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Contro il razzismo lotta di classe PDF Stampa E-mail
Immigrazione
Scritto da Andrea Davolo   
Martedì 20 Ottobre 2009 05:59

Il 7 ottobre del 1989, dopo l’uccisione di un rifugiato sudafricano, Jerry Essan Maslo, si convocava a Roma la prima grande manifestazione di massa contro il razzismo. Oggi a 20 anni di distanza, varie associazioni antirazziste e forze politiche e sociali di sinistra, manifesteranno il 17 ottobre a Roma in un fase buia caratterizzata da un escalation di aggressioni razziste.



Stando al rapporto Lunaria raccolto nel “Libro Bianco sul razzismo in Italia” e diffuso lo scorso giugno i casi di violenza a sfondo razziale sarebbero notevolmente aumentati. Solo negli ultimi due anni, infatti, se ne sono registrati ben 319, senza considerare quelli che non sono stati denunciati alle autorità competenti. Un fenomeno preoccupante legittimato da quel complesso di norme chiamato “pacchetto sicurezza” che oltre a peggiorare drasticamente le condizioni di vita dei migranti, negando alla radice diversi diritti fondamentali, con l’introduzione del “reato di clandestinità”, e quindi del doppio binario giuridico e delle doppie misure utilizzate per giudicare nativi e immigrati, diffonde l’idea che l’immigrato sia un essere inferiore, non meritevole di dignità umana, oltre che causa principale delle problematiche sociali di questo paese.

Di fronte a tale scenario, un antirazzismo che si appella semplicemente alle regole del vivere civile e democratico mostra tutti suoi limiti e le sue debolezze. “Discriminare per meglio sfruttare” questa è la linea seguita da chi come la destra, in primis la Lega Nord, fa della lotta all’immigrazione il suo cavallo di battaglia nel tentativo di nascondere accuratamente da quale parte stanno lor signori. Non è certo un caso che la veemenza delle leggi razziste aumenti in corrispondenza dell’approfondirsi della crisi economica e in un momento in cui centinaia di migliaia di posti di lavoro rischiano di essere cancellati. Costruire un clima da caccia all’immigrato permette di scaricare più semplicemente i costi della crisi sui più deboli.

Quando il razzismo finisce per infettare anche i ceti popolari, come oggi accade in Italia, è perché, in assenza di una proposta politica in grado di costruire l’unità fra sfruttati, tra i lavoratori si fa strada l’idea che i primi a pagare possano essere gli ultimi, gli immigrati, ma anche i precari che a centinaia di migliaia in questi mesi sono stati espulsi dai posti di lavoro. Succede quindi che norme che rendono sempre più difficile l’ottenimento della regolarizzazione, la restrizione dei flussi, il respingimento alle frontiere, siano percepite da settori della stessa classe lavoratrice come norme in grado di tutelare il lavoro e lo stato sociale per gli “italiani”. è così che la Lega Nord finisce paradossalmente per essere vista come una forza politica che difende gli interessi dei lavoratori italiani proprio mentre indebolisce il contratto nazionale, taglia pesantemente gli organici nelle scuole, favorisce l’evasione fiscale, regala finanziamenti pubblici ai padroni sottoforma di incentivi.

Non può quindi essere efficace un antirazzismo che si fa carico del “senso di insicurezza” che esiste fra i lavoratori. Senso di insicurezza che troppe volte la sinistra, con un atteggiamento difensivo, ha descritto come “solo percepito”, ma che invece è reale e ha a che fare con la perdita del posto di lavoro, con la mancanza di posti negli asili nido, con l’assenze di abitazioni con canoni d’affitto accessibili.

La sfida sta tutta nel costruire percorsi per un antirazzismo di massa in grado di incanalare la rabbia per questa insicurezza non verso l’immigrato, ma verso i reali responsabili della crisi, i padroni e il governo.

Abbandonare definitivamente l’antirazzismo dei buoni sentimenti per abbracciare un antirazzismo di classe significa, per esempio, anche ingaggiare una campagna che smonti pezzo dopo pezzo l’ipocrisia della “lotta contro la clandestinità”. Bisogna ribadire che l’attuale politica dei decreti flussi, che tenta di stabilire a priori il numero di immigrati che possono fare il loro ingresso in Italia in base ad una presunta necessità dichiarata dagli industriali e concordata con il Governo, o che i respingimenti in mare sono provvedimenti che in nome della lotta contro la clandestinità producono solo l’aumento del numero di clandestini con il risultato di procurare un sempre più vasto “esercito di riserva” costituito da forza lavoro estremamente ricattabile che possa essere utilizzato per meglio ricattare anche i lavoratori italiani. D’altra parte solo il 10% di migranti irregolari lo sono perché giunti “via mare”, mentre il 70% dei migranti diventano irregolari dopo essere entrati regolarmente in Italia, segnale inquietante di una politica (quella leghista, ma che non dimentichiamo lo è stata anche del centro-sinistra) pensata per produrre e generare “clandestinità”.

Ma, soprattutto, gettare le basi per un antirazzismo che adotti un punto di vista di classe significa legare la lotta contro il razzismo e le organizzazioni di destra e di estrema destra alle lotte sociali per la difesa dei posti di lavoro, della scuola pubblica, del diritto alla casa.

Occorre, ad esempio, costruire coordinamenti anti-razzisti che coinvolgano lavoratrici e lavoratori immigrati che intervengano in solidarietà con i lavoratori colpiti dalle crisi aziendali, dagli sfratti, dalla crisi economica sottolineando l’unità e la coincidenza degli interessi di tutti i lavoratori, a prescindere dalla loro nazionalità.

Occorre lottare dentro le organizzazioni sindacali che vedono inquadrarsi al loro interno sempre più lavoratori e lavoratrici migranti perché venga superata qualsiasi logica separatista dell’intervento sull’immigrazione o, peggio ancora, la logica che vede nell’intervento politico-sindacale con i migranti solo le finalità della consulenza legale o della mediazione linguistica.

Lavoriamo in tutti i territori perché i migranti possano trovare gli strumenti e la fiducia per essere sempre più in prima fila nelle mobilitazioni. Solo così passeremo a praticare un antirazzismo che possa trasformare lo slogan dell’unità fra i lavoratori in una realtà.

 
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