In difesa del marxismo
n°7 - La rivoluzione araba
Nazionalismo, movimento pan-arabo e ruolo dei Partiti
comunisti
Alcuni cenni storici sulla Rivoluzione Coloniale nel
mondo arabo
di Andrea Davolo
Dopo la seconda guerra
mondiale abbiamo visto un enorme sviluppo della rivoluzione coloniale,
probabilmente il più grande movimento dei popoli oppressi nella storia umana. In
Asia, Africa, America Latina, decine di popoli combatterono per la propria
emancipazione nazionale.
Il mondo arabo, oggi al
centro degli interessi economici e strategici dell’imperialismo, fu teatro di
un risveglio imponente: dall’Algeria all’Iraq, passando per l’Egitto, la Siria,
la Palestina ed altri ancora, tutti i paesi arabi furono attraversati da
movimenti rivoluzionari laici e progressisti, a dispetto della propaganda
borghese che tende a dipingere le popolazioni arabe come “naturalmente inclini”
al fondamentalismo islamico. Questi movimenti di massa costrinsero
l’imperialismo, specie quello britannico e quello francese, a ritirarsi. Anche
se diversi paesi come l’Egitto e l’Iraq avevano già ottenuto, prima del
conflitto mondiale, l’indipendenza politica formale, i regimi al potere
continuavano ad essere strettamente legati alle ex potenze coloniali1. I movimenti rivoluzionari nei paesi coloniali
del secondo dopoguerra furono dunque il tentativo messo in atto dai popoli
arabi di avviarsi verso l’effettiva indipendenza2. Ovunque si formarono repubbliche democratico-borghesi
i cui governi, in un primo momento, si fecero spesso promotori di politiche
progressiste. Tuttavia, 50 anni dopo, l’indipendenza delle ex-colonie sembra
essere ridotta al nulla. Tutti i paesi arabi continuano a restare legati al
carro dell’imperialismo attraverso il meccanismo del mercato mondiale e,
sebbene non vi siano forme di governo esplicitamente coloniali come i
protettorati e i mandati (fatta eccezione per l’Afghanistan e l’Iraq dove è in
atto il tentativo di un controllo militare e burocratico diretto da parte
dell’imperialismo), questi paesi, nei fatti sono più asserviti di quanto non lo
fossero in precedenza. Perché questo è accaduto è un fatto che i marxisti
devono coscientemente analizzare alla luce dell’esperienza storica.
Alle origini del
nazionalismo arabo
Il progetto del
nazionalismo arabo, e dei nascenti movimenti nazionalisti borghesi che nel
dopoguerra si andavano sviluppando in tutto il mondo coloniale, era quello di
fondare un capitalismo nazionale indipendente, magari in grado di competere con
l’imperialismo. Alla base della diffusione dei sentimenti nazionalisti vi erano
le trasformazioni economiche che la penetrazione profonda del capitalismo
imperialista aveva operato in Medio Oriente. Più il capitalismo penetrava in
profondità più esso determinava sottosviluppo e dipendenza. La stessa piccola e
media borghesia urbana e rurale subì un processo di pauperizzazione e cercò di
sfuggire alla miseria aggrappandosi all’Esercito, che come vedremo tanta parte
avrà nello scoppio delle rivoluzioni. Oltre agli obiettivi classici del
nazionalismo borghese (l’indipendenza economica e politica), il nazionalismo
arabo conteneva anche l’aspirazione alla riunificazione della nazione araba: è
impossibile capire un solo avvenimento in questa regione del mondo se non si
parte dalla premessa che c’è una sola nazione araba, con lingua, coscienza e
cultura comune, nonostante le varie identità nazionali che si sono sviluppate
più recentemente. È sufficiente un rapido sguardo alla cartina per capire
immediatamente come il vasto territorio abitato dalla nazione araba sia stato
diviso arbitrariamente tracciando linee rette sulle sabbie del deserto e
creando Stati artificiali. L’Iraq, la Siria, il Kuwait, la Giordania, il Libano
ecc… sono creazioni assolutamente artificiali, stabilite dagli imperialisti per
rafforzare il loro controllo sugli interessi strategici vitali della regione. Infatti,
a conclusione della Conferenza della Pace
di Parigi del 1919, simposio delle potenze imperialiste vincitrici della
guerra, venne approvata la seguente risoluzione: “È compito della conferenza separare alcuni territori comprendenti, per
esempio, la Palestina, la Siria, i paesi arabi a est della Palestina e della
Siria, la Mesopotamia, l’Armenia, la Cilicia e probabilmente alcuni territori
dell’Asia Minore, e promuovere lo sviluppo delle loro popolazioni sotto la
guida di agenti come mandatari della Società delle Nazioni”.
Per fare un esempio, gli
attuali Stati della Siria e del Libano sotto l’Impero Ottomano erano legati da
stretti rapporti economici e amministrativi. L’imperialismo francese pensò
dunque di creare una barriera artificiale fra i due territori e di consolidare,
attraverso innumerevoli provocazioni, una tensione fra i due paesi che dura
ancora oggi. La Giordania (originariamente Transgiordania) venne invece
inventata a tavolino tracciando una linea lungo il fiume Giordano: i territori
ad ovest erano destinati ai sionisti che in base alla Dichiarazione di Balfour3 si apprestavano a creare un “focolare nazionale” in Palestina; i territori ad est del Giordano,
l’attuale Giordania, dovevano servire invece a soddisfare gli arabi in modo che
la Gran Bretagna potesse dedicarsi più agevolmente a sviluppare l’insediamento
del “focolare ebraico” su quanto era rimasto della Palestina. Ma così non fu:
l’ingerenza tipica del divide et impera dell’imperialismo
fu all’origine del dramma della questione
palestinese.
Per raggiungere
l’obiettivo della frammentazione della nazione araba l’imperialismo ha cinicamente
promosso e sfruttato la discordia e gli antagonismi fra le diverse comunità
religiose (mussulmani sciiti e sunniti, cristiani ortodossi e maroniti, drusi,
ebrei, ecc…). Il pretesto della tutela dei diritti delle minoranze fu
utilizzato dagli inglesi nel corso della cosiddetta Conferenza della Pace di Parigi del 1919 per giustificare il loro
dominio e gettare i semi di alcune delle tensioni più gravi che affliggono
ancora oggi i paesi arabi. Gli inglesi dicevano agli arabi: “L’alto Iraq non può essere indipendente
perché bisogna darlo agli assiro-caldei”, e a questi ultimi: “Non lo potete avere perché lo vogliono i
Curdi”, e così via. Inoltre, una volta istituiti i mandati, le potenze
mandatarie (Francia e Gran Bretagna) decisero di servirsi delle minoranze per
far funzionare l’amministrazione. Impiegati e funzionari venivano scelti fra
ebrei e cristiani in Palestina, fra le varie comunità cristiane in Siria e in
Iraq. Manovrare, strumentalizzare le minoranze serviva così ad indebolire la
struttura del futuro Stato indipendente in modo da avvantaggiare la
penetrazione dell’antico colonizzatore.
Tuttavia, nonostante le
discordie e le tensioni che si trascinano fino ai giorni nostri e di cui unici
responsabili devono essere considerati gli imperialisti, la causa prima di
tutti gli avvenimenti turbolenti che hanno scosso il Medio Oriente a partire
dalla fine della Prima guerra mondiale è riconducibile all’aspirazione delle
masse a riunificare la nazione araba, spartita a pezzi dall’imperialismo
britannico e francese nel corso della Conferenza
della pace.
La rivoluzione
permanente
Abbiamo visto come
obiettivo dei movimenti nazionalisti che si svilupparono nel mondo arabo fosse
la fondazione di un capitalismo indigeno indipendente e di una borghesia
nazionale forte in grado di competere con le borghesie dei paesi imperialisti. Tuttavia,
come spiegava Trotskij nella teoria della
rivoluzione permanente, sviluppata per la prima volta nel 1906 all’indomani
del primo tentativo rivoluzionario messo in atto dalle masse russe4, la borghesia nazionale nei paesi coloniali è
entrata nella storia troppo tardi, quando il mondo è stato già suddiviso tra un
manipolo di potenze imperialiste. Per questo motivo, non è in grado di giocare
alcun ruolo storico ed è destinata a restare subordinata alle borghesie dei
paesi imperialisti. Le borghesie in Asia, America Latina ed Africa sono deboli
e troppo dipendenti dal capitale straniero. Questo è oggi ancor più vero: le
borghesie dei paesi ex-coloniali si sono infatti sviluppate sul terreno
preparato dal dominio dell’imperialismo e traggono i propri profitti dalle
attività economiche ed industriali dettate dalle multinazionali straniere. Non
solo queste borghesie sono dipendenti dal capitale straniero, ma sono anche
legate da mille fili con la classe dei proprietari terrieri: capitalista
cittadino e proprietario terriero sono spesso la stessa persona o persone
legate da vincoli familiari5.
In questo contesto viene osteggiato qualsiasi serio tentativo di riforma
agraria in grado di modernizzare l’agricoltura e di migliorare le condizioni
dei contadini poveri. Per questo motivo, anche dopo le rivoluzioni
democratico-borghesi avvenute nei paesi coloniali, le varie economie di questi
paesi continuavano a restare sostanzialmente monocolturali e d’esportazione
così come deciso secondo le convenienze dell’ex-colonizzatore. Nella sostanza,
se la rivoluzione coloniale non ha reso effettivamente liberi i paesi arabi
dall’imperialismo è perché essa ha lasciato invariate le precedenti strutture
sociali ed economiche, lasciando aperta la possibilità all’imperialismo di
tornare a penetrare, magari attraverso forme di dominio differenti da quelle
propriamente coloniali.
Per questa ragione l’unica
classe che può giocare un ruolo coerentemente rivoluzionario in questi paesi è
la classe operaia, alleata con i contadini poveri, organizzata con i metodi
propri della lotta di classe (lo sciopero generale, le manifestazioni di massa)
e fornita di un programma di liberazione nazionale che mentre porta avanti i
compiti classici della rivoluzione borghese (indipendenza nazionale, lotta
all’assolutismo, diritti democratici e liberali, riforma agraria, …), spezzi
anche il legame con l’oppressione del capitalismo internazionale
nazionalizzando l’economia, la produzione e le risorse e ponendole sotto il
controllo democratico dei lavoratori.
Negli ultimi anni sono
fiorite mille teorie che hanno cercato di spiegarci come il conflitto
capitale-lavoro fosse solo una tra le tante contraddizioni e non più la
principale. La realtà tuttavia è ben diversa. I lavoratori restano il motore
principale della lotta contro il capitalismo non per una qualche “ragione
sentimentale” ma a causa del posto particolare da loro occupato nella società:
senza il loro consenso nulla si muove e niente si produce. Questa teoria ha
ricevuto una brillante conferma con l’esperienza della Rivoluzione Russa del
1917. Tuttavia, nella storia non sempre le teorie si sviluppano in maniera
“chimicamente pura”. Come giustamente osservava Lenin, “la storia conosce ogni genere di trasformazioni”. Un approccio
dialettico ci permette di capire che se in questi paesi manca una direzione
politica marxista, un partito rivoluzionario, allora l’azione delle masse può
condurre il processo ad assumere caratteristiche differenti da quelle
classiche. Ciò è accaduto nel mondo arabo dove alla testa dei movimenti
rivoluzionari di massa si pose non il proletariato organizzato in modo
autonomo, ma settori della piccola e media borghesia e, più spesso, pezzi dei
vari Eserciti6 che
entrarono presto in rotta di collisione con l’imperialismo e il capitale
straniero.
Tuttavia, questi leader
nazionalisti borghesi dovettero appoggiarsi alla classe operaia per portare
avanti i loro progetti, anche se i lavoratori avevano un ruolo marginale,
dipendente, fungendo da supporto passivo all’azione di guerriglie, eserciti,
ufficiali. In alcuni casi (Siria e Yemen) il processo fu spinto fino
all’abbattimento del capitalismo. Tuttavia, queste furono solo versioni
“caricaturali” della rivoluzione
permanente. Come abbiamo già spiegato, pur avendo ottenuto l’indipendenza
politica, l’economie di questi paesi continuavano a restare dipendenti; per
risolvere quest’impasse, che non
permetteva lo sviluppo delle forze produttive e quindi il libero sviluppo
dell’economia, della tecnologia, della società, le direzioni rivoluzionarie
dell’esercito o della guerriglia scelsero la strada dell’esproprio completo
della borghesia. Tuttavia, questi sviluppi, pur essendo un notevole passo in
avanti, non rappresentavano la nascita di regimi di autentica democrazia
operaia. Il potere politico non era infatti nelle mani dei lavoratori, ma
concentrato nelle direzioni guerrigliere e/o nella burocrazia del nuovo Stato. Come
poi vedremo nel caso dello Yemen, tutto ciò facilitò la costituzione di caste
burocratiche privilegiate non sottoposte al controllo dei lavoratori e dei
contadini. Nella maggior parte dei paesi arabi, comunque, la rivoluzione non
uscì dal quadro dei rapporti sociali ed economici propri del capitalismo, anche
se le varie direzioni si fecero promotori di importanti nazionalizzazioni. Eppure
le dimensioni di massa del movimento, il suo carattere rivoluzionario e la
presenza di forti Partiti comunisti costituivano fattori oggettivi che
avrebbero potuto condurre ad esiti differenti.
Per poter comprendere
l’evoluzione dei processi che seguirono alle rivoluzioni nel mondo arabo è
dunque indispensabile cercare di capire il ruolo svolto non solo dal nazionalismo,
ma anche dai vari Partiti comunisti. Per far ciò prenderemo in considerazione
alcuni avvenimenti sviluppatisi negli anni ’50-’60. A questi va aggiunto il
caso della guerra di liberazione in Algeria, ampiamente trattato nell’articolo
di Francesco Giliani, in questa stessa rivista.
La rivoluzione in
Egitto: Nasser e l’ideale pan-arabo
L’esempio più lucido di
come anche nei paesi arabi le borghesie nazionali non possano svolgere alcun
ruolo progressista ci viene offerto dalla situazione esistente in Egitto prima
della rivoluzione del 1952. La borghesia egiziana traeva vantaggi economici
dalla sua dipendenza dal capitale britannico e il suo partito storico, il Wafd,
si schierò apertamente con Londra nel corso della seconda guerra mondiale. I
sentimenti delle masse erano invece decisamente antibritannici. Non essendoci
un partito rivoluzionario pronto a farsi portavoce di queste istanze7,
il malcontento della popolazione venne raccolto da vasti settori dell’esercito.
Nell’esercito, molti giovani ufficiali, pur non sostenendo il nazifascismo,
speravano in una disfatta britannica per cogliere l’occasione che avrebbe
permesso di cacciare una volta per tutte gli inglesi dall’Egitto.
Il 26 gennaio 1952 un
milione fra operai e contadini scendevano in piazza per protestare contro la
monarchia corrotta e semifeudale del re Farouk. L’ala più avanzata del
movimento nazionalista si sentì incoraggiata dalla mobilitazione popolare e il
23 luglio, sotto la guida del colonnello Nasser, un gruppo di “Ufficiali
liberi”, come si autodefinirono, uscì dalle caserme e con un colpo di Stato,
sostanzialmente pacifico, depose la monarchia segnando l’inizio della
rivoluzione democratico-borghese in Egitto.
Gli “Ufficiali liberi”
lanciarono un ambizioso programma di industrializzazione del paese, ma la
borghesia locale si mostrò immediatamente indifferente, se non ostile, ai
progetti di Nasser. Ciò spinse Nasser a cercare il sostegno dei lavoratori per
consolidare il consenso sociale attorno al suo governo e ai suoi progetti politici
e a tale scopo promulgò una serie di riforme sociali (garanzie contro il
licenziamento, giornata lavorativa di 7 ore, assicurazione contro malattie ed
infortuni, …). Tuttavia, il supporto dei lavoratori doveva essere passivo e,
nel tentativo di neutralizzare una loro eventuale azione indipendente, accolse
fino al 1958 il Partito comunista all’interno dell’apparato statale, dopo aver
fatto giurare ai suoi dirigenti che non avrebbero più svolto “attività
politiche”.
In politica estera nei
primissimi anni Nasser agì nell’illusione di poter convincere l’imperialismo
Usa ad impegnarsi nel progetto di sviluppo del capitalismo egiziano. Nella
prima metà del 1956 il progetto di costruire una diga sul Nilo – che avrebbe
permesso di creare un’enorme fonte di energia e che avrebbe fatto aumentare la
superficie delle terre coltivabili – fu oggetto di una lunga contrattazione con
gli Usa e la Gran Bretagna. L’imperialismo finì col negare l’assistenza tecnica
e finanziaria definendo il progetto non redditizio e concorrenziale alla
produzione occidentale. In tutta risposta, Nasser decise di nazionalizzare la
compagnia privata (con capitale prevalentemente britannico) che amministrava il
Canale di Suez per poter così ricavare gli utili necessari alla costruzione
della diga. Fu una decisione dettata da esigenze di carattere economico, ma che
al tempo stesso ebbe un significato decisamente antimperialista.
Questi eventi furono
percepiti in tutto il mondo arabo come un passo fondamentale verso la
liberazione e la riunificazione araba e segnarono un punto di svolta: la Siria
si federò con l’Egitto formando la Rau (Repubblica araba unita), le masse arabe
erano pronte a travolgere i confini tracciati arbitrariamente dalle potenze
europee e sulla spinta dell’entusiasmo popolare per la nazionalizzazione del
Canale di Suez e il fallimento dell’aggressione militare di Gran Bretagna,
Francia e Israele, il regime nasseriano cominciò a creare gruppi di pressione
in Iraq, Libano, Tunisia, Arabia Saudita, Kuwait. Il progetto pan-arabo, di
unificazione araba, andava direttamente a scontrarsi con gli interessi
dell’occidente che chiuse le porte dei rapporti economici diretti. Questa
decisione accentuò l’orientamento antimperialista di Nasser spingendolo a
consolidare i rapporti con l’Urss che già nel 1955 aveva cominciato a fornire
materiale militare e che poi aveva finanziato la costruzione della diga sul
Nilo. Tuttavia, l’avvicinamento all’Urss non era certamente nei piani dei
dirigenti del regime egiziano e che Nasser e i suoi si muovessero a tentoni era
dimostrato dal fatto che in poco meno di cinque anni passarono da un
orientamento filo-Usa ad una collaborazione con l’Urss.
Tutto ciò è spiegabile con
il fatto che i progetti di Nasser, aldilà delle alleanze che di volta in volta
si trovava a stringere, erano quelli di conquistare la maggior libertà di
manovra possibile fra i due blocchi, a vantaggio dello sviluppo capitalistico
nazionale. In ogni caso, l’avvicinamento all’Urss non impedì certo l’avvio nel
1958 della persecuzione anticomunista da parte del regime. Nasser,
approfittando del consenso politico accumulato, tentò di sferrare un colpo
mortale al movimento comunista dei paesi arabi, la cui influenza continuava a
crescere, principalmente in Siria e in Iraq. Centinaia di militanti – molto ben
conosciuti poiché collaboravano nella loro maggioranza con il governo – vennero
catturati e spediti nei campi di internamento. La rete non veniva gettata solo
sui comunisti, ma su ogni specie di uomini di sinistra, questi ancora più
pericolosi perché non schedati. Dopo la soppressione dei partiti, fu
organizzato un partito unico, l’Unione Socialista Araba, strumento che serviva
ad irreggimentare la popolazione. La demagogia socialista crebbe a dismisura e
addirittura nel programma politico dell’Unione Socialista si dichiarava di far
proprio il “socialismo scientifico” adattandolo alla realtà dei paesi arabi. Tuttavia,
come abbiamo visto, il programma degli “Ufficiali liberi”, dietro la parola
“socialismo arabo”, nascondeva il progetto di sviluppare un’industria e
un’economia capitalista locale libera dal giogo dell’imperialismo e ciò rende
comprensibile la preoccupazione mostrata dal regime nel soffocare qualsiasi
struttura operaia indipendente, Pc compreso, allo scopo di poter procedere più
agevolmente alla realizzazione del suo “sogno”. Ma il “sogno” nasseriano poteva
svilupparsi pienamente solo sulla base di un mercato molto più vasto di quello
egiziano e ciò spiega l’annessione della Siria. La borghesia egiziana, aiutata
dalla chiusura delle importazioni occidentali e dall’allargamento del mercato,
cominciò a fare enormi profitti. Un’enorme quantità di investimenti venne
utilizzata dall’apparato statale per sviluppare un industria sempre più
moderna. Tuttavia, questi tentativi non ebbero l’effetto desiderato. Nel 1961,
in seguito ad un colpo di Stato, la Siria si ritirò dalla federazione. L’economia
egiziana cominciò ad entrare in uno stato di impasse dovuto sia
all’impossibilità di trovare sbocchi per le proprie merci che all’arretratezza
tecnologica. L’illusione di poter trasformare l’Egitto in potenza capitalista
si arenava di fronte ai limiti imposti dalla storia e dall’imperialismo. Per
difendere e accrescere i patrimoni e i privilegi accumulati nel giro di pochi
anni all’interno dell’apparato statale, Nasser cominciò ad attaccare la classe
operaia egiziana erodendo i salari e le riforme concesse in precedenza. Ovunque
scoppiarono scioperi e rivolte contadine. Riapparve la lotta di classe e il
protagonismo delle masse che gli “Ufficiali liberi” sognavano di eliminare. Gli
ultimi anni del dominio di Nasser sono caratterizzati dall’uso dell’esercito
per reprimere ogni germe di opposizione nelle fabbriche e nelle campagne. La
morte di Nasser nel 1970 segnò l’abbandono del progetto di un capitalismo
nazionale indipendente e la borghesia egiziana, ansiosa di cambiare strategia e
di farla finita con una pericolosa demagogia socialista, inaugurò una nuova e
più sicura politica di avvicinamento all’imperialismo Usa.
La rivoluzione
repubblicana in Libia
Una rivoluzione
paragonabile, per alcuni aspetti, a quella egiziana è certamente la rivoluzione
che segnò la fine della monarchia libica. Anch’essa fu condotta da un gruppo di
ufficiali, sotto la guida del colonnello Gheddafi, nel 1969. Il nuovo regime
chiese la restituzione delle basi straniere ed avviò una politica di
nazionalizzazione dell’economia e, parzialmente, anche dell’industria
petrolifera. Riprendendo l’ideale pan-arabo, Gheddafi nel 1974 proclamò
l’unione con la Tunisia e nel 1982 propose la fusione con Algeria e Siria,
progetti che però non ebbero mai veramente inizio. Al pari di Nasser, Gheddafi
considerava il “socialismo marxista” non adatto alla società araba e si pose
alla ricerca di una “terza via” o di una “via islamica al socialismo” e
prevedeva la riorganizzazione del governo sotto forma di comitati popolari,
secondo il principio del “passaggio del potere alle masse”, organismi che
tuttavia non godevano di alcun effettivo potere decisionale. Una fraseologia e
una retorica che serviva come schermo ideologico per confondere i lavoratori,
soggiogarli paternalisticamente ed imporre alla classe operaia aumenti di
produttività in nome dell’interesse del “popolo lavoratore” apparentemente
proprietario dei mezzi di produzione nazionalizzati. In realtà, anche Gheddafi
si muoveva lungo la linea dell’industrializzazione accelerata della Libia e se
questo, in un primo momento significò assumere una posizione antimperialista,
analogamente al caso dell’Egitto nasseriano, non voleva dire, in alcun modo
compiere una politica di classe a favore dei lavoratori e dei contadini. Così
anche l’ideale dell’unità araba era per Gheddafi più che una convinzione
politica, uno slogan attraverso cui ingraziarsi il favore delle masse. Sono
note, infatti, le espulsioni di massa di lavoratori egiziani e tunisini e del
rappresentante dell’Olp decretate dal governo libico, il sostegno offerto alla
controrivoluzione in Sudan nel 1971 e l’aggressione militare al Ciad. D’altra
parte non è difficile osservare che, una volta mutati gli equilibri politici ed
economici internazionali, Gheddafi abbia conseguentemente modificato la sua
pozione nei confronti dell’imperialismo, a condizione di poter salvare il
regime bonapartista di cui è a capo.
Iraq 1958: la
rivoluzione “incompiuta”
Nel 1921 l’imperialismo
britannico impose allo stato artificiale dell’Iraq il re Faisal, un monarca
che, nelle parole dell’allora ministro degli esteri britannico, doveva “regnare senza governare”. Questo provocò
un’ondata di ribellione di massa in tutto il paese nel corso degli anni ’20. Nel
tentativo di arginare questo movimento, nel 1930 la Gran Bretagna modificò la
forma del proprio rapporto di dominazione concedendo all’Iraq una forma di
“indipendenza” che tuttavia, come ebbe a sostenere Winston Churchill,
permetteva ancora il controllo effettivo del petrolio e delle altre risorse
economiche del paese da parte degli inglesi. D’altra parte l’imperialismo
britannico continuava a conservare in Iraq importanti basi militari e poteva
contare su un uomo di fiducia: il primo ministro Nuri al Sa’id. La protesta del
popolo iracheno, in ogni caso, non si arenò di fronte a questa farsa e il
Partito Comunista, fondato nel 1934, divenne una forza di massa.
Il processo rivoluzionario
apertosi in Iraq non assumeva un carattere unicamente politico, per
l’indipendenza nazionale, ma di vera e propria rivoluzione sociale. Il potere,
dentro una cornice apparentemente tribale, era nelle mani dei grandi
proprietari fondiari e da questi diviso con una ristretta cerchia di mercanti e
con l’élite militare, per lo più non autoctona. Si trattava di non più di 50
famiglie capeggiate da sceicchi e capi tribù e raccolti attorno al Re, quella
stessa classe che deteneva il potere sin dalla caduta dell’impero abasside e
con cui gli inglesi avevano continuato a fare buoni affari. Accanto a questi
sceicchi si situavano i sadah e gli ashraf, cosiddetti discendenti del
profeta, una casta clericale che controllava i santuari. La struttura economica
era caratterizzata da rapporti di proprietà di tipo feudale che vedevano l’1%
della popolazione possedere più del 50% delle terre mentre i quattro quinti dei
contadini erano senza terra. Anche nelle città la ricchezza era concentrata
nelle mani di ricchi mercanti che controllavano quasi il 60% dell’intero
capitale privato.
Nel gennaio del 1948 il Pc
organizzò la più grande manifestazione nella storia della monarchia irachena:
l’insurrezione di Al-Wathbah. Il
movimento fu incendiato dalle mobilitazioni studentesche per poi coinvolgere i
lavoratori e i contadini che occuparono la terra in molte zone del paese. Decine
di migliaia di persone si riversarono nelle strade e nelle piazze delle
principali città dando vita ad enormi manifestazioni. Il 27 gennaio la
repressione della polizia uccise 400 persone, ma la protesta non si fermò. L’allora
Primo Ministro fu costretto a fuggire in Inghilterra e venne formato un nuovo
governo. Nel mese di maggio una nuova ondata di repressione mise fine alle
proteste con la dichiarazione della legge marziale, ma il colpo finale il
Partito comunista lo ricevette quando l’Urss decise di riconoscere il nuovo
Stato di Israele nel luglio del 1948: ciò allontanò dalla militanza migliaia di
attivisti di sinistra scandalizzati da questo episodio. Nel 1955, scosso dalla
crisi di Suez e dall’impatto in tutta la regione della svolta a sinistra del
regime egiziano di Nasser, l’imperialismo tentò di utilizzare la monarchia
irachena per contenere la minaccia posta dal nasserismo. Gli Usa e la Gran
Bretagna cercarono di stabilire un “Patto
di Baghdad” delle monarchie e dei regimi fantoccio, sul modello della Nato.
Vennero quindi inviate truppe inglesi in Giordania e i marines in Libano. L’ordine
di spostare truppe irachene verso la Giordania provocò la reazione delle masse
e aprì la strada alla rivoluzione irachena del 1958. L’esercito si ammutinò e
invece di dirigersi verso la Giordania marciò sul palazzo reale. Il re, il
principe ereditario e il primo ministro vennero linciati.
Il nuovo governo guidato
dal generale Kassem iniziò la demolizione della precedente struttura feudale e
si servì di una fraseologia rivoluzionaria che definiva l’Iraq una “repubblica socialista”. Tuttavia,
l’offensiva contro i privilegi dei capitalisti fu solo parziale. La Compagnia
Petrolifera Irachena (Ipc), per esempio, venne consegnata nelle mani di quattro
compagnie: una britannica, una francese, una olandese e una statunitense. Nonostante
l’introduzione, sotto la pressione delle masse, di riforme nel campo della
salute e dell’educazione, la situazione nelle campagne continuava ad essere
insostenibile dal momento che la riforma agraria varata, non prevedendo la
collettivizzazione della terra e il finanziamento per l’acquisto di nuovi
macchinari, non risolse nessuno dei problemi principali. Masse di contadini
impoveriti furono costretti a lasciare le campagne per recarsi nelle città in
cerca di lavoro.
Nel 1961 i curdi
rivendicarono l’autonomia e il controllo dei pozzi petroliferi nel nord del
paese. Kassem si rifiutò e inasprì il suo regime reprimendo l’attività politica
del Partito democratico curdo, del Partito comunista e del Ba’ath8. Inoltre, il presidente iracheno non esitò a
ricorrere al terrore per stroncare ogni forma di rivendicazione
economico-sociale dei sindacati. Sarebbe stato il momento migliore per i
comunisti per chiamare una seconda rivoluzione9. In una manifestazione del Pc oltre un milione di
persone scese in piazza per chiedere di fatto ai comunisti di prendere il
potere. Ma sotto il consiglio e l’ordine di Nikita Kruscev, presidente dell’Urss,
il Pc iracheno non andò fino in fondo. Se il Partito comunista iracheno, che
nel frattempo sotto l’azione delle giovani generazioni si era riorganizzato ed
era divenuto nuovamente la più forte organizzazione politica nel paese, avesse
fatto un appello per il controllo operaio dell’industria del petrolio, la
distribuzione della terra ai contadini, l’autodeterminazione del popolo kurdo,
questo avrebbe permesso all’Iraq di diventare l’avanguardia di un movimento
contro il latifondismo e il capitalismo in tutta la regione. Sarebbe stato
l’inizio della rivoluzione socialista in tutti i paesi arabi.
Il carattere bonapartista
del regime di Kassem si fece sempre più marcato. Nel giro di alcuni mesi tesse
una ragnatela di alleanze politiche che in poco tempo egli stesso cercò di
disfare. Questo atteggiamento era dovuto al sempre più esiguo consenso sociale
che vi era attorno all’ex-colonnello, situazione che lo spingeva a compiere
scelte empiriche, dettate non da un punto di vista ideologico, ma unicamente
dallo scopo di conservare il potere. Nel 1963 un colpo di Stato militare mise
fine al governo di Kassem. Si chiudeva così la Rivoluzione irachena del ‘58,
evento formidabile per ampiezza, potenza e radicalità e che è stato il punto
più alto mai raggiunto dalla rivoluzione in Medio Oriente.
Il Partito Ba’ath in
Siria e in Iraq
Il Ba’ath (Partito della
rinascita araba) venne fondato nel 1943 da un gruppo di intellettuali siriani
che affermavano l’idea di costruire una comunità nazionale araba il cui
fondamento fosse innanzitutto la lingua e la cultura arabe e non la religione
mussulmana. Il nazionalismo doveva in sostanza prendere il posto dell’Islam,
trasformandosi in una versione laica dello stesso, e contemporaneamente
contrapporsi al comunismo: “Gli arabi non
sono una piccola nazione che possa accettare un messaggio nato nelle condizioni
particolari dell’Occidente”. Il Ba’ath dunque si presentò come un movimento
nazionalista con un programma esplicitamente laico per certi aspetti simile ad
altri partiti come l’Istiqlal marocchino e il Neo-destur tunisino. Durante e
subito dopo la guerra il baathismo trovò appoggi tra i giovani della piccola
borghesia appartenenti a minoranze religiose e culturali, soprattutto tra
cristiani di rito greco, alawiti e drusi che non a torto consideravano le
classi dominanti semi-feudali musulmane sunnite responsabili dell’asservimento
all’imperialismo. Nei primi anni ’50 settori del Ba’ath cominciarono a
definirsi demagogicamente “socialisti” e indirizzarono la loro attenzione verso
l’Unione Sovietica: in una sorta di variante terzomondista del giacobinismo
europeo, la rivoluzione, non trovando una borghesia disposta ad abbattere le
strutture feudali esistenti, doveva essere portata avanti poggiandosi sugli
strati popolari, lavoratori e contadini, e cercando un modello sociale (quello
dell’Urss appunto) su cui edificare l’indipendenza nazionale. Fu questa la
conclusione a cui giunsero presto alcuni fra i baathisti siriani. Questa
conclusione, come vedremo fra breve, fu gravida di conseguenze per il futuro
del Ba’ath, all’interno del quale cominciarono a delinearsi diverse correnti
politiche.
Nel frattempo il baathismo
cominciava a far breccia nell’esercito siriano e ad estendere la propria
influenza oltre i confini della Siria e in particolare in Giordania e in Iraq. Nel
1956 il Ba’ath si impegnò a fondo nella campagna per l’unione fra Siria ed
Egitto. Questa scelta corrispondeva all’obiettivo dell’unità araba, ma anche a
un interesse più immediato: causare difficoltà al Partito comunista siriano la
cui influenza, sul piano sociale ed elettorale, cresceva impetuosamente. D’altra
parte il Pc, su comando di Mosca, si dichiarò avverso al progetto di
unificazione dei due paesi (sono rimaste celebri le polemiche fra Nasser e
Kruscev a proposito dell’unità araba10), facendosi così scavalcare a sinistra dal Ba’ath
e alienandosi le simpatie delle classi popolari sinceramente entusiasmate dal
progetto pan-arabo e da quanto Nasser stava realizzando in Egitto in chiave
antimperialista. L’unificazione araba non aveva nulla di reazionario, al
contrario era un progetto che tendeva ad eliminare confini fittizi non poteva
far altro che procurare grossi fastidi all’imperialismo e alla sue possibilità
di penetrazione, ma permetteva anche di mobilitare le masse aprendo un processo
i cui esiti avrebbero potuto andare anche oltre la rivoluzione democratica. Il
grosso limite della proposta della Rau era certamente il fatto che essa non
nasceva dal basso, ma rispondeva alle preoccupazioni del regime nasseriano
intenzionato ad allargare il mercato per le proprie industrie.
Tuttavia, negare
decisamente il valore dell’unità araba, così come fece il Pc siriano, non
rispondere alle aspirazioni di progresso delle masse siriane, che prendevano
forma attraverso il sogno della Rau, non permise successivamente al Pc di
intervenire, aprendo delle contraddizioni a proprio favore, nella crisi che
inevitabilmente si aprì dopo solo tre anni dalla nascita della Federazione. La
borghesia siriana, danneggiata dalle nazionalizzazioni di Nasser, cominciò ad
agire clandestinamente contro la Rau con l’aiuto dei militari. Nel 1961 un
colpo di Stato militare ritira la Siria dalla federazione. Lo stesso Ba’ath
prese parte al “putsch” mostrando di avere a cuore i profitti della classe che
difendeva più che l’ideale per cui era nato. Il sogno dell’unità araba svaniva
e un diverso atteggiamento del Pc sul tema della Federazione avrebbe potuto
svelare agli occhi delle masse la vera natura del baathismo.
Nel 1963 il Ba’ath giunge
al potere in Siria, fonda la Guardia nazionale, suo braccio armato e comincia
una serie di limitate nazionalizzazioni. Come abbiamo visto, già durante la
breve parentesi della Rau le nazionalizzazioni avevano provocato scontento fra
le fila della borghesia siriana. Eppure la modernizzazione della Siria lo
richiedeva: la debolissima borghesia siriana, dipendente anch’essa dal capitale
straniero, non possedeva le risorse per gli investimenti necessari. Una contraddizione
che andava risolta! Inevitabilmente le divergenze interne al partito si
trasformarono rapidamente in scontro aperto fra la dirigenza al governo del
paese e l’ala di sinistra che guardava all’Urss stalinista come modello da
imitare. Quest’ultima, particolarmente forte all’interno dell’esercito, ebbe il
sopravvento. Nel 1966 la sinistra del Ba’ath prende il potere, espelle i
dirigenti del periodo precedente, stringe i rapporti con l’Urss e, soprattutto,
espropria completamente la borghesia, nazionalizzando l’intera economia del
paese. Il regime di cui la sinistra del Ba’ath iniziò la costruzione viene
definito dal marxismo come regime di bonapartismo proletario, ovvero un regime
in cui il capitalismo viene abolito, ma dove i lavoratori sono sottoposti ad
una nuova tirannia nella forma di una burocrazia totalitaria. Ovviamente questo
regime non aveva nulla a che vedere con il socialismo. Anche se in Siria
vennero stabiliti nuovi rapporti sociali e non esisteva più la struttura
economica del capitalismo, ciò che mancava era un sano regime di democrazia
operaia, delle strutture simili ai Soviet (consigli dei lavoratori e dei
contadini) che nei primi anni dell’Urss, prima della degenerazione stalinista,
controllavano la produzione e decidevano democraticamente su ogni aspetto
fondamentale della vita collettiva11. Significativo il fatto che la sinistra del
Ba’ath non sia giunta al potere sull’onda di una mobilitazione popolare, ma
solo in seguito a lotte interne tra correnti del partito; il proletariato e i
contadini erano assolutamente immobili ed erano chiamati a dare solo un
sostegno passivo; nessun appello per un riorganizzazione democratica e dal
basso della vita politica venne rivolto ai lavoratori, segnali anche questi
dell’impostazione paternalistica ed autoritaria del nuovo regime. Segno del
nuovo corso in Siria è anche il ritorno dall’esilio del segretario del Partito
comunista, illegale dal 1958. Tuttavia, i comunisti siriani non avranno nulla
da dire riguardo all’oppressione burocratica che il regime di Damasco riservava
alle masse siriane.
Nel frattempo il Ba’ath
era salito al potere anche in Iraq. L’impasse in cui venne a trovarsi il regime
di Kassem fu risolto da un golpe militare organizzato dal Ba’ath e da un gruppo
di ufficiali nazionalisti nel 1963. Fu nominato presidente della Repubblica
Aref, generale nazionalista. Immediatamente venne scatenata una feroce
repressione nei confronti delle forze fedeli a Kassem e in particolare nei
confronti dei comunisti, rimasti suoi alleati nonostante l’atteggiamento
altrettanto ostile riservato loro dall’ex-presidente. Il nuovo regime,
tuttavia, era tutt’altro che solido. La possibilità di fusione con la Siria
contrapponeva il Ba’ath ai nazionalisti di Aref. La prospettiva unitaria poteva
sembrare valida: il Ba’ath condivideva il potere con i nazionalisti a Baghdad e
governava da solo a Damasco. Tuttavia, ad opporsi al progetto di fusione furono
proprio i baathisti iracheni: mentre la corrente del Ba’ath che si era
insediata a Damasco era quella moderata (è il 1963), in Iraq ad essere
maggioritaria era la corrente genericamente di sinistra.
I baathisti moderati di
Baghdad chiesero l’intervento dei dirigenti siriani per sconfiggere l’ala
“dura” del partito. Aref approfittò di questa divisione interna al Ba’ath e,
con l’aiuto dell’esercito, riuscì a concentrare tutto il potere nelle sue mani.
In seguito alla limitazione dei profitti delle multinazionali con la
nazionalizzazione delle banche (1964) si cominciò a parlare pomposamente di
“socialismo iracheno”. Intanto Aref si liberava anche dei suoi vecchi legami
con il Ba’ath e il partito veniva messo fuorilegge e alcuni suoi leader
incarcerati. Il suo regime cominciò a basarsi solo ed esclusivamente
sull’esercito, minando quindi anche la sua base sociale. Infatti, l’ascesa al
potere del Ba’ath verrà solo rimandata fino al 1968 quando il leader del
partito baathista Al Bakr organizza un golpe sfruttando l’impopolarità di Aref
che è accusato di corruzione e di non aver voluto prender parte alla guerra dei
“sei giorni” contro Israele.
Il nuovo regime, guidato
dalla corrente moderata del baathismo, si rivolgeva alla mobilitazione
popolare, ma non si fidava di essa, diffidava anzi dell’organizzazione
democratica dei contadini e degli operai, il principale lascito della
rivoluzione del ‘58. Proprio per disinnescare qualsiasi tipo di coinvolgimento
indipendente dei settori popolari nel 1973 il Ba’ath forma un Fronte nazionale
con l’adesione del Partito Comunista, integrandolo e neutralizzandolo, e
contemporaneamente rafforza l’apparato statale.
Nonostante la sua natura
bonapartista, il regime portò avanti l’iniziativa modernizzatrice: nazionalizzò
completamente l’industria petrolifera (Ipc), confiscò senza indennizzo le terre
dei latifondisti, che i precedenti governi non avevano ancora eliminato,
elettrificò il paese, introdusse misure di sostegno sociale ai lavoratori e
aumentò i loro salari, sviluppò un moderno ed efficiente sistema sanitario e
scolastico. Tuttavia, nonostante lo sviluppo delle forze produttive e le
riforme varate, il capitalismo non venne abbattuto. Il regime, consolidandosi
come dittatura bonapartista, degenerò velocemente: dilagava un’abnorme e
nepotistica corruzione, una cricca al potere godeva di privilegi enormi mentre
i lavoratori veniva sfruttati nelle fabbriche per 10-12 ore al giorno, allo
scopo di aumentare la produzione. Le entrate petrolifere, grazie all’enorme
incremento della produzione, aumentarono per tutti gli anni ’70, ma tali ricavi
finirono in gran parte in armamenti soffocando lo sviluppo. I curdi a partire
dal 1975 ripresero la lotta contro il governo oppressore dopo la breve tregua
del trattato del 1970. Nel 1979, salito al potere Saddam Hussein, la corrente
di cui egli era a capo ingaggiò una battaglia nel Ba’ath per eliminare le
correnti di sinistra nel partito e, a completamento di questa, l’anno
successivo promosse una gigantesca purga fra la direzione del partito (Saddam
dichiarerà in seguito di essersi ispirato ai metodi di Stalin). Venne eliminata
ogni opposizione interna al paese e i sindacati del petrolio vennero messi
fuori legge. Le contraddizioni di un giacobinismo arrivato troppo tardi sulla
scena della storia, si rivelarono in tutta la loro drammaticità: il partito
Ba’ath degenerò trasformandosi in una casta militare nella quale spiccava la
polizia politica, l’economia statale ricominciava ad essere privatizzata, e il
progetto del socialismo panarabo veniva completamente abbandonato12. Nel 1980 Saddam accetta di essere armato e
finanziato dagli Usa, preoccupati dalla vittoria della “rivoluzione islamica”
in Iran, e dichiara guerra al regime di Khomeini. Gli Usa forniscono al
dittatore iracheno stivali, uniformi, elicotteri, munizioni, apparecchiature
elettroniche ecc… Inoltre il programma “top secret” istituisce una consulenza
militare permanente fra 60 esperti militari del Pentagono e l’esercito di
Saddam (fonte: Liberazione 20-8-02).
Ma la facile vittoria che
si sperava a Washington e a Baghdad non si verifica. Anzi è l’Iran che dopo una
serie di sconfitte iniziali passa al contrattacco e se non fosse stato per
l’entrata diretta degli Usa nella guerra (nel 1987 la flotta americana è
coinvolta direttamente nei combattimenti!) l’Iraq sarebbe stato quasi
certamente sconfitto e occupato dai soldati di Khomeini. La pace viene firmata
solo nel 1988, dopo la morte di un milione di persone.
La spinta progressista
iniziale del Ba’ath diventa ormai irriconoscibile. Il sogno di fondazione di un
capitalismo forte e di una nazione moderna ed indipendente si insabbia
nuovamente. La missione “modernizzatrice” del Ba’ath iniziata nel 1968 porta
come risultato un impoverimento di massa reso ancora più esasperato dalle
continue aggressioni imperialiste seguite alla prima guerra del golfo e da
dodici anni di un embargo che colpirà le famiglie irachene (1.500.000 morti) e
non intaccherà il dominio del dittatore, fino alla caduta, per mano degli
imperialisti, del 9 aprile 2003, avvenimento che ha aperto una nuova fase di
instabilità e di convulsioni sociali e politiche in tutto il Medio Oriente.
La rivoluzione
yemenita
La lotta armata fu lo
strumento utilizzato nello Yemen del Sud per ottenere l’indipendenza nazionale.
La rivolta scoppiò nelle montagne del protettorato nel 1963 e fu guidata dal
Fronte di Liberazione Nazionale. I sovrani e i latifondisti del territorio
rurale furono travolti dalla guerriglia. L’imperialismo britannico fu così
costretto a ritirarsi e nel novembre del 1967 venne proclamata la Repubblica
Popolare dello Yemen del Sud. Il programma politico del Fln prevedeva l’abolizione
del latifondo, la diversificazione della produzione agricola e lo sviluppo
industriale. Tuttavia, la nuova Repubblica nasceva in condizioni molto
difficili. La crisi economica dovuta alla chiusura del Canale di Suez, in
seguito alla guerra arabo-israeliana, e alla partenza della guarnigione
britannica creò uno stato di impasse e l’emergere di tensioni interne al Fln. Questa
situazione fece schierare immediatamente la borghesia e la piccola-borghesia
yemenita dalla parte della controrivoluzione e, con l’aiuto dell’Arabia
Saudita, venne organizzata una azione militare contro il nuovo governo
insediatosi ad Aden, capitale dello Yemen del Sud. In queste condizioni emerge
l’ala sinistra del Fln guidata da Salem che destituisce il governo in carica e
rende velleitaria qualsiasi tipo di controffensiva della borghesia
nazionalizzando l’intera economia del paese.
Allo scopo di eliminare il
feudalesimo e il latifondismo si rese dunque necessaria, nello stesso tempo,
l’eliminazione di quegli elementi di capitalismo che cominciavano a comparire
nello Yemen. Lo Yemen del Sud si proclamò Stato “marxista”, ma si trattava in
realtà, come nel caso della Siria, di un regime di bonapartismo proletario
sulla base dei modelli statuali cubano e cinese. Ciò avvenne principalmente
perché la battaglia condotta dai “sinistri” del Fln yemenita si poggiò sui
militari e sull’esercito lasciando passivi i lavoratori e i contadini.
I marxisti si basano sui
lavoratori non per qualche motivazione arbitraria, ma proprio perché solo il
protagonismo della classe operaia organizzata può realizzare la trasformazione
della società in senso socialista. Un abbattimento del capitalismo per via
guerrigliera o attraverso l’esercito può portare ad un cambiamento politico e
sociale ma non ad uno Stato operaio sano. In ogni caso, i grossi benefici
portati dall’eliminazione del latifondismo e del capitalismo erano evidenti se
si paragonavano le condizioni di vita dei lavoratori e dei contadini dello
Yemen del Sud con quelle di altri Stati della regione. A Gibuti, per esempio,
l’80% della popolazione era in stato di disoccupazione, fenomeno del tutto
inesistente invece nello Yemen. Tuttavia, il deficit di democrazia operaia e
l’isolamento di uno Stato povero e tecnologicamente arretrato circondato da regimi
semi-feudali ad esso ostili come l’Arabia Saudita e l’Oman, creò le condizioni
per lo stratificarsi di una casta di burocrati simile a quelle di altri Stati
operai deformati come l’Urss, la Cina e Cuba.
Lo scrittore Fred
Halliday, che aveva osservato di persona gli eventi rivoluzionari nello Yemen
scrivendo un libro su di essi, aveva notato alcuni cambiamenti nella vita
sociale e nelle condizioni di vita dei dirigenti dello Stato yemenita durante
una visita nel 1979. Egli scrisse: “Ad
Aden gli alti ufficiali di partito hanno accumulato privilegi materiali nella
forma di accesso esclusivo a beni di lusso e il potere dell’esercito è
diventato di gran lunga più elevato”. All’inizio degli anni ’80 Nasser
Mohammed, capo dello Stato, in accordo con l’Urss che temeva lo sviluppo della
rivoluzione nello Yemen del Nord, nell’Oman e nell’Arabia Saudita, tolse ogni
forma di sostegno ai movimenti rivoluzionari dei paesi circostanti e cercò di
giungere ad un compromesso con lo Stato teocratico dello Yemen del Nord. Chi
fra i dirigenti del Partito Socialista dello Yemen, il partito unico del
regime, cercò di contrastare tale linea politica, cadde vittima delle purghe di
Nasser Mohammed: pene capitali e veri e propri omicidi decapitarono la
burocrazia del partito. Tuttavia Nasser Mohammed fallì nel tentativo di
eliminazione di tutti i suoi rivali e non poté evitare lo scoppio della guerra
civile che iniziò nel 1986. La guerra contrappose due fazioni burocratiche e si
concluse con la sconfitta di Nasser Mohammed, ma lo Stato dello Yemen del Sud
si indebolì fatalmente e le truppe dell’esercito dello Yemen del Nord
occuparono Aden.
Il ruolo dei Partiti
comunisti
Il motivo per cui la
rivoluzione nei paesi arabi ha assunto le forme storiche che abbiamo fin qui
descritto, la ragione per cui non si è spinta oltre un carattere
democratico-borghese o ha preso forme così distorte, come quella del
bonapartismo proletario, è dovuta prevalentemente all’assenza di forti partiti
marxisti. Che le condizioni oggettive ci fossero tutte, basti pensare alla
mobilitazione e al fermento delle masse nella rivoluzione irachena o in quella
algerina, è un fatto che non può essere negato. Tuttavia, la direzione dei
processi fu assunta dal nazionalismo borghese a causa degli errori dei Partiti
comunisti che abbandonarono il patrimonio teorico e politico accumulato dal
marxismo a partire dalle rivoluzioni del 1848 fino alla Rivoluzione Russa. Purtroppo,
lo stalinismo ha giocato un ruolo criminale nello sviluppo della rivoluzione
nel mondo coloniale. La burocrazia stalinista, una volta consolidatasi al
potere nell’Unione Sovietica, sviluppò idee fortemente conservatrici. Temendo
che la rivoluzione in altri paesi avrebbe potuto svilupparsi su basi sane e
così porre una minaccia al proprio dominio in Russia, ad un certo punto,
cominciò ad agire attivamente per evitare la rivoluzione altrove. L’Internazionale
comunista, ormai degenerata e assoggettata agli interessi di Mosca, rispolverò
la vecchia teoria delle “due fasi”. Anziché seguire una politica di indipendenza
di classe e guidare i lavoratori e i contadini verso la presa del potere, i
Partiti comunisti dovevano ora cercare alleanze con la borghesia “progressista”
e i settori “progressisti” dell’esercito. Allo scioglimento dell’Internazionale
comunista, questa politica continuava a restare la bussola di orientamento dei
diversi Pc, vere e proprie agenzie dei burocrati sovietici nel mondo. La teoria
delle “due fasi” rappresentò una rottura sostanziale con il marxismo. Perfino
nel 1848, ai tempi delle rivoluzioni borghesi in Europa, Marx ed Engels avevano
già sostenuto che, se queste rivoluzioni non andavano fino in fondo, questo era
dovuto principalmente al ruolo controrivoluzionario dei liberali e dei
democratici borghesi che tanta influenza giocavano su un proletariato ancora
giovane e non organizzato in modo indipendente13. Anche il leninismo si affermerà proprio nella
lotta contro il menscevismo che sviluppò la teoria delle “due fasi” come
prospettiva per la rivoluzione russa. Era proprio dei menscevichi, infatti, lo
scenario socialdemocratico “classico”, rigido e schematico, che prevedeva, in
condizioni di arretratezza economica e politica, la collaborazione tra il
movimento operaio e la borghesia liberale alla quale toccava la guida della
rivoluzione. Conseguita la Repubblica democratica, la borghesia sarebbe stata
al governo, mentre i socialisti si sarebbero organizzati all’opposizione
aspettando le condizioni per una rivoluzione proletaria rimandata ad un futuro
indefinito. Diversamente Lenin, in accordo con Trotskij, spiegò che la
borghesia russa sarebbe stata assolutamente incapace di realizzare la
democratizzazione dello Stato e non avrebbe appoggiato un movimento che avrebbe
messo in discussione la proprietà terriera, ponendosi quindi dalla parte della
controrivoluzione. L’unica classe che poteva guidare la rivoluzione secondo
Lenin era la classe operaia alleata con i contadini. Solo una “Repubblica
democratica degli operai e dei contadini”14 avrebbe potuto sviluppare velocemente i compiti
della rivoluzione democratico-borghese in Russia e porre le basi per una
transizione alla società socialista15. Presupposto indispensabile
restava l’indipendenza politica ed organizzativa del movimento operaio e per
questo i bolscevichi spiegavano che “L’internazionale
comunista deve concludere delle alleanze temporanee con la democrazia borghese
delle colonie e dei paesi arretrati, ma non deve fondersi con essa e deve
assolutamente salvaguardare l’indipendenza del movimento proletario perfino
nella sua forma più embrionale” (Lenin, Risoluzioni
dei primi 4 congressi dell’Internazionale comunista). Diversamente fecero i Partiti comunisti nei paesi arabi,
applicando la formula delle “due tappe” (prima la rivoluzione democratica e
l’indipendenza nazionale ed in futuro la rivoluzione socialista). Come abbiamo
visto, in Egitto i comunisti sostennero Nasser arrivando ad integrarsi
nell’apparato dello Stato egiziano, salvo poi essere espulsi e perseguitati
dallo stesso Nasser quando nel paese cominciava ad emergere un’opposizione di
classe. In Iraq, il disperato tentativo di un’alleanza con la borghesia
nazionale portato avanti dal Pc condusse paradossalmente i comunisti a
sostenere prima Kassem e successivamente il Partito Ba’ath proprio mentre
Kassem e i baathisti dichiaravano illegale il Partito comunista e uccidevano
centinaia dei suoi militanti. In Algeria, durante la guerra di liberazione, il
Partito comunista arrivò addirittura a sciogliersi nel Fronte di Liberazione
Nazionale. Le ragioni per cui i comunisti dovevano sostenere le rivoluzioni in
Egitto e in Iraq, come anche quelle in Algeria, Siria, Yemen e in generale in
tutti i paesi coloniali, sono evidenti. Si trattava di movimenti rivoluzionari
che assestarono un colpo durissimo all’imperialismo, che sollevarono le masse e
fecero avanzare la lotta di classe. Ma questo sostegno non implicava in nessun
caso che il movimento operaio si legasse con la borghesia nazionale in
generale.
L’unità dei paesi
arabi può essere solo socialista!
La rivoluzione nei paesi
ex-coloniali è permanente per due
ragioni: primo, perché si spinge oltre i limiti democratici-borghesi ed assume
un carattere socialista; secondo, perché inizia in un paese e poi continua a
livello internazionale. Se così non fosse, la rivoluzione in uno di questi
paesi non avrebbe vie d’uscita. Se i lavoratori e i contadini prendessero il
potere in uno dei paesi arabi, l’imperialismo Usa non starebbe certo a guardare
e organizzerebbe tutto il suo potere per distruggere la rivoluzione: dal
sabotaggio economico all’intervento militare. Inoltre, sulle basi
dell’arretratezza tecnologica ed economica che caratterizza questi paesi, si
creerebbe inevitabilmente una cricca di privilegiati così come è avvenuto nella
Russia sovietica rimasta isolata. Infatti, come spiegava già spiegava Marx: “Si socializzerebbe soltanto la miseria e
quindi con il bisogno ricomincerebbe il conflitto e tornerebbe a gala tutto il
vecchio ciarpame” (Marx, Engels, L’ideologia
tedesca16). L’unico modo in cui un Iraq o un Egitto
rivoluzionario, per esempio, potrebbero affrontare i loro nemici sarebbe
facendo un appello ai lavoratori di tutti i paesi arabi perché seguano il loro
esempio. Questo appello non cadrebbe nel vuoto. Nelle masse arabe è ancora vivo
infatti l’ideale dell’unità di tutti i popoli arabi, basti osservare quello che
provoca e che ha provocato in termini di manifestazioni e di solidarietà di
massa il massacro dei palestinesi o la guerra in Iraq in tutti i paesi del
Medio Oriente. In Egitto durante le recenti manifestazioni antimperialiste
avvenute nel corso della guerra all’Iraq, i cortei si concludevano con slogan
contro gli attuali governi arabi, considerati non a torto i fiduciari locali
dell’imperialismo, ed inneggianti a Nasser e al suo sogno di una nazione araba
unita. Ma su basi capitaliste quest’idea resta un speranza vana come dimostra
l’esperienza della Rau. La borghesia siriana preoccupata di perdere il proprio
peso e i propri privilegi decise nel 1961 di farla finita con l’utopia
nasseriana e con un colpo di Stato ritirò la Siria dalla Federazione. Le varie
borghesie nazionali hanno sviluppato nel frattempo loro specifici interessi e
particolari legami con il capitale straniero. Non permetterebbero quindi la
realizzazione di un progetto politico che potrebbe rivolgersi a loro danno e
quando cercano di ergersi a difensori dell’aspirazione all’unità, lo fanno
sperando, in realtà, di poter allargare il loro mercato grazie ad una eventuale
integrazione fra paesi, cosi come fu per la borghesia egiziana e per l’apparato
statale nasseriano. Lo stesso Saddam Hussein riprese l’ideale pan-arabo, ma
questo non lo trattenne dal massacrare curdi e sciiti e dal dichiarare una
sanguinosissima guerra all’Iran. Sotto il capitalismo, il futuro delle
popolazioni arabe è un futuro di divisioni, discordie e carneficine.
Negli ultimi tempi
sembrerebbe che l’esasperazione sociale delle masse arabe abbia favorito
l’ascesa del fondamentalismo islamico. Dobbiamo essere chiari su questo punto:
se ciò accade è perché decenni di tradimenti e oscillazioni da parte dei
partiti della sinistra araba hanno inevitabilmente indebolito le forze laiche e
progressiste, compresi i partiti comunisti. Tuttavia, è anche vero che alcune
situazioni vengono appositamente esagerate dalla propaganda borghese che vuole
farci pensare ai paesi arabi come ad un mondo interamente nelle mani delle
forze reazionarie ed oscurantiste per poi farci credere che la guerra di Bush
non sia una guerra di classe, una guerra imperialista, ma una guerra di
civiltà. I giovani e i lavoratori arabi impareranno presto, sulla base della
loro esperienza, che il fondamentalismo islamico non offre loro alcuna via
d’uscita, come testimonia quanto già ora sta avvenendo in Iran. L’azione delle
masse, in realtà, preoccupa i leaders islamici perché i loro progetti
reazionari non corrispondono alle aspirazioni di progresso e benessere delle
popolazioni. Come dimostra anche l’esperienza dei marxisti in Pakistan17, i fondamentalisti possono essere sconfitti
rompendo apertamente con le borghesie corrotte, abbandonando improbabili
appelli ad un “ruolo dell’Onu”, offrendo un’alternativa di classe e
rivoluzionaria, lottando per una Federazione socialista dei paesi arabi. Oggi,
dopo il crollo dello stalinismo e dopo che i vari partiti nazionalisti come il
Ba’ath sono stati ormai screditati, siamo sicuri che i lavoratori e i giovani
arabi torneranno alle loro migliori tradizioni di lotta e seguiranno
l’entusiasmante appello ai lavoratori che Marx ed Engels lanciarono
all’indomani delle rivoluzioni del 1848: “Essi
devono fare l’impossibile per la vittoria finale chiarendosi quali siano i
propri interessi di classe, prendendo posizione come partito indipendente e non
lasciandosi sedurre per un istante dalle frasi ipocrite della piccola borghesia
democratica […] Il loro grido di battaglia deve essere: ‘Rivoluzione
permanente’” (Marx, Engels, Indirizzo
al Cc della lega dei Comunisti).
Note:
1 Nel 1915 il governo britannico, nella persona dell’alto
commissario in Egitto Sir MacMahon, avviò con lo sceriffo della Mecca Husein,
una celebre corrispondenza in cui offriva l’indipendenza agli arabi in cambio
di un aiuto militare contro la Turchia. Tuttavia, contemporaneamente la Gran
Bretagna segretamente intavolò trattative con la Francia per arrivare di comune
accordo alla spartizione di ciò che era stato promesso ad Husein. Gli inglesi
spedirono aiuti, consiglieri (tra cui il noto Lawrence d’Arabia) e rifornimenti
alla guerriglia araba che nel corso della Grande Guerra diede un valido
contributo alla causa alleata con operazioni di sabotaggio e attacchi contro le
guarnigioni turche. Alla fine della guerra, la Conferenza della Pace realizzò
l’accordo franco-britannico e ai figli di Husein, Faisal ed Abdallah, furono solo
consegnati i regni dell’Iraq e della Transgiordania. Ma per conservare il
potere essi non potevano fare a meno dell’appoggio della Gran Bretagna, che si
affrettò a circondarli di consiglieri, continuando a fare il bello e il cattivo
tempo in tutta la regione. Un discorso identico va fatto per l’Egitto che si
vide riconoscere il diritto all’indipendenza nel 1920, ma che doveva restare
nella sfera di influenza britannica e accettare basi militari sul proprio
territorio.
2 Importante in questo processo anche il ruolo giocato
dai contrasti fra i diversi imperialismi. In particolare, gli Usa, nel
tentativo di penetrare economicamente nel Medio Oriente cercarono di
presentarsi come una potenza “pacifica”, capace di contrastare lo storico
colonizzatore britannico allo scopo, in realtà, di indebolirlo e sostituirsi ad
esso. In questo senso vanno letti episodi specifici quali le dichiarazioni di
Wilson, presidente degli Usa, a favore dell’autodeterminazione dei popoli o la
missione King-Crane, che si era battuta per impedire l’imposizione dei mandati.
Iniziò così la storica alleanza fra la dinastia saudita dei Wahabiti e gli
Stati Uniti. Gli Usa in un primo momento sostennero anche il colpo di stato
degli Ufficiali Liberi in Egitto nel 1952.
3 La Gran Bretagna nel 1917 accolse la richiesta del
movimento sionista che chiedeva di essere autorizzato a costituire in Palestina
uno Stato ebraico. In una lettera ufficiale al presidente della federazione
sionista britannica il ministro degli Esteri Balfour dichiarava la disponibilità
del “Governo di Sua Maestà” ad istituire gli insediamenti ebraici in Palestina.
4 Nel 1905 un’ondata di scioperi di massa mise per la
prima volta in discussione il potere dello zar.
5 In ogni caso in una economia capitalista il vertice è costituito
dal sistema bancario, legato a doppio filo ai proprietari terrieri a causa
delle ipoteche. Se non si perde di vista il fatto che gli stessi industriali
dipendono dalle banche ecco spiegato qual’è la relazione che porta la borghesia
industriale a difendere i proprietari terrieri: il timore delle ipoteche
bancarie sulle terre.
6 È una preposizione elementare del marxismo che lo Stato
e i suoi apparati non sono una forza indipendente, ma che devono per forza di
cose riflettere gli interessi di una classe. In tempi normali gli apparati
dello Stato (Esercito, polizia, magistratura, ecc…) rispecchiano la posizione
della classe dominante. Ma in periodi di crisi e di instabilità sociale lo
Stato e l’Esercito sono divisi in numerose fazioni. A questo proposito si veda
Engels, L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato e Marx,
Il diciotto brumaio di Luigi Bonaparte
7 Il Partito comunista egiziano, come tutti gli altri Pc,
nel corso della seconda guerra mondiale si schierò con l’imperialismo
anglo-americano. Era questa una linea politica decisa da Mosca e che
subordinava la lotta mondiale al capitalismo alla difesa della burocrazia
sovietica. Ciò alienò le simpatie delle masse di lavoratori e contadini non
solo in Egitto. In Argentina, ad esempio, è noto che l’atteggiamento
filobritannico del Pc facilitò l’ascesa di Peròn che riuscì a sfruttare i
sentimenti antimperialisti della popolazione.
8 Il Partito comunista continuerà a sostenere il governo
di Kassem anche dopo la sua messa fuori legge. Baathisti e nasseriani
formeranno un fronte unico contro Kassem dopo che quest’ultimo nel 1959 rifiutò
di federare l’Iraq alla Rau.
9 Un avvenimento analogo lo possiamo rilevare nella
Rivoluzione d’Ottobre. In aprile Lenin torna dall’esilio e presenta le “Tesi di
Aprile” attraverso le quali cerca di sterzare la linea, adottata dal Partito
Bolscevico, di difesa della repubblica democratica-borghese nata dalla
rivoluzione del febbraio. Il regime democratico di Kerensky non risolse nemmeno
uno dei compiti della rivoluzione nazionale: la riforma agraria, il problema
delle nazionalità oppresse, la fine della guerra. Per Lenin la fase
democratico-borghese della rivoluzione doveva essere superata: “Non abbiamo
bisogno di una repubblica parlamentare, non abbiamo bisogno di una democrazia
borghese, non abbiamo bisogno di nessun governo al di fuori dei soviet degli
operai, dei soldati e dei braccianti agricoli” (Trotskij, Storia della
Rivoluzione Russa). Lo slogan “Tutto il potere ai soviet” esprimeva la necessità
di farla finita con la repubblica di Kerensky che, non spingendosi oltre i
limiti del potere borghese, non portava a compimento la rivoluzione, e di
instaurare un nuova forma di potere (quello sovietico appunto) che avrebbe
proceduto a realizzare la pace immediata, la distribuzione della terra ai
contadini, il controllo della produzione.
10 Kruscev descrisse il progetto pan-arabo come disegno
apertamente razzista. In realtà, la burocrazia sovietica aveva timore che
l’unificazione araba andasse a turbare gli equilibri internazionali e la
spartizione del mondo in sfere di influenza che si venne a delineare
successivamente ai trattati di Yalta. Ancor più pericolose per la burocrazia di
Mosca potevano essere le prospettive di mobilitazioni di massa che sarebbero
seguite allo slogan della “nazione araba unita”. D’altra parte è facile
osservare come le rivoluzioni nei paesi arabi siano avvenute nonostante i vari
partiti comunisti e non grazie ad essi.
11 Per maggiori delucidazioni si veda Grant, La teoria
marxista dello Stato appendice a Russia, dalla rivoluzione alla
controrivoluzione (AC editoriale, 1999) e Trotskij, Lo Stato operaio, il
Termidoro e il Bonapartismo appendice a La Rivoluzione Tradita (AC editoriale,
2000).
12 Fra il 1979 e il 1980 si consumerà la rottura
definitiva fra la Siria e l’Iraq. Il regime di Damasco si schiererà addirittura
al fianco dell’Iran durante la lunga guerra Iran-Iraq degli anni’80. Sempre nel
corso degli anni ’80 si inasprisce l’oppressione nei confronti di curdi e sciiti
sterminati a migliaia con l’impiego di gas tossici.
13 Si veda, per esempio, Marx, La borghesia e la
Controrivoluzione, Engels, Rivoluzione e Controrivoluzione in Germania.
14 Per tutta una fase (1905-1917) Lenin parlava di
“dittatura democratica degli operai e dei contadini”. Solo con le Tesi di
Aprile dal 1917 abbracciò la posizione, già formulata da Trotskij nel 1906, che
una rivoluzione democratica guidata dalla classe operaia avrebbe aperto la fase
della rivoluzione socialista in Russia e su scala mondiale. Si vede: Lev
Trotskij La Rivoluzione permanente.
15 Il nocciolo di questo pensiero politico fu esposto da
Lenin in Due tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica.
16 La possibilità della rivoluzione socialista in un solo
paese era decisamente esclusa anche da Engels in Principi del Comunismo.
17 Si vedano a questo proposito i numeri 160 e 165 di
Falcemartello e l’opuscolo Contro l’aggressione imperialista. Contro il
fondamentalismo curato dal Pakistan Trade Union Defence Campaign (Campagna per
la difesa dei sindacati pakistani) e da noi edito nel 2001.