In difesa del marxismo
n°6 - America latina
Populismo e guerriglia:
particolarità storiche della rivoluzione latinoamericana
di Alessandro Giardiello
Se c’è un zona nel mondo
dove lo stalinismo ha giocato un ruolo particolarmente nefasto questa è senza
dubbio l’America Latina. Durante la seconda guerra mondiale l’Urss usò i
Partiti comunisti come agenzie estere della propria diplomazia e subordinava
alla difesa dei privilegi della casta burocratica la lotta mondiale contro il
capitalismo. In questo modo venivano definiti “progressisti” tutti quei
rappresentanti della classe dominante che si contrapponevano alla Germania
nazista e che nella maggioranza dei casi erano alleati dell’imperialismo
americano.
Questa
linea condusse il Pc dominicano ad appoggiare il dittatore Trujillo (fedele
agente degli Usa) e il Pc cileno ad entrare nel governo Videla, il quale per
tutto ringraziamento fece poi rinchiudere i militanti comunisti nei campi di
concentramento.
Il caso forse più
clamoroso è quello del Partito comunista cubano (Psp) che entrò con due
ministri nel governo del dittatore Batista, ritenuto “governante democratico e
progressista”. Non deve sorprendere che quello stesso partito abbia dovuto
prendere atto a posteriori che a Cuba c’era stata una rivoluzione.1
Nel caso argentino, dove
non c’era un governo pro-Usa, il Pca diede vita nel ‘45 a una Unione
democratica, con il partito conservatore (espressione dei latifondisti), i
radicali (tradizionale partito del capitale straniero) e i socialisti. Il tutto
sotto la regia dell’ambasciatore americano Braden che si proponeva di favorire
il processo di colonizzazione dell’economia argentina. I lavoratori e i
sindacati peronisti venivano così definiti fascisti col risultato che in
pochissimi anni il Pca, che fino ad allora aveva un forte radicamento operaio,
venne praticamente spazzato via dallo scenario politico argentino e ridotto a
dimensioni di poco superiori a quelle di una setta.
La sostanziale debolezza
dei Partiti comunisti sudamericani ha dunque origini antiche ed è il risultato
perverso della linea delle “due fasi”, secondo la quale nei paesi coloniali il
proletariato doveva limitarsi a sostenere la “borghesia nazionale” (o
“democratica” o “progressiva”) rimandando a un futuro indefinito la lotta per
il potere proletario e la rivoluzione socialista. Questa linea, inaugurata con
esiti disastrosi da Stalin e Bucharin nella rivoluzione cinese del 1925-27, fu
poi rilanciata con i fronti popolari al VII Congresso dell’Internazionale
comunista (1935).
Nella misura in cui i
partiti comunisti (a cui spesso si allineavano i socialisti) non difendevano
una politica di indipendenza di classe le masse finivano col dare credito ai
movimenti nazionalisti radicali che entravano in conflitto con l’imperialismo.
I leader di questi
movimenti, che fossero militari, guerriglieri o intellettuali poco importa,
finirono col conquistare (a livelli diversi secondo i paesi) una certa egemonia
sul movimento anche se difendevano dei programmi confusi e contradditori, che
per la loro natura non si proponevano di fuoriuscire dal capitalismo.
È cosa poco nota che lo
stesso Fidel Castro prima della rivoluzione non si considerasse affatto un
comunista e apparteneva a un organizzazione democratico borghese (Partido del
pueblo cubano-ortodoxo). Il Movimento 26 luglio che lottava contro la dittatura
si ispirava infatti a un modello di democrazia parlamentare.
Solo in seguito all’enorme
pressione esercitata dagli Usa, Fidel e compagni si spinsero oltre i limiti del
capitalismo e decisero di espropriare la proprietà privata costruendo un regime
su modello dell’Urss. Nonostante il carattere burocratico e plebiscitario che
assunse il regime la nazionalizzazione delle forze produttive rappresentava
comunque un enorme passo in avanti. Le condizioni di vita del popolo cubano
migliorarono enormemente, soprattutto se confrontate con quelle degli altri
popoli del Centramerica che rimanevano sotto il giogo dell’imperialismo.
In altri paesi (si pensi
all’esperienza sandinista in Nicaragua) il processo rivoluzionario si spinse
meno avanti che a Cuba (vennero nazionalizzate solo le proprietà dell’ex
dittatore Somoza) il che permise dopo 10 anni il ritorno della
controrivoluzione, seppure per via elettorale.
I sandinisti, che si erano
fatti portatori di una “terza via” (né comunista, né capitalista), hanno dovuto
soccombere alla pressione imperialista la quale faceva leva su quel 70% di
economia nicaraguense che era rimasta in mani private.2
E’ evidente che la
questione non si esaurisce nei rapporti di proprietà per quanto
l’espropriazione dei capitalisti sia in qualunque caso una misura progressista
che va difesa. L’abolizione della proprietà privata è però condizione
necessaria ma non sufficiente per la vittoria di una rivoluzione, una volta
stabiliti nuovi rapporti di produzione è necessario che i lavoratori esercitino
un controllo democratico sullo Stato e che il partito rivoluzionario lavori
all’estensione della rivoluzione sul piano internazionale evitando che
l’isolamento finisca col far prevalere le tendenze controrivoluzionarie che si
annidano nella società.
Rivoluzione
permanente e “bonapartismo sui generis”
Nei paesi arretrati la
borghesia è incapace di portare a termine i compiti della rivoluzione
democratica-borghese che si riassumono nello sviluppo di un’industria
indipendente, nell’abolizione dei latifondi, nella formazione di uno Stato
nazionale basato sulla democrazia parlamentare e nell’indipendenza nei
confronti dell’imperialismo. Questo perché la borghesia arrivando tardi sulla
scena storica viene schiacciata nel suo sviluppo dal capitalismo straniero. E’
un fatto che le borghesie dei paesi coloniali siano legate da mille fili ai
latifondisti e all’oligarchia e siano dunque succubi dell’imperialismo da cui
dipendono in tutti i sensi.
Per questa ragione l’unica
classe che può giocare un ruolo coerentemente rivoluzionario in questi paesi è
la classe operaia, per il ruolo particolare che occupa nella produzione
capitalistica.
I lavoratori però nella
misura in cui portano avanti i compiti della rivoluzione borghese per
consolidare quelle conquiste devono avanzare anche i compiti della rivoluzione
proletaria, dando così un carattere ininterrotto al processo.
Questa in sintesi la
teoria della rivoluzione permamente di Trotskij,3 che ha ricevuto una brillante conferma
nell’Ottobre del ’17, dove una piccola minoranza di lavoratori con il sostegno
dei contadini poveri hanno conquistato il potere portando a termine i compiti
che la corrotta e debole borghesia russa non sarebbe mai stata in grado di
assolvere.
Il fatto che la borghesia
nazionale non sia in grado di agire in maniera conseguente dal punto di vista
rivoluzionario non significa però che, in determinate circostanze, non possa
entrare in conflitto con il capitale straniero e con l’imperialismo.
Trotskij nel 1938 avvisava
i propri sostenitori in Messico, a non avere un approccio rigido
nell’applicazione della teoria della rivoluzione permanente4 e forniva una spiegazione scientifica di quei
processi che vedevano degli esponenti borghesi come Lazaro Càrdenas rivoltarsi
contro l’imperialismo.
“Nei paesi industrialmente arretrati il capitale straniero ha una funzione
decisiva. Di qui la relativa debolezza della borghesia nazionale rispetto al
proletariato nazionale. Ciò determina un potere statale di tipo particolare. Il
governo si barcamena tra il capitale straniero e il capitale indigeno, tra la
debole borghesia nazionale e il proletariato relativamente forte. Ciò
conferisce al governo un carattere bonapartista sui generis, di tipo
particolare. Si colloca, per così dire, al di sopra delle classi. In realtà,
può governare o divenendo strumento del capitale straniero e tenendo incatenato
il proletariato con una dittatura poliziesca o manovrando con il proletariato e
giungendo persino a fargli delle concessioni, assicurandosi in tal modo la
possibilità di una certa libertà nei confronti dei capitalisti stranieri. La
politica attuale (di Càrdenas) rientra nella seconda categoria: le sue maggiori
conquiste sono l’espropriazione delle ferrovie e delle industrie petrolifere.
Queste misure si pongono direttamente sul piano del capitalismo di Stato.
Tuttavia, in un paese semicoloniale, il capitalismo di Stato si trova sotto la
pesante pressione del capitale privato straniero e dei suoi governi, e non può
reggere senza l’appoggio attivo dei lavoratori. Per questo, senza lasciarsi
sfuggire di mano il potere reale, tenta di far ricadere sulle organizzazioni
operaie una parte considerevole della responsabilità per l’andamento della
produzione nei settori nazionalizzati dell’industria”.
(Lev Trotskij, Industria nazionalizzata e gestione
operaia in I problemi della
rivoluzione cinese e altri scritti, Einaudi).
Queste considerazioni
oltre che a Lazaro Càrdenas si attagliano perfettamente a quei movimenti e regimi, comunemente
chiamati populisti, che hanno attraversato l’America Latina: da Vargas in
Brasile, ad Arbenz in Guatemala, dall’Apra peruviana a Peròn in Argentina.
Lo sviluppo argentino è
probabilmente quello più contradditorio e paradossale con conseguenze sul
movimento operaio che si trascinarono per quasi mezzo secolo. Come punta
avanzata di un determinato fenomeno merita di essere trattato per approfondire
la nostra conoscenza sull’argomento.
Il perònismo
argentino
Peròn era un ufficiale che
aveva partecipato nel 1930 al golpe di Uriburu. Nel 1939 entrò nello stato
Maggiore dell’Esercito e fu inviato nell’Italia di Mussolini dove studiò il
sistema corporativo fascista. Nel giugno del 1943, quando il Partito comunista
argentino (Pca) preparava uno sciopero generale contro il golpe militare in
preparazione, Peròn in quanto Ministro del lavoro fu incaricato di farlo
fallire.
Il golpe del 4 giugno del
1943 era un golpe molto particolare perchè si proponeva di impedire che il
potere finisse nelle mani dell’oligarchia argentina che voleva subordinare
completamente il paese all’imperialismo. La borghesia nazionale di cui Peròn si
faceva interprete decise con quella azione di forza di difendere i vecchi
settori economici evitando la “colonizzazione” yankee.
Da qui la contraddizione
permanente che darà origine alla particolare dinamica del regime sorto nel ‘43.
Esso è reazionario nella misura in cui difende la vecchia struttura del paese;
ma manifesta un aspetto progressivo quando difende, seppure in modo incoerente
e contradditorio, il paese dall’invadenza imperialista. Un fenomeno molto
simile a quello che si era realizzato in Cina nello scontro tra Chang-Kai Shek
e i giapponesi e che l’Opposizione di sinistra aveva trattato lungamente nella
polemica contro Stalin.5
Ci fu quindi una divisione
in due campi che oltre a dividere la classe dominante divise anche le
organizzazioni del proletariato.
La burocrazia sindacale
legata al Partito comunista, essendo l’Urss impegnata nella guerra a fianco
degli alleati, era filoamericana; Peròn decise pertanto di prendere contatto
con i sindacati più a destra (Usa e Cgt n°1) per provocare l’isolamento dei
comunisti non risparmiando a questo scopo l’uso di strumenti repressivi.
Ma a fianco del bastone spuntò
la carota. Grazie all’enorme sviluppo della produzione nazionale Peròn fece
notevoli concessioni alla classe operaia. Inoltre il possente processo di
proletarizzazione favorì un processo di trasformazione dei sindacati, infatti
una nuova classe operaia, proveniente dalle campagne, digiuna di esperienze
politiche e che non aveva grandi tradizioni sindacali venne guadagnata al
peronismo.
Il banco di prova, che
diede il colpo definitivo ai comunisti, fu lo sciopero dell’industria
esportatrice di carne. La Federazione sindacale di questa industria era la più
forte di tutte, controllata al 100% dal Pca. La dittatura mise in prigione il
dirigente operaio Peters, membro del Pca, assieme ai principali delegati ed
attivisti.
In questa situazione Peròn
decise di inviare un aereo speciale e sottolineando che era una decisione del
suo dipartimento (Segreteria del Lavoro) prelevò Peters dalla prigione e lo
portò in un’assemblea degli operai della carne.
C’era un clima di grande
entusiasmo, l’assemblea si teneva in uno stadio di calcio e per diversi minuti
i lavoratori portarono sulle spalle Peters a fare un giro di campo.
Alla fine Peters parlò
chiedendo... il ritorno al lavoro “per
appoggiare lo sforzo di guerra degli alleati che combattevano contro la
dittatura nazi-fascista”! Il discorso fu ricevuto come una doccia di acqua
fredda.
Peròn nel frattempo
orchestrava una trattativa con un fantomatico sindacato della carne e concedeva
tutte le richieste esigendo che i capitalisti stranieri le rispettassero! Pochi
mesi più tardi la potente Federazione Comunista della Carne era diventata un
locale vuoto.
Peròn che a quel punto
venne considerato un “mago” della questione sociale, fu nominato
vicepresidente.
In un discorso pronunciato
il 25 agosto 1944 alla Borsa di Commercio di Buenos Aires espose chiaramente le
sue reali intenzioni:
“Un obiettivo immediato del governo deve essere assicurare la tranquillità
sociale nel paese (...) Si è detto che sono nemico del capitale, ma se
osservate quello che dico non troverete nessun difensore più deciso di me,
perchè so che la difesa degli interessi degli uomini di affari, degli
industriali, dei commercianti è la difesa stessa dello stato (...) Se io fossi
in una fabbrica non mi costerebbe molto guadagnarmi l’affetto dei miei operai con
un’opera sociale realizzata con intelligenza. Molte volte questo si ottiene col
medico che va a casa del lavoratore che ha il figlio malato, con un piccolo
regalo in un giorno particolare, col padrone che passa e da una pacca sulla
spalla agli uomini così come noi facciamo coi nostro soldati. Perchè i soldati
siano più efficaci devono essere maneggiati col cuore. Anche gli operai possono
essere diretti così. Solo è necessario che gli uomini che hanno operai alle
loro dipendenze arrivino a loro per queste vie, per dominarli, per farli
diventare veri collaboratori”.
Questa filosofia che
combinava un paternalismo nauseante al disprezzo più totale verso i lavoratori
aveva il suo collante fondamentale nella crescita economica senza precedenti
che vedeva l’Argentina avvantaggiarsi dopo la seconda guerra mondiale
diventando uno dei dieci paesi col più alto reddito al mondo.
Per cui mentre tra il
dicembre del ‘43 e il gennaio del ‘46 venivano messe fuorilegge le
organizzazioni operaie, il governo militare avviò una politica di riforme
consistenti tra cui: un sistema di pensioni, una legge che “legalizzava e
regolamentava” le associazioni sindacali, uno statuto del bracciante agricolo,
un decreto sul lavoro minorile che proibiva lo sfruttamento, indennizzi per gli
incidenti lavorativi, vacanze retribuite, indennità di licenziamento, un piano
di opere pubbliche con costruzione di ospedali, cliniche, scuole, asili nido e
aumenti salariali del 20%.
Peròn con il sostegno
della corrente “sindacalista” (ex-anarchici) e di un settore di burocrati
socialisti e dopo un processo di scontri e epurazioni formò la nuova Cgt
“legale” dando vita a un controllo statale sul sindacato, indispensabile per
evitare che il movimento operaio si orientasse su posizioni di indipendenza di
classe.
Si verifica così quel
paradosso che condizionerà a lungo il proletariato argentino: alla classe
operaia fu affiancato un poliziotto perchè non facesse nulla senza
autorizzazione ufficiale, ma questo stesso poliziotto concesse ai lavoratori
una conquista economica dietro l’altra.
Questa politica di
“collaborazione di classe” che venne sostenuta da una parte della borghesia
industriale, trovò un formidabile avversario nell’imperialismo, nei proprietari
terrieri e nell’industria esportatrice.
Nel giugno del ‘45, 300
gruppi industriali firmarono un manifesto contro Peròn nel quale tra le altre
cose si criticavano gli aumenti salariali.
Peròn non esitò a
rispondere: “le forze che hanno firmato
il manifesto sono quelle che hanno resuscitato dentro il paese l’eterna
oligarchia politica che governò per tanti anni”.
Fece un appello ai
sindacati a lottare contro l’oligarchia e diede vita al Partito laburista che
organizzava dall’alto (attraverso i funzionari del ministero del lavoro) ampi
settori del movimento operaio.
Quando la pressione
imperialista lo fece arrestare furono proprio i lavoratori a liberarlo. Il 17
ottobre del 1945 uno sciopero generale convocatò dalla Cgt obbligò i militari a
liberare Peròn e soltanto quattro mesi dopo lo stesso Peròn vinse le elezioni
diventando il nuovo presidente argentino.
La situazione economica
resterà molto positiva fino al ‘52 ma quando incomincierà ad invertirsi il
ciclo economico inizierà anche il declino dell’esperienza peronista che si
concluderà nel ‘55.
Esaurendosi i margini per
le riforme Peròn, che non aveva alcuna intenzione di fuoriuscire dai limiti
della proprietà borghese, fu costretto a fare i primi attacchi al movimento
operaio. Nei contratti del ‘52 vennero arrestati e torturati i dirigenti portuali
e venne lanciato un piano di congelamento dei salari con relativo aumento di
produttività.
Peròn si trovò tra
l’incudine e il martello: da una parte c’era il calo di entusiasmo della classe
operaia nei suoi confronti, dall’altra l’imperialismo era disposto a fare
affari con il presidente argentino ma non per questo smetteva di considerarlo
un impiccio.
Nel ‘52 venne concesso
all’Argentina un prestito da una banca americana (Eximbank) di 125 milioni di
dollari. Nel ‘53 Peròn accolse il fratello di Eisenhower, cercando la
riabilitazione Usa. Sulla base di questo incontro venne concesso lo
sfruttamento degli idrocarburi della Patagonia alla Standard Oil ma questo non
rendeva meno irriducibile l’opposizione degli Stati Uniti.
L’11 giugno del ‘55 ci
sarà la prima manifestazione di massa contro il regime. Ancora una volta Peròn
fu abbandonato dalla Chiesa, dalla piccola borghesia e da settori crescenti
dell’esercito. Di fronte alla cospirazione controrivoluzionaria sostenuta dalla
Cia, la Cgt organizzò uno sciopero generale. Il 31 agosto di fronte a una folle
enorme di lavoratori, Peròn disse: “Abbiamo
offerto loro la pace, non l’hanno voluta. Lottiamo fino alla fine!” Una
settimana dopo il segretario generale della Cgt offriva al ministero
dell’esercito il sostegno militare dei propri iscritti. Si paventava la
formazione di milizie operaie ma a quel punto Peròn rifiutò di armare il
proletariato e nel settembre del ‘55 puntuale arrivò il golpe della reazione
che si affermò senza colpo ferire. Dopo una trattativa dietro le quinte il
generale argentino preferì dimettersi volontariamente ed andare in un esilio
dorato.
Si era giunti ai limiti di
classe oltre i quali il peronismo non poteva andare. Di fronte allo spettro
della rivoluzione proletaria Peròn preferì utilizzare la sua popolarità nel
movimento operaio per far rientrare le mobilitazioni.
L’esperienza peronista
dimostra una volta di più come il proletariato non possa fare affidamento su
esponenti borghesi anche quando questi per qualsiasi ragione si spostano a
sinistra e si contrappongono all’imperialismo portando avanti delle misure
progressiste.
Questi dirigenti sono per
la loro stessa natura inaffidabili, si barcamenano in modo empirico tra le
classi e se è vero che in certi momenti si appoggiano sulla classe operaia e
anche vero che in un contesto diverso si rivolgono contro di essa e non di rado
finiscono col reprimerla brutalmente. È questo il ruolo che hanno giocato in
passato altri bonaparte populisti e che in certe condizioni potrebbe giocare
anche un elemento come Chavèz.
Ciò non toglie che la
classe operaia venezuelana non debba sostenere ogni misura progressista che il
presidente venezuelano decida di portare avanti ma mantenendo la propria
indipendenza di classe e non subordinandosi al movimento bolivariano della V
Repubblica.
Chavismo e
peronismo: due movimenti a confronto
Il contradditorio processo
venezuelano, che ha visto un ex-parà mettersi alla testa della cosiddetta
rivoluzione bolivariana non è dunque un fenomeno nuovo in America Latina.
Un elemento di forte
similitudine con l’Argentina è che oggi le masse lavoratrici venezuelane sono
prive di chiari riferimenti a sinistra. Il principale sindacato, la Ctv, è
guidato da una banda di golpisti legata all’imperialismo, e le opposizioni di
classe (includendo il Partito comunista venezuelano) non hanno nè il peso
specifico nè la chiarezza politica necessaria per dare una via d’uscita
all’enorme scontento delle masse.
Tutto questo ha generato
un vuoto a sinistra che è stato riempito da Chavez, che pur mantenendosi in un orizzonte borghese (propone un
capitalismo dal volto umano) è impegnato in uno scontro decisivo con
l’imperialismo. Le recenti misure economiche del governo (ci riferiamo in
particolare alle leggi sulla pesca, sulla terra e sugli idrocarburi) pur nella
loro parzialità hanno obiettivamente un carattere anticapitalista.
Tutti i tentativi fatti da
Chavez, dopo il golpe di aprile, per arrivare a un accordo con la
controrivoluzione sono falliti ed è quindi inevitabile che si arrivi a una resa
dei conti che potrebbe far precipitare il paese in una guerra civile.
Il cosiddetto sciopero
generale di dicembre (in realtà una serrata) è sostanzialmente fallito e ha
avuto l’effetto di spingere il livello di coscienza delle masse ancora più
avanti.
I circoli bolivariani che
si stanno formando in tutto il paese e che sempre di più assumono le sembianze
di assemblee popolari sul modello argentino non hanno ancora alcuna forma di
coordinamento tra di loro e l’assenza di un partito rivoluzionario fa sì che
questi organismi di contropotere restino ancora a un livello embrionale.
Il movimento della V
Repubblica ha subito numerose scissioni in questi anni verso la
controrivoluzione ma nonostante si sia liberato dagli elementi più corrotti e
carrieristi non cambia la sua natura di partito a direzione borghese.
Le masse continuano a
vederlo con diffidenza, fino al punto che lo stesso Chavez si è spinto a dire
che bisognava sottoporre il partito al controllo di vigilantes rivoluzionari.
A differenza di quanto avvenne
col peronismo oggi le masse venezuelane se è vero che non hanno un partito di
classe è anche vero che almeno per ora non sono state intruppate in un partito di fronte popolare6 quale è il movimento della V Repubblica di
Chavez.
Chavez che è un empirico
vorrebbe (con due secoli di ritardo) portare a termine il programma di
liberazione nazionale di Simon Bolivar, ma questo non è possibile su basi
capitaliste. L’unica via è la rivoluzione socialista, ma Chavez che non è un
marxista non prende e non può prendere neanche in considerazione questa
opzione.
C’è chi nella sinistra
venezuelana sostiene che a differenza di Peròn, Chavez è una persona onesta
come Allende e che dunque non tradirà il movimento operaio.
Trascurando il fatto che
Allende con i suoi errori di prospettiva ha condotto il proletariato cileno
alla più devastante delle sconfitte,7 quello che è importante sottolineare è che
l’onestà non è un fattore decisivo in politica. La strada dell’inferno è
lastricata di buone intenzioni.
Ammettiamo anche solo per
un istante che il presidente venezuelano sia una persona onesta e decidesse di
convertirsi al marxismo. Anche in un ipotesi tanto remota la sua volontà
soggettiva non sarebbe sufficiente ad aprire la strada a una rivoluzione
socialista, resterebbe infatti il problema di trasformare la natura del
movimento bolivariano che non è un movimento proletario e non ha né il
programma, né la struttura, né i quadri necessari per guidare la classe operaia
al potere. Per conquistare un obiettivo del genere è necessario un partito come
quello bolscevico.
Per contribuire alla
formazione di un tale partito Chavez dovrebbe muoversi contro il movimento
della V Repubblica che lui stesso ha fondato e questo entrerebbe
inevitabilmente in contraddizione con il ruolo di bonaparte (per quanto sui
generis) che lui stesso gioca in Venezuela.
Se anche la
controrivoluzione venisse sconfitta, resta il fatto che senza la partecipazione
attiva e indipendente della classe operaia è impossibile dare risposte
definitive ai problemi che affliggono le masse venezuelane.
Indipendentemente dalle
scelte che farà Chavez la priorità dei marxisti in Venezuela resta quella di
sempre: costruire un partito rivoluzionario che conquisti un sostegno di massa.
Il problema è che anche in
un contesto favorevole come quello venezuelano porsi un obiettivo del genere
non è cosa da poco, considerato qual’è il punto di partenza, ci vorrà del
tempo.
La rivoluzione però non
può aspettare, dunque giocoforza il processo rivoluzionario seguirà strade tortuose
e complicate con il pericolo serio (contro il quale dobbiamo lottare con tutte
le nostre forze) che la rivoluzione possa essere schiacciata nel sangue, come
avvenne nel ‘73 in Cile con il golpe di Pinochet.
La controrivoluzione fortunatamente
in questo momento è in ritirata ma è inevitabile che presto riprenderà a
rialzare la testa. A quel punto se l’imperialismo non scenderà a patti con
Chavez (cosa alquanto improbabile) al presidente venezuelano non resterà altra
strada che indurire le proprie posizioni spostando a sinistra il baricentro
della sua azione.
Consapevole di questa
prospettiva Chavez si sta sforzando, come Peròn a suo tempo, di conquistare una
propria egemonia sul terreno sindacale nel tentativo di promuovere una scissione
nella Ctv dando vita a un sindacato bolivariano.
Quello che vedremo è un
processo convulso dove si combineranno misure dall’alto con pressioni spontanee
dal basso e nel quale non è facile prevedere tutti gli sviluppi.
Quello che però non ci
sentiamo di escludere è che messo con le spalle al muro Chavez possa spingersi
in maniera ancora più decisa sulla strada delle nazionalizzazioni, espropriando
quelle aziende che attuano il sabotaggio economico per arrivare poco alla volta
a nazionalizzare l’intera economia venezuelana. Che cosa questo comporterebbe
rispetto alla natura dello Stato venezuelano è una questione che riprenderemo
più avanti.
L’azienda decisiva in
Venezuela è la Pdvsa. Basterebbe rimuovere l’oligarchia legata con mille fili
all’imperialismo Usa, rinazionalizzando l’intera industria petrolifera (oggi è
una società per azioni nella quale lo Stato ha una quota di maggioranza).
Proprio alla Pdvsa nel
corso della serrata si è verificato un episodio molto istruttivo. Nella
raffineria di El Palito i lavoratori
sono riusciti a far funzionare ugualmente lo stabilimento nonostante il
sabotaggio dei manager. La produzione è ripresa di fatto sotto il controllo
operaio e le decisioni venivano prese da un comitato di lavoratori.
Chavez in qualità di presidente
del governo a quel punto ha deciso di inviare un funzionario perchè diventasse
il nuovo direttore della raffineria “liberata dai golpisti”. I lavoratori hanno
accolto freddamente il funzionario, gli hanno chiesto di mettersi a
disposizione ma hanno altresì insistito sul fatto che la produzione sarebbe
continuata sotto il controllo democratico del comitato di fabbrica.
Questo episodio di per sé
significativo è solo una anticipazione di quello che potremo vedere in futuro:
forme di dualismo di potere tra il governo di Chavez e la classe operaia. Oggi
questi fenomeni si avvertono solo in forma embrioniale perché il pericolo di un
nuovo golpe è molto tangibile e in maniera quasi naturale la classe operaia si
stringe attorno al presidente per sconfiggere l’opposizione filo-imperialista.
Ma se venisse sconfitta la
controrivoluzione imperialista si potrebbe arrivare a uno scontro tra lo stesso
Chavez e la classe operaia, soprattutto se il presidente decidesse di seguire
la linea che a suo tempo fu di Peròn.
E’ giusto rilevare
comunque che rispetto a Peròn che nel settembre del ‘55 uscì di scena senza
colpo ferire, lasciando il potere ai golpisti, Chavez nell’aprile del 2002 dopo
molte esitazioni ha scelto di rimanere in campo, smentendo quei gruppi trotskisti
sudamericani, tra i quali il Partido Obrero argentino, che vedavano a breve una
ritirata di Chavez nello scontro contro l’imperialismo.8
Quanto si è visto a
dicembre con il ritorno dell’imperialismo dimostra invece che almeno per ora
Chavez continua a muoversi su una linea conflittuale e questo lascia pensare
che in futuro potrebbe ripercorrere la strada che a suo tempo hanno seguito
altri movimenti rivoluzionari di natura piccolo-borghese come il Fsln
nicaraguense o il Movimento 26 luglio cubano.
Certo i sandinisti e
Castro sono giunti al potere attraverso una guerriglia vittoriosa mentre Chavez
ci è arrivato per altre vie ma questo non significa che come si è visto in
altre occasioni (si pensi alla Birmania, alla Somalia, allo Yemen del Nord o
all’Afghanistan) un processo guidato dall’alto da settori dell’esercito verso
il capitalismo di stato non possa addirittura concludersi con l’espropriazione
totale della borghesia e dunque con la formazione di uno stato operaio deformato come a Cuba.9
La strada seguita dai
sandinisti potrebbe essere una tappa intermedia e forse in questo momento la
più probabile considerando che rispetto al ’59 è venuto meno un elemento
decisivo che favoriva la formazione di questo tipo di Stati e cioè l’esistenza
dell’Urss, che offriva un modello e uno sbocco commerciale a quei paesi che
inevitabilmente venivano sottoposti a un embargo commerciale e a pressioni di
ogni tipo da parte dell’imperialismo.
Si potrebbe obiettare che
in Venezuela l’apparato dello Stato non è così inconsistente come lo era nei
paesi sopra citati e dunque è impossibile che Chavez possa spingersi oltre i
limiti del capitalismo per questa via.
Questa obiezione non è
priva di senso ma ha il difetto di essere statica. La solidità degli Stati
dipende anche e soprattutto dal contesto sociale. L’imperialismo Usa è stato
all’offensiva per tutti gli anni ‘80 e ‘90, ma ora va incontro a un’evidente
crisi di egemonia. La classe operaia e i popoli oppressi sono oggi di nuovo in
marcia, c’è una ripresa delle mobilitazioni su scala mondiale che potrebbe
cambiare in modo decisivo i rapporti di forza. Inoltre la crisi economica
mondiale che ha ripercussioni devastanti sui paesi dipendenti influenza
l’opinione di chi poi compone questi apparati militari. Lo Stato non è qualcosa
di immutabile; è sottoposto anch’esso alle pressioni che esistono nella
società. Questi fattori possono indebolire e perfino disgregare Stati che in
passato godevano di una certa forza e stabilità.
Inoltre va detto che lo
Stato borghese venezuelano per particolari ragioni storiche non presenta per la
borghesia le stesse garanzie di quello cileno o quello argentino. Le forze
armate venezuelane hanno sempre visto la presenza di forti tendenze di sinistra
al proprio interno. Quando la guerriglia venne sconfitta in Venezuela
all’inizio degli anni ’60 tutti i gruppi della sinistra rivoluzionaria e lo
stesso Partito comunista venezuelano (Pcv) hanno concentrato la loro attività
nelle file dell’esercito.
Già prima del ’92 c’erano
270 ufficiali che appartenevano a formazioni di sinistra e l’Accademia militare
in Venezuela è parificata alle università civili. Questo ha spinto molti
giovani provenienti dalle classi più umili ad entrare nell’esercito per poter
studiare. Per le famiglie comuniste venezuelane era una prassi mandare i propri
figli nelle forze armate.
Lo stesso Chavez ha
origini molto umili ed ha militato almeno a partire dall’82 in un movimento di
sinistra radicale che illegalmente si muoveva nelle forze armate.
Nel prossimo periodo si
produrranno spaccature e divisioni nell’esercito e non possiamo escludere che
un settore significativo delle forze armate non decida di continuare a muoversi
in direzione anticapitalista. A qualcuno potrà sembrare un paradosso che pezzi
dell’apparato dello Stato borghese si muovano sulla strada della transizione
verso il capitalismo di stato o addirittura verso uno stato operaio deformato
ma come diceva Lenin “la storia conosce trasformazioni di ogni tipo” e non è la
prima volta che i compiti storici di determinate classi (in questo caso del
proletariato) vengono portati avanti, seppure in forma distorta e a volte
mostruosamente distorta (e questo è il prezzo che si paga), da altre classi.
L’esperienza della
rivoluzione dei garofani del 1975 in Portogallo sta lì a dimostrare come uno
scenario di questo tipo non sia poi così inverosimile.
È comunque emerso con
chiarezza nel golpe di aprile che la borghesia non può fare affidamento
sull’insieme dell’esercito mentre certamente può fare affidamento sulla
magistratura (che ricordiamolo da un punto di vista marxista è parte
intergrante dell’apparato statale) e in particolare sul Tribunale Supremo di
Giustizia.
Tutto questo, sia ben
chiaro, non lo diciamo perchè pensiamo che il proletariato debba accodarsi a
Chavez, al contrario come si diceva poc’anzi è indispensabile che i lavoratori
mantengano la propria indipendenza, anche perchè senza la partecipazione
cosciente e protagonista dei lavoratori nella migliore delle ipotesi (che in
ogni modo non riteniamo la più probabile) si darebbe vita a una transizione per
via burocratica.
Questo implica che la
transizione non verrebbe mai completata, i lavoratori sarebbero comunque
sottoposti a nuove forme di totalitarismo e sarebbe necessaria una nuova
rivoluzione politica per liberare la popolazione dalla camicia di forza di una
burocrazia parassitaria che si stabilirebbe al potere.
L’esperienza
guerrigliera
La debolezza dei partiti
operai in America latina oltre a favorire la crescita di movimenti populisti ha
fornito un terreno fertile anche alla diffusione dei movimenti guerriglieri. In
certi casi, si pensi ai montoneros argentini (che provenivano dalla sinistra
peronista) a scendere sul terreno guerrigliero sono state proprie le tendenze
di sinistra dei movimenti nazionalisti radicali.
Ma a contribuire
maggiormente alla diffusione delle concezioni guerrigliere sono state quelle
formazioni comuniste che pur criticando lo stalinismo da sinistra hanno deviato
il movimento su posizioni che per quanto più radicali non comprendevano un
aspetto centrale del marxismo e cioè il rifiuto a qualsiasi forma di
sostituzionismo nei confronti della classe lavoratrice.
In America Latina i gruppi
guerriglieri erano nella maggioranza dei casi legati al maoismo o al foquismo
guevariano. Queste tendenze esaltavano il ruolo dei contadini e negavano il
ruolo dirigente della classe lavoratrice. Purtroppo anche coloro che si
richiamavano al trotskismo hanno civettato con queste posizioni.
La IV Internazionale che aveva
una certa presenza in America Latina (soprattutto in Bolivia e Argentina) fece
molte concessioni a queste posizioni scorrette. La negazione del ruolo
fondamentale della classe operaia determinò nella pratica l’abbandono del
criterio dell’indipendenza politica del proletariato.10
Nel XX secolo decine di
gruppi hanno operato in zone rurali e di montagna in paesi come Cuba,
Nicaragua, Messico, Guatemala, El Salvador, Colombia, Honduras e Perù.
L’influenza di questi metodi si è fatta sentire anche in quei paesi fortemente
urbanizzati come l’Argentina, l’Uruguay e il Cile dove negli anni ‘70 si è
vista l’esplosione delle cosiddette guerriglie urbane, che costituiscono una
variante ancora più nociva e controproducente della lotta armata.
Nel primo gruppo di paesi
la tradizione guerrigliera aveva se non altro una ragione d’essere per il peso
schiacciante dei contadini. La guerriglia tradizionalmente è stata una delle
forme di lotta della classe contadina, la quale per la sua dispersione sul
territorio e non potendo praticare strumenti di lotta collettiva quale lo
sciopero, ha impugnato lo strumento della lotta armata nelle campagne.
Ma rispetto agli anni ’70
la composizione sociale, anche nei paesi più arretrati, si è notevolmente
rafforzata a favore del proletariato e questo fa emergere anche lì con più
chiarezza il ruolo preminente della classe operaia nella lotta al capitalismo.
Ma al di là del peso
quantitativo di una classe rispetto all’altra, quello che è decisivo è che la
classe operaia è il prodotto più genuino del sistema capitalista. Le altre
classi oppresse (compresi i contadini poveri) oscillano tra la borghesia e il
proletariato e in molti casi sono condannate a sparire nel corso dello sviluppo
capitalista. E’ per questo e per nessuna altra ragione che il marxismo
considera i lavoratori salariati il soggetto rivoluzionario per eccellenza.
Il ruolo che occupa genera
nella classe operaia quella mentalità collettiva, quella capacità di lotta e di
organizzazione infinitamente superiore a quella di qualsiasi altro settore
oppresso nella società. Nessun altro soggetto può sostituirsi a essa senza
provocare gravi distorsioni nel processo rivoluzionario.
Per le particolari
condizioni di vita e di lavoro la classe operaia ha sviluppato storicamente
propri metodi di lotta e di organizzazione. Questi metodi sono: la lotta di
massa (scioperi, manifestazioni, occupazioni delle fabbriche, ecc.),
l’organizzazione in partiti e sindacati e nelle fasi rivoluzionarie, le
insurrezioni e la creazione di organismi di contropotere (assemblee, comitati,
coordinamenti, soviet) che si trasformano in caso di vittoria nei nuovi organi
su cui deve poggiare lo Stato operaio che sorge dopo la rivoluzione.
Il marxismo non ha una
preclusione assoluta verso la guerriglia ma la considera un mezzo di lotta
secondario, che deve essere subordinato all’azione della classe operaia nelle
città. Anche la Russia del ‘17 era un paese arretrato. Ma lì la rivoluzione si
è affermata seguendo i metodi classici di lotta del proletariato: lotta e insurrezione
di massa nelle città attraverso organismi di potere operaio (soviet).
Come diceva Marx:
“l’emancipazione dei lavoratori deve essere opera dei lavoratori stessi”. I
lavoratori devono partecipare stabilendo il controllo operaio sul processo
rivoluzionario. La rivoluzione proletaria implica la partecipazione attiva e
cosciente di milioni di lavoratori, mentre invece il metodo guerrigliero riduce
a zero il ruolo della classe operaia. La guerriglia colloca i lavoratori al
margine, al massimo come simpatizzanti.
Se sono sufficienti
qualche migliaio di uomini armati che combattono nella selva mentre una massa
di lavoratori resta con le braccia incrociate a vedere chi vince lo scontro tra
guerriglieri e forze armate (limitandosi a simpatizzare per i primi), a cosa
serve la lotta quotidiana nei luoghi di lavoro, la militanza in sindacati e
partiti?
Queste considerazioni
hanno più importanza di quanto potrebbe apparire. Perchè nella misura in cui in
un processo rivoluzionario non c’è la partecipazione cosciente della classe
operaia anche se si dovesse arrivare alla presa del potere per via guerrigliera
(come è successo a Cuba) lo Stato che ne sorgerebbe in nessun modo potrebbe
essere considerato uno stato operaio sano.
Nella misura in cui i
lavoratori, per il ruolo subordinato che hanno assunto nella rivoluzione, non
avranno formato strumenti consiliari, anche se la guerriglia espropria i
capitalisti e il latifondo è inevitabile la degenerazione.
In mancanza dei consigli
operai su cui poggiare il nuovo Stato sarà la gerarchia dell’esercito
guerrigliero che occuperà il vuoto di potere che verrà a crearsi con la
scomparsa delle vecchie strutture dello Stato borghese, introducendo così un
elemento di burocratizzazione fin dal sorgere della nuova società, indipendentemente
dai desideri e dalle intenzioni soggettive dei leader guerriglieri.
Questo porterà con sè ogni
tipo di distorsioni che introdurranno nuove contraddizioni, differenze e
diseguaglianze sociali con forti elementi di autoritarismo. Avremo di fronte quello
che i marxisti chiamano uno Stato operaio deformato.
La borghesia viene
espropriata e dunque la classe operaia è la classe economicamente dominante, ma
allo stesso tempo non esercita il dominio politico che resta nelle mani di una
casta burocratica.
Una forma di bonapartismo
che si differisce da quello borghese per il semplice fatto che l’economia non è
più capitalista e che proprio per questo i marxisti definiscono di bonapartismo
proletario.11
Quello che è certo è che
per quanto progressivo uno Stato di questo tipo non è una soluzione, come ha
dimostrato ampiamente la crisi dei regimi stalinisti alla fine degli anni ’80.
Se è vero che la crisi
economica e la pressione soffocante dell’imperialismo sta spingendo settori
della borghesia, della piccola borghesia e dell’esercito a ricercare una via
d’uscita a sinistra è altrettanto vero che solo il proletariato con la sua
azione indipendente può spezzare definitivamente le catene del capitalismo,
aprendo la strada all’autentico socialismo.
Oggi sia Chavez, che le
Farc colombiane, in certe condizioni, potrebbero rovesciare il capitalismo ma
non offrirebbero per questo una soluzione definitiva ai bisogni materiali delle
masse.
La rispostra è un’altra;
ce la danno quei lavoratori argentini che in oltre 200 aziende producono oggi
sotto il controllo operaio o i lavoratori venezuelani che con la loro
autoorganizzazione hanno sconfitto la serrata e il sabotaggio padronale,
dimostrando che non c’è alcun bisogno dei padroni per governare la società e
che la classe operaia può condurre l’intera umanità in un mondo nel quale non
si produca per i profitti di una piccola minoranza di industriali, banchieri e
latifondisti ma per il beneficio dell’intero genere umano.
1 - Per approfondire il processo rivoluzionario cubano e
il ruolo giocato dal Psp rimandiamo i lettori al documento pubblicato dalla
redazione di Falcemartello: Cuba una
rivoluzione al bivio.( http://www.marxismo.net/opuscoli/cuba.htm).
2 - Si veda il documento da noi pubblicato Nicaragua: due secoli di rivoluzione e controrivoluzione.(http://www.marxismo.net/opuscoli/nicaragua.htm).
3 - Per una conoscenza più approfondita della teoria di
Trotskij rimandiamo alla lettura del libro La
Rivoluzione Permanente edito da Mondadori (1967)
4 - Ci riferiamo in particolare al testo Discusion sobre America Latina
(Discussione sull’America Latina) che il rivoluzionario russo ebbe con alcuni
militanti della IV Internazionale il 4 novembre del 1938, pubblicata nelle
opere di Trotskij in spagnolo dalle edizioni Pluma argentine e in inglese dalla
Pathfinder americana. Il testo in spagnolo
è rintracciabile sul sito www.ceip.org.ar.
5 - Per la polemica dell’opposizione di sinistra contro
la linea staliniana nella rivoluzione cinese del ‘25-’27 si vedano i seguenti
testi:
• I problemi della
rivoluzione cinese e altri scritti su questioni internazionali di Lev
Trotskij, edizioni Einuadi, (1970).
• Scritti e
discorsi sulla rivoluzione in Cina 1927 di Trotskij, Vujovic, Zinoviev,
edizioni Iskra (1977)
6 - Sempre in Discusion
sobre America Latina, Trotskij parlava di partiti di fronte popolare riferendosi a quelle formazioni
politiche che nei paesi coloniali riassumono in un solo partito una coalizione
tra forze della borghesia e forze del proletariato. Sono da considerarsi tali
oltre al Partito Justicialista ai tempi di Peròn, il Kuomintang cinese, il Prd
messicano, l’Apra peruviana, il Ppp pakistano, ecc.
7 - Per un approfondimento sui fatti cileni rimandiamo i
lettori all’opuscolo da noi pubblicato: L’esperienza
del Cile 1970-88. (www.marxismo.net)
8 - In un articolo pubblicato pochi giorni dopo il golpe
di aprile (Prensa Obrera n° 750 del
18-4-2002) Jorge Altamira sosteneva la seguente prospettiva:
“ ... Un ‘45 o un ‘55?
All’inizio di ottobre del 1945, Peròn, vicepresidente e ministro della guerra,
venne arrestato, dopo una multitudinaria manifestazione “democratica”, a metà
di settembre. Recuperò la libertà ed infine il potere, il 17 ottobre. Nel
giugno del 1955, resistette a un golpe militare, ma venne rovesciato tre mesi
più tardi, nonostante avesse offerto una “conciliazione nazionale”. Chavez ha
già avuto “i suoi” ottobre in vari momenti, ha esercitato il potere per tre
anni e la struttura sociale del paese è la stessa di sempre. In questo senso, è
più vicino al ‘55: però a giugno del ‘55 Peròn venne salvato dall’esercito e
non da una sollevazione popolare. Se l’imperialismo persiste nel voler imporre
un settembre del 1955, può succedere che accada lo stesso all’apprendista
stregone (Chavez. NdT.)...”.
La traduzione è nostra. L’articolo originale in spagnolo
si trova su www.po.org.ar.
9 - Per maggiori delucidazioni rimandiamo i lettori al
testo di Ted Grant La teoria marxista
dello Stato che è stata pubblicata in italiano in appendice al libro Russia dalla rivoluzione alla controrivoluzione
(AC Editoriale, 1999)
In questo testo del 1949 e poi successivamente ne La Rivoluzione coloniale e il ruolo dei
quadri marxisti del 1964 il
dirigente marxista, a cui si richiama in Italia la tendenza FalceMartello, fornisce gli strumenti
analitici per comprendere quei processi che nel dopoguerra portarono alla
formazione di stati operai deformati.
Nei testi succitati si chiarisce come forme di
capitalismo di stato portate alle più estreme conseguenze (cioè alla
nazionalizzazione dell’insieme dell’economia) determinino alla lunga un
cambiamento della natura di classe del nuovo Stato, da borghese a proletario
per quanto in forme burocratiche. La definizione per questi Stati utilizzata
dai marxisti è quella di Stati operai deformati o di bonapartismo proletario.
Infatti richiamandosi ad una citazione dall’Antiduhring di Engels, Grant nella sua Teoria marxista dello Stato, sosterrà
che:
“Quando, a un certo
stadio, lo Stato borghese è costretto a prendere possesso di questo o quel
settore dell’economia, le forze produttive non perdono il loro carattere
capitalista. L’essenza del problema è che, dove la statalizzazione è completa,
la quantità si trasforma in qualità e il capitalismo si trasforma nel suo
opposto”.
Già Trotskij nella sua opera maestra La Rivoluzione Tradita (AC Editoriale, 2000) aveva chiarito che non
poteva esistere alcuno Stato capitalista che poggiasse su un’economia
completamente nazionalizzata: “Si è
tentato di decifrare l’enigma sovietico con l’aiuto dell’espressione
capitalismo di Stato... Sul piano della teoria si può immaginare una situazione
in cui la borghesia intera si costituisca in società per azioni, per
amministrare tutta l’economia nazionale... In un “capitalismo di stato”
integrale la legge della distribuzione eguale dei profitti si applicherebbe
direttamente senza concorrenza di capitali, con una semplice operazione
contabile. Non è mai esistito un regime del genere e non esisterà mai a causa
delle profonde contraddizioni che dividono i possidenti tra di loro... tanto
più che lo Stato, rappresentante unico della proprietà capitalista,
costituirebbe per la rivoluzione sociale un obiettivo troppo allettante”.
10 - Il IX Congresso della IVª Internazionale dell’aprile
del 1969 negò nella pratica un concetto fondamentale del marxismo, che vede nel
proletariato la classe fondamentale nel processo rivoluzionario. Si voltarono
così le spalle al proletariato urbano dando un ruolo strategico al conglomerato
sociale formato dai lavoratori salariati dell’agricoltura, ai minatori e in
particolare ai contadini, a cui si attribuiva un ruolo decisivo.
Si trattava sul piano politico di un adattamento
progressivo alla teoria stalinista dei fronti popolari e alla rivoluzione per
tappe, e sul piano tattico-militare di un adattamento alla teoria maoista
dell’accerchiamento dalle campagne alle città.
Nel suo ultimo libro Livio Maitan (La strada percorsa, edizioni ErreEmme 2002, pag.357) si rivolge
polemicamente nei confronti di Almeyra perché nel suo Guevara un pensiero ribelle
(edizioni Datanews, 1996) sostiene la tesi, da chi scrive totalmente
condivisa, che la Quarta Internazionale alla fine degli anni ‘60 avrebbe
idealizzato le posizioni guerrigliere di Castro e Guevara.
A tal proposito forniamo alcune citazioni, a beneficio
dei nostri lettori e dello stesso Maitan il quale essendo stato in quegli anni
responsabile della Quarta Internazionale per l’America Latina le conoscerà
senz’altro meglio di noi:
“...Sfruttare tutte le
possibilita suscettibili di moltiplicare i fuochi di guerriglia rurale, e di
stimolare delle forme di lotta armata particolarmente adatte a certe zone e
iniziare nelle grandi città delle azioni che mirino sia sia a colpire i centri
nevralgici da un punto di vista economico (rete dei trasporti, ecc.), sia a
punire i boia del regime, a riportare dei successi sul terreno
psicologico-propagandista (l’esperienza della resistenza europea contro il
nazismo sarà utile al riguardo)... (Risoluzione del IX Congresso mondiale della
IV Internazionale)
“Per il carattere
particolare della struttura di questi paesi, la principale forza del
proletariato non risiede nei lavoratori delle fabbriche industriali, che, con
l’eccezione dell’Argentina, rappresentano solo una minoranza dei salariati e
una frazione molto piccola della popolazione attiva di questi paesi (...)
l’enfasi deve essere messa sui minatori, gli operai delle piantagioni, i
lavoratori agricoli e nel gran numero di disoccupati (...) Nell’espansione
della guerriglia, i contadini hanno giocato, indubbiamente, un ruolo molto più
radicale e decisivo nella rivoluzione coloniale di quello che era stato
previsto dalla teoria marxista...” (Testo citato dalla: “Risoluzione sulle
prospettive”-Comitato Internazionale Quarta Internazionale” Agosto ’68)
“Il metodo della
guerriglia difeso dai cubani è applicabile a tutti i paesi sottosviluppati,
anche se le forme devono variare secondo le peculiarità di ogni paese. In quei
paesi dove esiste una gran massa contadina afflitta dal problema della terra,
le guerriglie devono ricavare le loro forze dai contadini.
La lotta guerrigliera
spingerá le masse all’azione, risolvendo il problema agrario armi alla mano,
come è successo a Cuba, cominciando dalla Sierra Maestra. Ma negli altri paesi
sarà il proletariato e la piccola borghesia radicalizzata delle città che
fornirá le forze alla guerriglia” (“50 Years of World Revolution 1917-1967”
Ed./E.Mandel, Merit Pp. 194/95)
“La direzione
rivoluzionaria cubana è stata spinta ad allinearsi alle posizioni del proletariato
internazionale, della rivoluzione proletaria, anche se il proletariato cubano
non ha giocato un ruolo preponderante” (Denise Avenas: “Lutte Ouvrière et la
Revolution Mondiale”. Ed/Maspero 1971 Pag.17)
Giudichino i lettori se in queste posizioni ci siano o
meno delle concessioni al guerriglierismo. D’altra parte non si capisce se così
non fosse perché nel Prt argentino (principale sezione della Quarta
Internazionale in America Latina negli anni ’70) ci sia stata una scissione
guidata da Santucho che rompendo con il trotskismo ha portato alle sue più
estreme conseguenze le suggestioni castriste che erano proprie del gruppo
dirigente della Quarta Internazione.
Da quella scissione nacque l’Erp un gruppo che faceva
della guerriglia urbana il punto centrale della propria politica e che spinse
centinaia, se non migliaia di giovani rivoluzionari ad abbracciare metodi di
lotta erronei e a cadere di conseguenza sotto i colpi della giunta militare
argentina.
11 - Nel suo scritto Lo
Stato operaio, il termidoro e il bonapartismo pubblicato nel luglio del
1935, Trotskij, sviluppa le analogie e le differenze storiche tra la
Rivoluzione francese del 1789 e la Rivoluzione Russa del 1917 e su quelle che lui chiama “le
controrivoluzioni corrispondenti”.
In questo frangente utilizza il termine di “bonapartismo
sovietico” riferendosi al regime stalinista. Questo termine verrà
successivamente utilizzato dal movimento trotskista per definire non solo
l’Urss ma tutti quegli Stati come la Cina, Cuba,il Vietnam, i paesi dell’Est
Europa, ecc. che per vie diverse dopo la seconda guerra mondiale finirono con
l’assumere le stesse sembianze dell’Urss.
Si parlerà più in generale di bonapartismo proletario, in
quanto l’unica caratteristica progressiva di questi regimi era quella di
difendere le forme proletarie di produzione: la nazionalizzazione dei mezzi di
produzione e l’economia pianificata.
Trotskij nel testo citato si espresse nei seguenti
termini: “Stalin non soltanto protegge le
conquiste della rivoluzione d’Ottobre contro la controrivoluzione feudale
borghese, ma anche contro le rivendicazioni degli operai, la loro impazienza e
il loro scontento; schiaccia la sinistra, che esprime le tendenze storiche
progressive delle masse lavoratrici senza privilegi; crea una nuova aristocrazia
attraverso una estrema differenziazione dei salari, i privilegi, le gerarchie,
ecc. Appoggiandosi sui settori più alti della nuova gerarchia sociale contro i
più bassi - e a volte viceversa - Stalin ha conseguito di concentrare
totalmente il potere nelle sue mani. In che altro modo può chiamarsi questo
regime se non bonapartismo sovietico?”
Il testo è stato da noi pubblicato in forma di opuscolo
nel 1988 e successivamente in appendice alla Rivoluzione Tradita (AC Editoriale, 2000).