In difesa del marxismo
n°7 - La rivoluzione araba
Dalla nascita d’Israele
alla prima Intifada (1948-1988)
di Francesco Merli
Ben prima della
proclamazione dello Stato d’Israele (14 maggio 1948) il sogno sionista di
formare uno Stato che desse nuova vita alla biblica terra d’Israele si era
rivelato alla prova dei fatti, come aveva predetto Trotskij, una “trappola
mortale” per centinaia di migliaia di ebrei, un’utopia reazionaria densa di
tragiche conseguenze.
Il mito di una “terra
senza popolo, per un popolo senza terra”, coniato da Lord Shaftesbury nel 1854
e ripreso dalla letteratura sionista, era una mistificazione priva di alcun
fondamento salvo giustificare l’immigrazione ebraica e l’espropriazione
progressiva delle terre dei palestinesi.
I dirigenti sionisti
capivano fin troppo bene che prima o poi si sarebbe giunti ad uno scontro con
la maggioranza araba per il predominio sulla Palestina. “C’è un contrasto
fondamentale. Noi e loro vogliamo la stessa cosa. Vogliamo entrambi la
Palestina” si trovò a dichiarare il leader sionista David Ben-Gurion. “Se fossi
arabo… insorgerei contro un’immigrazione che prima o poi finirà col mettere il
paese… nelle mani degli ebrei” (cit. in B. Morris, Vittime). Nella mente dei
dirigenti sionisti ogni colono approdato in Palestina rappresentava un soldato
in più nella guerra per la conquista della terra. Ogni loro azione era
finalizzata all’allontanamento della maggioranza della popolazione araba dalla
Palestina per determinare di fatto la nascita dello Stato israeliano.
La realizzazione di questo
progetto provocò ferite che sono ancora aperte a 55 anni di distanza e la
deportazione di 800mila palestinesi dalle proprie terre.
In 50 anni la storia
d’Israele è stata costellata di guerre (guerra “d’indipendenza” del 1948-49,
guerra di “Suez” del 1956, guerra dei “sei giorni” del 1967, guerra del
“Kippur” del 1973, oltre alle due invasioni del Libano nel 1978 e 1982 e la
successiva ventennale guerra di logoramento con gli Hezbollah), e di
insurrezioni (prima Intifada 1987-1992 e seconda Intifada 2000-2003) di una
popolazione dei Territori occupati nel 1967 mai doma. Più che un “porto sicuro”
la terra promessa fin dall’inizio assunse per gli ebrei i connotati di un
fortilizio sotto assedio, accerchiato da popoli e nazioni ostili.
Nel 1944 le terre
acquistate dagli ebrei in Palestina non superavano il 6,6% del territorio del
Mandato, ma le strutture armate del sionismo si erano notevolmente rafforzate
nel corso della guerra e l’Agenzia ebraica era diventata di fatto, almeno in
forma embrionale, un’entità statale quasi autonoma, dotata di una propria
economia separata, di proprie istituzioni e di un vero e proprio esercito.
Esplosione del
terrorismo sionista
Durante la Seconda guerra
mondiale sionisti e nazionalisti arabi avevano collaborato con l’esercito
britannico. Le industrie dello Yishuv
ebraico furono messe al servizio dello sforzo bellico e una brigata ebraica di
23.000 uomini combattè sotto il comando Alleato. La partecipazione araba fu
pari a 9.000 uomini. La linea di collaborazione bellica non fu accettata da un
settore della destra sionista, rappresentato dalla banda Stern che nel 1944 assassinò al Cairo il residente britannico Lord
Moyne.
Finita la guerra la
tattica sionista mutò e, tra il 1945 e il 1948, Haganah e Irgun si
unirono agli attentati terroristici contro i britannici e la popolazione araba.
Il 22 luglio del 1946 un attentato dinamitardo dell’Irgun Zwai Leumi (formazione armata vicina alla destra sionista),
organizzato dal futuro premier israeliano Menahem Beghin, distrusse un’ala
dell’Hotel King David a Gerusalemme, sede del quartier generale britannico e
dell’amministrazione civile del Mandato, uccidendo 91 persone fra inglesi,
arabi e alcuni ebrei.
La radicalizzazione dello
scontro tra arabi e sionisti e tra sionisti e amministrazione britannica
convinse definitivamente la Gran Bretagna a rinunciare al Mandato, annunciando
nell’aprile del 1947 il suo disimpegno dalla Palestina entro un anno per
rimettere la questione nelle mani delle Nazioni Unite, erede della vecchia
Società delle Nazioni.
La decisione britannica
mutò il quadro generale, scatenando il dibattito su quale status riservare alla
Palestina dopo il Mandato. In particolare gli Stati Uniti interpretavano
correttamente la posizione britannica come un segnale di debolezza di un impero
scricchiolante e presero l’iniziativa imbracciando la questione
ebraico-palestinese come una clava per assestare colpi all’influenza dell’ex
alleato sulla zona mediorientale, in ciò seguiti dall’Urss per specifiche
ragioni. Gli Usa dal 1947 diventarono i maggiori avvocati della partizione
della Palestina ed esercitarono indicibili pressioni sulle delegazioni di una
serie di paesi latinoamericani per far passare all’Onu la risoluzione da loro
caldeggiata, raggiungendo il proprio obiettivo.
La proposta dell’Onu è
contenuta nella Risoluzione 181 del
29 novembre 1947, sintetizzabile nella partizione della Palestina in tre zone:
uno Stato arabo (superficie: 11.500 Kmq per 804.000 arabi e 10.000 ebrei), uno
ebraico (14.000 Kmq per 558.000 ebrei e 405.000 arabi) e una zona (Gerusalemme)
sotto il controllo internazionale. La proposta era ammantata di utopismo se si
considera che i due Stati avrebbero dovuto aderire ad una Unione economica
palestinese che avrebbe dovuto mettere in comune la moneta, le risorse e le
infrastrutture (porti, poste, ferrovie, strade) e gestirle in un clima di
parità ed amicizia, come se non fosse in corso da oltre due decenni una guerra
tra arabi ed ebrei senza esclusione di colpi. La risoluzione venne accettata
dai sionisti e rifiutata dagli arabi.
Di fatto il piano dell’Onu
era ben lontano dal poter portare ad una soluzione conciliatoria, al contrario
rinvigorì le aspettative dei sionisti che vedevano riconosciuto il loro diritto
ad uno Stato in Palestina e si sentivano forti di una migliore organizzazione
militare e più compatti dei nazionalisti palestinesi, paralizzati dalla faida
tra i clan degli Husayni e degli Nashashibi.
Come se il piano dell’Onu
fosse il segnale a lungo atteso, alla fine del 1947, Haganah, Irgun e banda Stern, che ormai rispondevano ad un
unico comando, scatenarono una campagna di terrore con attacchi contro i
villaggi palestinesi: 12 dicembre, un villaggio presso Haifa, 12 morti; 14
dicembre, un villaggio presso Tel Aviv, 18 morti e 100 feriti; attacchi
analoghi a Safad, Qazaza, Giaffa, Balad el Cheikh.
Gli attacchi aumentarono
d’intensità nei primi mesi del 1948. Tannoura, Tireh, Saasa, Haifa, Hfar
Husseinia, Sarafand, con centinaia di vittime palestinesi. Il 9 aprile il
villaggio di Deir Yassin presso Gerusalemme viene massacrato dall’Irgun. Gli abitanti del villaggio
avevano mantenuto buone relazioni con gli ebrei, originari della Palestina, ma
non vengono risparmiati. La Croce Rossa rinviene 254 cadaveri di uomini, donne, bambini, mutilati e gettati nei pozzi
mentre Menahem Begin si vanta pubblicamente del massacro.
Centinaia di migliaia di
palestinesi disarmati fuggirono dalle proprie case, successivamente rase al
suolo per renderne impossibile il rientro. I profughi palestinesi passarono da
60.000 a 350.000 in un solo mese.
Il terrorismo sionista
investì anche le città: il 22 aprile venne attaccata Haifa nel cuore della
notte, provocando 50 morti e 200 feriti.
Altri 100 morti e centinaia dì feriti per un attacco sionista a una colonna di
donne e bambini palestinesi che tentava di fuggire dalla città.
Perché tanta ferocia? Il
calcolo cinico dei dirigenti sionisti era quello di conquistare sul campo
quanta più terra fosse possibile e rendere irreversibile la fuga della
popolazione palestinese con ogni mezzo: spaventare, anzi terrorizzare e
costringere alla fuga i palestinesi e radere al suolo le loro case, questo era
in sostanza il piano, il tutto per imporre una partizione della Palestina più
favorevole al futuro Stato israeliano.
Israele nasce il 14 maggio
del 1948 grondante di sangue palestinese. Tutti i principali leader sionisti furono
coinvolti nei massacri e nel terrorismo su larga scala praticato dalle forze
armate ebraiche. Sotto questo aspetto non vi sono differenze rilevanti tra
laburisti e destra sionista. Moshe Levin, Golda Meir, David Ben-Gurion, Menahem
Beghin e i giovani Ariel Sharon e Yitzhak Rabin, i principali leader del futuro
stato impararono dall’esperienza concreta in che misura siano i rapporti di
forza sul campo a determinare il quadro degli scenari possibili sul terreno
della diplomazia internazionale, una lezione che avrebbero assimilato bene
applicandola ad ogni svolta della vita israeliana fino ad oggi.
La “Nakba”
La reazione dei paesi
arabi alla dichiarazione dello Stato israeliano fu immediata e già il 15 maggio
entrarono in Palestina forze armate egiziane, irachene, siriane, libanesi e
transgiordane che ottennero nella prima fase qualche successo.
Una tregua proposta
dall’Onu a giugno e accettata dalle due parti, ma violata sistematicamente da Irgun e banda Stern, servì alle milizie ebraiche per organizzarsi e riarmarsi.
Il contrattacco delle
forze sioniste dopo l’8 luglio infranse la resistenza delle forze arabe, mal
coordinate e spesso poste sotto la guida di ufficiali britannici (che dopo aver
addestrato i migliori combattenti dell’Haganah
ora si trovavano a contenere l’espansionismo ebraico che rischiava di
destabilizzare altri domini della Corona) o di dirigenti corrotti che non
esitavano durante la lotta a trattare segretamente con i sionisti. Abdallah, re
di Transgiordania, si incontrò più volte con Golda Meir e Moshe Dayan, per
trattare l’annessione della Cisgiordania al suo regno (che avvenne nel dicembre
del 1948); gli egiziani si attestarono nella striscia di Gaza.
I dirigenti sionisti erano
determinati a travolgere ogni ostacolo. L’inviato dell’Onu, conte Folke
Bernadotte, ingiunse il 13 settembre a Israele di riammettere i rifugiati e
ricostruire le loro abitazioni ma quattro giorni dopo fu assassinato dalla
banda Stern insieme al suo
assistente, il colonnello francese Serot.
Gli armistizi di Rodi del
1949 tra lo Stato d’Israele e la maggior parte degli Stati arabi sancirono la
disfatta araba chiudendo quella che gli israeliani considereranno la loro
“guerra d’indipendenza”. Ancora una volta la “Storia” scritta dai vincitori
negò e rimosse dalla liturgia ufficiale ogni riferimento alle stragi e alle
atrocità commesse. Per i palestinesi il 1948 sarà la “Nakba”, la catastrofe, una sconfitta che avrebbe gettato le masse
palestinesi per oltre vent’anni in uno stato di profonda prostrazione.
Per molti anni l’unica
forma di resistenza agli israeliani fu ingaggiata da gruppi guerriglieri
sostenuti dall’Egitto che avevano come base Gaza, ma la loro azione era di
scarso rilievo, anche se scatenò durissime rappresaglie dell’aviazione
israeliana sui villaggi della Giordania, della Siria e su Gaza stessa. Gli
episodi più sanguinosi furono il raid contro il villaggio giordano di Qibiya
(14 ottobre 1953), dove vennero uccisi 69 palestinesi e quello del 21 febbraio
1955 a Gaza con l’uccisione di 38 soldati egiziani e il ferimento di 44. In
entrambi i casi a capo del reparto speciale addetto alla rappresaglia
denominato Unità 101 c’era un giovane
ufficiale israeliano: Ariel Sharon.
Proprio il ruolo egiziano
nel concedere basi operative e rifugio ai commando guerriglieri nella striscia
di Gaza fu uno dei fattori che spinse il governo israeliano a partecipare
all’avventura colonialista promossa da Francia e Gran Bretagna con la guerra di
Suez del 1956 contro l’Egitto.
La questione dei
profughi e gli “arabi israeliani”
Su un totale di 800.000
profughi palestinesi, il 39% di questi si rifugiarono in Cisgiordania (annessa
al regno di Giordania) e un ulteriore 10% proseguì fino alla Giordania,
scappando da Haifa, Giaffa e dai villaggi della costa occupata da Israele. Il 26%
si rifugiò nella striscia di Gaza occupata dall’Egitto, che vide raddoppiare la
sua popolazione in poche settimane. Dalla Galilea (nel settentrione della
Palestina) il 14% fuggì nel Libano e il 10% attraversando il Golan sconfinò in
Siria. Solo pochi (l’1%) andarono in Egitto. La quasi totalità dei profughi fu
ammassata in enormi campi “provvisori” ai confini delle città, in condizioni di
totale indigenza e in tali campi è rimasta fino ad oggi con una popolazione di
profughi quintuplicata.
Circa 150.000 palestinesi
restarono sulla loro terra occupata dagli israeliani, andando a costituire il
nucleo degli arabi israeliani che oggi sono il 18% della popolazione
israeliana. Si trattava soprattutto di contadini che vivevano in tre zone in
cui lo scontro era stato meno violento (nei villaggi rurali della Galilea, in
un fazzoletto di terra a ridosso della Cisgiordania e nella zona del Negev, a
sud) e ritenevano, restando, di poter mantenere meglio la proprietà della loro
terra.
Lo Stato israeliano si
appropriò delle terre dei profughi con leggi emanate ad hoc come la legge di
presenza/assenza del 1950 e poi procedette sistematicamente ad espropriare le
terre dei palestinesi rimasti con leggi tuttora in vigore come la legge sulla
cittadinanza del 1952, quella sulla Land Authority del 1953, ed altre. In pochi
anni i 550 villaggi palestinesi sopravvissuti alla nakba si erano ridotti a 100. Oltre il 25% dei contadini videro
espropriate le proprie terre e dovettero rifugiarsi in villaggi “fantasma”,
considerati abusivi da Israele e quindi periodicamente sgombrati con le ruspe
per essere ricostruiti successivamente, espulsi persino dalle mappe. Fino al
1966 gli arabi israeliani vissero sotto la legge marziale in uno stato di
segregazione con enormi limitazioni alla loro mobilità. Dopo il 1967 il governo
israeliano allentò la pressione su questo settore, permettendone una maggiore
integrazione, per affrontare il compito di consolidare le nuove conquiste
territoriali della guerra dei “sei giorni”.
Le basi sociali del
capitalismo israeliano
Per i palestinesi Israele
rappresentava un regime ostile, usurpatore delle loro terre, responsabile di
genocidio e di deportazioni di massa, per i profughi ebrei che continuavano ad
affluire dall’Europa e dal mondo arabo (dove equilibri di convivenza secolari
erano stati rotti dalle conseguenze della nakba
rendendo impossibile la permanenza per centinaia di migliaia di ebrei), Israele
era l’unica patria possibile, l’unica possibilità di ricostruire vite distrutte
dalla guerra e dalle persecuzioni.
Tra il 1948 e il 1951 la
popolazione israeliana più che raddoppiò (da 650.000 a oltre 1.400.000), per
proseguire a crescere velocemente nei decenni successivi grazie
all’immigrazione ebraica (Israele raggiunse quasi 2 milioni di abitanti nel 1961,
oltre 3 milioni nel 1978, e oggi ha varcato la soglia dei 6 milioni).
Per i profughi della Shoà, l’olocausto, l’accoglienza nella
nuova patria non fu molto felice. Al di là della retorica ufficiale, un settore
del movimento sionista e della destra religiosa li riteneva responsabili del
loro stesso sterminio e i sopravvissuti spesso venivano guardati con sospetto.
La borghesia israeliana e
l’imperialismo seppero sfruttare con notevole cinismo negli anni ’50 e ‘60 la
determinazione delle masse ebraiche, costruendo una società in stato di guerra
permanente ed impiegando la massa dei profughi ebrei come comoda e sempre
rinnovabile forza lavoro per le proprie industrie e, all’occorrenza, carne da
macello per assicurarsi la supremazia sulla zona. Il notevole sviluppo del
capitalismo israeliano, anche grazie alle importanti sovvenzioni nordamericane
(che alla metà degli anni novanta furono stimati in 140 miliardi di dollari dal
1949) permise una certa stabilizzazione del nuovo Stato.
Le masse ebraiche erano
impermeabili alla propaganda nazionalista dei regimi arabi, che le
rappresentava indistintamente come nemici da schiacciare. Nonostante il
notevole flusso migratorio, con il passare degli anni, una parte sempre più
importante di israeliani era nata all’interno di Israele (27,7% nel 1949, 35,1%
nel 1958, 44% nel 1968 e 57% nel 1981) e la lingua ebraica, progettata a
tavolino da Ben Yehouda negli anni ’20, attecchì sempre più fra le giovani
generazioni, accanto allo yiddish
degli askenaziti e all’ebraico-castigliano dei sefarditi. Molti israeliani di
seconda generazione dimenticarono le lingue dei loro paesi d’origine.
La continua minaccia
militare rappresentata dalle nazioni arabe confinanti e la tattica terroristica
portata avanti dalle organizzazioni nazionaliste palestinesi a partire dalla
metà degli anni ’60 spingeva la maggioranza degli israeliani nelle braccia
dello stato sionista che aveva facile gioco ad invocare la retorica della
“difesa nazionale”.
La stabilizzazione, e il
boom economico degli anni ’50-’70, amplificato dal continuo afflusso di nuovi
immigrati e dall’aiuto degli Stati Uniti, portarono ai lavoratori israeliani
(inclusa la minoranza arabo-israeliana, pur discriminata) un tenore di vita
notevolmente più alto rispetto alle masse arabe dei territori confinanti.
Non dimenticando questi
fattori fondamentali che garantirono una certa stabilità al capitalismo
israeliano, va detto che la società israeliana era ed è tutt’altro che
omogenea. Nel 1974 un’inchiesta governativa (scaturita dalle violente proteste
nei primi anni ’70 delle “Pantere nere” israeliane, duramente represse dallo
stato sionista) sulla condizione degli ebrei sefarditi (provenienti dai paesi
latini, dallo Yemen e dal Maghreb), che nel 1981 rappresentavano il 54% della
popolazione israeliana, rivelò la realtà scioccante dell’esistenza di una
“seconda Israele” povera e sfruttata. Di origine sefardita erano il 92% dei
bambini con problemi di denutrizione e il 90% della popolazione carceraria
israeliana; il loro tasso di scolarizzazione superiore era solo del 17% mentre
per gli ebrei di origine europea (askenaziti) era il 41%; nelle università i
giovani sefarditi erano il 20% contro il 78% di askenaziti. La composizione
sociale sefardita era per il 62% operaia (contro il 39%) e solo per il 5%
borghese (contro il 14%). La discriminazione sociale della maggioranza della
popolazione ebraica era simboleggiata dal basso numero di unioni “miste”: solo
il 17%. A pieno titolo dunque il movimento delle Pantere Nere rivendicava con
orgoglio agli ebrei sefarditi il ruolo di “negri d’israele” e in questo senso
si ispirava all’omonimo movimento di protesta degli afroamericani.
Dopo l’esplosione delle
mobilitazioni delle Pantere Nere
sefardite lo stato sionista tentò con un certo successo di mitigare queste
contraddizioni esplosive, ma il blocco storico della classe dominante
israeliana continua tuttora ad essere askenazita, mentre la mancanza di
un’alternativa reale alla propria condizione ha alimentato la crescita della
destra israeliana fra gli strati più poveri dei sefarditi.
Agli occhi degli ebrei le
conquiste materiali, strappate con il lavoro e la lotta, e il carattere
democratico e laico dello Stato d’Israele rappresentavano un capitale da
difendere con le unghie, mentre la violenza contro gli arabi era giustificata
ai loro occhi come una necessità per la difesa delle loro stesse esistenze.
Perfino le centinaia di migliaia d’arabi d’Israele, pur pesantemente
discriminati, erano consapevoli del desolante panorama di miseria offerto dai
regimi arabi autocratici e reazionari, molti dei quali non hanno mai
riconosciuto diritti politici o sindacali alla loro popolazione.
Anche sulla base di dati
globali la società israeliana continua ad essere notevolmente polarizzata. Nel 1992
il 10% della popolazione più ricco si appropriava del 27% del reddito
nazionale, mentre il 10% più povero ne deteneva solo il 2,8%. Negli ultimi tre
anni le condizioni della maggioranza della popolazione sono notevolmente
peggiorate a causa della recessione più profonda della storia israeliana, come
vedremo più avanti.
Messa a paragone con la
realtà israeliana, la condizione delle masse negli stati arabi, governate per
lo più da regimi reazionari ed oppressivi, era però infinitamente peggiore. In
Giordania, ad esempio, le proporzioni erano, nel 1991, rispettivamente del
34,7% del reddito al 10% più ricco e del 2,4% del reddito al 10% più povero.
Oltre il 30% della popolazione giordana viveva sotto il livello ufficiale di
povertà (Fonte dei dati: CIA – The World
Factbook 1999).
Altrettanto chiaro agli
ebrei era il carattere strumentale ed ipocrita della solidarietà tributata ai
palestinesi dai regimi arabi. Il “paladino” della causa palestinese, re Hussein
di Giordania, non si era fatto alcuno scrupolo nel “Settembre nero” del 1970 di
massacrare migliaia di palestinesi suoi sudditi bombardando i campi profughi e
la stessa capitale Amman, in cui stavano crescendo correnti rivoluzionarie, per
reprimere sul nascere un movimento rivoluzionario che minacciava di
detronizzarlo dal comodo scranno su cui gli inglesi avevano piazzato il padre.
Così la Siria, intervenendo nella guerra civile libanese, aveva trovato
conveniente allearsi alle milizie falangiste, responsabili di atroci stragi nei
campi profughi, contro i palestinesi.
I monarchi sauditi e gli
emiri dei ricchi paesi del petrolio, “amici” dei palestinesi e finanziatori
dell’Olp, ne accolsero centinaia di migliaia per farli lavorare nei pozzi e
come servi, in condizioni di semi-schiavitù, ma si guardarono bene dal
concedergli diritti politici o sindacali, non parliamo della cittadinanza. Nel
1999 i lavoratori stranieri privi d’alcun diritto, soprattutto palestinesi, ma
anche yemeniti, indiani, srilankesi e pakistani, erano il 25% della popolazione
in Arabia Saudita, il 35% nel Bahrain, il 60% in Kuwait e oltre il 70% negli
Emirati Arabi Uniti.
L’Organizzazione per
la liberazione della Palestina
La “soluzione” su basi
capitaliste della questione ebraica aveva generato la moderna questione
palestinese. Ai profughi palestinesi del 1948 i regimi arabi non seppero
offrire nulla di meglio che parole, campi profughi e povertà.
Ciononostante i regimi
arabi, in particolar modo l’Egitto di Nasser (specialmente dopo la sconfitta
nella guerra di Suez del 1956), credettero di poter sfruttare la tragedia
palestinese per accreditarsi come regimi antimperialisti e proiettare la rabbia
dei propri popoli su obiettivi esterni. Fu così che per decisione del vertice
dei capi di stato arabi, il 28 maggio del 1964 nacque l’Organizzazione per la
liberazione della Palestina (Olp). Nella sua Carta Costitutiva l’Olp si impegnava a lottare per la “liberazione
di tutta la Palestina”, ritenuta un dovere per ogni Stato arabo, ma allo stesso
tempo anche alla “non ingerenza negli affari interni di alcuno Stato arabo”.
La direzione dell’Olp fu
affidata ad Ahmed Shuqeiri, un avventuriero palestinese che screditò la causa
palestinese con una serie di proclami sanguinari e controproducenti quanto
inconsistenti come la dichiarazione di voler “buttare a mare gli israeliani”.
L’Olp venne dotato addirittura di un esercito, l’Armata per la liberazione
della Palestina, un esercito regolare articolato in brigate da inquadrare negli
eserciti dei paesi arabi confinanti con Israele.
Questa “direzione” palestinese
borghese, succube dei regimi arabi, incontrò subito una forte opposizione da
parte di Fatah, l’organizzazione
guerrigliera di Yasser Arafat, e dei molti intellettuali nazionalisti
palestinesi che come lui avevano saggiato le prigioni dei regimi “amici” nei
primi anni ‘60. L’Olp vide sorgere nel 1967 una nuova opposizione con la
nascita del Fronte popolare di
liberazione della Palestina (Fplp) di George Habash, una formazione armata
piccolo-borghese influenzata dallo stalinismo, contraria alla sudditanza
dell’Olp dai regimi arabi.
La linea dell’Olp e del
nazionalismo borghese arabo uscì totalmente screditata dalla sconfitta nella
guerra dei “sei giorni” del giugno 1967, aprendo nell’organizzazione una crisi
profondissima.
La svolta della
guerra dei “sei giorni”
Il 1967 fu un vero
spartiacque nella storia mediorientale. Fino a quel momento la maggioranza dei
palestinesi rifugiati nei vari paesi arabi aveva nutrito la speranza che
l’intervento degli eserciti di Egitto, Siria e Giordania avrebbe garantito la
riscossa palestinese. La Resistenza contro Israele riguardava piccoli gruppi
con limitata influenza fra le masse palestinesi, principalmente dediti ad
operazioni di “disturbo” del nuovo Stato sionista sulla base dell’infiltrazione
in Israele di commandos, nulla più che piccole punture di spillo per la
macchina da guerra efficiente che era diventato l’Idf (esercito israeliano),
dotato dei migliori armamenti, compatto e ben addestrato. La nascita dell’Olp,
organizzazione verticistica del tutto distante dalle masse dei rifugiati, non
cambiò per nulla il quadro. Gli attacchi si alternavano alle rappresaglie
israeliane sempre più violente.
Un attacco israeliano alla
Siria (in cui era giunta al potere la sinistra baathista) il 7 aprile 1967, nel
quale vennero abbattuti sei Mig siriani mentre l’aviazione israeliana
bombardava i dintorni di Damasco, spinse il regime egiziano di Nasser a
minacciare un intervento, seguito da dichiarazioni bellicose di Hussein di
Giordania e dalle farneticazioni di Shuqeiri. Nelle intenzioni arabe la levata
di scudi doveva essere un bluff che aveva lo scopo di provocare un intervento
delle potenze occidentali, bluff appunto non sostenuto da seri preparativi di
guerra. Gli israeliani invece si erano ben preparati e le minacce arabe furono
il pretesto per sferrare un colpo decisivo alla potenza militare dei vicini in
base ad un piano evidentemente preparato accuratamente.
All’alba del 5 giugno
l’aviazione israeliana scatenò un attacco fulmineo contro gli aeroporti
egiziani e giordani distruggendo oltre il 90% delle aviazioni militari di
entrambi i paesi prima ancora che gli aerei potessero decollare. Lo stesso
giorno l’Idf penetrò in Cisgiordania e a Gaza e in un paio di giorni di aspri
combattimenti ebbe ragione della Legione araba giordana e dell’esercito
israeliano dislocato a Gaza. Il 6 conquistrarono Gaza e il 7 presero
Gerusalemme completando l’occupazione della Cisgiordania. Il 10 giugno, mentre
il mondo arabo era attonito, Israele non solo aveva unificato sotto il suo
dominio l’intera Palestina del Mandato britannico ma aveva occupato il Golan
siriano e il Sinai egiziano, infliggendo alle nazioni arabe una disfatta
epocale e provocando la fuga di 300.000 nuovi profughi palestinesi.
Rinascita della
Resistenza palestinese
La guerra dei “sei giorni”
però non ebbe sui palestinesi l’effetto demoralizzante della Nakba; questa volta era la rabbia a
prevalere sulla demoralizzazione. La sconfitta araba sortì l’effetto (del tutto
imprevisto da parte israeliana) di spazzare via ogni residua illusione che un
intervento esterno avrebbe “messo le cose a posto”, creando, tra i palestinesi
ritrovatisi di colpo sotto la dominazione diretta israeliana e tra tutti quelli
che affollavano i campi profughi in Giordania, Siria e Libano, un terreno fertile
per la critica alle direzioni nazionaliste tradizionali del mondo arabo. Da
questo ambiente trasse enorme impulso la Resistenza palestinese (in particolare
Fatah e il neonato Fplp) che
conquistò ben presto una base di massa nei campi profughi.
Il 21 marzo 1968
l’esercito israeliano, per spazzare via definitivamente la guerriglia
palestinese, decise di attaccare il quartier generale palestinese posto nel
villaggio di Karameh in Giordania. Arafat, informato dell’attacco, decise di
tenere le posizioni accettando lo scontro frontale (nonostante i guerriglieri
del Fplp si fossero ritirati sulle colline). La resistenza, inattesa dagli
israeliani, portò ad un’intera giornata di scontri alla fine dei quali l’Idf
dovette ritirarsi sconfitto, subendo 28 morti e 69 feriti e il danneggiamento
di una trentina di carri armati. Oltre un centinaio di guerriglieri furono
uccisi, ma questo episodio suscitò in tutto il mondo arabo un’enorme ondata
emotiva perché la resistenza palestinese era riuscita dove avevano sempre fallito
gli eserciti degli stati arabi: infliggere all’esercito israeliano per la prima
volta una sconfitta.
Lo sviluppo impetuoso
della Resistenza proiettò tra il 1969 e il 1970 Fatah ed Arafat ai vertici di un’Olp paralizzata dalla crisi.
I regimi arabi contro
la Resistenza palestinese
I profughi palestinesi
della nakba erano stati accolti dai
paesi ospitanti con malcelato fastidio. Relegati alla miseria dei campi
profughi, la cui popolazione era in continua crescita (nel 1968 erano già un milione
e mezzo), i palestinesi furono usati dalla borghesia dei vari paesi come forza
lavoro a basso prezzo, sottoponendoli a condizioni umilianti. L’ascesa della
Resistenza alla fine degli anni ’60 restituì ai palestinesi il proprio
orgoglio, trasformando i campi in veri e propri santuari delle organizzazioni
guerrigliere.
Le incursioni guerrigliere
e i rapporti con la rete clandestina di collegamento con i palestinesi
“dell’interno” si dipanavano a partire dai campi profughi, esponendo i campi
stessi ed i paesi ospitanti alle violente rappresaglie israeliane. Le classi
dominanti arabe da un lato volevano usare la “carta palestinese” per i propri
fini, dall’altro non erano disposte ad accettare di pagarne le conseguenze.
Questa contraddizione generò un costante attrito tra le formazioni guerrigliere
ed i governi dei paesi ospitanti, aggravato dalla diffusione di posizioni
rivoluzionarie tra i palestinesi che non si limitavano all’obiettivo della
lotta di liberazione della Palestina, ma concepiva la rivoluzione palestinese
come parte di una più generale rivoluzione araba a carattere decisamente
socialista. Queste posizioni, forti del prestigio crescente della Resistenza
palestinese, cominciarono ad attecchire soprattutto fra le masse libanesi e
giordane.
La reazione delle classi
dominanti arabe fu dapprima quella di tentare di condizionare le scelte
dell’Olp facendo leva sui cospicui finanziamenti erogati all’Olp. Oltre a ciò
ciascun regime arabo cercò di corrompere settori della resistenza, creando organizzazioni
che fungessero da “portavoce”, come la Saika, di matrice baathista siriana, o
il Fronte popolare - comando generale di Ahmed Jibril, anch’esso controllato
dalla Siria e il Fronte arabo di liberazione, foraggiato dall’Iraq. Queste
formazioni minoritarie composte di avventurieri furono responsabili delle
azioni terroristiche più controproducenti per la causa palestinese,
trasformandosi in certi momenti anche in vere e proprie schegge impazzite della
resistenza palestinese (come il gruppo di Abu Nidal che alle stragi in Europa
affiancò anche l’assassinio sistematico di esponenti dell’Olp).
La prima crisi esplose nel
1969 proprio in un Libano, già profondamente attraversato da tensioni fra la
minoranza cristiano-maronita e la maggioranza araba, dove la guerriglia di Fatah aveva le sue radici più profonde
ed una serie di azioni di commando nell’alta Galilea aveva scatenato dure
rappresaglie israeliane. L’attrito con il governo libanese degenerò
nell’autunno del 1969 in alcuni giorni di aspri combattimenti nei quali
l’esercito libanese ebbe la peggio.
L’accordo del Cairo per
regolamentare le attività palestinesi in Libano pose fine momentaneamente allo
scontro.
Un processo simile era in
atto già da tempo anche in Giordania dove gli stretti legami fra la monarchia
hashemita di Hussein e gli Stati Uniti e la condizione oppressa della grande
maggioranza della popolazione palestinese indigena trovava espressione nella
prospettiva aperta dalla rivoluzione palestinese. L’Olp cercò in ogni modo di
evitare uno scontro frontale con Hussein, ma l’ascesa rivoluzionaria delle
masse giordane travolse ogni ostacolo confrontandosi con il regime giordano
privo di una vera direzione per i tentennamenti dell’Olp. A partire dall’estate
del 1970 una serie di scontri tra guerriglia ed esercito avevano fatto crescere
la tensione. Una serie di dirottamenti di aerei di linea (PanAm, Swissair e
British Airways, peraltro senza vittime civili) ad opera del Fplp fu la scusa
che Hussein cercava per giustificare sul piano internazionale la repressione.
Dopo due settimane di
combattimenti, che portarono la guerriglia palestinese a conquistare buona
parte della capitale Amman, Hussein nominò il 16 settembre un governo militare
che scatenò all’alba del 17 un’offensiva dei reparti beduini dell’esercito
(meno contagiabili dalla rivoluzione) sotto il comando del generale al-Majali
contro i campi profughi, bombardati con proiettili al fosforo e napalm e
impiegando i carri armati contro i quartieri popolari di Amman. Nonostante la
sproporzione di forze dal punto di vista militare, la resistenza fu accanita e
i combattimenti durarono quasi due settimane, costringendo Hussein a cercare
una via d’uscita negoziata con i dirigenti di Fatah e dell’Olp, che firmarono un accordo il 27 settembre 1970 per
la fuoriuscita della guerriglia dalla Giordania, che si trasferì armi e bagagli
in Libano.
La cifra esatta delle
vittime del “Settembre nero” giordano non si è mai saputa. Fonti palestinesi
parlano di 20.000 morti, altre fonti di 5-10.000 morti, soprattutto tra la
popolazione civile.
L’atteggiamento dei
dirigenti dell’Olp e di Arafat fu aspramente criticato da un settore molto
ampio del movimento rivoluzionario palestinese, uscito con le ossa rotte dalle
vicende giordane, mentre la frustrazione e la rabbia per il massacro perpetrato
da Hussein e per il silenzio delle altre nazioni arabe dilagavano fra i
palestinesi, lasciando spazio a suggestioni terroristiche estreme (è di questi
mesi la formazione del gruppo terroristico Settembre
Nero).
Svolta diplomatica dell’Olp
La sconfitta giordana non
servì a superare i limiti fondamentali della Resistenza palestinese. La crisi
di autorità della direzione piccolo-borghese intorno ad Arafat non portò ad un
cambiamento di rotta dell’Olp nella direzione di una politica autenticamente
rivoluzionaria. Non venne sottoposta a revisione la concezione di una lotta di
liberazione “portata dall’esterno”, dalla diaspora palestinese, che assegnava
alle masse palestinesi dei Territori occupati un ruolo da comprimarie.
Soprattutto non venne meno, anzi paradossalmente si rafforzò, la sostanziale
subalternità dell’Olp alla politica di “non ingerenza” negli affari interni
degli Stati arabi, concepiti solo come retrovie di uno sforzo bellico. La
limitazione della lotta ad un quadro puramente “nazionale”, rimandando ad un
secondo tempo il problema di quale tipo di società costruire nella Palestina
liberata aveva permesso di mantenere una falsa unità con i regimi arabi, ma non
aveva protetto l’Olp dal tradimento di quegli stessi regimi ogni volta che le
masse arabe avevano tentato di liberarsi dalle proprie catene e la loro lotta
era entrata in collisione con gli interessi fondamentali dei loro oppressori.
Oltre alla sconfitta in
Giordania il disorientamento venne alimentato da una catena di attentati ad
obiettivi internazionali (dirottamenti aerei, bombe, assassinii all’estero di
alti esponenti israeliani e persino di dirigenti “moderati” dell’Olp) che
caratterizzarono la prima metà degli anni ’70, soprattutto per mano del gruppo
terroristico Settembre Nero e del
gruppo di Abu Nidal, che imposero all’attenzione del mondo la questione
palestinese fino a quel momento ignorata, ma solo con l’effetto di screditare
la Resistenza palestinese e minarla alla base.
Sotto la direzione di
Arafat l’Olp aveva finalmente trovato un appoggio di massa tra i palestinesi,
ma di fronte alla pressione diplomatica internazionale, particolarmente da
parte dei regimi arabi, lo stesso Arafat reagì imponendo al movimento una
svolta di 180 gradi: il passaggio da una concezione della lotta di liberazione
fondata sul popolo palestinese (anche se sostanzialmente limitata ai profughi)
ad una concezione della lotta armata quale strumento ausiliario di pressione
sulla diplomazia internazionale.
Il 6 ottobre 1973, alla
vigilia della festività ebraica dello Yom
Kippur, Egitto e Siria attaccarono Israele. L’apparato di difesa israeliano
scricchiolò paurosamente, del tutto impreparato. La resistenza palestinese
partecipò alla lotta all’interno dei Territori occupati. Parteciparono alla
guerra anche reparti giordani, iracheni e marocchini e un simbolico
distaccamento tunisino. Successi iniziali delle forze arabe riscattarono agli
occhi delle masse arabe la sconfitta ignominiosa del 1967. La reazione
israeliana fu confusa, anche per il disorientamento indotto dal clamoroso
insuccesso dei suoi servizi di sicurezza, ritenuti fino a quel momento
infallibili. La “guerra del Kippur” produsse un profondo impatto sulla società
israeliana spezzando la sicurezza israeliana sull’imbattibilità del suo
esercito, anche se questo avrebbe recuperato successivamente il terreno perso e
il 22 ottobre si sarebbe giunti all’armistizio con Israele che aveva già
ripreso il sopravvento.
Il riconoscimento
dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina da parte del Vertice
arabo di Algeri quale “unica e legittima rappresentante del popolo palestinese”
il 27 novembre del 1973, le modifiche alla Carta nazionale palestinese del
maggio 1974 che introdussero per la prima volta la prospettiva di una liberazione
parziale della Palestina (e l’implicito riconoscimento di Israele) e l’invito a
tenere un discorso all’Onu il 13 novembre del 1974 portarono in primo piano di
nuovo i regimi arabi nell’ambito della svolta “diplomatica” dell’Olp, una linea
perseguita anche a costo di minare l’unica vera forza del movimento
rivoluzionario, le radici stesse del movimento tra le masse palestinesi.
Rivoluzione e
controrivoluzione in Libano
Nonostante l’esperienza
giordana e gli scontri del 1969, in Libano la Resistenza si sentiva sicura
della propria forza in continua espansione, a fronte di un potere statale
debole in una società attraversata da profonde spaccature tra la classe
dominante cristiano-maronita insediata dai francesi e le varie fazioni borghesi
musulmane. La crescita dell’autorità della Resistenza andava di pari passo con
l’ascesa dei sentimenti rivoluzionari tra le masse libanesi. La classe operaia
era prevalentemente araba e ne facevano parte integrante i palestinesi dei
campi profughi. La borghesia libanese aveva sfruttato per anni la manodopera
dei profughi, dislocando i campi vicino alle città, e aveva usato la loro
disperazione per tentare di minare le forti organizzazioni della classe
lavoratrice libanese. Questo cinico calcolo invece determinò ben presto una
saldatura fra il movimento di liberazione palestinese e le aspirazioni di
liberazione sociale dei lavoratori libanesi.
Il trasferimento forzato
di migliaia di guerriglieri dell’Olp e di tutte le formazioni della resistenza
palestinese dalla Giordania rese il Libano la loro base principale. Interi
quartieri di Beirut erano controllati dall’Olp che andava configurandosi come
un potere alternativo a quello dello Stato, incontrando l’appoggio delle masse
libanesi. Grazie ai finanziamenti in appoggio alla Resistenza, intorno all’Olp
fiorivano numerose istituzioni sociali, scuole e ospedali, spesso di qualità
superiore a quelle libanesi, aperte al resto della popolazione.
Alla metà degli anni ’70
il fragile equilibrio si ruppe. Mentre l’Egitto di Sadat e la Giordania di
Hussein erano impegnati in serrate trattative con Israele per arrivare agli
accordi separati di Camp David sotto gli auspici dell’imperialismo americano,
in Libano esplose la “guerra civile”; in realtà la guerra scatenata dalla
classe dominante cristiano-maronita, dall’esercito e dalle milizie dei
falangisti cristiani contro la classe operaia e le masse libanesi e le loro
organizzazioni e il fronte della Resistenza palestinese aveva i connotati di
una vera e propria guerra per riaffermare il proprio dominio di classe. Allo
scontro partecipò anche Israele con frequenti incursioni nel Libano meridionale
per colpire le basi della guerriglia.
Il 26 gennaio 1975 i
guerriglieri palestinesi intervennero a difesa dello sciopero dei pescatori di
Sidone, contro un tentativo di repressione dell’esercito. I guerriglieri
costrinsero gli uomini dei reparti di sicurezza libanesi a ritirarsi lasciando
sul campo dieci morti. Le Falangi cristiane invocarono il pugno di ferro contro
l’Olp. Il 13 aprile un attentato contro il capo della Falange Pierre Gemayel
scatenò l’immediata rappresaglia dei falangisti che bloccarono un autobus
diretto al campo profughi di Tall el-Zaatar e massacrarono a sangue freddo
tutti i 27 passeggeri, scatenando combattimenti in tutta Beirut.
Per tutto il 1975, fra
evanescenti tregue e combattimenti durissimi, l’atteggiamento dell’Olp fu
quello di non intervenire direttamente, ma di limitarsi ad assistere le milizie
islamo-progressiste della sinistra libanese con sostegno logistico ed armi. La tattica
“attendista” dell’Olp ebbe come unica conseguenza il prolungamento del
conflitto, ma la decisione delle Falangi di assediare i campi profughi di
Dbayeh e Tall el-Zaatar costrinse la guerriglia palestinese ad entrare nel
conflitto con tutto il suo peso.
Nei mesi successivi le
Falangi furono costrette ad arretrare sulle montagne fino ad essere quasi
sconfitte ma a questo punto avvenne uno spettacolare rovesciamento di
posizioni.
All’annuncio della
possibile instaurazione di un governo rivoluzionario della sinistra libanese il
fronte arabo degli “amici” della lotta palestinese si spaccò. Egitto e
Giordania erano spaventati dalla prospettiva che la rivoluzione dilagasse in
tutto il medio oriente, mentre il paladino della lotta all’imperialismo, il
“progressista” Assad, presidente siriano del Baath, per prevenire l’ascesa al
potere di un governo che avrebbe potuto aprire un fronte alla sua sinistra,
operò uno spettacolare rovesciamento, inviando nel giugno del 1976 truppe
siriane a combattere a fianco dei falangisti.
L’intervento siriano
capovolse la situazione. La guerriglia si dovette ritirare a costo di gravi
perdite verso le città, mentre i falangisti protetti dall’esercito siriano
posero di nuovo sotto assedio il campo di Tall el-Zaatar. Dopo 52 giorni, il 12
agosto, Tall el-Zaatar si arrese ma falangisti e siriani consumarono la loro
vendetta massacrando tremila palestinesi mentre evacuavano il campo.
Il più “progressista” dei
regimi arabi, la Siria, minacciata seppure indirettamente dallo sviluppo di una
rivoluzione non esitò a schierarsi con brutale risoluzione a fianco dell’ala
più reazionaria della controrivoluzione borghese contro la stessa Resistenza
palestinese di cui ospitava a Damasco i quartieri generali e che da anni
finanziava. Mentre Assad decretava un nuovo massacro dei palestinesi le cricche
dominanti dei paesi della Lega araba stavano alla finestra a guardare senza
muovere un dito. La tregua dichiarata ad ottobre del 1976 ed il compromesso
raggiunto non fu che un’ulteriore prova del ruolo reazionario giocato dagli
“amici” della causa palestinese. Dopo 19 mesi di guerra e 60.000 morti i
trentamila soldati siriani che avevano fatto pendere la bilancia dalla parte
dei falangisti vennero trasformati in “Forza araba di dissuasione” con il compito
di vigilare sulla tregua, mentre il Libano veniva diviso in zone spartite fra i
diversi contendenti in una fragile “pace” armata.
Nonostante il tradimento
di Assad la direzione dell’Olp si spese in umilianti trattative per “ricucire”
lo strappo e ricomporre un fronte arabo che fino a quel momento si era rivelato
essere composto dai peggiori nemici del popolo palestinese.
La crisi libanese però era
solo iniziata e si sarebbe sviluppata in un crescendo da incubo negli anni
successivi.
Invasione israeliana
del Libano
Mentre per i regimi arabi
l’obiettivo era solo quello di “impartire una lezione ai palestinesi” per
ridimensionarne l’influenza, per Israele la presenza stessa della guerriglia
palestinese sul suolo libanese era intollerabile. Il 14 marzo 1978 Israele
invase per la prima volta il Libano del sud e in pochi giorni travolse la
resistenza palestinese (lasciata sola a combattere dall’esercito libanese).
L’assedio di Tiro e la fuga di 250.000 libanesi impose però un intervento dell’Onu
che decise di inviare 4.000 “caschi blu” sotto pressione americana, cui premeva
la normalizzazione dei rapporti fra Israele ed Egitto che verrà sancita il 18
settembre dagli accordi di Camp David, così gli israeliani decisero di
ritirarsi il 13 giugno lasciandosi alle spalle un esercito fantoccio, il
cosiddetto “Esercito del Libano del sud”, da quel momento agente mandatario
degli interessi israeliani nel Libano.
Per rispettare le
necessità del potente alleato nordamericano la classe dominante israeliana
aveva rinunciato a consolidare la propria vittoria spezzando la Resistenza
palestinese che, pur pagando un carissimo prezzo falcidiata dai massacri subiti
per mano dei falangisti, dei siriani e poi dell’Idf, aveva mantenuto le sue
basi principali e un notevole appoggio nei Campi profughi e fra la popolazione
libanese.
La sconfitta libanese
accelerò e rafforzò la svolta diplomaticista della politica dell’Olp sotto la
direzione di Arafat. Tale linea veniva contestata però da un largo fronte di
formazioni della sinistra palestinese (Fplp e Fdlp e addirittura dai gruppi
foraggiati dalla Siria), contrarie alle concessioni che sui diversi tavoli di
trattativa pilotati dagli Usa venivano elargite da Giordania ed Egitto sulla
pelle dei palestinesi. Arafat in questi frangenti tenne un atteggiamento
conciliatorio, più preoccupato di stabilire relazioni diplomatiche con i
governi europei (che nel 1980 riconobbero l’Olp come “rappresentante del popolo
palestinese”) e di non entrare in urto con i suoi principali finanziatori, gli
stessi regimi arabi che si erano rivelati degli infidi alleati, quando non
apertamente dei nemici (sempre nel 1980 Arafat costituì con re Hussein di
Giordania un “Comitato giordano-palestinese”). I risultati di questa politica
non furono per nulla felici per i palestinesi ed orientarono l’Olp verso la
mediazione caldeggiata dalla monarchia saudita della creazione di uno Stato
palestinese in cambio del riconoscimento da parte degli stati arabi della
legittimità d’Israele, da quel momento la stella polare dell’azione politica e
diplomatica dell’Olp.
Seconda invasione
israeliana del Libano
Per Israele i problemi non
erano risolti, così il 6 giugno del 1982 (ad insaputa degli alleati americani)
lanciò una seconda invasione del Libano su vasta scala (denominata “Pace in
Galilea”), con l’obiettivo di sradicare l’Olp e la Resistenza palestinese.
L’invasione, sotto il comando di Ariel Sharon (ministro della difesa del
governo Beghin), si trasformò in un massacro indiscriminato. In poche ore si
abbattè sulle città e sui campi profughi un diluvio di fuoco da parte
dell’aviazione israeliana, mentre colonne di carri armati avanzavano su Beirut
lasciandosi dietro morte e macerie. Nelle prime due settimane le vittime furono
14.000. Nonostante la strenua resistenza palestinese l’Idf cinse d’assedio
Beirut ovest in un abbraccio mortale durato 78 giorni, durante i quali ogni
rifornimento venne bloccato e la città fu sottoposta a continui bombardamenti.
7.000 morti fra i civili libanesi e un numero imprecisato di vittime
palestinesi (di cui non sarà mai fatto un vero bilancio) non furono sufficienti
a piegare la resistenza.
A questo punto entrò in
gioco la diplomazia internazionale che negoziò una via d’uscita per l’Olp in
cambio dell’evacuazione completa dal Libano della guerriglia palestinese (in
base a fortissime pressioni esercitate dall’amministrazione Reagan su Beghin).
Nell’ultima decade d’agosto del 1982 oltre 10.000 guerriglieri palestinesi
evacuarono Beirut sotto la sorveglianza di una forza franco-italo-americana, ma
il prezzo pagato per preservare le strutture dell’Olp e ricominciare da
un’altra parte fu salatissimo: lasciare del tutto inerme la popolazione
libanese e le decine di migliaia di palestinesi che continuavano ad affollare i
campi profughi, alla mercè dei falangisti cristiano-maroniti, delle milizie
sciite filosiriane di Amal (che tra il 1985 e il 1987 si sarebbero rese
protagoniste di nuovi massacri della popolazione dei campi profughi),
dell’esercito siriano e dell’esercito israeliano, con la sola garanzia di un
patto scritto sulla sabbia che nessuno aveva interesse a far rispettare.
La vendetta israeliana
sulla popolazione palestinese inerme fu immediata e tremenda. Tra il 16 e il 18
di settembre, appena il contingente di “pace” internazionale aveva lasciato il
Libano (dopo aver disarmato i guerriglieri rimasti), le milizie libanesi
cristiane di Gemayel, alleate di Israele, massacrarono 3.000 palestinesi
mettendo a ferro e fuoco per 40 interminabili ore i campi profughi di Sabra e
Chatila a Beirut, mentre Ariel Sharon si godeva lo spettacolo dal suo quartier
generale posto sulla cima di un edificio a 200 metri dal confine del campo di
Chatila. Così come i siriani sei anni prima a Tall al Zaatar, l’esercito
israeliano si limitò a fornire un appoggio logistico ai falangisti, illuminando
a giorno l’area con i bengala, bloccando ogni via di fuga agli abitanti del
campo e rifocillando ai posti di guardia i falangisti che stavano conducendo il
massacro.
Per la resistenza
palestinese dispersa in nove differenti paesi arabi e per quelli rimasti sul
campo dopo la fuga dei dirigenti si aprì un periodo di lotte intestine e di
demoralizzazione.
La svolta
“diplomatica” dell’Olp si approfondisce
La direzione dell’Olp si
trasferì in Tunisia, dove Arafat e il suo entourage avrebbero vissuto in un
esilio dorato fino al rientro a Gaza nel 1994, tutto votato ad architettare
“brillanti” strategie negoziali e a destreggiarsi tra le rivalità interne alla
Lega araba (facendo leva sull’Egitto contro la Giordania o la Siria, o
viceversa, a seconda delle necessità del momento), oltre a ristabilire normali
relazioni con le monarchie del Golfo, dai cui finanziamenti la “corte” di
Arafat era diventata sempre più dipendente.
La politica dell’Olp da
quel momento in poi si orientò sempre più chiaramente all’idea di divenire
l’ago della bilancia della stabilizzazione in Medio Oriente agli occhi
dell’imperialismo nordamericano e dell’Europa, giocando sulle rivalità tra le
nazioni arabe ed appoggiandosi sulla guerriglia e persino sul terrorismo
(formalmente condannato dall’Olp) solo come forza di pressione da giocare al
tavolo delle trattative.
Lo scontro con la Siria
portò Assad ed espellere Arafat da Damasco nel giugno del 1983 e promuovere una
scissione dell’Olp in Libano, ma la “campagna acquisti” di Assad naufragò per
la reazione di Arafat che, a sorpresa, sbarcò a settembre nella città libanese
di Tripoli per rivolgere un appello alle formazioni palestinesi. L’esercito
siriano replicò con attacchi ai campi di Nahr el-Bared e Beddawi che
degenerarono in violenti scontri fino alla tregua del 20 dicembre. Arafat a
questo punto aveva raggiunto i propri obiettivi: mantenere il controllo della
resistenza libanese e riconquistare un ruolo di primo piano dopo la sconfitta
del 1982 facendo rientrare le critiche al suo operato durante la crisi
libanese. Rientrando a Tunisi si fermò al Cairo per incontrare il leader
egiziano Mubarak (nonostante l’Egitto fosse ancora sospeso dalla Lega araba per
gli accordi separati di Camp David del 1978 con Israele) e incassare il suo
appoggio alla linea “negoziale”. Grazie a questa vicenda Arafat riuscì a
rinsaldare il suo controllo sull’Olp, ridimensionare l’influenza delle
organizzazioni alla sua sinistra (Fplp e Fdlp) e superare la crisi esplosa dopo
la fuga dal Libano.
La situazione nei
Territori occupati alla vigilia dell’Intifada
Per anni la politica
schizofrenica d’appelli alla trattativa internazionale e di lotta armata contro
Israele condotta dall’Olp e dalle altre formazioni palestinesi non aveva fatto
avanzare di un millimetro le posizioni delle masse palestinesi, ottenendo
invece il risultato di rafforzare la coesione dello Stato israeliano.
Il 7 dicembre 1987 accade
qualcosa di assolutamente imprevisto sia dagli israeliani sia dai dirigenti dell’Olp
a Tunisi: un incidente apparentemente simile a tanti altri innesca la rivolta
spontanea di decine di migliaia di giovani e di lavoratori contro l’occupazione
israeliana.
La lotta più avanzata
delle masse palestinesi esplode proprio là – nei Territori occupati dal 1967 –
smentendo gli scettici dirigenti palestinesi che sostenevano che, a causa della
presenza dell’esercito d’occupazione, non sarebbe stato possibile condurre una
lotta di massa contro l’occupazione.
Il distacco fra la
direzione dell’Olp a Tunisi e la realtà dei Territori era diventato così grande
che numerosi segnali dell’imminente rivolta avvenuti nei diciotto mesi
precedenti1 non
erano bastati a catturare l’attenzione di Arafat, troppo preoccupato di
assestare colpi ai propri avversari e di parare quelli destinati a lui per
accorgersi che qualcosa stava cambiando dove più contava. La parola Intifada (concetto traducibile con
“scrollarsi di dosso” o “scuotersi”) ben rappresenta a cosa stavano
accingendosi le masse palestinesi.
Durante i vent’anni
d’occupazione militare i Territori erano stati per Israele “un mercato
supplementare per i prodotti israeliani e fonte di fattori di produzione,
soprattutto lavoro non qualificato, per l’economia israeliana”, secondo le
parole pronunciate nel 1970 dall’allora ministro della difesa. Fattore non
secondario nella decisione di mettere le mani sulla Cisgiordania e sul Golan
era stata l’appropriazione delle risorse idriche della regione, soprattutto le
falde di acqua fossile, che venivano accaparrate da Israele per l’80%, pari a
circa un terzo del suo fabbisogno d’acqua.
Coerentemente con questa
impostazione il governo israeliano provocò lo strangolamento dell’economia dei
Territori, prevalentemente legata all’agricoltura, con il settore industriale
quasi esclusivamente relegato all’artigianato. Questa scelta causò una larga
proletarizzazione della popolazione agricola che fu costretta ad ingrossare le
fila dei 120.000 palestinesi che andavano quotidianamente a lavorare sulla
costa israeliana dalla Cisgiordania e da Gaza (il 33% dei lavoratori della
Cisgiordania e il 50% di quelli di Gaza). La necessità di migrare
quotidianamente oltre la “linea verde” (i confini del 1948) era usata dallo
Stato israeliano come arma di rappresaglia verso i lavoratori palestinesi con
la costante minaccia di una chiusura delle frontiere a totale arbitrio degli
occupanti.
L’economia dei Territori
era ed è tuttora totalmente dipendente dalle importazioni da Israele anche per
i beni di consumo di prima necessità2. Le centinaia di migliaia di palestinesi emigrati
all’estero alimentavano inoltre un flusso di rimesse verso le loro famiglie
(pari al 37% del Pil dei Territori), contribuendo a sostenere un mercato nel
quale esportare le eccedenze della produzione israeliana.
A tutti questi fattori si
aggiungeva una politica di colonizzazione diretta. Nei primi dieci anni le
colonie erano limitate a piccoli insediamenti in appoggio agli avamposti
militari. Il numero totale non superava i 7.000 coloni. Con l’ascesa al potere
della destra sionista del Likud nel
1977, la politica di colonizzazione cambiò radicalmente con l’obiettivo di
“rovesciare l’equilibrio demografico dei Territori” (Sharon) per rendere
irreversibile l’occupazione. Nell’arco dei dieci anni successivi erano state
costruite su terra palestinese 18.000 abitazioni in 139 insediamenti per un
totale di 80.000 coloni, con un reticolo di strade speciali per separare i
coloni dagli arabi al prezzo di rendere quasi impossibile la libera
circolazione della maggioranza. Scuole e servizi all’avanguardia erano preclusi
agli arabi, che pagavano il quadruplo delle tariffe per l’acqua e ne ricevevano
un quantitativo procapite dieci volte inferiore. La presenza dei coloni è stata
sempre, al pari con lo sviluppo di un settore di palestinesi collaborazionisti,
l’aspetto più odioso dell’occupazione per i palestinesi, continuamente
sottoposti ad umiliazioni e quotidiane violenze sotto gli occhi complici delle
autorità.
La popolazione palestinese
dei Territori aveva sperimentato nei vent’anni di occupazione una notevole
esplosione demografica. Il 75% della popolazione aveva nel 1987 meno di 25 anni
e il 50% addirittura meno di 15; la maggioranza quindi, alla vigilia dell’Intifada, non aveva conosciuto altro che
il regime oppressivo dell’occupazione israeliana, reso sempre più
intollerabile.
La “Rivolta delle
pietre”
Tale era il quadro alla
vigilia dell’Intifada. Rotta la diga,
l’insurrezione sconvolse in pochi mesi tutti gli equilibri, mettendo a dura
prova la resistenza delle forze d’occupazione e provocando divisioni ai vertici
dello Stato e dell’esercito israeliano su come affrontare un’intera popolazione
in rivolta a mani nude. Ogni ricorso alla repressione, anche la più brutale, si
rivelò inefficace: ricorso sistematico alla detenzione amministrativa3 per cui non era necessario un processo (9.000
arresti in pochi mesi), centinaia di uccisioni e ferimenti, demolizioni di case
e blocco delle fonti di sostentamento delle famiglie degli attivisti,
rappresaglie “collettive” sui villaggi o i quartieri, persino l’ordine dato da
Rabin di “spezzare braccia e gambe” a chi veniva colto a lanciare sassi, a
nulla servivano se non ad alimentare la rivolta.
Le forme di lotta furono
lo sciopero generale, i blocchi stradali, gli agguati alle pattuglie israeliane
bersagliate dai lanci di pietre per mano degli shebab (i ragazzi della rivolta), ma anche forme di disobbedienza
civile particolarmente efficaci come lo “sciopero delle tasse” e il rifiuto di
aderire agli orari di apertura degli esercizi decisi dalle autorità israeliane.
Famosa a questo proposito la “battaglia dei negozi” che vide a Gerusalemme est
i militari israeliani tentare di forzare l’apertura dei negozi durante una
serrata. I commercianti sotto minaccia li aprivano, ma li richiudevano appena i
soldati si erano allontanati. La lotta ottenne l’appoggio delle associazioni
dei commercianti ebrei della parte occidentale della città.
Fin dai primi giorni dell’Intifada sorsero spontaneamente su base
territoriale dei Comitati popolari
(Cp) che riunivano gli attivisti della mobilitazione (la grande maggioranza dei
quali non erano inquadrati nelle organizzazioni preesistenti) e presero a
dirigere la lotta e a gestire ogni aspetto della vita della popolazione
(articolandosi per questo scopo in comitati specifici), dalla creazione di
presidi sanitari nei quartieri e nei villaggi, all’istruzione (dato che le
scuole di ogni ordine e grado erano state chiuse nel febbraio del 1988 dalle
autorità), al controllo delle tariffe professionali, degli affitti e dei prezzi
in generale, alla lotta all’accaparramento, al boicottaggio dei prodotti
israeliani, alla distribuzione degli approvvigionamenti, al tentativo di
rispondere all’emergenza economica con lo sviluppo dell’agricoltura e
dell’allevamento di sussistenza, fino alla creazione di veri e propri tribunali
popolari. Le donne giocarono un ruolo di primo piano nel funzionamento di
questa galassia di comitati. Ogni Comitato popolare si dotò di “comitati
d’assalto”, composti da giovani shebab
armati di fionde e bottiglie Molotov, con il compito di attaccare a sassate le
pattuglie dell’esercito e della polizia israeliana, operare la distribuzione
dei generi di prima necessità durante i coprifuoco e vigilare sulle comunità.
Per il peso
dell’occupazione militare i comitati non poterono dispiegare appieno le loro
potenzialità di potere alternativo alle autorità coloniali coordinandosi a
livello generale. Pur non essendo formati da delegati eletti dalla massa della
popolazione, per tutta la prima fase dell’Intifada furono le strutture
attraverso cui si espressero i settori d’avanguardia dirigenti della lotta,
dotati di una enorme influenza.
Nel maggio del 1988, a sei
mesi dall’inizio della rivolta, fonti israeliane stimarono in 45.000 i vari
comitati operanti che cominciavano a coordinarsi a livello delle città, mentre
era nato immediatamente per iniziativa dei partiti della sinistra palestinese
(Fplp, Fdlp e Pcp) un Comando Unificato dell’Intifada.
Contrariamente a quanto è
stato sostenuto successivamente, la direzione dell’Olp all’estero, pur avendo
una certa influenza sulla massa della popolazione, fu completamente spiazzata
dallo sviluppo esplosivo della mobilitazione rivoluzionaria nei Territori. Le
direttive di Arafat non ricevettero fino al dicembre del 1988 riscontri
significativi da parte del Comando Unificato; la saldatura con Tunisi avvenne
solo dopo che la repressione israeliana era riuscita a decapitare il movimento
della sua direzione originaria, nel settembre del 1988.
Non giocò alcun ruolo
nella prima fase della lotta neppure la Fratellanza musulmana4, peraltro forte solo a Gaza dove aveva potuto
svilupparsi per anni intorno alle moschee riconosciuta legalmente dagli
israeliani che speravano così di minare l’influenza delle organizzazioni
rivoluzionarie palestinesi. In un primo tempo fu restia ad essere coinvolta,
per la sua vicinanza agli strati più agiati della popolazione palestinese che
ne costituivano il fulcro dei militanti e per non mettere a rischio le
considerevoli proprietà accumulate a Gaza (10% del patrimonio immobiliare). Ben
presto però formò un’organizzazione specifica per intervenire nella
mobilitazione, Hamas, che cominciò a
sfornare i primi comunicati un mese dopo l’inizio della rivolta.
Divisioni israeliane
La lotta eroica dei
palestinesi riuscì a conquistare la simpatia degli arabi d’Israele e a scuotere
la fiducia dei giovani soldati ebrei, impreparati a combattere una guerra
contro bambini, adolescenti, donne e uomini inermi, ma fermamente determinati a
resistere.
Le eroiche missioni dell’esercito
più potente dell’area contro ragazzini dotati solo di coraggio richiamò alla
mente di molti israeliani il mito biblico di Davide contro Golia, solo che
Davide era diventato palestinese. I rastrellamenti per requisire e bruciare…
libri scolastici, medicinali e garze e distruggere gli orti nati ovunque per
sostenere la popolazione che viveva in condizioni di privazione durissima
suscitavano una sempre maggiore ripulsa da parte della gioventù israeliana.
Le divisioni si espressero
ai massimi livelli nel marzo del 1988, con la formazione del “Consiglio per la
pace e la sicurezza” da parte di un gruppo di generali israeliani in pensione,
la cui posizione era riepilogata dal generale Orr, ex comandante supremo
dell’Idf della regione del nord (Libano): “Siamo
tutti d’accordo nel ritenere che l’occupazione dovrà finire, perché mantenerla
costituisce un pericolo ben più grave per la nostra sicurezza che farla
cessare” (Le Monde, 2 giugno
1988). La loro petizione venne sottoscritta dall’ex capo del Mossad (Yariv) e
dall’ex amministratore della Cisgiordania (Sneh), oltre a 30 generali di
divisione e 100 generali di brigata, ovvero la metà dei generali riservisti.
Per tutti la prospettiva da percorrere sembrava essere quella della
smilitarizzazione dei Territori e del ritiro parziale delle truppe.
Nonostante, secondo Sneh, “La maggior parte degli ufficiali superiori
da Shamron [Capo di stato maggiore] giù giù verso il basso, preferirebbe un
ritiro parziale da una Giordania smilitarizzata alla “Grande Israele” di Shamir”
(Newsweek, 6 giugno 1988), il premier
israeliano risolse il momento di crisi con una fuga in avanti, ordinando un
giro di vite repressivo nei Territori.
Nell’agosto del 1988
vennero messi al bando i Comitati popolari e vennero introdotte pene detentive
fino a 10 anni di reclusione per chi ne facesse parte.
La prima Intifada, ad un anno dal suo inizio,
cominciò a subire i colpi della repressione. L’aggravamento delle condizioni
economiche aveva costretto temporaneamente una parte della popolazione a
focalizzarsi verso compiti più legati alla pressante ricerca dei mezzi per
sopravvivere, mentre nelle comunità palestinesi si riaffacciavano dopo un lungo
letargo i collaborazionisti storici delle forze d’occupazione, elementi
privilegiati e screditati che si muovevano per le città e i villaggi a
raccogliere informazioni, scortati da guardie del corpo.
Il Comando Unificato aveva
riconosciuto l’autorità dell’Olp quale “unica rappresentante del popolo
palestinese” verso la fine del 1988. Il 15 novembre Arafat aveva proclamato
l’indipendenza di uno Stato palestinese nei Territori occupati da Israele, poco
dopo l’Olp si accinse a riprendere il controllo della mobilitazione nei
Territori, assimilando i Comitati nelle strutture assistenziali palestinesi da
esso controllate. I Comitati furono spogliati definitivamente del loro ruolo di
organismi embrionali di potere della massa della popolazione e ne fu accentuato
il carattere di coordinamento fra le diverse anime organizzate della Resistenza
palestinese.
Questa decisione assestò
un colpo decisivo al carattere di massa dell’Intifada e aprì una seconda fase più aspra della rivolta, nella
quale si determinò una fuga in avanti verso tattiche guerrigliere o addirittura
terroristiche da parte di quel settore che maggiormente aveva sostenuto lo
scontro con l’esercito israeliano. Contemporaneamente ne risultò accresciuto il
ruolo delle formazioni islamiche come Hamas
e la Jihad islamica.
Risale alla fine del 1988
la formazione di Comitati d’urto a carattere semiguerrigliero come le “Pantere
nere” di Fatah a Nablus e Jenin o le
“Aquile rosse” del Fplp, che si schierarono in prima fila nella lotta ai
collaborazionisti palestinesi che tra il 1989 e il 1990 avrebbe portato
all’uccisione di 650 presunti collaborazionisti, cifre che nascondono un sempre
maggiore attrito tra le formazioni armate e una guerra sotterranea fra Fplp, Fatah e Hamas.
L’Intifada “dei
coltelli” e la crescita dell’influenza di Hamas
I preparativi della prima
guerra del Golfo dopo l’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein
nell’agosto del 1990 e la strage della moschea di Gerusalemme dell’ottobre
dello stesso anno, innescarono una miscela di rabbia e frustrazione accumulata
dopo due anni di lotta, proprio nel settore più esposto alla repressione, quello
dei giovani shebab. Cominciarono così
una serie di attacchi a coloni, militari ed infine anche civili israeliani da
parte di giovani palestinesi armati di coltelli.
La disperazione creò un
terreno favorevole alla crescita dell’influenza di Hamas il cui braccio armato, le Brigate Izz al-Din al-Qassam (dal
nome dello sceicco a capo di una formazione armata islamica ucciso dagli
inglesi nel 1935) aveva iniziato nel febbraio del 1989 i rapimenti e le
uccisioni di militari israeliani; Hamas
venne dichiarata illegale da Israele nell’autunno successivo. Fino a questo
momento si era trattato comunque di azioni di guerriglia all’interno delle zone
occupate rivolte a colpire obiettivi militari israeliani e coloni o
collaborazionisti palestinesi.
L’appoggio di Arafat a
Saddam Hussein che aveva brandito propagandisticamente contro l’imperialismo la
questione palestinese, denunciando i due pesi e le due misure applicate contro
l’Iraq ed Israele ed offrendosi di lasciare il Kuwait se Israele avesse fatto
altrettanto rispetto ai Territori, determinò la rottura con entrambi della Lega
araba, salita sul carro di Bush. Le sovvenzioni delle monarchie del Golfo
presero la strada di Hamas,
favorendone la crescita soprattutto a Gaza.
Con la vittoria sull’Iraq,
l’imperialismo americano ritenette di poter volgere a proprio vantaggio la
debolezza di Arafat e incassare l’appoggio ottenuto da tutti i paesi arabi
nella guerra per aprire un tavolo per la “soluzione della questione
palestinese” a Madrid nell’estate del 1991, definita da Hamas “una conferenza
per vendere la Palestina”.
Coerentemente con la
strategia seguita nella sua storia precedente, Arafat cercò di capitalizzare l’Intifada per puntare a ritagliarsi un
ruolo di protagonista nelle trattative, a costo di minare definitivamente
quello che restava dell’Intifada nei
territori. La dichiarazione della cessazione dell’Intifada nell’autunno dello stesso anno da parte di Arafat non fu
che la logica conseguenza della svolta, ma segnò la deriva definitiva di un
settore verso la tattica del terrorismo individuale che fino a quel momento era
stata quasi del tutto bandita dai metodi di lotta della più grande sollevazione
della storia del popolo palestinese.
Così maturarono i primi
frutti velenosi del cosiddetto “processo di pace” pilotato dall’imperialismo
statunitense che partorì un surrogato di Stato per i palestinesi, più simile ad
una riserva indiana che ad una vera nazione quale avevano aspirato i milioni di
palestinesi che avevano lottato così duramente fino a quel momento.
Note:
1 Pochi mesi prima dell’Intifada una relazione
dell’istituto West Bank Data Base del sociologo israeliano Meron Benvenisti
rilevava, nei Territori occupati, un nuovo dato inquietante per Israele: “La
violenza sarebbe in misura crescente opera di gruppi disorganizzati, spontanei…
Tra l’aprile 1986 e il maggio 1987 si sono registrati 3.150 incidenti violenti,
che vanno dal semplice lancio di sassi ai blocchi stradali, passando per un
centinaio di assalti con esplosivo o armi da fuoco”. La combattività crescente
della popolazione palestinese sottoposta all’occupazione si era vista nelle
giornate del 5-6 giugno, con lo sciopero generale che salutò la ricorrenza dei
20 anni di dominio israeliano.
2 La politica israeliana era di esasperare la naturale
dipendenza economica dei Territori occupati. Nel 1970 l’82% delle importazioni
era già di provenienza israeliana, per salire al 91% nel 1987.
3 La detenzione amministrativa era prevista dai
Regolamenti d’emergenza del Mandato britannico, applicati da Israele nei
Territori ed elevata da Shamir da sei mesi ad un anno. Era del tutto arbitraria
e non richiedeva alcuna imputazione o processo.
4 Nella storia ufficiale di Hamas si reclama il ruolo di
direzione del “Movimento di resistenza islamico” già all’inizio prima Intifada.
In realtà il ruolo di Hamas fu trascurabile per mesi e solo successivamente con
l’inizio delle sue campagne terroristiche acquisì notorietà.