In difesa del marxismo
n°7 - La rivoluzione araba
La guerra di liberazione
algerina (1954-1962)
di Francesco Giliani
Agosto 2003: il
Pentagono Usa ha proiettato ai suoi ufficiali “La Battaglia di Algeri” di
Pontecorvo. Il film mostra un episodio della guerra di liberazione nazionale
algerina. In Algeria una guerriglia prevalentemente contadina sconfisse
l’imperialismo francese. Il fattore puramente militare non fu decisivo nel
determinare l’esito della guerra. I vertici politico-militari nordamericani
sembrano preoccupati che l’attuale impantanamento in Iraq si trasformi in una
sconfitta cocente come quella subita dalla Francia in Algeria. I loro timori
sono senz’altro fondati.
Le lotte di liberazione
nazionale in Africa, Asia e Medio Oriente sono state un passo in avanti per
l’umanità. Ogni colpo inferto all’imperialismo ed alle catene dell’oppressione
nazionale deve essere visto con favore da ogni militante comunista. Infatti,
anche quando non arriva all’abbattimento del capitalismo, rappresenta un passo
in avanti nella lotta per il socialismo indebolendo l’imperialismo. Quali forze
sociali e politiche guidarono la lotta del popolo algerino contro l’oppressione
imperialista? Come fu possibile sconfiggere uno degli eserciti più moderni del
mondo? Quali programmi e quali metodi di lotta vennero impiegati? Quali effetti
ebbe in Francia la lotta di liberazione nazionale del popolo algerino? Quale
tipo di regime si instaurò in Algeria con l’indipendenza ottenuta nel 1962? Era
un regime socialista oppure no?
Questi sono alcuni dei
temi che tenteremo di approfondire in questo articolo.
Il colonialismo
francese
Dal XVI secolo al 1830 i
turchi governarono il territorio corrispondente all’attuale Algeria attraverso
una rete di sultani e caid scelti tra
l’aristocrazia guerriera e rimpiazzati ogni tre anni. La Cabilia era governata
dai marabù, capi religiosi alleati della casta militare turca. Nessun processo
di centralizzazione statale si sviluppò. Le principali attività economiche di
Algeri erano la pirateria ed il commercio di schiavi. Si dovette attendere
l’inizio del XIX secolo per assistere alla nascita di una borghesia commerciale
ed artigiana. All’infuori di alcune città costiere (Algeri, Annaba), fino
all’occupazione francese dominava la proprietà comunitaria e tribale della
terra, forma di possesso collettiva che costituiva una vestigia di comunismo
primitivo. I pascoli erano possesso indiviso delle tribù, nomadi o sedentarie. Il
diritto borghese moderno non esisteva: tutto si regolava in base a pratiche
consuetudinarie. La differenziazione di classe era embrionale. Le aristocrazie
guerriere e religiose derivavano i loro privilegi soprattutto dalle funzioni
politiche svolte e la loro preminenza sul terreno dei rapporti di proprietà era
sottoposta a numerosi vincoli.
La colonizzazione
francese, iniziata nel 1830, catapultò l’Algeria dallo stadio superiore della
barbarie direttamente al capitalismo, saltando quasi a piè pari il feudalesimo.
La formazione di uno Stato centralizzato moderno fu imposta dall’esterno per
opera dei colonizzatori. Marx osservò che paesi come l’Algeria sarebbero potuti
passare direttamente dal comunismo primitivo a quello moderno qualora il
proletariato dei paesi capitalisti avanzati avesse preso il potere nel corso
del XIX secolo. Con buona pace di chi distorce il marxismo presentandolo come
una filosofia della storia gradualista!
La distruzione della
proprietà comunitaria della terra e la formazione di una proprietà fondiaria
individuale fu realizzata brutalmente. Le colonie militari confiscarono le
terre arbitrariamente, specialmente quelle delle tribù ribelli; lo Stato
francese assunse la gestione di terre che il Demanio turco non aveva toccato. Nel
1871 in Cabilia esplose l’ultima grande rivolta tribale: il suo soffocamento
fornì il pretesto per una confisca di 500mila ettari di terra. A partire dal
1863 il governo francese aveva promulgato una serie di leggi per la confisca
delle terre e la definizione formale di confini tra le proprietà. Tra il 1871
ed il 1898 più di un milione di ettari furono messi a coltura dai coloni
francesi. Nel 1880 Marx rilevò che, malgrado i passi compiuti sulla via del
capitalismo, soprattutto con la legge sulla parcellizzazione del 1873, la
proprietà tribale basata sulla consanguineità persisteva in numerose zone del
paese.
La borghesia francese ha
sempre considerato l’Algeria come una riserva di prodotti agricoli e minerari
da esportare allo stato grezzo. L’industria pesante e dei beni di produzione
restò debole: gli investimenti erano resi insicuri da una infrastruttura
economica embrionale, dall’assenza di energia a basso costo e da un sistema di
trasporti arcaico (esisteva, ad esempio, una sola linea ferroviaria). La
manodopera a basso costo non ovviava, da sola, a questi svantaggi. Ciononostante,
l’industria e l’urbanizzazione conobbero un notevole incremento. La percentuale
di Pil (prodotto interno lordo) concentrata nell’industria passò dal 10% del
1880 al 26% del 1955. Nella prima metà del XX secolo Algeri moltiplicò per
sette volte la sua popolazione ed Orano per sei.
La nascita del
movimento nazionalista (1926-1953)
Il movimento nazionalista
algerino nacque a Parigi. La necessità di una lotta contro l’oppressione
nazionale venne compresa innanzi tutto dalla classe operaia algerina immigrata
in Francia. Nel 1926 venne così fondata, sotto l’egida del Pcf (Partito
comunista francese), la Stella Nord-Africana (Ena, Etoile Nord-Africaine). Il primo segretario fu Hadj Abd-el-Kader,
membro del Comitato Direttivo del Pcf, mentre il presidente era Messali Hadj,
membro anch’egli del Pcf. Nel programma dell’Ena l’indipendenza nazionale era
collegata alla liberazione sociale e si rivendicava la nazionalizzazione di
banche, miniere, porti, ferrovie e servizi pubblici. L’Ena passò da 3mila
iscritti nel 1927 a 40mila nel 1931.
Nel contempo, anche la
debole borghesia algerina si dotò di uno strumento politico, fondando nel 1927
la Federazione dei Deputati. Era un raggruppamento di notabili eletti negli
organismi locali coloniali, dove agli europei era riservata automaticamente la
maggioranza. Sostennero questa formazione politica padroni dell’industria
leggera, proprietari terrieri, ricchi commercianti e professionisti che
offrirono i propri servigi all’imperialismo francese sperando di essere
ricambiati col consolidamento dei propri privilegi. I diversi settori della
classe dominante, lungi dal voler guidare una lotta antimperialista, si
adattavano al sistema coloniale e, consci della loro debolezza, contavano sulle
baionette francesi per mantenere asservita la nascente classe operaia e le
masse diseredate delle campagne. La coscienza di classe aveva la precedenza
sulla coscienza nazionale. La borghesia compradora
algerina aveva infatti più paura delle masse che dei francesi. Gli
intellettuali volevano l’accesso ai posti dell’amministrazione coloniale ed
alle libere professioni. Erano rappresentati da un dirigente della Federazione
dei Deputati come Ferhat Abbas, farmacista.
Nel 1936 l’ondata di
scioperi ed occupazioni che scosse la Francia ebbe un suo prolungamento anche
in Algeria e Marocco. I minatori ed i proletari agricoli arabi scioperarono
scontrandosi con la polizia ad Algeri, Orano, nelle miniere di Ouenza e nella
regione di Costantina. La vittoria elettorale del Fronte Popolare (Pcf-Sfio-radicali)
creò enormi speranze. Il Pcf aumentò di sette volte i suoi voti in Algeria. Tuttavia
il Fronte popolare deluse ben presto le speranze con la sua politica
reazionaria sia in Francia, sia sul piano internazionale. L’indipendenza non
venne concessa. L’unica proposta fu il progetto di legge Blum-Violette, che
concedeva la nazionalità francese a 21mila algerini in possesso di laurea. Era
una politica di assimilazione della borghesia algerina. Tuttavia, la pressione
dei coloni, che consideravano come tradimento qualsiasi concessione alla
borghesia araba, fece desistere il governo Blum.
Le forze del nazionalismo
algerino si erano federate durante il I° congresso musulmano del giugno ’36. Quest’alleanza
comprendeva l’Ena, la Federazione dei Delegati e la borghese Associazione degli
Ulema (dottori in religione). L’alleanza si frantumò perché
Messali Hadj, segretario dell’Ena, intercettò la radicalizzazione tra le masse
arabe difendendo la parola d’ordine dell’indipendenza. La popolarità dell’Ena
crebbe enormemente. Il Fronte Popolare, tenace difensore del capitalismo
francese, passò alla repressione aperta. Il 27 gennaio 1937 l’Ena fu messo
fuorilegge, Messali ed altri militanti nazionalisti incarcerati. Il Pca
(Partito comunista algerino), solidale con le scelte del Pcf, si svuotò. Nel
marzo 1937 l’Ena era rinato cambiando il suo nome in partito del popolo
algerino (Ppa) e ad ogni elezione amministrativa recuperava voti dal Pca.
La fine della seconda
guerra mondiale scatenò un’ondata di lotte di massa in Algeria, dove i giovani
erano stati utilizzati da De Gaulle come carne da cannone sui campi di
battaglia europei. L’8 maggio 1945 manifestazioni tumultuose si trasformarono
in movimenti insurrezionali a Sétif e Guelma. La repressione del governo
Pcf-Sfio-Mrp (Movimento Repubblicano Popolare, democristiano) fu feroce. Nella
provincia di Sétif il Mtld (Movimento per il Trionfo delle Libertà
Democratiche), nuovo nome del Ppa, denunciò 40mila morti. Nonostante ciò, i
vertici del movimento nazionalista condannarono l’insurrezione di Sétif. Il
movimento nazionalista era diviso in due formazioni: l’Udma, che rifletteva gli
interessi della debole borghesia algerina desiderosa di raccogliere le briciole
che gli avrebbe lasciato il suo padrone francese, ed il Mtld, a direzione
piccoloborghese, che agitava la parola d’ordine dell’indipendenza, della guerra
al colonialismo ed ai suoi lacchè, colorando tutto con una demagogia
socialisteggiante per trainare dietro di sé le masse lavoratrici e plebee che
identificavano liberazione nazionale e sociale.
Il Partito comunista
francese, l’Internazionale comunista e la questione coloniale
I primi quattro congressi
dell’Internazionale comunista (Ic), fondata nel 1919, riservarono particolare
attenzione alla questione coloniale. Si considerava infatti che “senza il possesso dei grandi mercati e di
territori da sfruttare nelle colonie, le potenze capitaliste d’Europa non
potrebbero mantenersi in piedi a lungo”. La condotta dei partiti comunisti
doveva essere nitida: secondo l’ottava condizione per l’adesione all’Ic “ogni partito appartenente alla III
Internazionale ha il dovere di smascherare senza pietà i misfatti dei “suoi”
imperialisti nelle colonie, di sostenere non solo a parole ma nei fatti ogni
movimento d’emancipazione nelle colonie, di alimentare tra i lavoratori del
proprio paese sentimenti di fratellanza nei confronti della popolazione
lavoratrice delle colonie e delle nazionalità oppresse e di sviluppare tra i
soldati dell’esercito imperialista un’agitazione permanente contro
l’oppressione dei popoli coloniali”.
Il Pcf era nato nel
dicembre 1920 per volontà dei delegati presenti al congresso nazionale della
Sfio (sezione francese dell’internazionale operaia, cioè il vecchio partito
socialista). Tuttavia, ai vertici del nuovo partito si manifestò una certa
resistenza a mettere in pratica le tesi dell’Ic. Il IV congresso dell’Ic
criticò la lentezza con cui il partito francese evolveva “dal socialismo parlamentare al comunismo rivoluzionario”
soprattutto per la resistenza “spesso
eccezionalmente tenace degli elementi che sono ancora piuttosto forti alla
direzione del partito, specialmente nella frazione di centro che, dopo Tours,
ha avuto la sostanziale direzione del partito”. In quel congresso Trotskij
attaccò violentemente lo spirito colonialista ancora diffuso nel Pcf, prendendo
come esempio una risoluzione della sezione Pcf di Sidi-bel-Abbès secondo cui “un sollevamento vittorioso delle masse
musulmane d’Algeria non seguito da un sollevamento simile delle masse
proletarie di Francia porterebbe fatalmente l’Algeria ad un ritorno verso un
regime quasi feudale, cosa che non può essere l’obiettivo di un’azione
comunista”1. Secondo
Trotskij “questo argomento è preso dai
socialdemocratici di destra di prima della guerra. […] Ora che il capitalismo è
in piena decomposizione, è una sfida alle verità basilari della scienza storica
identificare in esso un fattore progressivo per le colonie. Solo il socialismo
può fare uscire le colonie dalla “barbarie”, cioè dalla situazione di ritardo
in cui esse si trovano. Ogni movimento coloniale che indebolisce il dominio
capitalista nella metropoli imperialista è progressista perché facilita il
compito rivoluzionario del proletariato”; sarcasticamente, Trotskij così
riassunse la formula della sezione di Sidi-bel-Abbès: “schiavi delle colonie, restate schiavi finché noi, esseri supremi della
metropoli, avremo cambiato tutto, perché se voi vi private troppo presto della
tutela della nostra borghesia civilizzatrice, voi ricadrete nella vostra
barbarie”2. Il Pcf
teorizzava l’inutilità di sviluppare un lavoro politico tra gli algerini perché
troppo arretrati, scelta fustigata dal IV congresso dell’Ic: “La creazione nelle colonie (Egitto e
Algeria) di organizzazioni comuniste europee isolate è una forma mascherata
della tendenza colonizzatrice e un appoggio agli interessi imperialisti. Costruire
organizzazioni comuniste secondo il principio della nazionalità equivale a
contrastare i principi dell’internazionalismo proletario”. Anche sulla
natura della borghesia coloniale regnava confusione. Il congresso di Algeri
votò un programma in cui i commercianti capitalisti delle città che volevano
diventare dei borghesi francesi naturalizzandosi erano giudicati un settore
progressista: il Pcf si impegnò a “democratizzare
al massimo” le istituzioni coloniali.
Nel 1924-25, l’evoluzione
del Pcf verso il comunismo fu bloccata dall’eliminazione burocratica del gruppo
dirigente Rosmer-Souvarine-Monatte, in sella dal 1923, causata dal suo appoggio
all’opposizione di sinistra diretta da Trotskij. In quel periodo il governo di
destra di Poincaré aiutò la Spagna nella sua guerra contro i cabili del Rif
(Marocco). Nell’aprile del 1925, il governo del “cartello delle Sinistre”
(Sfio, radicali, repubblicani socialisti) rafforzò le operazioni militari
contro le armate di Abd-el-Krim. Il Pcf pubblicò sin dall’inizio dichiarazioni
contro la guerra nel Rif e per “l’evacuazione
completa della Francia dal Marocco”. La gioventù comunista fu
particolarmente attiva nella distribuzione di volantini e giornali in arabo ed
in francese, invitando i soldati alla fraternizzazione con gli insorti. Si
ebbero, in effetti, alcuni casi di fraternizzazione. 200 marinai portati
davanti al consiglio di guerra e 1.500 in attesa già all’inizio del 1925 non sono
una cifra trascurabile. La fraternizzazione non era un appello a rifiuti
isolati di prestare obbedienza agli ufficiali ma aveva l’obiettivo di
organizzare in maniera cosciente tra i soldati una lotta di massa che avrebbe
dovuto, per vincere, cercare un legame coi lavoratori. Apice della campagna
contro la guerra fu lo sciopero generale di 24 ore dell’ottobre 1925, seguito
da più di un milione di operai. Era il primo sciopero politico in Francia
contro una guerra coloniale. A livello internazionale, la direzione dell’Ic di
Zinoviev spingeva verso una politica di adattamento alle formazioni
nazionaliste borghesi o contadine piccolo-borghesi che nascevano nei paesi
coloniali ed arretrati. Così, ad esempio, il giusto appoggio dato
all’insurrezione siriana del 1925, repressa dall’esercito francese, non fu
accompagnato da un lavoro indipendente di costruzione del partito comunista. Dal
Comitato Esecutivo allargato dell’Ic del febbraio 1926 si delineò una politica
mondiale di costruzione, nei paesi coloniali, di partiti nazionalisti sul
modello del Kuomintang cinese.
Durante la rivoluzione
cinese del 1925-27, l’Ic con Stalin e Bukharin ricercò sistematicamente
un’alleanza con una fantomatica borghesia antimperialista presente nel
Kuomintang, dove il Pc cinese fu costretto a sciogliersi. Furono così mandati
al massacro centinaia di migliaia di lavoratori e di comunisti quando anche gli
elementi più di sinistra del Kuomintang, insieme ai signori della guerra,
repressero nel sangue l’insurrezione operaia di Shangai. Erano gli effetti
della politica di alleanza delle “quattro classi” (operai, contadini,
intellettuali e borghesia nazionale). Nonostante questa terribile disfatta,
l’Ic continuò a trasporre meccanicamente questa linea nei paesi coloniali
costruendo essa stessa partiti cosiddetti “operai e contadini” simili al
Kuomintang (che però era a direzione borghese).
Nel mondo arabo questo
condusse alla liquidazione del Pc tunisino nel Neo-Destur nazionalista borghese
ed in Egitto al codismo nei confronti del nazionalista-liberale Wafd. Il
rappresentante dell’Ic, Gero, aveva spiegato ai comunisti francesi che dovevano
creare in Africa del Nord “un partito
nazionalista facendovi entrare elementi indigeni come noi l’abbiamo fatto con
successo in Cina”3.
In Algeria il Pcf creò l’Ena dopo aver cercato, invano, di coinvolgere elementi
della classe dominante locale – compresi elementi feudali, precisò Gero – per
costituire un “Kuomintang algerino”. Nella stampa di partito si sosteneva che “la parte militante della borghesia è
rivoluzionaria”4.
Si finì per costituire un partito basato essenzialmente sulla classe operaia
emigrata in Francia e diretto da militanti comunisti. Febbraio 1927, si tenne a
Bruxelles il congresso costitutivo della Lega contro l’imperialismo. Il
Comitato contro le atrocità in Siria si trasformò in Lega contro
l’imperialismo, divenendo strumento dell’alleanza dell’Ic con la borghesia dei
paesi coloniali.
Fu il più grande congresso
politico anticolonialista tra le due guerre. Parteciparono il partito del
Congresso indiano, l’Apra peruviano, l’Anc sudafricano, l’Ena ecc. Fu il
coronamento della politica “Kuomintang” ma anche la sua ultima tappa. Le
illusioni nazionaliste alimentate dall’Ic si ritorsero contro di essa ed entro
il 1930 tutte le principali organizzazioni della Lega ruppero con l’Ic. La
politica del “Terzo Periodo” allontanò definitivamente l’Ena. Messali Hadj era
uscito dal Pcf nel 1928 e portò avanti senza l’Ic la costruzione in Francia di
un partito nazionalista con una base popolare ed una fraseologia impregnata di
lessico comunista. L’Ena, però, rifiutò ai comunisti la doppia tessera.
La svolta del VII
congresso dell’Ic (1935) verso la politica dei fronti popolari ebbe
ripercussioni immediate sulla politica coloniale. L’Ic, sotto il dominio
stalinista, formulò organicamente una “nuova teoria” sostenendo l’impossibilità
di unire la lotta per la liberazione nazionale a quella per il potere
proletario ed il comunismo, allontanata in un futuro indefinito (teoria delle
due fasi). Era una ripresa mascherata delle teorie mensceviche. Nei paesi
coloniali, i Pc dovevano sottomettersi al programma, ai metodi di lotta ed al
personale politico della borghesia nazionale. In Francia, nel programma di
governo del Fronte Popolare il Pcf introdusse solamente la creazione di una
commissione d’inchiesta sulle colonie e appoggiò la repressione dei movimenti
di liberazione nazionale. Argomentando che le colonie francesi sarebbero potute
cadere sotto il dominio di Hitler e Mussolini, il Pcf si oppose
all’indipendenza e mostrò la sua subordinazione alla “sua” borghesia sostenendo
che “la Francia democratica deve guidare
le colonie sulla via del progresso sociale e della libertà”. Quando l’Ena
chiese l’indipendenza dell’Algeria, il Pcf l’etichettò come fascista ed invocò
la sua messa al bando. Anche il Comitato d’azione marocchina fu bandito dal
Fronte Popolare.
Alla fine della Seconda
Guerra mondiale la linea dei fronti popolari ebbe una nuova applicazione coi
governi di unità nazionale tra Pcf, Sfio e Mrp. Il segretario del Pca,
Caballero nel giugno 1945 spiegò che chi domandava l’indipendenza dalla Francia
era ìagente cosciente o incosciente di un
altro imperialismo”. Dopo l’insurrezione ed il massacro di Sétif il Cc del
Pcf chiedeva di “punire senza pietà e
rapidamente gli organizzatori della rivolta.” Sconfitti Germania, Italia e
Giappone, Caballero non poteva fare riferimento che agli Usa o alla Gran
Bretagna. Ma i comunisti devono dare la priorità al “proprio” imperialismo contro
quello di un altro paese? Questa politica filoimperialista portò il Pcf a
votare i crediti di guerra per sostenere la guerra coloniale in Indocina ed i
bombardamenti in Madagascar5.
Le stesse prese di posizione “pacifiste” erano concepite dalla burocrazia del
Pcf come consigli alla borghesia francese su come meglio conservare le colonie.
Thorez affermò che “L’interesse nazionale
esige il mantenimento dell’influenza francese in Estremo Oriente. La
continuazione delle ostilità contro il popolo vietnamita in violazione ai
principi fissati dalla Costituzione porterebbe fatalmente a perdere queste
posizioni e questa influenza, come si è già verificato in Siria ed in Libano”6, dove l’intervento brutale della Francia
(bombardamento di Damasco ed arresti per l’intero governo libanese) ebbe come
conseguenza la radicalizzazione della lotta per l’indipendenza fino alla
vittoria.
La crisi del 1953-54
e l’inizio della lotta armata
La repressione sanguinosa
del maggio 1945 fu all’origine di anni di riflusso. Questa situazione spinse la
borghesia, ma anche settori di piccola borghesia, a ricercare accordi con
l’imperialismo. L’Udma di Ferhat Abbas, gli Ulema ed il gruppo dirigente del
Mtld si battevano per “l’applicazione
piena” dello Statuto concesso nel 1947 dalla Francia. I loro deputati al
Parlamento di Parigi conducevano un’attività politica discreta. Nessuno parlava
di indipendenza. La situazione portò all’esasperazione la base lavoratrice del
Mtld. Centinaia di militanti scrissero lettere infuocate o visitarono Messali
Hadj, agli arresti domiciliari in Francia. Le proteste vertevano anche sul
silenzio del Mtld a proposito delle lotte in Marocco e Tunisia. Questa rivolta
della base fu incanalata da Messali che nel dicembre 1953 accusò di “riformismo” la direzione del Mtld e
organizzò nel marzo ’54 “Comitati di
Salvezza Pubblici” per lanciare una lotta di frazione. Le denunce di
moderatismo indirizzate alla maggioranza del Mtld suscitarono l’entusiasmo dei
militanti, a stragrande maggioranza con Messali. L’Os (operazioni speciali),
braccio militare e polizia politica del partito, si bilanciò tra le due
frazioni. Boudiaf, dirigente dell’Os, fondò nel marzo ’54 il Crua (Comitato
rivoluzionario per l’unità e l’azione) per tentare di riunificare il partito. L’Os,
benché sentisse le pressioni della base, non poteva scontrarsi frontalmente con
l’apparato del partito da cui dipendeva materialmente.
Sfruttando la frustrazione
e la volontà d’azione della base, il Crua preparò un’insurrezione a freddo. Così,
il 1° novembre 1954, il Crua, divenuto Fronte di Liberazione Nazionale (Fln),
si lanciò contro l’esercito francese. Vennero realizzati 30 attacchi, di cui
solo uno ad Algeri. Un migliaio e mal equipaggiati erano gli effettivi del Fln,
di cui 400 erano concentrati nella regione dell’Aurès. L’avventurismo con cui
fu preparata quest’insurrezione ebbe conseguenze catastrofiche: cellule
smantellate, militanti arrestati perfino grazie alle indicazioni dei contadini.
Nell’Aurès ebbero luogo i primi bombardamenti col napalm da parte della
Francia. In Francia la repressione si abbatté sul Mtld. I suoi locali furono
chiusi, gli archivi sequestrati, le pubblicazioni vietate e Messali fu
nuovamente incarcerato. Il Mtld si riformò col nome di Movimento Nazionale
Algerino (Mna). Anche il movimento operaio, però, cominciò a prendere la
parola: i delegati al congresso nazionale del sindacato dell’educazione (Fen)
votarono una risoluzione per la fine della repressione contro il Mtld e per la
liberazione immediata di Messali.
La guerra di liberazione
nazionale
Quando scoppiò
l’insurrezione del 1° novembre 1954 il modo di produzione prevalente in Algeria
era da tempo quello capitalista. L’Algeria era un caso di sviluppo diseguale e
combinato: istituzioni (come gli aarch
in Cabilia) e rapporti precapitalistici coesistevano con le fabbriche
capitaliste più moderne. La divisione in classi sociali era peculiare. Le due
classi fondamentali prodotte dal capitalismo erano piuttosto deboli. Per la
borghesia si censivano nel 1954 un totale di 120mila “imprenditori, commercianti, artigiani, liberi professionisti”. Nelle
città il proletariato, invece, aveva raggiunto le 330mila unità, soprattutto
portuali, impiegati e operai dell’industria leggera (lana, cotone, alimentari,
settore vinicolo). Circa 90mila proletari erano francesi. Il capitalismo si era
sviluppato nelle campagne accaparrandosi le terre migliori (Mitidja, altopiano
di Orano). 22mila coloni possedevano 2,7 milioni di ettari di terra,
equivalenti al 40% delle terre coltivate, concentrando però il 65% della
produzione agricola. Tra questi, circa 6mila coloni avevano possedimenti
superiori ai 150 ettari e controllavano le produzioni pregiate da esportazione,
come la vite. Tra la popolazione araba si era sviluppata una borghesia terriera
con 25mila proprietari di appezzamenti superiori ai 50 ettari. Questi sviluppi
avevano causato la formazione di un proletariato agricolo di circa 1,5 milioni
di contadini spossessati, mentre mezzo milione di contadini poveri vivevano in
un’economia di sussistenza dotati di mezzi di produzione primitivi. I
disoccupati agricoli toccavano il milione. Inoltre, l’esodo dalle campagne
verso le città aveva formato spaventose bidonville nelle periferie e 200mila
algerini erano diventati operai in Francia.
Il peso della lotta di
liberazione nazionale cadde sulle spalle di operai e contadini. Dalla primavera
del 1955 la guerriglia contadina si espanse a macchia d’olio. In Francia i
lavoratori algerini cercavano spontaneamente un alleato nel movimento operaio
francese. Il 1° maggio 1955 migliaia di algerini sfilarono a Parigi nel corteo
organizzato dalla Cgt (Confederazione Generale del Lavoro, legata al Pcf). Al
comizio finale, però, i dirigenti della Cgt impedirono di parlare ad un
rappresentante del Mna favorevole all’indipendenza, preferendogli un algerino
del Pcf, “addomesticato” all’idea dell’Algeria autonoma legata all’Unione
Francese. Scoppiarono scontri tra il servizio d’ordine della Cgt ed i
messalisti: intervenne la polizia compiendo 200 arresti tra gli operai algerini.
Questo episodio riassume l’atteggiamento opportunista delle burocrazie
sindacali che, difendendo le posizioni dell’imperialismo francese, misero
sistematicamente un cuneo tra lavoratori francesi e algerini. Malgrado ciò,
l’atteggiamento dei lavoratori e dei giovani francesi era differente. Nell’estate
‘56, migliaia di coscritti si rifiutarono di partire verso l’Algeria,
ingaggiando scontri violenti con la polizia nelle stazioni ferroviarie.
La situazione militare
dell’imperialismo francese in Algeria non era promettente. Alla fine del 1954,
55mila soldati furono affiancati da 40mila unità provenienti dall’Indocina,
reduci dall’umiliante sconfitta di Dien-Bien-Phu. Nella primavera-estate del
1955 tutto il Maghreb andò a fuoco. Guerriglia e lotte sociali si
generalizzavano in Marocco e Tunisia. La paura montò alle stelle quando pareva
profilarsi una possibile unione tra i combattenti marocchini dell’Alm (Armata
di Liberazione del Marocco) e l’insurrezione contadina della regione algerina
di Costantina. La Francia fu costretta a negoziare l’indipendenza dei suoi due
protettorati. Il re del Marocco Mohammed V prese la responsabilità di reprimere
quei contadini marocchini che volevano continuare la guerriglia fino alla
liberazione ed all’unità di tutto il Maghreb.
La spinta a sinistra della
società francese ebbe un riflesso nelle elezioni legislative del gennaio 1956. Il
Pcf si confermò primo partito col 26% dei voti, alla Sfio andò il 16%. Venne
formato un governo di centro-sinistra che escludeva il Pcf, con Guy Mollet,
segretario Sfio, primo ministro. Replicando a chi accusava il governo di avere
due politiche: “una politica energica per
l’Algeria ed una politica di concessioni per la Tunisia ed il Marocco”
Pineau, ministro degli esteri, sostenne che era vano credere di poter resistere
ad una guerra generalizzata all’Africa del Nord: “I partigiani di una politica dura in Marocco e Tunisia devono capire
che ciò richiederebbe altri 500mila uomini. Dove pensano di prenderli i nostri
colleghi? Non ho sentito nessuna proposta in questo senso”7.
Già il 2 febbraio Mollet
fu sonoramente contestato dai coloni ad Algeri. Cedette a queste pressioni
nominando governatore generale di Algeri Lacoste, Sfio, gradito a ricchi coloni
e militari. Il governo Mollet, strumento diretto della borghesia francese,
chiese i pieni poteri in Algeria per condurre con la massima ferocia la
repressione. Il 9 marzo l’Usta (unione sindacale dei lavoratori algerini,
legata al Mna) convocò uno sciopero generale contro i poteri speciali. I
lavoratori algerini manifestarono a migliaia ma la lotta rimase isolata. Il 12
marzo Mollet ottenne dal Parlamento i pieni poteri anche coi voti dei
parlamentari del Pcf. Da allora il gruppo dirigente del Pcf mantiene un
rigoroso silenzio su questa sua “prodezza”. Nel 1956 affluirono in Algeria
decine di migliaia di soldati dei corpi speciali (paracadutisti, Legione
Straniera) e gli effettivi presenti schizzarono a 396mila. Dicembre 1956: il
governatore Lacoste incaricò il generale Massu, capo dei parà, di riportare
l’ordine ad Algeri. Il Fln lanciò uno sciopero generale di 8 giorni il 5
gennaio 1957. L’intera città, ma soprattutto la casbah, venne rastrellata dalla forze speciali. Migliaia gli
arresti e le esecuzioni sommarie. Il comitato esecutivo del Fln ordinò un’intensificazione
degli attentati ma poi scappò a fine febbraio 1957. La base del Fln,
spontaneamente, continuò la politica di terrorismo individuale. Il bilancio
della “Battaglia d’Algeri” fu pesante. Intere cellule del Fln e del Mna furono
smantellate. Il movimento operaio crollò e la ricostruzione di strutture
sindacali fu proibita. Iniziò un periodo di riflusso per le masse urbane. Sotto
la pressione dei coloni era stata lanciata contro il popolo algerino una guerra coloniale classica
fatta di violenze, torture e stupri. La guerra in Algeria avrebbe potuto
rilanciare la lotta politica in Francia, in alleanza col popolo algerino. Secondo
il marxista britannico Ted Grant, se questa lotta si fosse prodotta “avrebbe potuto dividere i coloni,
conquistando gli strati inferiori della piccola borghesia ed i piccoli
proprietari alla rivendicazione di un’Algeria socialista, unita fraternamente e
con pieni diritti (incluso quello alla separazione) con una Francia socialista.
Ma la passività del Pcf ed il tradimento socialista, quando Mollet sostenne la
guerra e perfino l’intensificò dopo aver vinto le elezioni con un programma di
pace in Algeria, significarono che la guerra diventò un orrendo conflitto per
lo sterminio dell’avversario da entrambe le parti. I coloni furono saldati in
un’unica massa reazionaria ed i combattenti per la libertà algerini spinti su
un programma puramente nazionalista”8.
Mna e Fln “alla
guerra”
Il Mna partì nel 1954 da
posizioni più di sinistra del Fln. Aveva militanti con anni o decenni di
esperienza nel movimento operaio francese. La base del Mna si trovava
principalmente tra i lavoratori immigrati in Francia mentre il Fln guadagnò
terreno nelle zone rurali dell’Algeria. I militanti del Mna stabilirono
relazioni coi sindacati della scuola (Fen, Snes, Sni) ed ebbero un certo peso
alla Renault, dove militavano a migliaia nell’Ugsa, federata alla Cgt. Politicamente,
ebbero legami con la sinistra della Sfio, con gruppi espulsi dal Pcf, col
gruppo pseudo-trotskista del Pci (Partito Comunista Internazionalista) e con
gli anarcosindacalisti della rivista Vie
Proletarienne di Monatte, storico attivista del movimento operaio. Malgrado
la leadership riformista di Messali Hadj, la base operaia del Mna era un
pericolo per la borghesia francese. Fu così che la Cisl (Confederazione
Internazionale dei Sindacati Liberi), su pressione di Force Ouvrière (Fo), elargì importanti somme per controllare i
dirigenti sindacali del Mna e spingerli ad uscire dalla Cgt per fondare un
sindacato puramente algerino. Nacque così nel febbraio ’56 l’Usta. Questa
manovra reazionaria che introduceva una scissione tra lavoratori su base
nazionale fu ulteriormente favorita dall’atteggiamento nazionalista dei
dirigenti della Cgt.
Un mese dopo nacque l’Ugta (Unione Generale dei Lavoratori Algerini) per
iniziativa dei dirigenti del Fln, anch’essa lautamente finanziata dalla Cisl.
Inizialmente, la borghesia
francese utilizzò come interlocutore “ragionevole” il Fln, in cui la componente
borghese si era notevolmente rafforzata dopo l’ingresso, tra il 1955 ed il
1956, di alcune grandi famiglie borghesi di Algeri, dell’Udma e
dell’Associazione degli Ulema, privi
ormai di qualsiasi sostegno popolare a causa della loro tattica attendista. Vasti
settori del Fln attesero vanamente la fine del conflitto dai governi
Mendès-France e Mollet. Anche il moderatissimo Pca si sciolse nel Fln,
liquidando nell’Aln le sue formazioni militari. A partire dal 1956, però, il
Mna abbandonò progressivamente la parola d’ordine dell’indipendenza a favore di
una “Tavola Rotonda” (leggi negoziato) con la Francia, incaricata di convocare una fumosa
Assemblea Costituente per decidere il futuro dell’Algeria: era la
decolonizzazione per gradi. Messali difese l’idea di un “Commonwealth Francia-Maghreb e franco-africano”, prendendo contatti
col ministro di De Gaulle Houphouet-Boigny. La radicalità passò dalla parte del
Fln che divenne egemone. Nella seconda metà degli anni ’50 il Mna diventò
un’agenzia dell’imperialismo francese. Addirittura, nel 1961 la maggioranza del
suo Comitato centrale tramò col governo gollista Debré fino a formare un nuovo
partito, il Fronte algerino d’azione democratica, utilizzato come strumento di
pressione contro il Fln.
La cosiddetta guerra
civile tra Fln e Mna si concluse nel 1962 con circa 12mila aggressioni, 9mila
feriti e 4mila morti. Un episodio merita un’attenzione particolare. Tra il
settembre e l’ottobre del 1957 numerosi quadri operai dell’Usta, soprattutto
della Renault, vennero assassinati per mano di squadracce organizzate dal Fln. Questa
mattanza decapitò quel settore operaio del Mna che, svincolandosi dal
riformismo paternalista e corrotto di Messali, si stava avvicinando alle idee
del marxismo9.
L’ascesa di De
Gaulle
Esasperata
dall’intensificarsi della lotta di liberazione e stufa delle mezze misure dei
“politici”, la casta degli ufficiali sfogò apertamente la sua rabbia. Massu,
gollista di ferro, dichiarò all’Evening
Standard: “L’esercito ha subito una
sconfitta dopo l’altra negli ultimi venti anni. È colpa dei politici che non
danno mano libera ai generali”. L’esercito francese, particolarmente il
corpo d’élite dei paracadutisti, aveva scatenato il terrore. I paracadutisti
diventarono un gruppo di torturatori ed assassini pronti a tutto. Sfruttando il
timore dei coloni di un accordo tra la classe dominante francese ed il
movimento nazionalista algerino, i generali prepararono la loro rivolta. Senza
opposizione da parte della polizia, il 13 maggio 1958 coloni e parà assaltarono
il palazzo del Governatore di Algeri. Massu annunciò la formazione di un
“Comitato di salvezza pubblica” e richiese immediatamente che il Presidente
della Repubblica desse il potere a De Gaulle come capo di questo comitato. Il
movimento doveva svilupparsi anche a Parigi dove però solo 6mila scesero in piazza
per Massu. Non esistevano in Francia basi di massa per un movimento fascista. I
generali rimasero isolati. Il Pcf e la Cgt parlarono di minaccia fascista ed i
tre sindacati minacciarono uno sciopero generale se il governo costituzionale
fosse stato attaccato. La risposta del governo Pfimflin (Mrp) fu quella di
adottare il programma degli insorti: guerra fino alla fine in Algeria e
rafforzamento dell’esecutivo. Sostenendo che così sbarravano la strada ai
generali fascisti, i dirigenti della Sfio e del Pcf votarono a favore dello
stato d’emergenza con cui il governo proibiva assemblee e cortei. Il 24 maggio
i generali in rivolta occuparono la Corsica senza trovare resistenza. Nessuna
mobilitazione fu organizzata dal Pcf. L’unica “azione” fu un ordine del giorno
del consiglio comunale di Bastia dove si affermava “la fedeltà alla Repubblica e l’appoggio al governo. Facciamo appello
alla popolazione di rimanere calma e di non manifestare”.
I dirigenti del Pcf
alimentarono l’illusione che il governo Pflimflin avrebbe potuto disarmare gli
ammutinati. Ciò rivelava un’incomprensione della natura di classe dello Stato
borghese. Engels disse che lo Stato, in ultima analisi, sono corpi di uomini
armati in difesa di certi rapporti di proprietà. Per il governo, così,
disarmare i generali ribelli avrebbe significato distruggere uno dei propri
pilastri. I dirigenti del Pcf avrebbero dovuto invece fare appello ai
lavoratori ed ai sindacati per organizzare milizie operaie in grado di
schiacciare la reazione. Una volta Lenin osservò che anche una lotta per la
difesa di diritti democratici poteva trasformarsi in un movimento
rivoluzionario. Inoltre, il Pcf avrebbe dovuto organizzare la propaganda tra i
marinai perché rifiutassero di consegnare armi e approvvigionamenti in Algeria
e fare appello ai coscritti perché formassero comitati d’azione in unione coi
portuali e rifiutassero di partire.
Tradendo i generali di cui
si era servito, De Gaulle si presentò alla borghesia francese come il
“Salvatore della Patria”, l’uomo in grado di porre termine all’avventura di
Massu e di fare da argine al movimento operaio. Il 1° giugno fu nominato primo
ministro, anche coi voti della Sfio. L’appoggio a De Gaulle catalizzò la
differenziazione interna alla Sfio. La sinistra interna uscì fondando il Psa10 nel settembre ’58 un plebiscito sancì la nascita
della Quinta Repubblica, il cui sistema istituzionale concentrava enormi poteri
nelle mani del Presidente della Repubblica. Il rifiuto del Pcf di contrastare
il bonapartismo sul suo terreno con metodi di lotta extraparlamentari
(scioperi, assemblee, manifestazioni) spianò la strada a De Gaulle. Nessun
appello alla Costituzione valse a fermarlo.
Il declino
dell’imperialismo francese
La guerra d’Algeria segnò
il definitivo declino dell’imperialismo francese. Indebolita dalla Seconda
Guerra mondiale, la Francia perse la Siria ed il Libano. In Indocina,
nonostante notevoli aiuti da parte degli Usa, la Francia fu cacciata da una
guerriglia contadina che continuò la lotta contro l’imperialismo nordamericano.
La rotta francese a Dien-Bien-Phu nel maggio ‘54 stimolò la radicalizzazione
delle lotte nelle colonie nordafricane. Tutte le forze furono concentrate in
Algeria. L’Algeria era un dipartimento francese fin dal 1881 ed aveva
un’importanza strategica: la sua economia era integrata a quella francese e vi
abitavano nel 1954 quasi un milione di francesi, dominati politicamente ed
economicamente da alcune migliaia di grandi proprietari terrieri.
La borghesia francese non
tardò a cogliere il possibile legame tra la lotta di liberazione nazionale in
Algeria e l’apertura di un processo rivoluzionario in Francia. Nel 1958, se il
Pcf fosse stato un partito rivoluzionario, i lavoratori avrebbero potuto
conquistare il potere. Al contrario, l’opportunismo e la codardia dei dirigenti
del movimento operaio aprirono la strada al regime bonapartista di De Gaulle. Questi
volle uscire dall’Algeria per paura di una rivoluzione in casa propria. De
Gaulle interpretò le esigenze complessive della borghesia che, con l’eccezione
dei gruppi direttamente minacciati dall’insurrezione anticoloniale, cercava di
salvare il salvabile in termini di influenza economica e, soprattutto, di
evitare un acutizzarsi della lotta di classe in Francia.
Già dal 1958
l’imperialismo francese avrebbe probabilmente preferito raggiungere un
compromesso coi nazionalisti algerini. Tuttavia, gli interessi dei grandi
proprietari terrieri e dei capitalisti in Algeria si opponevano implacabilmente
all’ascesa del movimento di liberazione nazionale rendendo difficile un
compromesso. Sin dal giugno ‘58 De Gaulle ingiunse ai suoi uomini di prendere
le distanze dagli ultras dell’“Algérie Française” e costrinse Massu a
sciogliere il Comitato di Salvezza Pubblica. Nel settembre ’58 De Gaulle lanciò
il Piano di Costantina: la Francia prometteva investimenti nell’industria e
nell’agricoltura ed in un futuro non precisato gli algerini avrebbero potuto
scegliere tra la naturalizzazione, il protettorato e l’indipendenza. Questo
piano, rimasto lettera morta, traduceva i piani della borghesia francese,
pronta a scendere a patti col Fln in cambio di garanzie per gli interessi
francesi.
La formazione del Gpra
(governo provvisorio della repubblica algerina), ala diplomatica del Fln creata
nel 1958 con Abbas alla presidenza, fu un segno di disponibilità alle
trattative. Tale esito fu però bloccato dai capi militari del Fln, l’Armata di
Liberazione Nazionale (Aln), decisi ormai a combattere fino alla fine per
l’indipendenza. L’Usta, invece, apprezzò il Piano di Costantina, abbandonando
le sue parole d’ordine in favore di una riforma agraria radicale e
dell’abbattimento del regime coloniale. Nel 1959 De Gaulle moltiplicò le
dichiarazioni in favore dell’“autodeterminazione
dell’Algeria” e di una “pace dei
valorosi”.
Le lotte del 1960-62
Altri tentativi di golpe militari al grido di “Algérie Française” furono spazzati via
da De Gaulle nel 1960 e nel 1961. Nel contempo, l’Oas (organizzazione
dell’esercito segreto), formata da coloni di estrema destra, iniziò una
politica di terrorismo individuale in Francia. Anche a sinistra avveniva una
radicalizzazione. L’ammutinamento dei generali del gennaio 1960 provocò uno
sciopero generale in Francia. Inoltre, molti soldati ed anche qualche ufficiale
parteciparono spontaneamente alla repressione di Massu e compagnia. Il 21
giugno 1961 l’Unef, principale sindacato studentesco, convocò manifestazioni in
tutto il paese. Nei cortei studenteschi al posto di astratti slogan per la “pace in Algeria” vennero scandite parole
d’ordine antimperialiste e di sostegno alla guerriglia come “Fln vincerà”. Nel maggio 1961 il governo
francese strinse una prima volta i negoziati. Le trattative ruotarono attorno
alle garanzie da fornire all’imperialismo francese dopo l’indipendenza. Lo
statuto del Sahara ed una tregua immediata fecero fallire le trattative. Dopo
la conferenza l’Oas, ragionando come un uomo sull’orlo di un precipizio,
moltiplicò gli attentati sperando che bloccassero i negoziati. Al contrario,
questa politica ne affrettò la ripresa e la conclusione. Anche il Fln rilanciò
la sua guerra, con atti di terrorismo individuale in Francia, per imporre a
Parigi la propria soluzione.
All’epoca Ted Grant
scriveva: “Se i dirigenti del
proletariato francese si fossero comportati come rivoluzionari, avrebbero
potuto incidere sulla lotta algerina, ma il tradimento da parte della Sfio e
del Pcf ha dato impulso alla lotta attraverso il Fln su basi puramente
nazionalistiche. Questo a sua volta ha creato la condizione in cui i lavoratori
e i tecnici, i piccoli coloni e i commercianti, sono stati spinti fra le
braccia dei fascisti dell’Oas; infatti anche quegli elementi che avevano
appoggiato la Sfio ed il Pcf sono finiti in quell’organizzazione, il che ha
aggravato il conflitto”11. In Algeria, nel 1960-61, la lotta di liberazione nazionale tornò ad
acquistare un carattere preinsurrezionale. Quando De Gaulle si recò in Algeria
imponenti manifestazioni gli riservarono un’accoglienza ostile: la polizia
sparò facendo 81 morti. Le masse scesero di nuovo in piazza al grido di “Viva l’Algeria algerina” e le bandiere
nazionali vennero issate ovunque. Anche in Francia gli immigrati algerini
lottarono coraggiosamente. Sfidando il coprifuoco ed il divieto di manifestare,
il 17 ottobre 1961 il Fln organizzò a Parigi un corteo con decine di migliaia
di persone che finì in un bagno di sangue. Da 200 a 300 persone furono uccise
dalla polizia comandata dal prefetto di Parigi Papon, boia di Vichy. I cadaveri
furono buttati nella Senna. L’8 febbraio 1962 una manifestazione della sinistra
francese fu attaccata all’altezza della stazione Charonne della metropolitana:
8 morti. La reazione nel paese fu immediata: scioperi, manifestazioni
studentesche fino all’impressionante corteo di centinaia di migliaia di persone
che accompagnò le bare dei morti di Metro Charonne. Un mese dopo ad Evian De
Gaulle ed il Gpra firmavano un accordo che concedeva l’indipendenza
all’Algeria. La svolta si era prodotta in un periodo di ascesa delle lotte di
massa, in Francia come in Algeria.
Gli Accordi di Evian
parlavano chiaro: il Fln si era fatto garante degli interessi dell’imperialismo
francese. La Francia avrebbe disposto della base di Mers-el-Kebir per 15 anni,
delle sue installazioni nucleari e delle basi aeree. In cambio di crediti, il
nuovo governo algerino si sarebbe impegnato a “garantire gli interessi della Francia e i diritti acquisiti da parte di
persone fisiche e morali”. Concretamente, le compagnie petrolifere francesi
mantenevano le concessioni già operanti e si assicuravano un trattamento di favore
sulle nuove esportazioni per un periodo di sei anni. La Francia prometteva di
concedere il suo “aiuto” solo nella misura in cui l’Algeria restava una zona
franca ed un’economia dipendente da quella francese.
L’indipendenza fu
proclamata il 3 luglio 1962. Il Gpra attaccò l’Aln tagliandogli i fondi ed
affidando la formazione del nuovo esercito nazionale ad ufficiali rimasti coi
francesi. Il 17 giugno il Fln aveva firmato un accordo con l’Oas che prevedeva
l’amnistia per i militanti dell’organizzazione di estrema destra. Lo scontro
interno al Fln portò all’ascesa di Ben Bella, settembre 1962, sulle baionette
dell’esercito di liberazione nazionale (Aln) guidato da Boumedienne. L’Aln,
accampato alle frontiere con Marocco e Tunisia, impose la sua supremazia sulle
formazioni guerrigliere dell’interno, conquistando il monopolio della forza. Il
Gpra fu esautorato con l’accusa di essere stato arrendevole nelle trattative
con la Francia. Il Pca fu sciolto nell’ottobre 1962, temendo potesse diventare
focolaio di un’opposizione classista.
Economicamente la
situazione era difficile. La vittoria della rivoluzione spinse alla fuga
artigiani, tecnici e lavoratori specializzati francesi, 800 mila in 90 giorni,
creando grosse difficoltà per il nuovo Stato algerino. Le masse restavano in
fermento per dare un contenuto sociale alla cacciata dell’imperialismo. Le
proprietà abbandonate dai coloni vennero espropriate da operai e contadini. Comitati
di gestione spontanei svolsero i compiti impellenti. Per un breve periodo
esistette un certo controllo operaio nelle aziende e, soprattutto, nei
latifondi. Il regime si basò sulla spontaneità delle masse, poi incanalata
attraverso l’intervento dall’alto dell’apparato statale e dei vertici sindacali
ad esso organicamente legati. Tra l’ottobre 1962 ed il marzo 1963 una
artificiosa legislazione governativa soffocò i poteri dei comitati di gestione,
ulteriormente penalizzati dal sabotaggio degli istituti di credito. Ogni nomina
importante spettava al governo che la sottraeva alle assemblee di gestione. Si
doveva così parlare di cooperative più che di gestione operaia. Inoltre, è
utile ricordare che le aziende espropriate totalizzavano meno del 10%
dell’industria (circa 500 industrie per 15mila operai) ed il 40% della
produzione agricola. Ben Bella fece un compromesso con la borghesia araba, che
non fu toccata, e con l’imperialismo francese. Né le banche, né il commercio
estero vennero colpiti dalle nazionalizzazioni. Vennero nazionalizzate le
miniere a reddito debole o improduttive mentre quelle di ferro, estremamente
redditizie, furono statalizzate solo nel 1966 da Boumedienne. Nel 1964 fu
creata la Sonatrach (società
nazionale per la ricerca, produzione, trasporto, trasformazione,
commercializzazione degli idrocarburi), gioiello del capitalismo di Stato
algerino recentemente al centro delle mire degli imperialismi rivali francese e
Usa. La riforma agraria, annunciata ai quattro venti dalla propaganda di
regime, fu rimandata. Ciò che restava del capitale privato poteva prosperare
all’ombra del settore statale, nell’industria leggera, nell’agricoltura e nel
commercio.
In politica estera, Ben
Bella difese la politca del non-allineamento, stringendo un asse con la
Jugoslavia. Tentò così di bilanciarsi tra l’imperialismo e lo stalinismo. A
causa del ritardo della rivoluzione socialista nei paesi avanzati, dell’assenza
di un forte proletariato industriale e di un partito rivoluzionario cosciente,
il regime assunse un carattere bonapartista. La formazione di un bonapartismo
borghese, simile a quello di Cardenas in Messico negli anni ’30 o a quello di
Nasser in Egitto, suscitò l’opposizione di una parte del Fln, che contestava il
ruolo di arbitro della situazione conquistato dai vertici militari. Nel 1963
Hocine Ait Ahmed fondò il Fronte delle Forze Socialiste (Ffs) e lanciò
un’opposizione armata in Cabilia.
Il golpe di
Boumedienne e le nazionalizzazioni del 1966-71
Il golpe militare guidato da Boumedienne che nel giugno 1965
disarcionò Ben Bella accentuò il carattere bonapartista del regime. Temporaneamente
vennero moderate le tendenze al non-allineamento. Con un gesto eclatante
Boumedienne annullò la conferenza dei paesi non-allineati che doveva tenersi in
luglio ad Algeri. Il movimento studentesco fu decapitato ed il sindacato
ulteriormente epurato per paura che le masse potessero trasformarlo in
strumento per una mobilitazione indipendente. Le epurazioni di elementi plebei
nell’esercito proseguirono fino al 1971. L’ordine regnava ad Algeri.
Tra il 1966 ed il 1971 il
regime avviò la riforma agraria, nazionalizzò banche, assicurazioni, acciaio,
gas e petrolio, colpendo anche interessi francesi. Tuttavia, proprio il
petrolio, maggiore ricchezza del paese, fu gestito attraverso una società a
compartecipazione francese dove lo Stato algerino deteneva il 51%. Il
significato di tali ondate di nazionalizzazioni fu borghese. Erano misure
funzionali allo sviluppo di un capitalismo ‘nazionale’ algerino con l’obiettivo
di competere sul mercato mondiale. Lo Stato assumeva pienamente il ruolo di
capitalista collettivo. Oltre all’industria pesante, anche il commercio estero
passava sotto il monopolio statale. Infatti, erano le compagnie statali, in
collaborazione col governo, a valutare le proposte di compartecipazione
provenienti da multinazionali straniere (Fiat e Pirelli parteciparono alla
costruzione di gasdotti). Negli anni ’70 Boumedienne diventò un leader dei paesi non-allineati. La
demagogia antimperialista del regime visse una nuova giovinezza. Trotskij,
analizzando fenomeni di bonapartismo nei paesi coloniali, aveva scritto: “Nei paesi industrialmente arretrati il
capitale straniero ha una funzione decisiva. Di qui la relativa debolezza della
borghesia nazionale rispetto al proletariato nazionale. Ciò determina un potere
statale di tipo particolare. Il governo si barcamena tra il capitale straniero
e il capitale indigeno, fra la debole borghesia nazionale ed il proletariato
relativamente forte. Ciò conferisce al governo un carattere bonapartista sui
generis, di tipo particolare. Si colloca per così dire al di sopra delle
classi. In realtà può governare o divenendo strumento del capitale straniero e
tenendo incatenato il proletariato con una dittatura poliziesca o manovrando il
proletariato e giungendo persino a fargli delle concessioni, assicurandosi in
tal modo la possibilità di una certa libertà nei confronti dei capitalisti
stranieri”12.
Anche negli anni di ascesa
del capitalismo di stato algerino, il paese restò sempre legato in maniera
decisiva all’imperialismo attraverso crediti, compartecipazioni e dipendenza
tecnologica. Il ‘sogno’ dei dirigenti del Fln si scontrò duramente con la
realtà. Rimasta legata all’imperialismo, l’Algeria risentì violentemente della
recessione internazionale del 1973-74. Come in Egitto, la crisi esplose a causa
dell’aumento esponenziale del debito estero (da 6 miliardi di dollari nel 1974
a 26 nel 1979) e dell’impossibilità di trovare sbocchi consistenti al di là del
ristretto mercato interno. I colossali investimenti del regime di Boumedienne
provocarono una elevata sovracapacità dell’industria, con conseguente aumento
della disoccupazione. Il ritardatario capitalismo algerino era bloccato nei
suoi sogni di grandezza e di indipendenza dallo strapotere delle multinazionali
e delle potenze imperialiste. La morte di Boumedienne nel 1978 simboleggiò la
crisi ed il cambiamento di rotta del capitalismo di stato algerino. Benjedid,
successore di Boumedienne, iniziò infatti un processo, tuttora in corso, di
ricorso sistematico ai prestiti del Fmi e di privatizzazione dell’economia,
sempre più penetrata dall’imperialismo.
Terrorismo, lotta di
liberazione e lotta di classe
La critica marxista al
terrorismo non è di tipo morale e non nasce da un rifiuto, in astratto,
dell’uso della violenza. La questione decisiva è quale classe sociale utilizza
la violenza, per quali fini e contro quale classe. I marxisti riconoscono ai
popoli oppressi il diritto di resistere all’imperialismo armi alla mano. Non
tutti i metodi ed i programmi sono però uguali ed efficaci nella lotta
antimperialista. Il Fln fece largamente ricorso al terrorismo individuale. I
periodi di ascesa del terrorismo (novembre ’54, inverno ’56 ecc.) furono
sistematicamente seguiti da repressioni feroci e da tentativi di rilanciare
un’ala non-violenta favorevole a forme di decolonizzazione per gradi, come il
Mna. L’imperialismo francese fu sconfitto essenzialmente sul piano politico e
non su quello militare, dove il bilancio del Fln fu fallimentare. La pratica
terrorista rende infatti passivi gli operai, non ne aumenta la coscienza politica
e non attira le simpatie delle masse lavoratrici del paese imperialista. Il
terrorismo è una forma di lotta che cerca di sostituirsi al movimento dei
lavoratori. Al contrario, le manifestazioni di massa del 1960-62 in Algeria ed
il crescente malcontento in Francia furono decisive per ottenere
l’indipendenza.
All’apparente estrema
radicalità della forma di lotta impiegata dal Fln corrispose, sul piano
economico e politico, un programma di cedimenti all’imperialismo e di
repressione delle correnti di sinistra del movimento nazionalista. Non è
infatti il carattere estremo del terrorismo individuale che garantisce uno
sbocco socialista alla lotta di liberazione nazionale ma solo il ruolo
cosciente della classe operaia con i suoi metodi di lotta (scioperi, occupazioni
di fabbriche, manifestazioni) e le potenzialità legate alla sua collocazione
nel processo produttivo. I dirigenti del Fln rifiutarono di dare un carattere
di classe e anticapitalista alla loro lotta. I sindacati, burocratizzati sin
dall’inizio, servirono ad incanalare un appoggio passivo della classe operaia
al Fln. Ogni espressione operaia indipendente fu repressa. Chiusi in una
prospettiva nazionalista, i dirigenti del Fln non rivolsero mai un appello ai
lavoratori francesi o a quelli arabi per una federazione socialista, preferendo
invece manovrare coi loro governi (Egitto, Tunisia). Già nel loro appello per
l’insurrezione del 1954 i dirigenti del Fln si rivolsero a “tutti i patrioti algerini di tutte gli
strati sociali, di tutti i partiti puramente algerini”. L’ideologo di
riferimento di questa tendenza fu il medico martinicano Frantz Fanon. Fanon
identificava nelle popolazioni dei paesi coloniali il nuovo soggetto
rivoluzionario, negando tale ruolo alla classe operaia, soprattutto a quella
dei paesi imperialisti, sprezzantemente definita “imborghesita”. Il Maggio ’68 zittì coi fatti queste argomentazioni.
La propaganda guerrigliera
ha spesso sostenuto che dietro ad un fucile tutti gli uomini sono uguali:
operai, contadini, borghesi, studenti. Ciò è vero, ma costituisce precisamente
il lato negativo delle guerriglie. L’azione armata livella le differenze di
classe. L’operaio non può più bloccare la produzione di una fabbrica o di un
paese colpendo in maniera decisiva la borghesia. Inoltre, sradicata dal proprio
contesto sociale, la classe lavoratrice perde quei legami politici e sindacali
che ne centralizzano la forza. Rifiutare di strutturare attorno ai lavoratori
la lotta di liberazione nazionale significa quindi rinunciare ad una
prospettiva comunista. Anche attraverso la guerriglia il Fln cercava di
sostituirsi al movimento delle masse. Il marxismo, invece, considera il
protagonismo e l’iniziativa operaia elemento centrale nella lotta per
l’abbattimento del capitalismo. La sua assenza provoca ogni tipo di distorsione
nel processo rivoluzionario. Tuttavia, in una zona rurale, una guerriglia
contadina può giocare un ruolo come forma di lotta secondaria subordinata alle
lotte di masse della classe operaia.
Sulla teoria della
rivoluzione permanente
La guerra di liberazione
nazionale in Algeria conferma la teoria della rivoluzione permanente elaborata
da Trotskij. Dove una classe sociale entra tardivamente in scena ed è incapace
di giocare il ruolo che la storia esige, i suoi compiti vengono svolti da altre
classi e forze sociali. Le borghesie dei paesi coloniali non possono giocare
alcun ruolo progressista. L’emergere di un proletariato relativamente
importante le spinge ad allearsi con l’imperialismo ed i latifondisti. Come la
rivoluzione bolscevica ha dimostrato, è solo il proletariato, alleato ai
contadini poveri, ad avere la forza per risolvere pienamente i compiti della
rivoluzione borghese (indipendenza dall’imperialismo, riforma agraria,
separazione tra Stato e Chiesa ecc.) attraverso la sua dittatura di classe. Una
volta al potere, però, la classe operaia, per necessità, oltrepassa i limiti
della rivoluzione democratico-borghese in direzione della trasformazione
socialista, attraverso la nazionalizzazione dell’economia ed un piano
centralizzato di produzione.
In Algeria il proletariato
urbano era numericamente ridotto (10% della forza-lavoro). La borghesia
autoctona era ancora più debole e totalmente succube dell’imperialismo. In
questa situazione, i vertici del Fln ebbero un margine di manovra relativamente
importante, spingendo la lotta per l’indipendenza sui binari di una guerriglia
contadina che diventò una guerra nazionale rivoluzionaria. Sulla base della
relativa debolezza delle due classi fondamentali della società moderna,
borghesia e proletariato, lo Stato poté conquistare un movimento relativamente
indipendente per portare avanti la formazione di un’industria pesante di base e
la gestione diretta dei rapporti con l’imperialismo. Lo Stato realizzò
attraverso il personale politico piccolo borghese del Fln ciò che la borghesia
algerina non aveva la forza di fare ed a cui si era perfino opposta. La
borghesia, ridotta ad uno zero politicamente, non veniva però economicamente
espropriata. I rapporti di produzione restavano borghesi.
I testi apparsi sulla
rivista teorica del Fln, El Moujahid (Il
partigiano), già durante gli anni ’50 esprimevano, sul terreno ideologico, gli
obiettivi e la natura di questo movimento: “La
Rivoluzione algerina esprime nel contempo il processo di liberazione dal giogo
straniero e la distruzione delle sopravvivenze feudali del Medioevo che
dovranno far posto ai fondamenti democratici di una nazione moderna”,
oppure, “Ciò che occorre è la
Rivoluzione, una grande Rivoluzione, simile a quella del 1789”. Tali
movimenti piccolo-borghesi aspirano a svolgere il ruolo che giocarono i
giacobini durante la Rivoluzione Francese, con la non trascurabile differenza
che, duecento anni dopo, l’esistenza dell’imperialismo e di una classe operaia
cristallizzata (diversamente dalla Francia del 1793) non poneva e non pone in
questi paesi la necessità storica della rivoluzione borghese, per cui non
esistono i margini nella sua versione classica, ma di quella proletaria.
L’Urss esercitava
un’attrattiva materiale enorme sui militari algerini. I leader del Fln dovevano
senza dubbio essere attratti dallo status politico e materiale ottenuto dalla
casta militare in Unione Sovietica. Negli anni ’60 l’Algeria era, dopo
l’Egitto, il paese africano che riceveva più finanziamenti dall’Urss. Però,
l’atteggiamento soggettivo della borghesia francese fu decisivo. Infatti, a
differenza degli Usa che cercarono di sabotare l’economia cubana per soffocare
la rivoluzione castrista, De Gaulle utilizzò le leve dell’economia per
prolungare la dipendenza dell’ex colonia dall’imperialismo. La borghesia
francese lasciò ai dirigenti del Fln uno spazio di manovra per portare avanti
la loro strategia e, in ultima analisi, accrescere i loro privilegi senza dover
giungere alla rottura col capitalismo. L’imperialismo non mise mai i dirigenti
algerini con le spalle al muro come aveva fatto con Castro. Il bonapartismo
algerino ebbe natura borghese e non proletaria.
A più di 40 anni dal
raggiungimento dell’indipendenza formale, nessuno dei problemi fondamentali
delle masse algerine è stato risolto. La dipendenza dall’imperialismo non è
stata spezzata. L’economia dipende dalle oscillazioni dei prezzi degli
idrocarburi che rappresentano il 95% delle esportazioni. La disoccupazione
dilaga. Gli imperialisti furono costretti ad abbandonare il vecchio metodo di
dominio militare diretto (ma in Afghanistan ed in Iraq tornano ad applicare
questa politica).
La regola diventò il
dominio economico su Stati formalmente indipendenti. Attraverso i meccanismi
del mercato mondiale, del debito e della potenza militare, le potenze
imperialiste condannano le masse dei paesi ex coloniali alla dipendenza ed alla
miseria.
L’indipendenza sotto il
capitalismo non è una soluzione. Davanti alla barbarie capitalista l’unica via
è quella della rivoluzione socialista internazionale. La vecchia “talpa della
storia” di Marx non ha smesso di scavare sotto le contraddizioni crescenti del
sistema capitalista.
Le insurrezioni, gli
scioperi generali ed i processi rivoluzionari in corso in America Latina sono
la musica del futuro per tutti e cinque i continenti.
Indice delle sigle:
Aln: Armata di Liberazione Nazionale, ala militare del
Fln.
Ena: Stella Nord-Africana, fondata nel 1927 sotto l’egida
del Pcf.
Fln: Fronte di Liberazione Nazionale, nato nel 1954, è
l’organizzazione nazionalista algerina che guiderà la lotta per l’indipendenza
fino alla vittoria nel 1962.
Ic: Internazionale Comunista, o Terza Internazionale,
fondata sull’appello del partito bolscevico di Lenin e Trotskij nel 1919 a
Mosca e sciolta per volontà di Stalin nel 1943.
Mna: Movimento Nazionale Algerino, partito nazionalista
algerino fondato nel 1954 e guidato da Messali Hadj.
Mtld: Movimento per il Trionfo delle Libertà
Democratiche, partito del nazionalismo radicale tra il 1946 ed il 1954.
Oas: Organizzazione dell’Esercito Segreto, estrema destra
francese, legata ai coloni.
Pcf: Partito Comunista Francese.
Ppa: Partito del Popolo Algerino, partito nazionalista
radicale algerino, è la continuazione dell’Ena e fu sciolto nel 1954.
Sfio: Sezione Francese dell’Internazionale Operaia,
aderente all’Internazionale Socialista, contribuì nel 1971 alla rifondazione
del Partito Socialista (Ps).
Udma: Unione Democratica del Manifesto Algerino,
nazionalista moderata, guidata da Ferhat Abbas, confluì nel Fln.
Ugta: Unione Generale dei Lavoratori Algerini, sindacato
legato al Fln, diventò dal 1962 l’unico sindacato ufficiale.
Usta: Unione Sindacale dei Lavoratori Algerini, sindacato
legato al Mna.
Note:
1 L. Trotskij, Le mouvement communiste en France,
a cura di P. Broué, edizioni Le Minuit, 1967, pp. 256-257.
2 Ibid.,
3 P. Broué, Histoire de l’Internationale
Communiste 1919-1943, Fayard, 1997, p. 443.
4 Cahiers du bolchevisme, n° 7, gennaio 1925.
5 Il Pcf faceva sistematicamente appello al nazionalismo
per sostenere l’imperialismo francese: “Il fine da raggiungere è l’unità e
l’integrità della Francia più grande, dalle Antille al Madagascar, da Dakar a Casablanca,
all’Indocina fino all’Oceania. Il nostro partito è una potenza dei cinque
Continenti e non c’è ragione per cui dovrebbe smettere di esserlo a vantaggio
dei grandi Stati, abdicando a loro favore la sua sovranità sui territori e le
ricchezze” (Programma del Pcf, Edizioni Renaissance, 1944).
6 Cahiers du bolchevisme, n. 3-4, marzo-aprile
1947.
7 M. Larbi, Le Fln: entre mirage et réalité,
edizioni JA, 1979, p. 253.
8 T. Grant, The unbroken thread, Fortress, 1989, pp. 170-171.
9 Durante la lotta di liberazione non si formò in Algeria
nessuna organizzazione marxista. Le responsabilità ricadono anche sui gruppi
che teoricamente si richiamano al trotskismo come la Lcr (Lega comunista
rivoluzionaria) e il Pci. Se la Lcr appoggiò acriticamente il Fln e fece del
“socialista musulmano” Ben Bella una sorta di “trotskista inconscio”, il Pci
fece peggio col Mna. Il Pci di Lambert rifiutò di promuovere una corrente
trotskista nel Mna quando questo era possibile (1954-57 circa) e continuò ad
inginocchiarsi davanti a Messali anche quando questi lo scaricò senza molti
ringraziamenti. Claude Bernard, alias Raoul, fu l’unico dirigente del Pci a
proporre la costituzione di una frazione trotskista indipendente nel Mna. Vedi
P. Broué, “Raoul, militant trotskiste” in Cahiers Léon Trotskij n° 56, luglio
1995, pp. 74-84. Era giusto dare un appoggio critico al Fln ma mescolarsi coi
nazionalisti piccoloborghesi significava sciogliere l’avanguardia rinunciando
alla lotta per il socialismo. Le “Tesi sulla questione nazionale e coloniale”
del II congresso dell’Ic (1920) avevano giustamente sottolineato la necessità
di “combattere con energia i tentativi fatti da movimenti di emancipazione che
non sono né comunisti né rivoluzionari di issare i colori comunisti;
l’Internazionale Comunista deve sostenere i movimenti rivoluzionari nelle
colonie e nei paesi arretrati solo alla condizione che gli elementi dei partiti
comunisti puri siano uniti e consci dei loro compiti specifici, cioè della loro
missione di sconfiggere il movimento borghese e democratico. L’Internazionale
comunista deve entrare in relazioni temporanee e formare anche blocchi con i
movimenti rivoluzionari delle colonie e dei paesi arretrati, senza tuttavia
fondersi con essi e conservando sempre il carattere indipendente del movimento
proletario, anche durante la sua fase embrionale”.
10 Il Psa, partito socialista autonomo, nacque nel
settembre 1958 per iniziativa di quel settore della Sfio che rifiutò l’appoggio
a De Gaulle. Nell’aprile 1959 entrarono nel Psa esponenti del radicalismo
guidati dal politico borghese Mendès-France. Nel 1960 il Psa si unì all’Unione
della Sinistra Socialista per dare vita al Psu, partito socialista unificato.
11 T. Grant, The colonial revolution and the tasks of marxist cadres,
www.tedgrant.org, 1965.
12 L. Trotskij, Industria nazionalizzata e gestione
operaia in “Problemi della rivoluzione cinese ed altri scritti su questioni
internazionali, Einaudi, 1970.