In difesa del marxismo
n°7 - La rivoluzione araba
Iraq, occupazione e
resistenza
di Claudio Bellotti
Recentemente il segretario
di Stato Usa Colin Powell ha ammesso apertamente il reale stato di cose in Iraq
quando ha dichiarato: “Non ci aspettavamo una resistenza così”.
Le parole di Powell
riassumono l’elemento decisivo per comprendere le prospettive per la situazione
irachena: l’amministrazione Usa si è imbarcata, ormai oltre un anno fa, in
questa avventura senza aver realmente valutato a fondo le conseguenze delle proprie
azioni. Ogni passo veniva compiuto senza pensare quale ne sarebbe stato l’esito
e quale avrebbe potuto essere la mossa successiva. Sono passati solo sei mesi
da quando Bush annunciò dal ponte di una portaerei la fine del conflitto in
Iraq. Sembra invece passato un secolo, e le parole trionfanti di Bush (e di
tutti i suoi tirapiedi in giro per il mondo) se rilette oggi sembrano provenire
da un altro mondo.
Le menzogne di
guerra
Così come sembra ormai
invecchiata di secoli la rumorosa propaganda che aveva accompagnato
l’aggressione all’Iraq. Chi si ricorda più delle fantomatiche “armi di
distruzione di massa”, quelle che secondo Bush e Blair avrebbero permesso a
Saddam Hussein di lanciare un attacco nucleare o chimico contro l’occidente “in
soli 45 minuti”? E gli altrettanto fantomatici “legami fra Saddam Hussein e
l’11 settembre”?
I giornali sono pieni in
questi giorni di articoli gonfi di retorica e di ipocrisia che piangono i 19
militari italiani uccisi a Nassiriya. Ma non si spende tanto inchiostro per le
migliaia di iracheni (forse 15mila, forse 20mila), fra i quali migliaia di
civili, vittime della “guerra per la democrazia”. E non si dice che per ogni
morto fra i soldati occupanti ce ne sono cinque, otto, dieci fra gli iracheni. E
non si dice che il democratico occupante americano ha oscurato la Tv araba Al
Jazira, colpevole di aver mostrato il vero volto della guerra facendo vedere i
corpi di soldati americani colpiti. E bisogna andare sull’organo
confindustriale il Sole 24ore per
scoprire che i soldati italiani non sono per caso a Nassiriya, ma che Nassiriya
sta su un giacimento di petrolio con riserve stimate oltre i due miliardi di
barili sul quale da tempo l’Eni ha messo gli occhi (naturalmente nell’interesse
della ricostruzione del libero Iraq!).
L’Iraq ha subito una
guerra devastante nel 1991. Dopo il 1991 ci sono stati dieci anni di embargo
ancora più criminale, nel quale hanno perso la vita per mancanza di medicinali,
infrastrutture, acqua potabile, ecc. circa un milione di persone. Fra queste circa
500mila bambini. Qualche anno fa, sotto la presidenza Clinton, un giornalista
osò chiedere all’allora segretario di Stato Usa, la signora Albright
(democratica) se valeva la pena di pagare quel prezzo per isolare Saddam
Hussein. E la signora Albright disse che sì, ne valeva la pena.
Ma tutto questo non
interessa ai pennivendoli e ai politici “patriottici” che ci invitano a esporre
il tricolore in onore dei carabinieri morti e intanto dissertano sul
“fanatismo” di questi barbari iracheni che non capiscono quanto sia bello
vivere sotto il tallone americano.
Diciamolo chiaramente a
questi signori: a voi di quei carabinieri morti interessa meno di niente, per
voi erano carne da cannone da vivi e sono oggi solo una storia succulenta per
la vostra propaganda ipocrita. Il vostro atteggiamento è quello del ministro
Martino, che l’indomani della strage vola in Iraq, sfodera la sua voce più
autorevole per dire “noi non ce ne andiamo” e dopo poche ore torna in tutta
fretta a Roma.
Noi non gioiamo affatto
per la morte di soldati che sono gli ultimi responsabili di quanto avviene in
Iraq. Basta guardare i nomi e le storie dei soldati americani uccisi per vedere
che si tratta nella stragrande maggioranza di giovani che hanno cercato nelle
forze armate un futuro che non potevano trovare altrove. Una parte di essi non
sono neppure cittadini americani: senza vergogna alcuna, il governo Usa ha dato
la cittadinanza americana a diversi dei soldati uccisi in Iraq: un filippino,
un irlandese… carne da cannone da vivi, senza neppure il diritto di essere
cittadini della superpotenza che li ha mandati a farsi macellare, ma da morti
vengono chiamati eroi e seppelliti nella bandiera a stelle e strisce.
La Cia: la
resistenza conta 50mila uomini
Il bilancio ufficiale
parla di oltre 400 soldati americani uccisi in Iraq (quasi 500 includendo anche
gli alleati), la maggior parte dei quali dopo la “fine” del conflitto
proclamata da Bush il 1° maggio. Circa 7mila soldati americani sono stati
feriti. Ogni giorno che passa la resistenza irachena colpisce sempre più
duramente le truppe occupanti. L’ultimo episodio (16 novembre) è stato
l’abbattimento di due elicotteri Usa a Mosul, che ha causato la morte di almeno
17 soldati americani, l’attacco più sanguinoso fino ad ora oltre alla strage di
carabinieri e soldati italiani a Nassiriya il 12 novembre.
La rapida vittoria delle
armi americane in aprile sembrava avere oscurato temporaneamente questa dura
realtà. Ma sono bastati sei mesi per rendere evidente a tutti che l’occupazione
di Baghdad il 9 aprile scorso significava non la fine, ma l’inizio dei problemi
per gli americani.
Già a guerra in corso
avevamo sottolineato che anche in caso di occupazione di Baghdad sarebbe
cominciata una guerriglia che avrebbe messo sulla graticola le truppe di occupazione.
In un articolo pubblicato il 10 aprile scorso (pubblicato sul nostro sito www.marxismo.net)
intitolato La caduta di Baghdad
spiegavamo come fosse inevitabile lo sviluppo di un forte movimento di
liberazione nazionale.
Un rapporto della Cia,
teoricamente riservato ma il cui contenuto è filtrato ampiamente sulla stampa
internazionale, apre uno squarcio sulla reale situazione in campo. Secondo la
Cia “la resistenza è forte, ampia e si sta ulteriormente rafforzando”. Riporta
il britannico Guardian: “Il rapporto dice che se non c’è un rapido e
drammatico cambiamento di rotta, perderemo questa situazione; la resistenza
conta migliaia di membri, non solo un piccolo nucleo duro di baathisti. Si
contano a migliaia, e crescono ogni giorno. Non tutti sono fra quelli che
materialmente sparano, ma danno appoggio, protezione e così via”.
Il Pentagono e il ministro
della difesa Rumsfeld si ostinano a parlare di poche migliaia di “terroristi”
(forse 5mila) ma i fatti raccontano un’altra storia. Le truppe Usa sono completamente
sulla difensiva, i pattugliamenti a piedi sono stati pressoché aboliti e
l’attività principale degli occupanti è quella di proteggere se stessi e le
installazioni americane, a partire dalla sede del “proconsole” Paul Bremer,
confinato nel suo lussuoso palazzo di Baghdad. Occasionalmente gli americani
effettuano ampie retate di interi quartieri, che ovviamente non daranno altro
risultato che quello di creare loro migliaia di nuovi nemici. In novembre per
la prima volta dalla “fine” della guerra sono stati impiegati anche artiglieria
e bombardamenti aerei, e questo la dice lunga sul reale stato delle truppe
americane.
L’amministrazione
americana sta cercando disperatamente il sostegno di altri paesi disposti ad
inviare truppe e denaro per sostenere l’occupazione. Ma finora non hanno
ottenuto nulla. Anche la Turchia, che si dichiarava disposta a inviare 10mila
soldati, ha fatto dietro front rifiutando di impegolarsi nel ginepraio
iracheno. Gli angloamericani rimangono sostanzialmente soli, con l’appoggio
secondario di Italia, Spagna, Polonia e Danimarca, a fronteggiare quello che
può diventare un vulcano in eruzione. Dopo l’attacco contro gli italiani, la
Corea che si accingeva a inviare 5mila soldati ha fatto marcia indietro,
riducendo il contingente a 3mila e rifiutando di fissare una data per il loro
invio. Anche il Giappone probabilmente dovrà tornare sui suoi passi.
150mila soldati sembrano
molti, ma sono in realtà insufficienti a soggiogare un intero paese e a
sorvegliarne i lunghi e permeabili confini. Il mito del piccolo esercito
supertecnologico, tanto caro a Donald Rumsfeld, si sta sgretolando di fronte
alla dura realtà dell’occupazione. Gli Usa dovranno affrontare nei prossimi
dodici mesi una situazione che può diventare per loro drammatica. Gli 87
miliardi di dollari richiesti da Bush per finanziare l’occupazione sono già una
cifra astronomica, ben oltre le previsioni iniziali. Ma potrebbero anche non
bastare.
Ma soprattutto potrebbero
non bastare gli uomini. Le truppe Usa sono già duramente provate, soprattutto
nel morale, dallo stillicidio di attacchi (oltre venti al giorno) e dalla
continua tensione. Gli avvicendamenti promessi sono stati revocati poiché la
prospettiva iniziale di mantenere 40-50mila uomini nel paese è stata
abbandonata (oggi gli Usa hanno circa 150mila soldati in Iraq).
Si parla ora di mobilitare
le riserve della Guardia nazionale. Le conseguenze politiche in Usa saranno
profonde, poiché significherebbe inviare non soldati inquadrati e in servizio,
ma riservisti che vivono una vita normale, con lavoro e famiglia, e che vengono
periodicamente richiamati per brevi cicli di addestramento.
Scrive il Time Magazine (5 ottobre): “Le pressioni militari sono molto serie. In
marzo l’esercito si troverà di fronte a una crisi negli avvicendamenti, quando
una serie di unità sono in lista per essere rimpatriate. Poche settimane fa
l’Ufficio di bilancio del Congresso ha scoperto che dopo tale data l’esercito
potrà mantenere una forza compresa fra i 67mila e i 106mila uomini, a meno che
i turni dei 150mila che attualmente servono in Iraq vengano estesi in misura
significativa ai riservisti della Guardia nazionale e ai Marines, oppure che si
trovi un aiuto significativo da altri paesi, il che è improbabile. ‘In qualche
modo ce la faremo’, mi ha detto con un sospiro una fonte militare. Ma il danno
a lungo termine per la capacità di reazione delle forze armate Usa e per la
sicurezza nazionale potrebbe essere serio. Un funzionario dell’Amministrazione
mi ha detto: ‘possiamo mantenere questo livello di spiegamento circa per un
altro anno’.”
Ricordiamo che l’esercito
di leva venne abolito in Usa nel 1973, quando fuggirono dal Vietnam, proprio
nel tentativo di innalzare una barriera fra le forze armate, completamente
demoralizzate dalla guerra in Indocina, e la popolazione civile sempre più
influenzata dai movimenti di opposizione alla guerra stessa. Coinvolgere le
riserve significa che ci sono circa 780mila americani sparsi per tutto il paese
(tanti sono i riservisti della Guardia nazionale) che cominceranno a domandarsi
se domani non toccherà a loro servire nelle forze di occupazione in Iraq; non è
strano che questa opzione preoccupi gli strateghi che dovranno gestire la
campagna elettorale per le presidenziali del prossimo anno. È ormai impossibile
preservare la società americana dalle conseguenze della guerra, sia sul piano
economico, sia su quello politico. La realtà si farà strada dissipando i fumi
della propaganda imperialista.
Il governo fantoccio
iracheno
Il problema fondamentale
degli Usa in Iraq è la completa mancanza di solidi punti di appoggio
all’interno del paese. Esiste un sottile strato di collaborazionisti, che si
incarna nel cosiddetto “Consiglio di governo”, ossia il corpo consultivo creato
dal governatore Usa Paul Bremer. Gli americani tentano di basarsi sulle forze
centrifughe all’interno dell’Iraq, oltre che su un sottile strato di ex
fuoriusciti prezzolati dalla Cia come il malfamato bancarottiere Ahmed Chalabi.
Ma le componenti che oggi
sono disposte a collaborare con l’occupazione non rappresentano una forza
sufficiente a tenere soggiogato un intero paese.
La collaborazione con i
partiti nazionalisti curdi (Pdk e Upk) sarà fonte di complicazioni più che di
sostegno per gli Usa. Questi ultimi infatti non possono permettere la
formazione di una forte autonomia curda nel nord dell’Iraq per timore della
reazione dell’esercito turco, già schierato oltre le frontiere e disposto a
fare qualsiasi cosa per impedire la prospettiva di uno Stato curdo indipendente
ai propri confini. Inoltre la stessa zona curda non è affatto pacificata sotto
il controllo dei peshmerga (guerriglieri)
curdi; ci sono stati attentati e scontri anche a Mosul e Kirkuk, centri
petroliferi e industriali chiave della regione.
La seconda componente
sulla quale contavano gli Usa sono gli sciiti. Ora è chiaro che ampi settori
del notabilato sciita hanno assunto una posizione di collaborazione più o meno
aperta (12 su 25 componenti del Consiglio di governo sono sciiti), con la
partecipazione di organizzazioni importanti come il Dawa e lo Sciri, sostenute
anche dall’Iran. Tuttavia un conto è il notabilato sciita, un conto sono i
milioni di sciiti che subiscono come tutti le conseguenze dell’occupazione.
Il leader dello Sciri Al
Hakim è stato ucciso in un attentato assieme a oltre 100 fedeli nella moschea
di Najaf, e lo stesso era accaduto in marzo a un altro esponente sciita che
propugnava la non belligeranza verso gli Usa. Questi scontri sanguinosi
mostrano come sia un grave errore considerare “gli sciiti” come un unico blocco
dominato dal clero reazionario e disposti a seguire i loro capi in una politica
di collaborazione con gli americani.
Gli Usa hanno cominciato a
reclutare un corpo di polizia irachena che dovrebbe arrivare a 60mila uomini,
nel tentativo di far fare ad altri il lavoro più sporco. Ma è già evidente come
questo corpo sia assolutamente impopolare, debole e poco motivato, come
dimostrano le decine di attacchi che subisce.
Un episodio significativo
è stata la rivolta avvenuta in ottobre nella città di Baiji, situata a 200
chilometri da Baghdad, a metà strada fra la capitale e Mosul. Baiji è anche
sede della più grande raffinerie irachena. La rivolta è stata scatenata da voci
secondo le quali il petrolio veniva rubato e contrabbandato su cisterne turche
e inviato in Israele. Una manifestazione dove si sono anche visti ritratti di
Saddam si è scontrata con la polizia lasciando quattro morti sulla strada e la
folla ha reagito attaccando la polizia e incendiando poi il municipio. L’intera
forza di polizia irachena è fuggita dalla città e solo dopo che gli americani
sono entrati (anch’essi hanno avuto scontri a fuoco con la popolazione) alcune
pattuglie si sono nuovamente avventurate nella città.
Scioperi e proteste
L’episodio (riportiamo le
informazioni dal britannico the
Independent) dimostra chiaramente come l’opposizione all’occupazione non
venga solo da piccoli gruppi di “nostalgici” che colpiscono di nascosto, ma che
può facilmente assumere un carattere di massa di fronte al quale le forze
irachene al servizio degli Usa si dimostrano del tutto impotenti.
Sono in realtà numerosi
gli episodi di manifestazioni di protesta da parte di disoccupati, ex militari,
e si hanno notizie anche di alcuni scioperi.
L’Iraq è preda di guerra,
e le masse subiscono tutti i giorni le conseguenze economiche del saccheggio
imperialista. Le multinazionali legate alla cricca della Casa Bianca fanno il
bello e il cattivo tempo, si intascano i soldi degli “aiuti” e della
“ricostruzione” con la complicità di qualche burattino locale. A questo
proposito citiamo un altro episodio significativo: “Il primo ottobre i disoccupati di Bassora, stanchi di promesse vuote,
hanno attaccato la sede del municipio tentando di occuparla. Il governatore e i
membri del consiglio, che è composto in gran parte da gruppi islamici, si sono
dati alla fuga. La polizia ha cominciato a sparare alla cieca per disperdere i
manifestanti.
È stato registrato anche un compatto sciopero di una giornata nella più
grande raffineria di Bassora al principio di ottobre, anche se l’esito non è
chiaro. Nella raffineria Daura di Baghdad ci sono stati tre scioperi in due
settimane. Il direttore generale della raffineria Dathar Khashab ha spiegato
come ha affrontato il conflitto sindacale: “Avrei voluto risolvere la protesta
con mezzi pacifici, ma, via… non possiamo avere altre fermate. Altri scioperi
danneggerebbero il paese.”
Questo ex membro del Baath e ora sostenitore entusiasta delle forze di
occupazione, ha fatto capire molto riguardo l’atteggiamento dei nuovi
governanti quando è stato intervistato da un giornalista indipendente che era
parte di osservatorio formato dalla coalizione US Labor Against the War. “La
privatizzazione [del settore petrolifero] è positiva perché tiene i lavoratori
nella paura di perdere il posto di lavoro. Ogni operaio qui sa che io controllo
la sua vita, se lo licenzio rovino lui e la sua famiglia” (vedi Roberto Sarti, Iraqi workers stand defiant against bosses and imperialist forces
su www.marxist.com)
È evidente quindi che la
lotta per la liberazione nazionale coincide sempre di più nella coscienza di
milioni di iracheni, con la lotta contro il saccheggio del loro paese, per
conquistare una condizione di vita decente. Liberazione nazionale ed emancipazione
sociale tenderanno sempre di più a fondersi nelle aspirazioni del popolo
iracheno, ed è da questo punto di vista che come comunisti dobbiamo sviluppare
le nostre parole d’ordine e il nostro atteggiamento riguardo la lotta di
liberazione dell’Iraq e le diverse forze sul campo.
Il ruolo dei partiti
comunisti
Il Partito comunista
iracheno ha accettato di entrare nel Consiglio di governo. Con questa scelta,
che arruola di fatto il Pci nel fronte delle forze collaborazioniste, i
dirigenti di quel partito prostituiscono la tradizione comunista che pure ha
resistiti in Iraq in questi decenni
Contro questa posizione si
sono schierati una serie militanti che hanno di fatto dato vita a una scissione
con un appello firmato “Partito comunista iracheno - quadri di base”. Riporta
Stefano Chiarini sul manifesto (11
ottobre 2003): “L’occupazione americana
dell’Iraq e la partecipazione al Consiglio di governo provvisorio nominato dal
‘marja bianco’ Paul Bremer del Segretario del Pc iracheno, non in quanto tale
ma come ‘esponente della comunità sciita’ hanno provocato una profonda
spaccatura del movimento e molti quadri del partito avrebbero deciso di rompere
gli indugi, di denunciare la leadership attuale e di passare alla resistenza
armata. Questo gruppo ha recentemente redatto un appello-documento a nome del
‘Partito Comunista Iracheno (Quadri di base)’ nel quale viene delineata come
priorità assoluta la difesa della sovranità dell’Iraq calpestata dalle truppe
di occupazione americane. Un partito quindi che riprenda il suo carattere
‘nazionale’ e che promuova l’unità tra tutte le forze del paese, al di là delle
divisioni politiche o confessionali, che si oppongono all’occupazione.
(…) I Quadri del Pc sostengono la necessità, seguendo la linea di Fahd il
fondatore del partito – ‘sono un patriota ancor prima di essere comunista’ - di
abbandonare ‘tatticismi’, ‘attendismi’ e un presunto ‘realismo’ che
porterebbero ad accettare la realtà dell’occupazione. Al centro delle critiche
del documento sono in particolare l’ex segretario generale Aziz Muhammad e
Fakhri Karim membro dell’ufficio politico responsabile delle finanze, della
propaganda e degli apparati di sicurezza. Sotto la loro leadership, sostengono
i dissidenti, il partito divenne prima ‘il megafono delle tendenze più scioviniste
dei movimenti curdi’ e poi dal ‘91 si sarebbe avviato verso una sostanziale
accettazione di un intervento americano in Iraq.”
Questo sviluppo indica
come qualsiasi forza collabori con l’occupante tenderà a perdere la sua base
popolare. Tuttavia risulta evidente come la prospettiva assunta dal gruppo di
opposizione dei “Quadri di base” ripercorra i tragici errori che tante volte in
passato hanno visto i partiti comunisti nel mondo coloniale subordinarsi a una
logica nazionalista e aprire la strada non all’emancipazione delle masse, ma a
sanguinose sconfitte. Questo argomento è approfondito in questa stessa rivista
nell’articolo di Andrea Davolo Nazionalismo,
movimento pan-arabo e ruolo dei Partiti comunisti.
Quale prospettiva
per gli Usa?
Abbiamo già evidenziato
tutte le difficoltà che gli Usa si troveranno ad affrontare. Tuttavia una cosa
deve essere chiara. Nell’avventura irachena l’imperialismo statunitense ha
gettato tutto il suo prestigio e la sua potenza. Non lasceranno facilmente la
preda perché sanno che una loro ritirata dall’Iraq sarebbe un colpo durissimo
al loro prestigio e alla loro egemonia mondiale.
Un vecchio detto della
diplomazia recita “se non puoi sconfiggere il tuo nemico, alleati con lui”. Ed
è proprio quello che gli Usa potebbero trovarsi costretti a fare se (o meglio,
quando) il prezzo politico ed economico dell’occupazione diventerà troppo alto.
Cercheranno di smembrare l’Iraq, analogamente a quanto hanno fatto in
Jugoslavia, e di ingolosire qualche settore della classe dominante locale con
la promessa di potersi appropriare di questo o quel brandello del paese. Piuttosto
che vedere l’Iraq liberato da un movimento di liberazione nazionale che li
sconfigge sul campo, lo faranno letteralmente a pezzi più di quanto non abbiano
già fatto nell’ultimo decennio.
La diplomazia è già al
lavoro in diverse direzioni: c’è un tentativo di giungere a un modus vivendi con l’Iran e con i capi
sciiti legati a Teheran. Già abbiamo detto del ruolo dei partiti nazionalisti
curdi; ma poiché questo non basta a controllare l’intero paese, si avanza
l’ipotesi di coinvolgere in qualche forma anche l’ex Baath, il partito di
Saddam Hussein ora illegale. Il già citato articolo del Time Magazine riporta: “Sarà
impossibile creare un nuovo governo senza la partecipazione sunnita, e il
partito politico sunnita tradizionale, il Baath di Saddam Hussein, è
fuorilegge. ‘Forse dovremo permettere loro di ritornare, in qualche forma’ mi
dice un funzionario Usa, ‘ma non li chiameremo baathisti’.” (Sia detto per
inciso, pare che gli americani stiano ricorrendo alla stessa politica in
Afghanistan; di fronte a una recrudescenza della guerriglia dei talebani che
prende di mira l’esercito afghano del governo fantoccio capeggiato da Hamid
Karzai, gli americani hanno reagito liberando quattro capi talebani, un chiaro
tentativo di aprire un canale di dialogo col nemico di ieri – e, non
dimentichiamolo, alleato dell’altroieri – che, guarda caso, mentre riesce in
pochi mesi a fare 400 vittime afgane colpisce solo quattro soldati americani. Altra
cosa, ovviamente, è che questo compromesso giunga effettivamente a
maturazione).
Se gli Usa giungeranno
alla conclusione di non poter mantenere l’occupazione in Iraq, la via d’uscita
“migliore” dal loro punto di vista sarà quella di frantumare il paese, darlo in
pasto a gruppi armati l’uno contro l’altro tentando di mantenere un controllo a
distanza, per interposta persona e garantendosi il mantenimento delle basi
militari. Una prospettiva di “libanizzazione” dell’Iraq che significherebbe
precipitare la popolazione in un nuovo e terribile incubo.
Per scongiurare questa
prospettiva il movimento di liberazione iracheno dovrà inevitabilmente porsi il
compito non tanto di colpire qua e là le truppe occupanti, ma di suscitare un
movimento di massa che coinvolga i settori decisivi della popolazione, la
classe operaia, i contadini, i disoccupati. La lotta per l’indipendenza
nazionale può assumere un carattere di massa e una forza irresistibile se tutti
gli oppressi vedranno in essa la possibilità non solo di riscattare il paese da
un’oppressione umiliante, ma anche di trasformare radicalmente le loro
condizioni di vita.
Per questo la posizione
“prima siamo iracheni, poi comunisti” assunta dai Quadri di base del Pc
iracheno è in prospettiva pericolosa. Essere “iracheni”, nelle condizioni
attuali, significa non solo battersi per la cacciata degli occupanti, ma
comprendere che ci saranno molti “iracheni”, in particolare nella borghesia,
che di fronte a un movimento di massa preferiranno la collaborazione e la
protezione degli invasori piuttosto che rischiare di perdere i loro privilegi
in un processo rivoluzionario. L’esempio citato delle raffinerie dice tutto sui
rapporti che legano le forze occupanti, settori della borghesia irachena e
dell’apparato statale da un lato, e la classe operaia dall’altro.
Il ruolo dei
fondamentalisti
La propaganda americana ha
tutto l’interesse a presentare il conflitto in Iraq come uno scontro fra
Occidente e Islam, seguendo la famigerata teoria di Samuel Huntington dello
“scontro di civiltà”. Purtroppo questa posizione trova eco anche nella
sinistra, se si pensa che all’interno del Partito della rifondazione comunista
lo stesso Bertinotti ha più volte paventato che la “spirale guerra-terrorismo”
porti alla crescita del fondamentalismo.
Queste posizioni
dimostrano una totale incomprensione del vero ruolo del fondamentalismo. I
fondamentalisti non sono in grado di affermarsi in un movimento di massa in
fase ascendente. Laddove hanno conquistato un’influenza, questo è avvenuto non
perché interpretassero le aspirazioni delle masse, ma perché capitalizzavano la
frustrazione e la delusione delle masse stesse. Hamas e la Jihad in Palestina
non sono cresciute nella grande ascesa della prima Intifada (1987), ma hanno
conquistato spazio dopo che tutte le forze del nazionalismo borghese e piccolo
borghese, a partire dal partito di Arafat, nonché tutte le forze della sinistra
dentro e fuori la Palestina, hanno accettato la trappola del “processo di pace”
durante gli anni ’90. Hamas e la Jihad hanno capitalizzato in parte la rabbia e
la delusione del popolo palestinese quando è emerso con chiarezza che il
processo di pace era una frode e un complotto ai danni dei palestinesi.
Le responsabilità della
sinistra, e in particolare dei partiti comunisti, nell’ascesa del
fondamentalismo islamico sono enormi. In Iran il Partito comunista, che era una
forza di massa, si pose al servizio degli ayatollah vedendo in Khomeini un
“combattente antimperialista” e per tutta una fase i quadri del Tudeh
parteciparono attivamente alla costruzione della “repubblica islamica”, per poi
essere brutalmente estromessi e repressi nel sangue dallo stesso regime
khomeinista1.
Per quanto riguarda
l’Iraq, come abbiamo visto il notabilato sciita si è fortemente compromesso con
gli occupanti. Gli elementi come Muqtada al Sadr che si sono opposti a tale
politica appaiono per ora in minoranza all’interno del clero sciita, anche se
certamente ampi settori della popolazione sciita vedono con crescente ostilità
le forze di occupazione. Le forze sciite lottano più per affermare il proprio
potere e controllo che per la cacciata dell’occupante, e per i loro obiettivi
sono stati e saranno in futuro disposte a più di un compromesso anche con gli
angloamericani.
La realtà è una sola:
nessuna di queste forze è disposta a farsi carico fino in fondo della lotta di
liberazione, e nessuna di queste ha un programma tale da poter suscitare quel
movimento di massa che è indispensabile per raggiungere l’obiettivo.
Pertanto se è vero che una
forza comunista in Iraq deve mettere in cima ai propri obiettivi la liberazione
del paese, e che questo può significare anche accordi tattici con movimenti
nazionalisti borghesi di altra natura (nasseriani, baathisti, ecc.) questo non
significa in nessun modo né abbassare la critica né tanto meno fondersi con
movimenti come quelli citati, pena rischiare di condurre il movimento in un
vicolo cieco. A maggior ragione questo vale per le forze della reazione
religiosa, sia quelle sciite che quelle (più o meno fantomatiche) legate ad Al
Qaeda che pensano di potersi conquistare in Iraq la patente di combattenti per
la liberazione, cosa che non sono, non sono mai stati e non saranno mai.
Tutti i regimi arabi
sono in crisi
La lotta per la liberazione
irachena si inserisce in un contesto esplosivo nell’intero Medio oriente. Tutti
i paesi della regione sono attraversati da una crisi profonda, inclusi quei
paesi che in passato erano i baluardi della stabilità e punti d’appoggio
decisivi per l’imperialismo.
Tra questi in primo luogo
va citata la Turchia, cuneo avanzato della Nato in direzione del Caucaso,
dell’Asia centrale e del Medio oriente. La Turchia vive una crisi a tutti i
livelli della società: economico (dopo il crollo finanziario del 1998), istituzionale
(con il conflitto strisciante fra potere militare e potere civile),
istituzionale, politico (testimoniato dalla vittoria elettorale del partito
islamico) e di strategia internazionale. Con l’avvventura irachena Bush ha
gettato la Turchia in un vero e proprio vicolo cieco; l’appoggio americano ai
curdi viene visto come il fumo negli occhi dai militari turchi, che hanno
schierato le loro truppe lungo il confine iracheno e anche oltre. D’altra parte
l’Unione europea lo scorso dicembre ha sbattuto la porta in faccia alla
Turchia, vista come un cavallo di Troia americano. Durante il conflitto
iracheno il parlamento turco ha negato il diritto di transito alle truppe
americane, e in luglio tra Usa e Turchia c’è stata una grave crisi diplomatica
quando gli americani hanno arrestato in Iraq undici agenti turchi accusandoli
di spionaggio. Più recentemente pareva che la Turchia dovesse inviare 10mila
soldati in Iraq, ma la prospettiva ha scatenato le reazioni ostili del
Consiglio di governo iracheno e dei guerriglieri curdi nel nord iracheno, i
quali hanno dichiarato che si sarebbero opposti armi alla mano all’entrata
delle truppe di Ankara. Alla fine il governo turco, di fronte a queste
difficoltà e a una crescente opposizione interna, ha deciso di rinunciare
all’avventura.
Per gli Usa si tratta di
un rompicapo strategico: la Turchia è un alleato chiave, le installazioni
militari (e in particolare la base di Incirlik) sono state decisive nelle
operazioni sia in Iraq che in Afghanistan. La Turchia, infine, è un anello
importante nella politica americana verso il Caucaso. Non possono pertanto
privarsi di un simile alleato, ma al tempo stesso la loro politica in Iraq
mette a repentaglio la collaborazione. Se Washington sarà costretta a
scegliere, verosimilmente sacrificherà freddamente i suoi alleati curdi (una
forza secondaria nello scacchiere), ma in ogni caso non sarà facile ricucire
gli strappi di questi mesi.
Un altro paese chiave per
gli Usa è l’Arabia Saudita, da circa 80 anni alleato fedele e baluardo della
stabilità. Ma anche qui le cose peggiorano rapidamente.
Le condizioni economiche
si stanno rapidamente deteriorando, ma è soprattutto la crisi al vertice del
regime che indica le tensioni sotterranee.
La monarchia saudita, una
cricca di circa 5mila principi imparentati, si trova sempre più fra l’incudine
e il martello; i tentativi di riforma dall’alto non risolveranno alcunché, al
contrario potrebbero scoperchiare una calderone di contraddizioni esplosive. Non
è certo un caso che gli Usa stiano traslocando gran parte delle loro basi
militari dall’Arabia Saudita al Bahrain (e, dicono, nello stesso Iraq), in
previsione di ulteriori problemi.
L’Egitto, gigante
demografico e industriale della regione, ha visto come tutti i paesi della
regione forti manifestazioni di protesta negli ultimi anni, sia contro
l’invasione dell’Iraq, sia in solidarietà con il popolo palestinese, sia per le
peggiorate condizioni economiche e sociali. Mubarak sta tentando di organizzare
una successione indolore passando il potere al proprio figlio, ma anche qui è
chiaro che la classe dominante si trova in forti difficoltà.
L’Iran vive già da alcuni
anni una crisi di regime con una spaccatura aperta al vertice dello Stato. Le
mobilitazioni studentesche (alle quali si sono aggiunti anche gli scioperi)
preannunciano una nuova esplosione. La guerra irachena ha interrotto
temporaneamente il processo il timore di aprire la strada all’offensiva
americana può frenare per una fase la mobilitazione di massa. Non a caso uno
dei leader della protesta studentesca ha affermato che quando Bush ha
dichiarato il suo sostegno agli studenti, con questa sola frase ha seppellito
la protesta. E tuttavia anche l’Iran, paese chiave dal punto di vista economico
e per numero di abitanti, non sfugge alla generale instabilità. Con un elemento
decisivo: un movimento di massa in Iran sarà contemporaneamente ostile agli
Usa, che stanno manifestando tutta la loro arroganza in Iraq, e
antifondamentalista, poiché dopo un quarto di secolo di dominio degli ayatollah
i lavoratori non possono che respingere le utopie reazionarie della “repubblica
islamica” e del regime teocratico. La rivoluzione iraniana riprenderà la
migliore tradizione degli anni ’70 e del movimento di massa che attraverso una
lotta eroica e sanguinosa rovesciò il regime dello Scià nel 1979.
Infine la situazione in
Palestina, che viene approfondita nell’articolo di Francesco Merli in questa
stessa rivista, vede uno Sharon scatenato nella ricerca di una vera e propria
nuova “soluzione finale” della questione palestinese.
Per la federazione
socialista del Medio oriente
È dunque evidente che il
Medio oriente e il mondo arabo si avviano a una nuova serie di esplosioni
rivoluzionarie. Ci si può solo domandare quale sarà il paese che aprirà la
strada, e quando il processo si manifesterà apertamente. Ma quando si apriranno
le prime crepe nella diga, l’intera regione potrebbe vedere una reazione a
catena pari a quella che da tre anni vede l’America Latina attraversata da una
rivoluzione dopo l’altra, dall’Ecuador al Venezuela, dall’Argentina alla
Bolivia.
In questo contesto
riemergerà con più forte che mai il problema storico irrisolto dell’unità della
nazione araba, ossia della federazione socialista dei paesi arabi e dell’intero
Medio oriente. La prima causa dell’oppressione e della miseria che affliggono
la regione sono i confini artificiali tracciati dalle potenze imperialiste
negli ultimi cento anni, confini disegnati appositamente per frantumare il
popolo arabo, per permettere di controllarlo attraverso le varie cricche
oligarchiche locali. La questione nazionale si presenta sotto il duplice
aspetto della lotta contro la penetrazione imperialista e della necessità di
creare un quadro nel quale si possano risolvere tutti i problemi delle numerose
minoranze nazionali che pressoché ognuno di questi Stati ha al proprio interno,
dai berberi in Algeria, ai curdi – divisi fra quattro Stati –, alle diverse
minoranze etniche e religiose. Solo una federazione dell’intera regione può
creare una cornice sufficientemente vasta da offrire tale soluzione, a partire
dalla questione palestinese. Ma tale federazione potrà nascere solo sulla base
di una rivoluzione sociale, che liberi il Medio oriente dall’oppressione
imperialista, ma anche dei regimi ormai marci e corrotti che non sono in grado
di risolvere una sola delle contraddizioni che attanagliano le masse. Una
rivoluzione che ponga in mano alla classe operaia, ai contadini, ai disoccupati
le risorse fondamentali (petrolio, terra, acqua) che potrebbero garantire
facilmente lo sviluppo economico e sociale dell’intera regione, permettendo un
libero sviluppo economico e culturale di tutti i popoli che la abitano e
gettando le basi per il superamento degli odii e degli antagonismi nazionali e
religiosi.
Una generazione fa il
sogno del nazionalismo borghese progressista di unificare la nazione araba si
infranse contro i propri limiti di classe. La rivoluzione araba rimase
incompiuta, sia per l’incapacità dei dirigenti nazionalisti, inclusi i più
avanzati come Nasser, di oltrepassare i limiti posti dalla società capitalista,
sia per il ruolo pernicioso della burocrazia moscovita che influenzò nel modo
più negativo il movimento rivoluzionario e in particolare i partiti comunisti. Il
risultato furono trent’anni di sconfitte e arretramenti, la crescita del
fondamentalismo, il ritorno in forze dell’imperialismo e una rinnovata
oppressione. Oggi siamo certi che le masse arabe sapranno sollevarsi
dall’abisso in cui sono state cacciate, e che riprenderanno il cammino
interrotto dalla generazione precedente. La rivoluzione araba rinascerà a un
livello incomparabilmente più alto e costituirà un anello chiave nel processo
della rivoluzione internazionale che da un continente all’altro cominciamo a
vedere delinearsi.
16 novembre 2003