttamente coinvolti dallo sgombero sopportavano – e sopportano – lo stress dovuto all’incerto destino della propria casa, alla precarietà abitativa della propria famiglia e talvolta anche alle difficoltà nel rinnovo del permesso di soggiorno. Infatti, tuttora Comune e Questura non accettano via san pietro 6 come residenza e, ai fini della concessione della stessa, considerano valide solo le situazioni in cui gli sgomberati, messi sotto pressione, hanno accettato di pagare un affitto per l’alloggio provvisorio.

Nel mese di settembre il Comitato ha deciso di concentrare le proprie forze su una serie di volantinaggi davanti alla Festa provinciale de l’Unità, in preparazione del presidio del 9 settembre cui hanno aderito le Rsu Fiom di importanti aziende metalmeccaniche come la Ferrari e la Rossi Motoriduttori oltre alle intere Rsu Terim, Smalti Modena e Sps. L’appuntamento seguente è stato il corteo dell’8 ottobre. Nelle adesioni ricevute si concretizza la lunga lotta del comitato e anche la battaglia tenace condotta all’interno del Prc. Infatti, a quattro mesi dall’inizio della vertenza, finalmente c’è stata l’adesione del partito a livello regionale, conquistata in buona misura anche grazie all’appoggio unanime del Cpf di Bologna.

L’8 ottobre, in una piovosa giornata autunnale, si riuniscono ancora 5-600 manifestanti, una partecipazione più che positiva, ma inferiore a quella di luglio, che indica le difficoltà a vedere uno sbocco per una lotta che fatica ad aprire una breccia fra i lavoratori italiani, mentre fra gli immigrati pesano la stanchezza e la difficoltà nel tracciare una prospettiva. Nel suo intervento al comizio conclusivo del corteo dell’8 ottobre, il capogruppo al consiglio regionale del Prc, Leonardo Masella, sostiene pienamente la piattaforma del Comitato casa chiedendo la revoca dello sgombero e la ristrutturazione del palazzo, anche attraverso l’utilizzo di fondi pubblici specificamente destinati al risanamento di edifici in cattivo stato. La federazione di Modena del Prc, sempre attenta a non sbilanciarsi troppo a favore del Comitato casa, ha aderito formalmente al corteo rimarcando però la propria contrarietà alla ristrutturazione dell’immobile e non organizzando nulla per garantire la riuscita del corteo. Per anni ci si è accodati acriticamente ad ogni movimento, ma una volta giunti al governo, anche se solo a livello locale, si scopre l’“autonomia del partito” rispetto ai movimenti…


Il ricorso al Tar è bocciato


Nel mese di luglio si era posta la questione di scegliere se ricorrere al Tar. Pur mantenendo l’idea che la centralità spettasse alla lotta politica, il Comitato ha deciso di utilizzare anche la battaglia legale come strumento ulteriore di pressione, benché secondario. Lo stesso ragionamento è stato fatto per quanto riguarda le interrogazioni nelle istituzioni (dal Senato al Consiglio regionale fino a quello comunale). L’apertura di un fronte di lotta anche sul terreno legale è stata in più occasioni utile per mantenere coeso il Comitato casa, non perdendo per strada i settori meno politicizzati, ma anche per risolvere positivamente problemi amministrativi che sorgono inevitabilmente e con una certa frequenza, soprattutto quando a lottare sono lavoratori immigrati.

Forse una mobilitazione massiccia – mettendo i riflettori su quella decisione – avrebbe potuto creare un ambiente più favorevole all’ottenimento di un briciolo di giustizia. Così non è stato. Il giorno dopo il dibattimento al Tar sulla sospensiva, durante il quale il Comitato ha organizzato un presidio a Bologna, i giudici depositavano il 28 ottobre in cancelleria l’ordinanza n. 984 che bocciava la nostra richiesta, argomentando con un certo cinismo che “comunque lo sgombero è stato già eseguito”. Immediatamente, ben prima della notifica agli avvocati che sarebbe avvenuta soltanto una settimana dopo, il Comune di Sassuolo era informato dell’ordinanza e lanciava trionfalistici appelli agli organi di informazione, lasciando intendere che la causa fosse terminata (cosa non vera, abbiamo impugnato la sentenza al Consiglio di Stato ed il Tar deve ancora dare la sentenza definitiva basata su valutazioni di merito) e dichiarandosi convinto sin dall’inizio che i tribunali non gli avrebbero dato torto.

La sconfitta del primo round della battaglia legale, unita alla stanchezza ed alla tensione accumulate in quattro mesi di lotta, ha accresciuto un clima di demoralizzazione anche all’interno del Comitato casa. Senza cambiamenti nella situazione oggettiva la sconfitta è vista ora da tutti noi come probabile. Non per questo non ci batteremo fino alla fine. Siamo tuttavia consapevoli che le sole battaglie che non si perdono sono quelle che non si combattono.

Compito di una direzione politica è anche quello di guidare una ritirata, cercando di contenere al massimo le perdite. Così il Comitato mantiene alta l’attenzione cercando di recuperare forze per passare nuovamente all’azione. Ora ci difendiamo. Mentre scriviamo la maggioranza degli ex residenti del palazzo verde non ha venduto la propria casa al Comune e continua, con un gesto politico di grande coraggio, a rifiutarsi di pagare l’affitto per gli alloggi provvisori spesso fatiscenti in cui il Comune ha sbattuto la gente.

Abbiamo collaborato col circolo del Prc di Sassuolo i cui compagni hanno effettuato un sopralluogo in diversi alloggi provvisori concessi dal Comune. La visita, con tanto di foto, si è concretizzata in un duro comunicato stampa del segretario del circolo, che è anche consigliere comunale, utile a mantenere alta l’attenzione sulla nostra lotta e sulle emergenze più gravi. Molti proprietari, tuttavia, anche se alloggiati in modo decoroso, sono compatti in alcune forme di protesta: un affitto non lo pagavano prima dello sgombero e non vogliono pagarlo ora dopo essere stati brutalmente sgomberati! È compito di ogni organizzazione di sinistra e del movimento operaio sostenere i lavoratori del palazzo verde anche in questa ulteriore azione di protesta.


Per l’unità di classe dei lavoratori! Per l’internazionalismo!


 La lotta dei lavoratori del palazzo verde è un chiaro sintomo dell’esistenza di un settore di proletariato immigrato che non ci sta più ad essere considerato solo come braccia da sfruttare ed alza la testa per rivendicare i propri diritti. È proprio questo che sindaco e giunta di Sassuolo non avevano previsto, sperando di portare a termine lo sgombero nel più totale silenzio per comprare in seguito con quattro soldi tutti gli appartamenti, acquistati con anni di lavoro in fabbrica, ed abbattere il palazzo cambiandone la destinazione d’uso.

Il movimento operaio italiano non deve lasciare soli questi lavoratori. Un attacco a uno è un attacco a tutti. I lavoratori immigrati, di qualsiasi nazionalità o religione essi siano, sono alleati per sconfiggere i veri nemici: i padroni ed il sistema capitalista

Tra il 2000 ed il 2005 in Italia la popolazione immigrata è raddoppiata toccando i 2,8 milioni di persone, esclusi ovviamente alcune centinaia di migliaia di clandestini. Per la maggior parte si tratta di operai, di cui sono tra l’altro in forte aumento le iscrizioni ai sindacati, in particolare alla Cgil ma anche alla Cisl. In molte città industriali del nord Italia e dell’Emilia-Romagna la percentuale di immigrati sul totale della popolazione ha superato il 10%. Quasi in contemporanea con quest’ultima ondata migratoria, simile nei numeri a quella che portò nelle fabbriche del nord milioni di meridionali durante gli anni ‘60, sono state varate le leggi più dure contro l’immigrazione della storia d’Italia, prima con l’istituzione dei Cpt con la legge Turco-Napolitano del 1999 e poi con la Bossi-Fini del 2002 che istituisce un legame inscindibile tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro, consegnando completamente i lavoratori immigrati nelle mani dei loro padroni. A ciò si aggiunga la barbarie dei Centri di Identificazione e l’aggressività dei controlli polizieschi sui disperati che arrivano sui gommoni dalle coste del Nordafrica, per cui si stanno preparando nuovi lager in Libia in accordo bilaterale col governo di quel paese.

Non saranno certo le leggi razziste contro l’immigrazione a fermare l’ondata di milioni di persone in fuga dalla miseria, dalla guerra, in una parola dalla crescente barbarie frutto del sistema capitalista. Il crollo dei prezzi delle materie prime, le politiche di privatizzazione promosse dal Fondo Monetario Internazionale e il peso degli interessi sul debito estero stanno creando condizioni di vita da incubo nei paesi ex coloniali di Asia, Africa e America Latina. Per questo la necessaria lotta per i diritti degli immigrati è importante ma non sufficiente.

L’esperienza di questi anni mostra la volontà dei lavoratori immigrati di conquistare condizioni di vita degne. I lavoratori italiani e le loro organizzazioni non possono restare sordi all’appello che nasce da lotte come quella di Sassuolo e tante altre che in questi anni hanno mostrato la volontà degli immigrati di conquistare condizioni degne di vita e di lavoro. I lavoratori immigrati non hanno lottato solo spinti dalle loro necessità contingenti, ma sono stati anche parte integrante del movimento contro la guerra e delle lotte sindacali di questi anni, da quella per l’art. 18 a quella dei metalmeccanici. L’unità fra i lavoratori italiani e immigrati può essere costruita non sulla base di un approccio caritatevole, più o meno paternalista, ma riconoscendo i nostri interessi comuni nel difendere le condizioni di tutti, nell’opporci alla guerra fra poveri e alla decadenza di un sistema economico che, in Italia come su scala internazionale, ci propone un precipitare nella guerra, nello scontro etnico, razziale, religioso, dietro il quale si cela come sempre il saccheggio e l’oppressione dei paesi imperialisti sul resto del pianeta. A questa barbarie rispondiamo rilanciando la solidarietà internazionalista e la prospettiva di una società diversa, libera dal dominio del profitto e dallo sfruttamento. Crediamo che questo sia l’insegnamento di una lotta come quella condotta a Sassuolo, e delle tante altre che indubbiamente vedremo nascere in futuro.

30/3/2006 

 

 
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