In difesa del marxismo
n°6 - America latina
Bilanci e prospettive per
la rivoluzione argentina
a un anno
dall’Argentinazo
di Francesco Merli
La crisi argentina è un
monito per i lavoratori di tutto il mondo di quali drammatici rivolgimenti possa
portare nella vita di milioni di persone la sopravvivenza del sistema
capitalista su scala mondiale.
Il collasso del
capitalismo argentino ha aperto la porta ad un processo rivoluzionario in cui
le masse lavoratrici sono diventate protagoniste attraendo l’attenzione e la
simpatia dei lavoratori di tutto il mondo. Ora, dopo la prima fase di ascesa
della rivoluzione il movimento sembra essersi momentaneamente arrestato, ma non
dobbiamo farci ingannare da una calma apparente: tutti i problemi che hanno causato
l’insurrezione del popolo argentino restano sul tappeto con tutta la loro
carica dirompente. La borghesia argentina e l’imperialismo non sono riusciti a
raggiungere altro che un equilibrio instabile, e il fatto che il governo
Duhalde sia durato per oltre un anno è fondamentalmente dovuto al fatto che i
lavoratori argentini fino a questo momento hanno dimostrato di saper bene cosa
non vogliono, ma non sono ancora riusciti a sviluppare qualcosa che possa
rimpiazzare l’attuale governo della borghesia, ma la situazione è tutt’altro
che ferma. Il processo di rivoluzione continua ad accumulare enormi tensioni
sotto la superficie, preparando nuove scosse improvvise di terremoto e
cambiamenti bruschi nella situazione, come ha dimostrato l’ultimo anno.
Tre anni fa l’Argentina
era ancora il paese più prospero nel contesto latinoamericano, nonostante il
peso crescente delle politiche antipopolari dei vari governi succedutisi negli
anni ‘80 e ‘90, dalla caduta del regime militare ad oggi, gravasse interamente
sulle spalle delle masse lavoratrici. I dati del reddito medio per famiglia ad
esempio ponevano l’Argentina in testa a tutti i paesi latinoamericani, mentre
oggi è sprofondata al sesto posto.
Il collasso economico del
capitalismo argentino ha spazzato via quanto restava dei risparmi delle
famiglie operaie e della piccola borghesia, ha portato al fallimento decine di
migliaia di commercianti, artigiani e piccoli imprenditori e gonfiato le
schiere dei disoccupati che oggi sono 4 milioni, il 30% della popolazione
attiva.
Secondo stime ufficiali
oltre il 50% della popolazione vive sotto il livello di povertà e decine di
migliaia di bambini presentano i classici sintomi della malnutrizione e della
fame. Tutto questo avviene nel quarto paese
al mondo per produzione agricola!
Ma la crisi argentina ha
visto anche, con le giornate del 19 e 20 dicembre 2001, l’entrata in scena
delle masse travolgere ogni calcolo e i deboli equilibri della classe dominante
e dell’imperialismo e mettere in discussione di punto in bianco con l’inizio di
una rivoluzione quanto viene presentato dalle classi dominanti come l’unica
politica possibile ma che invece altro non è che l’unica maniera per loro di
preservare i propri privilegi mantenendosi al potere.
In pochi giorni le masse
sfruttate e immiserite hanno preso l’iniziativa ed hanno cambiato completamente
il volto del paese.
Il 19 dicembre il
Presidente Fernando De La Rúa, ostentando fiducia e baldanza, ma forse sarebbe
più corretto dire incoscienza, decretava lo stato d’assedio in tutto il paese,
mentre il superministro dell’economia, Domingo Cavallo, presentava l’ennesima
manovra finanziaria di bilancio all’insegna dell’austerità imposta dal FMI, con
tagli per 6 miliardi di dollari.
Appena quattro giorni dopo
(il 23 dicembre), dopo la fuga ignominiosa di De La Rúa e il precipitoso ritiro
dello stato d’assedio, il Parlamento elesse Presidente, in un clima d’emergenza
nazionale, il peronista Adolfo Rodriguez Saá, il cui primo annuncio fu la
sospensione immediata del pagamento del debito estero e la decisione di non
svalutare il peso.
Saá, peronista populista
(dunque esponente del principale partito di opposizione al governo di De la
Rúa), sarebbe rimasto in carica appena una settimana per poi essere cacciato da
una nuova insurrezione in cui i manifestanti si spinsero fino ad irrompere nel
Parlamento, non appena compresero che dietro la facciata rassicurante con la
quale dispensava promesse a destra e a manca (la promessa di creare un milione
di posti di lavoro coi soldi risparmiati dal pagamento del debito, l’abolizione
dei tagli alle pensioni e ai salari e la ridiscussione della Reforma Laboral
con cui il governo precedente aveva introdotto pesanti misure di precarietà
delle condizioni di lavoro), Saá stava preparando l’introduzione di una
moneta-bidone con cui pagare i salari, l’Argentino, che in poco tempo si
sarebbe trasformata in carta straccia.
L’irruzione sulla scena
delle masse ha mandato a carte quarantotto i piani della borghesia. Per due
giorni centinaia di migliaia di lavoratori, disoccupati, giovani e al loro
fianco un settore decisivo della piccola borghesia rovinata dalla crisi sono
insorti, scendendo in strada e sfidando lo stato d’assedio, decisi a farla
finita con il governo reazionario di De la Rúa che li aveva derubati di tutto.
La polizia tentò di imporre il rispetto dello stato d’assedio e represse le
manifestazioni. Ventinove manifestanti pagarono con la vita la loro richiesta
di giustizia, ma l’ascesa inarrestabile del movimento fu tale che a De La Rúa
non restò che fuggire precipitosamente in elicottero dal palazzo presidenziale.
Il destino analogo di Saá
ha dimostrato fino a che punto le masse argentine avessero maturato una
completa sfiducia nella classe dominante e fossero determinate a cambiare la
situazione. Da quel momento i lavoratori hanno mantenuto nei confronti del
nuovo governo di Duhalde, succeduto a Saá, un atteggiamento di “tregua armata”,
pronti a rintuzzare ogni attacco con nuova forza, rifiutandosi di ritornare
alla passività.
Un biennio di
crescente combattività delle masse
L’insurrezione del
dicembre 2001 ha rappresentato il culmine di un processo di radicalizzazione e
di ascesa delle lotte delle masse argentine sviluppatosi nel corso dei due anni
precedenti. Principale causa di tale processo è stata la crisi economica che ha
colpito il paese dalla fine degli anni novanta.
Il prodotto interno lordo
tra il 1999 e il 2001 è crollato del 10%, la produzione industriale dell’11%
nel solo 2001. Il debito estero, formidabile leva di ricatto nelle mani del
Fondo Monetario Internazionale (Fmi) e dell’imperialismo per penetrare e
conquistare un crescente controllo dell’economia del paese, era giunto alla
cifra record di 132 miliardi di dollari. Il pagamento del servizio del debito
era gettato dall’oligarchia argentina interamente sulle spalle delle masse
popolari ma, nonostante la loro spietata politica di lacrime e sangue per
spremere nuove risorse dalla classe lavoratrice, diveniva sempre più difficile
rispettare i termini dei pagamenti. Tutti gli istituti finanziari
internazionali ponevano l’Argentina in testa alle classifiche dei paesi a
maggior rischio per gli investimenti, mentre i tassi d’interesse bancari erano
schizzati oltre il mille per cento. Uno dei paesi più ricchi del mondo si trovò
improvvisamente sull’orlo della bancarotta con 14 milioni di poveri (su 36
milioni di abitanti) e con più del 35% della popolazione disoccupata o
sottoccupata.
La crisi argentina (come
il crollo delle economie del sud-est asiatico e della Turchia negli ultimi
anni) è stata frutto delle contraddizioni del capitalismo mondiale, esasperate
ad un limite intollerabile dalla politica dettata dal Fmi e dalla Banca
Mondiale, di cui l’Argentina ha rappresentato per anni l’allievo modello.
Come si è arrivati a
questa situazione?
Gli anni novanta videro la
classe dominante argentina capitolare senza condizioni di fronte al predominio
dell’imperialismo. La crisi iperinflattiva della fine degli anni ottanta aveva
causato enorme polarizzazione e instabilità sociale. Il terrore che questa
situazione potesse innescare una vera rivolta di massa, specialmente dopo
l’ondata di saccheggi di negozi e supermercati del 1989 da parte di settori
sociali esasperati e impoveriti, spinse la classe dominante argentina a cercare
un maggiore appoggio nelle cosiddette istituzioni internazionali e
nell’imperialismo per far fronte alla situazione. In cambio di questo appoggio
finanziario e strategico per la “stabilizzazione” economica da parte
dell’imperialismo, i vari governi succedutisi nel corso del decennio
accettarono di portare avanti una combinazione di tagli di bilancio alle spese
sociali per garantire il pagamento degli esosi interessi sul debito estero e
un’orgia di privatizzazioni, che comportarono la svendita dei settori
fondamentali dell’economia al capitale straniero.
La politica monetaria di
ancoraggio del peso alla parità con il dollaro risolse temporaneamente uno dei
problemi dell’economia argentina (l’inflazione era esplosa nel decennio
precedente in modo incontrollabile), ma allo stesso tempo ebbe l’effetto di
esporre l’economia argentina maggiormente alla competizione dei principali
paesi capitalisti sul mercato mondiale, aprendo contemporaneamente il mercato
interno alla penetrazione delle merci e soprattutto dei capitali europei e
nordamericani.
Queste misure all’inizio
degli anni novanta avevano messo fine all’iperinflazione e dato il via ad un
effimero boom, che si basava sulle speculazioni a breve termine dei grandi
capitalisti americani ed europei, che portarono a notevoli investimenti nel
primo periodo per rendere maggiormente profittevoli le imprese rilevate. In
quel periodo economisti e commentatori borghesi di tutto il mondo elogiavano
estasiati il cosiddetto “miracolo argentino”.
Il prezzo pagato nel medio
periodo fu però pesantissimo. La penetrazione del capitale europeo e
nordamericano, che in un primo momento aveva dato respiro all’economia, si
tradusse ben presto in aperto sfuttamento neocolonialista. La maggior parte dei
proventi del lavoro del proletariato argentino cominciarono regolarmente a
prendere il volo verso le società multinazionali statunitensi, spagnole,
italiane, tedesche, e solo in minima parte venivano reinvestiti nell’economia
argentina.
Il mercato interno divenne
sempre più asfittico per l’impoverimento progressivo della popolazione; le
esportazioni furono rese sempre più difficili dal rigido legame con il dollaro
in una fase in cui la valuta statunitense aumentava il proprio valore sui
mercati valutari internazionali. La struttura industriale e produttiva del
paese cominciò a subire una progressiva erosione. La situazione precipitò
quando il Brasile, principale mercato per le esportazioni argentine, fu colpito
dalla speculazione nelle borse mondiali e costretto ad un’improvvisa svalutazione
della propria moneta (il Real) di oltre il 30%. La parità tra peso e dollaro
impedì al governo argentino di seguire la stessa strada della svalutazione
imboccata dal Brasile portò ad una perdita secca di competitività e al crollo
delle esportazioni argentine verso questo mercato, un colpo decisivo per i
fragili equilibri economici del paese.
Il governo di De La Rúa,
formato da un’alleanza tra i radicali (il partito tradizionale della borghesia)
e il Frepaso (un fronte comprendente pezzi della sinistra peronista, ex
comunisti e socialisti), proseguì incurante nell’applicazione delle politiche
neoliberiste. Seguire un’altra politica avrebbe implicato scontrarsi con
l’imperialismo americano e con settori decisivi della stessa borghesia
nazionale che da questa situazione di dipendenza dall’imperialismo aveva tratto
enormi vantaggi.
De la Rúa decise ancora
una volta di presentare il conto della crisi ai lavoratori e alle loro
famiglie. Emblematica fu la sua decisione di richiamare al potere come
superministro dell’economia Domingo Cavallo, l’artefice dell’equivalenza
peso-dollaro. Cavallo presentò il suo biglietto da visita al proletariato
argentino nel modo più arrogante, distinguendosi subito per nuove provocazioni
quali il taglio del 30% delle pensioni e dei salari degli statali.
Di fronte all’aggressione
padronale la classe operaia decise di reagire costringendo alla mobilitazione i
dirigenti sindacali. Sei scioperi generali in 18 mesi e decine di blocchi
stradali sulle principali strade del paese attuati dai “piqueteros”, un
movimento di disoccupati e lavoratori precari che in alcune regioni cominciò ad
assumere un carattere di massa. Nel giugno del 2001 la repressione della
polizia provocò una situazione seminsurrezionale a General Mosconi, nella provincia
settentrionale di Salta, rinnovando la tradizione delle rivolte cittadine di
massa che ebbe il suo punto più alto nell’insurrezione di Cordoba del maggio
1969, passata alla storia come “cordobazo”, che innescò il movimento che portò
alla caduta della dittatura militare di Onganía e al ritorno al potere di Perón
nel 1973.
Sintomatico di un nuovo
ambiente di combattività delle masse fu l’esito del voto di ottobre del 2001
per le elezioni legislative dove, contando anche l’astensione (essendo il voto
obbligatorio) e le schede bianche e nulle, l’85% della popolazione votò contro
il governo.
La leva del debito
in mano all’imperialismo
Almeno per tutto il 2001
De La Rúa aveva continuato a mantenere il potere perché nessuno, soprattutto i peronisti,
voleva prendere in mano la patata bollente della crisi ponendosi come
alternativa. Il Fmi sottoponeva l’Argentina a condizioni inaccettabili per
allentare i cordoni della borsa. Il differenziale tra i tassi praticati dallo
stesso Fmi a Washington e a Buenos Aires era del 30%! Un livello di tassi che
in molti paesi è illegale e catalogato abbondantemente come usura. Come ogni
usuraio sa bene, i buoni affari si realizzano mantenendo i debitori in un
perenne stato di difficoltà: con il ricatto di non rinnovare più il prestito si
impongono condizioni sempre peggiori e servizi più onerosi, aggravando nel
futuro il livello di dipendenza da ulteriori prestiti, in una spirale
interminabile.
Alcuni dati
sull’evoluzione del debito argentino possono chiarire meglio la situazione:
“Tra gli inizi della dittatura (marzo 1976) e il 2001, il debito e’ cresciuto
di circa 20 volte, passando da meno di 8 miliardi di dollari a circa 160
miliardi. Nello stesso periodo, l’Argentina ha rimborsato intorno ai 200
miliardi di dollari, vale a dire circa 25 volte quello che doveva nel marzo
1976”, spiega Eric Toussaint, autore dello studio Deuda externa en el tercer mundo. Las finanzas contra los pueblos e
presidente del Comitato per l’annullamento del debito del terzo mondo.
Da dove vengono presi i
soldi e soprattutto chi è il beneficiario del pagamento degli interessi? Fino
all’esplosione della crisi l’80% del debito estero argentino era in mano dei
principali istituti finanziari internazionali (che hanno in buona parte “collocato”
sul mercato nella primavera del 2001, poco prima che diventassero carta
straccia, allettando centinaia di migliaia di risparmiatori - soprattutto in
Italia e Spagna - con la promessa di alti tassi d’interesse). Tali istituti
hanno beneficiato negli ultimi 20 anni di enormi extraprofitti sui prestiti
erogati, in base alla destinazione per il pagamento degli interessi di una
quota sempre maggiore delle entrate fiscali dello stato argentino, provenienti
principalmente dalle tasche dei lavoratori.
L’esplosione vera e
propria del debito estero argentino risale alla dittatura di Videla (1976-83),
che si servì di prestiti internazionali ufficialmente per aumentare le riserve
valutarie argentine per sostenere le importazioni, soprattutto di armi, ma in
realtà per distribuire ai vari membri dell’oligarchia e ai banchieri le
generose commissioni accordate dalle banche internazionali per la
sottoscrizione del debito. I soldi presi in prestito venivano quasi interamente
versati nelle stesse banche estere che lo avevano erogato. Nel 1979 l’83% dei
fondi ricevuti in prestito erano stati girati e depositati in istituti bancari
fuori dal paese (con interessi attivi mediamente più bassi di quelli passivi
pagati per il prestito), una situazione apparentemente paradossale se non si
tiene conto di chi pagava realmente il conto (i lavoratori) e di chi ne traeva
benefici (gli oligarchi e l’imperialismo).
Un esempio della
commistione d’interessi che rese possibile tutto ciò lo fornisce lo stesso
Toussaint (L’anello debole della catena
mondiale del debito):
“Il Segretario di Stato
per il Coordinamento e la Programmazione Economica, Guillermo Klein, ha
rivestito questo incarico dal 1976 al marzo 1981. Nello stesso periodo, egli ha
diretto un Ufficio studi privato, che rappresentava a Buenos Aires gli
interessi dei creditori stranieri. Se, quando entrò in funzione, il suo Ufficio
rappresentava un’unica banca, la Scandinavian
Enskilda Bank, qualche anno dopo rappresentava gli interessi di 22 banche
straniere. Nel marzo del 1981, lasciava l’incarico di Segretario di Stato nel
momento stesso in cui Viola sostituiva Videla alla testa della dittatura. Poche
settimane dopo, il 7 aprile 1982, cinque giorni dopo l’occupazione delle
Malvine da parte dell’esercito argentino con la dichiarazione di guerra alla
Gran Bretagna, fu designato procuratore a Buenos Aires della società anonima
britannica Barclays Bank Limited, che
era tra l’altro uno dei principali creditori privati del debito pubblico e
privato argentino. Alla caduta della dittatura e all’avvento al potere di
Alfonsin, nel 1984, il suo studio rimase a patrocinare gli interessi dei
creditori stranieri.”
Con la caduta della
dittatura quest’associazione finalizzata al saccheggio del bilancio pubblico
trovò nuovo cemento con la convergenza verso un unico obiettivo degli interessi
della nuova classe dirigente “democratica” e di quelli degli oligarchi padrini
della dittatura e dell’imperialismo: forgiare con il debito catene quanto più
pesanti con cui imprigionare il proletariato argentino e trarre di passata
profitti enormi dal saccheggio dello Stato. In questo solco si colloca la
decisione presa dal governo “democratico” di Alfonsin, a pochi mesi dalla
caduta della dittatura, di accollare allo Stato “democratico” i debiti
sottoscritti dalla dittatura (di cui persino la Banca centrale ammise di non
avere documentazione e il cui esatto ammontare venne calcolato, senza alcun
controllo possibile per lo Stato, dalle autocertificazioni presentate dalle
banche e dagli istituti finanziari creditori!) e, soprattutto, i debiti privati
degli imprenditori. Come grazioso omaggio all’alleato imperialista la nuova
classe dirigente “democratica”, oltre a farsi carico dei debiti dei sostenitori
argentini della dittatura, assunse su di sé persino i debiti delle filiali
argentine delle multinazionali nei confronti delle case madri! Quest’ultime,
come è facile comprendere, aprofittarono largamente della generosità con cui
Alfonsin disponeva dei soldi prelevati dalle tasche dei lavoratori, gonfiando
di costi fittizi i bilanci delle proprie filiali e passando all’incasso.
Inoltre, come risulta
dagli atti di commissioni d’indagine e da sentenze di tribunali argentini,
nella maggioranza dei casi gli imprenditori si indebitavano per “far cassa”, in
previsione della caduta del regime, ed esportare come formichine previdenti i
capitali all’estero, un’abitudine consolidata della borghesia di ogni paese in
previsione di “tempi duri”, ma elevata ad arte sopraffina dalla corrotta e
parassitaria oligarchia argentina. Si calcola che l’ammontare complessivo dei
capitali esportati in quegli anni fosse sensibilmente superiore
all’indebitamento totale dello Stato.
La sentenza più
significativa, quella di 195 pagine emessa dal giudice Ballestrero il 13 luglio
del 2000, termina con le seguenti considerazioni: “il debito estero della
nazione […] è risultato grossolanamente incrementato a partire dal 1976
attraverso la strumentazione di una politica economica volgare e oltraggiosa
che ha messo in ginocchio il paese con i vari metodi utilizzati, già spiegati
in questa conclusione, e che tendevano tra l’altro ad avvantaggiare e sostenere
imprese e affari privati – nazionali e stranieri – ai danni di società e
imprese dello Stato che, tramite una politica appositamente orientata, si sono
andate impoverendo di giorno in giorno; tutto ciò, tra l’altro, si è riflesso
nelle valutazioni ottenute al momento in cui sono cominciate le privatizzazioni
di queste imprese” (p. 195).
Il processo che ha messo
in luce il meccanismo di spoliazione della proprietà pubblica da parte
dell’oligarchia, della borghesia argentina e dell’imperialismo si è concluso,
dopo 18 anni di iter, senza condanne perchè i reati erano nel frattempo...
caduti in prescrizione.
Il salvataggio degli
oligarchi paga però un prezzo politico: aumentare esponenzialmente l’odio
popolare per chiunque sia collegato anche lontanamente con il sistema politico
e sociale che ha portato alla rovina il paese.
Le privatizzazioni e
il saccheggio del patrimonio nazionale
Come se non bastasse, il
debito pubblico fu ulteriormente gonfiato dall’esplosione dell’indebitamento
delle aziende pubbliche, lasciato correre a briglia sciolta per giustificare a
livello propagandistico le privatizzazioni richieste dai nuovi padroni del Fmi,
solo che all’atto della vendita delle aziende pubbliche il debito rimase
cortesemente allo Stato! Ad ogni modo, non ci dobbiamo sorprendere più di
tanto: la storia del debito pubblico argentino è una magnifica applicazione del
motto “privatizzare i profitti, socializzare le perdite”, vera stella polare
della politica dei padroni in tutto il mondo.
Negli anni novanta il
governo peronista di Menem, succeduto ad Alfonsin si lanciò in una politica
generalizzata di privatizzazioni fortemente sponsorizzata dai consiglieri del
Fmi, invocando a giustificazione di fronte all’opinione pubblica i crescenti
oneri per lo stato derivanti dal controllo di queste imprese. Le
privatizzazioni si rivelarono una ghiotta occasione per i capitalisti argentini
e stranieri per mettere le mani a buon mercato sul cuore del patrimonio
nazionale.
Due esempi su tutti, la
privatizzazione della compagnia petrolifera pubblica (YPF) e delle Aerolinas
Argentinas, entrambe acquisite da capitale spagnolo (rispettivamente Repsol e
Iberia):
Secondo quanto riporta
Toussaint: “Menem aveva affidato alla banca nordamericana Merril Lynch la
valutazione del valore di YPF. La Merril Linch ridusse deliberatamente al 30%
le riserve petrolifere disponibili, cercando di sminuire il valore di YPF prima
che la si mettesse in vendita. Una volta realizzata la privatizzazione, la
parte delle riserve occultate riemerse nei conti. Gli operatori finanziari che
avevano comprato a basso prezzo le azioni dell’impresa riuscirono a ricavare
guadagni favolosi grazie all’aumento della quotazione in borsa delle azioni
YPF. Un’operazione del genere consente di menare vanto ideologicamente della
superiorità del privato sul pubblico. (Nota: Sempre la banca nordamericana
Merril Lynch è stata incaricata dal presidente brasiliano Fernando Henrique
Cardoso di valutare, nel 1997, la principale società pubblica brasiliana, la
Vale do Río Doce, una societa’ mineraria, ed è stata accusata da numerosi
parlamentari brasiliani di avere sottovalutato del 75% le riserve di minerali
dell’impresa – Fonte: O Globo, 8 aprile
1997, Brasile).
A parte YPF (venduta alla
multinazionale petrolifera spagnola Repsol nel 1999), è stata liquidata
un’altra perla argentina: si tratta dell’impresa Aerolineas Argentinas (venduta
alla compagnia aerea spagnola Iberia). I Boeing 707 che facevano parte della
sua flotta sono stati venduti simbolicamente a 1 dollaro (1,54 dollari USA, per
la precisione!). A qualche anno di distanza, sono ancora in servizio nelle
linee della compagnia privatizzata, ma Aerolineas deve pagare un “leasing” per servirsene.
I diritti d’uso delle
linee aeree della compagnia, del valore di circa 800 milioni di dollari, sono
stati stimati a solo 60 milioni di dollari. L’impresa è stata ceduta a Iberia
per un ammontare in denaro liquido di 130 milioni di dollari, mentre ciò che
restava era costituito da annullamento di crediti per il debito. Iberia
rastrellò crediti per comprare l’azienda e trasformò la totalità del credito
contratto in debito della nuova Aerolineas Argentinas, che di colpo si è
trovata indebitata fin dall’origine dell’operazione. Nel 2001 Aerolineas
Argentinas, proprietà di Iberia, era sull’orlo del fallimento per colpa dei
nuovi proprietari.
La privatizzazione di
Aerolineas è un caso paradigmatico. Tutte le imprese privatizzate sono state
liberate dal loro pacchetto di debiti, dei quali si è fatto carico lo Stato”.
La crisi precipita
Ubbidendo ai diktat del
Fmi, De La Rúa e Cavallo si alienarono le residue simpatie non solo dei
lavoratori e degli strati più poveri, ma anche delle classi medie.
Per evitare la fuga dei
risparmiatori dai depositi bancari, il governo all’inizio di dicembre stabilì
con un decreto, diventato famoso come il “corralito”, un limite massimo di
prelievo settimanale dai conti correnti di 250 dollari. Questa misura venne
subìta come una provocazione intollerabile dalla piccola borghesia,
particolarmente dai piccoli commercianti, soprattutto considerando la manica
larga con cui il governo aveva permesso ai grandi capitalisti di trasferire
all’estero 15 miliardi di dollari di capitali nel corso del solo 2001.
Il 13 dicembre le tre
centrali sindacali organizzarono il settimo sciopero generale contro il governo
e la partecipazione fu ancora una volta massiccia. Dal giorno seguente
cominciarono una serie di assalti e saccheggi ai supermercati e agli
ipermercati da parte della popolazione impoverita, che sarebbero arrivati alla
cifra di circa 600 in una settimana (nell’89, all’epoca di Alfonsin, un’analoga
esplosione di esasperazione portò a 800 saccheggi in 52 giorni). L’incendio,
partendo dalle province, arrivò fino all’area metropolitana della Grande Buenos
Aires, acquisendo un vero e proprio carattere di massa. La polizia si dimostrò
impotente di fronte ai saccheggiatori perché erano l’espressione di una
disperazione che accomunava ogni settore della società. “Alla testa della folla
impazzita c’erano i nostri clienti abituali”, testimoniò in seguito un
direttore di un supermercato a Rosario.
La proclamazione dello
stato d’assedio provocò una reazione immediata di massa. In tutto il paese
centinaia di migliaia di persone diedero vita ad un impressionante
“cacerolazo”, percuotendo in modo assordante pentole, casseruole o qualsiasi
strumento improvvisato scesero in strada, incuranti del divieto del governo. A
Cordoba alle 2 di notte 10.000 persone marciarono verso il municipio, dopo che
per tutta la giornata i dipendenti comunali avevano occupato l’edificio e si
erano scontrati ripetutamente con la polizia.
Insurrezione!
Il governo e le forze repressive
speravano che al risveglio, la mattina del 20, la gente sarebbe tornata a casa
o al lavoro. Niente di più lontano dalla realtà. Spinte dal basso, le due
centrali sindacali legate al peronismo, Cgt ufficiale e “dissidente”,
convocarono uno sciopero generale ad oltranza, anche se di fatto lo sciopero
generale era già partito e le direzioni sindacali lo “proclamarono” per non
perdere il controllo del movimento.
A Buenos Aires, la folla
si radunò presso la Casa Rosada, residenza del Presidente, e a Plaza de Mayo.
La polizia voleva impedire che la piazza si riempisse, ma i manifestanti
ingrossavano incessantemente le loro fila. Iniziò una vera e propria battaglia,
che divampò in ogni strada del centro della capitale e nel resto del paese. In
prima fila negli scontri c’erano giovani e giovanissimi, precari, disoccupati,
studenti. Tra questi le ventinove vittime della repressione.
Alle quattro del
pomeriggio, quando lanciò l’appello per la formazione di un governo di unità
nazionale, De La Rúa era già un uomo finito. I peronisti non raccolsero
l’invito, equivalente a un vero e proprio suicidio politico. L’ormai
ex-presidente fu costretto a fuggire con un elicottero dal tetto della Casa
Rosada.
Se avesse continuato la
repressione del movimento, la crisi rivoluzionaria si sarebbe senza dubbio
approfondita. I lavoratori erano ben determinati a non tornarsene a casa fino a
quando non avessero dato una spallata decisiva alla cricca dominante, ma la
strada da percorrere sarebbe stata ancora lunga.
Primo atto della
rivoluzione argentina
L’insurrezione spontanea
del 19 e 20 dicembre 2001 apre la prima fase della Rivoluzione argentina. Una
rivoluzione è un processo complesso che consiste essenzialmente nell’irruzione
delle masse sulla scena politica, decise a prendere in mano il proprio destino.
In Argentina abbiamo assistito alla mobilitazione più ampia di ogni settore
sociale oppresso, abbiamo visto le masse ricorrere ad ogni mezzo a loro
disposizione per cacciare via il governo. Abbiamo visto porre in questione, certo
in maniera non del tutto cosciente, la legalità dello stato borghese, con la
sfida allo stato d’assedio e la “battaglia” di Plaza de Mayo.
La classe lavoratrice era
determinata ad andare fino in fondo. Le classi medie sono scese in piazza con
il proletariato. La borghesia è uscita da questo primo scontro ancora in piedi,
ma debole e divisa al suo interno sulla politica da portare avanti.
Soprattutto, appare impotente di fronte all’ascesa rivoluzionaria delle masse
il temibile apparato repressivo dello stato borghese, che ha perso
temporaneamente ogni sua efficacia, come risulta evidente soprattutto nella
seconda insurrezione contro Rodriguez Saá, durante la quale furono riportati
numerosi casi di poliziotti che hanno disobbedito agli ordini degli ufficiali
di caricare la folla.
Così vediamo che tre delle
quattro condizioni proposte da Lenin per definire una rivoluzione si sono
verificate in Argentina a partire dall’insurrezione di dicembre. Ma, come
abbiamo detto, una rivoluzione è un processo complesso e contraddittorio. La
classe lavoratrice è capace con la propria mobilitazione di scuotere dalle
fondamenta l’ordine borghese, ma la semplice mobilitazione non è sufficiente a
scalzare definitivamente il potere della classe dominante e il suo controllo sull’apparato
repressivo dello stato, non più di quanto sia sufficiente dichiarare una guerra
per vincerla. Di fronte all’ascesa del proletariato la borghesia non può far
altro che aggrapparsi al potere dello Stato con ogni mezzo per preparare il
terreno a una controffensiva e sfruttare non appena possibile una situazione
più favorevole per imporre di nuovo il suo giogo e scatenare le forze della
reazione. Perché sia vittoriosa una rivoluzione, lo insegna l’esperienza del
movimento operaio, deve esistere anche un partito rivoluzionario capace, nel
corso della rivoluzione, di conquistarsi una base di massa per essere in grado
di sferrare alla classe dominante il colpo decisivo che la sbalzi
definitivamente di sella. Allo scoppio dell’insurrezione di dicembre le
organizzazioni della sinistra rivoluzionaria sono relativamente deboli quanto a
radicamento nella classe operaia e profondamente divise tra loro, una
situazione molto lontana dall’essere adeguata ai compiti posti dalla
rivoluzione.
Movimento
piquetero...
Lo sviluppo turbolento del
movimento in questa prima fase ha visto molto velocemente convergere
politicamente verso gli stessi obiettivi i settori d’avanguardia più
significativi, capaci di interpretare i sentimenti di masse più larghe e di
costruire strutture rappresentative che permettessero loro di orientarle e
organizzarle, inclusa la cosiddetta maggioranza silenziosa piccolo-borghese,
che per tutti questi mesi si è mobilitata insieme ai lavoratori e ai
disoccupati nei Cacerolazos.
Per combattività e strutturazione
spicca il movimento dei Piqueteros,
anche per il ruolo giocato al suo interno dalla sinistra rivoluzionaria. I
lavoratori disoccupati avevano cominciato a mobilitarsi da diversi anni in
forma organizzata, con azioni incisive fra cui spiccano i blocchi stradali per
ottenere posti di lavoro e sussidi e si erano già dati strutture a carattere
nazionale. Avevano inoltre già tenuto due assemblee nazionali a luglio e a
settembre del 2001 per coordinare il movimento. Il limite principale di questo
settore del movimento è però il permanere di una eccessiva frammentazione
organizzativa in diverse tendenze che non è giustificata se non dal timore
delle diverse tendenze politiche di perdere il controllo delle strutture
create.
La terza assemblea
nazionale infatti non si è mai tenuta perché le due organizzazioni che avevano
la maggiore influenza sul movimento piquetero, la Ccc (Corriente clasista y combativa) e la Ftv (Federacion por el trabajo y la vivienda), collegate al sindacato
Cta, diretta da D’Elia, si sono rifiutate di procedere perché timorose di
perdere la posizione di predominio nel movimento a favore del Bloque Nacional Piquetero, anche perché
impegnate nelle trattative con il governo (condotte da Ccc e Ftv su basi
completamente opportuniste) sulla gestione dei sussidi, una chiara manovra per
tentare di dirottare il movimento piquetero su linee concertative.
Da questo punto di vista
una vera avanguardia rivoluzionaria dovrebbe battersi per l’unificazione delle
varie strutture in un’unica organizzazione democratica e rappresentativa dei
disoccupati con diritto di espressione per ogni tendenza politica. L’importante
iniziativa di convocare un’assemblea nazionale dei lavoratori occupati e
disoccupati, è stata presa dall’ala più radicale tra i piqueteros, il Bloque Nacional Piquetero, egemonizzato
dal Partido Obrero, e dalla Ctd “Anibal Veron”.
... e Assemblee
popolari
Con l’insurrezione di
dicembre 2001 abbiamo assistito al fenomeno della nascita delle assemblee
popolari di quartiere a partire da alcuni barrios
di Buenos Aires, che ben presto si espanse a tutte le città e alle provincie.
Il loro scopo in un primo momento era dare una risposta delle masse
all’emergenza economica, ma velocemente si sono evolute nella direzione di
esercitare nelle loro riunioni settimanali, sempre maggiormente rappresentative
della popolazione, un crescente controllo sulla vita dei quartieri e delle
città. Velocemente sono nate a questo scopo strutture come le asambleas interbarrial e cittadine a cui partecipavano un numero crescente di
delegati dalle assemblee di quartiere, fino a prefigurare l’embrione di quelli
che potrebbero diventare veri e propri ‘soviet’, ovvero l’embrione di uno stato
operaio che emerge dal cuore pulsante della crisi rivoluzionaria instaurando una
situazione di dualismo di poteri nei confronti dello Stato borghese.
Queste riunioni discutono
sia il programma delle assemblee di base che il programma di lotta e le azioni
da intraprendere e sono condotte in modo estremamente democratico. Ognuno può
parlare per soli tre minuti per permettere a tutti di prendere la parola e
nelle assemblee interbarriali o cittadine solo i delegati delle assemblee di
base possono parlare. A queste assemblee possono intervenire anche delegazioni
di gruppi di lavoratori in lotta. Alla fine delle discussioni tutte le proposte
vengono votate. Le assemblee si sono dotate progressivamente di un vero e
proprio programma di rivendicazioni estremamente avanzato, condiviso in linea
di massima da tutte le strutture. Tra le rivendicazioni comuni, il ripudio del
debito estero, la nazionalizzazione delle banche, la rinazionalizzazione dei
servizi privatizzati, l’elezione popolare dei giudici della Corte Suprema, il
controllo statale dei fondi pensione, ed altro.
La borghesia fu consapevole
dal principio della portata rivoluzionaria di queste assemblee popolari, come
evidenziato da vari editoriali isterici apparsi su quotidiani borghesi. Citiamo
quello de La Nación del 14 febbraio
2002: “... Quantunque la nascita di queste assemblee appaia conseguenza della
esasperazione pubblica nei confronti della inaffidabile condotta della classe
politica, occorre tener altresì conto che un tale meccanismo di deliberazione
popolare presenta un pericolo, poiché a causa della loro intima natura [le
assemblee] possono svilupparsi in qualcosa di simile ad un sinistro modello di
potere, i ‘soviet’”. Queste le conclusioni della borghesia, ovviamente dal suo
punto di vista di classe tutto ciò appare “sinistro”.
La prima assemblea
nazionale delle assemblee popolari (marzo 2002), alla presenza di oltre mille
delegati provenienti da tutto il paese confermò i peggiori timori della classe
dominante, stabilendo in una risoluzione di “lottare per un governo di
lavoratori e assemblee popolari come alternativa al sistema capitalista”.
Di fatto a partire da
febbraio 2002 sono sempre più frequenti le azioni congiunte fra assemblee
popolari, gruppi di lavoratori in lotta e piqueteros,
andando a configurare una saldatura di tutti i settori d’avanguardia sulla base
di una condivisione sostanziale di un comune terreno programmatico e di un
comune programma d’azione.
L’assemblea
nazionale dei lavoratori
Il 16 e 17 febbraio 2002
in un atmosfera elettrica fu compiuto un passo decisivo in questa direzione con
la convocazione dell’assemblea nazionale di duemila delegati eletti in tutto il
paese in rappresentanza delle organizzazioni dei lavoratori disoccupati, ma
anche da sezioni locali di sindacati, gruppi di lavoratori in lotta,
rappresentanti delle fabbriche occupate e delle assemblee popolari cittadine,
ecc. L’arrivo delle delegazioni tra cui spiccavano quelle delle fabbriche
occupate, in particolare la Ceramica Zanon di Neuquen e l’industria tessile
Brukman di Buenos Aires venne salutato da una folla di migliaia di persone. Il
giorno seguente i delegati si riunirono per elaborare una piattaforma e un
programma di lotta comune fra disoccupati e lavoratori.
Il programma approvato
(vedi riquadro pagina 34) è fondamentalmente un programma per la rivoluzione
socialista.
Le fabbriche
occupate
Di fronte alla chiusura
degli stabilimenti o alla minaccia di licenziamenti di massa, in alcuni casi
gli operai hanno reagito occupando gli stabilimenti o riaprendoli ed avviando
la produzione sotto il proprio controllo, fronteggiando al principio il
boicottaggio degli altri padroni, i tentativi della polizia di sgombrarli e in
alcuni casi fronteggiando bande di provocatori assoldati dai padroni per
cacciarli. Le fabbriche occupate sono un esempio per tutto il proletariato argentino.
Stanno dimostrando nella pratica che i lavoratori sono in grado di gestire
direttamente la produzione senza l’intervento del padrone, anzi sono in grado
di farlo meglio grazie al sostegno e alla partecipazione della comunità di cui
fanno parte, come nel caso dei lavoratori della ceramica Zanon (una fabbrica di
proprietà di un capitalista italiano) che di fronte al boicottaggio dei
fornitori di materie prime, dopo l’occupazione cui erano stati costretti per
rintuzzare 100 licenziamenti, hanno stretto un accordo con la comunità indigena
per il prelievo di argilla in cambio della fornitura di prodotti finiti
incontrando la piena solidarietà della comunità Mapuche. Ora gli operai si riuniscono tre volte alla settimana in
assemblea e decidono su ogni aspetto della produzione, su come coordinare il
proprio lavoro, su quali iniziative prendere e come organizzare la propria
milizia di autodifesa dagli attacchi degli sgherri assoldati dai padroni per
intimidirli. Gli stessi operai hanno rinnovato i piani di produzione grazie
all’appoggio degli studenti e dei professori della locale facoltà di chimica,
hanno acquistato nuovi macchinari con una colletta cittadina. Hanno fatto
fronte comune con le organizzazioni del movimento piquetero e sono riusciti
persino ad assumere un piccolo numero di disoccupati, riuscendo a garantire ai
lavoratori un salario degno, soprattutto considerando il contesto argentino.
Sul piano della lotta
generale questi lavoratori rivendicano l’esproprio senza indennizzo della
fabbrica e di tutte le fabbriche in crisi o che licenziano e la sua
nazionalizzazione sotto il controllo operaio perché si rendono conto che solo
generalizzando l’espropriazione del capitale è possibile costruire una società
in cui la produzione avvenga non per il profitto di un pugno di padroni, ma per
soddisfare i bisogni reali della popolazione. Si rendono conto che la loro
lotta va avanti da più di un anno, ma non potrà proseguire indefinitamente se
non c’è un’ascesa di tutto il movimento operaio, perché i padroni cercheranno
di riprendersi le loro proprietà, ma soprattutto di soffocare il loro esempio.
Si tratta di esperienze
che hanno avuto un ruolo fondamentale nell’ispirare i lavoratori, sebbene
riguardino 150-200 fabbriche per lo più di piccole e piccolissime dimensioni. I
lavoratori di alcune di fabbriche di dimensioni maggiori, come la Brukman o la
Zanon, sono diventati dei veri e propri punti di riferimento delle rispettive
comunità, che li hanno appoggiati politicamente e finanziariamente per
fronteggiare il boicottaggio dei padroni e aiutarli a resistere ai tentativi di
sgombero. L’occupazione degli stabilimenti ha determinato una maggiore
concretezza della rivendicazione della nazionalizzazione sotto il controllo
operaio per tutto il proletariato argentino, che la vede ora a portata di mano.
Questi settori di
movimento operaio hanno maturato in pochi mesi la consapevolezza che il loro
futuro sia legato a doppio filo alla lotta per il socialismo e alla
rivoluzione, ma allo stesso tempo si rendono conto che la maggior parte del
proletariato, per la combinazione tra una situazione economica disastrosa con i
conseguenti licenziamenti di massa e una crescente paura di perdere ogni fonte
di reddito per centinaia di migliaia di famiglie, unitamente al ruolo di freno assoluto
della burocrazia sindacale che è riuscita nonostante tutto comunque a mantenere
un controllo sui lavoratori, ne ha temporaneamente paralizzato le forze. La
maggior parte dei lavoratori era toccata dal processo rivoluzionario, ma non vi
erano ancora entrati con tutte le proprie forze, in quanto classe, con propri obiettivi e una posizione indipendente
all’interno del processo rivoluzionario. Senza l’appoggio attivo delle masse
proletarie la rivoluzione non potrà abbattere il capitalismo e dunque l’avanguardia
è condannata all’isolamento e alla sconfitta se non a condizione di trovare il
suo sostegno più solido proprio nelle masse proletarie e in particolar modo nei
battaglioni corrazzati della classe operaia organizzata. Proprio gli operai
della Zanon posero di fronte all’assemblea nazionale dei lavoratori l’accento
sul fatto che fosse cruciale per la rivoluzione conquistare l’appoggio attivo
della massa del proletariato, con la parola d’ordine: “La chiave è attrarre la
classe operaia organizzata nei sindacati”.
Anche i lavoratori delle
fabbriche occupate hanno tenuto una propria assemblea nazionale nella quale
hanno delineato una piattaforma e un piano di lotta:
- Costruzione di una
federazione delle fabbriche occupate congiuntamente ai disoccupati per elaborare
un piano di lotta comune.
- Occupazione sotto il
controllo operaio di tutte le fabbriche che chiudono. Apertura dei libri
contabili delle aziende.
- Creazione di una cassa
di lotta per sostenere i lavoratori in sciopero e le loro famiglie.
- Nazionalizzazione delle
banche e creazione di una Banca Nazionale che eroghi crediti agevolati alle
fabbriche sotto controllo operaio.
- Revocabilità immediata
di tutti i rappresentanti operai in qualsiasi momento.
- Per un governo dei
lavoratori.
Vediamo quindi qual’era la
situazione politica e sindacale della classe operaia argentina all’apertura del
processo rivoluzionario, in particolare è necessario considerare con attenzione
il rapporto fra peronismo e movimento operaio. per capire pienamente cosa significhi
per le prospettive della rivoluzione argentina la crisi verticale in cui è
precipitato il movimento peronista di fronte a questi sviluppi.
I sindacati e il
peronismo
Per la particolarità dello
sviluppo storico del movimento operaio argentino dagli anni quaranta in poi, i
principali sindacati erano e sono tradizionalmente legati al peronismo, un
movimento bonapartista borghese (e quindi per definizione intimamente legato
all’impronta data dal suo leader) in cui hanno convissuto tendenze proletarie, piccolo-borghesi
e apertamente borghesi, populiste e radicali, fino all’espressione di correnti
socialiste e rivoluzionarie, ma anche tendenze apertamente reazionarie e
fasciste, vicine agli ambienti dell’oligarchia e della burocrazia sindacale. Il
peronismo ha potuto assumere un ruolo chiave nel movimento operaio argentino
grazie alle particolarità della situazione creatasi durante la seconda guerra
mondiale e nel secondo dopoguerra. Il grande boom economico degli anni quaranta
e le riforme, anche molto avanzate, realizzate da Juan Domingo Perón, dopo il
golpe del 1943, anche contro il volere della stessa classe dominante argentina
che gli oppose una aperta resistenza scatenando la reazione pronta dei
lavoratori, produssero per un periodo protratto un incontestabile aumento del
benessere della classe operaia, soprattutto dei suoi strati più poveri (vedi tabella), dopo che in tutto il
decennio precedente enormi lotte avevano prodotto risultati poco significativi.
La tattica di Perón di conquistare le organizzazioni sindacali alleandosi alla
burocrazia e dandole forza con enormi concessioni e relativa libertà di manovra
contro gli stessi padroni, fino a prendere direttamente le parti dei lavoratori
nei conflitti con il padronato e contemporaneamente colpendo con una
repressione spietata i settori classisti e rivoluzionari del movimento, gli
permisero di sgominare ogni resistenza soprattutto tenendo conto della
contemporanea debolezza, sia organizzativa che politica, dei partiti socialista
e comunista, avvelenati da una subalternità allo schieramento alleato dell’URSS
nella seconda guerra mondiale (cioè l’imperialismo britannico e statunitense) e
dunque incapaci di proporre al proletariato un’alternativa di classe.
Salario reale degli operai qualificati
e dei non-qualificati
1939=100
Qualificati Non-qualificati
1939 100 100
1940 100,89 100,40
1941 101,26 100
1942 104,18 103,69
1943 109,50 115,34
1944 120,89 135,18
1945 120,89 134,82
Obiettivo di Perón non fu mai
quello di abbattere il capitalismo, come ebbe a ripetere più volte agli
industriali argentini. Suo obiettivo era quello semmai di salvare l’ordine
costituito da una crisi rivoluzionaria e dal comunismo e di spingere lo
sviluppo del capitalismo argentino anche contro la volontà di un settore (anche
maggioritario) della classe dominante. Per ottenere ciò Perón decise di basarsi
sul movimento operaio quale unica forza in grado di controbilanciare il potere
dell’oligarchia e trarre dal controllo sul movimento operaio la forza per
essere relativamente immune alle pressioni della classe dominante.
Perón fu cacciato e
costretto all’esilio dalla classe dominante nel 1955 con un golpe “bianco”, una
volta esauritosi il suo compito e disinnescato il potenziale rivoluzionario
delle masse. Il golpe avvenne senza colpo ferire e Perón si guardò bene dal
fare appello alla CGT perché insorgesse contro i golpisti - un appello che
avrebbe incendiato la classe operaia argentina; come ebbe a chiarire in
seguito, la sua condotta remissiva si spiegava proprio perché egli aveva temuto
che i lavoratori andassero oltre e trasformassero in rivoluzione sociale la
resistenza al golpe. La sua cacciata coincise con la controffensiva padronale
che, pur non potendo liquidare i sindacati completamente, portò ad un rapido
peggioramento delle condizioni di vita e inaugurò una durissima repressione
contro i lavoratori e il movimento peronista che contribuì a consolidare il
mito di Perón come leader implacabile del movimento operaio. Queste tradizioni
hanno fornito per un lungo periodo storico una riserva considerevole di
consensi al Partito Giustizialista (peronista) fra i lavoratori argentini.
Il ritorno al potere
di Perón Un duro risveglio
Negli anni ‘70 di fronte
all’ascesa della lotta di classe liberata dall’insurrezione di Córdoba del
maggio 1969 (il “cordobazo”), e all’esplosione della combattività operaia
culminata nel movimento di occupazione di fabbriche del marzo 1971, che avrebbe
portato in breve tempo al crollo della dittatura, il peronismo emerse come la
forza dominante del movimento operaio, anche se esisteva un settore
d’avanguardia incarnato dalle organizzazioni sindacali metalmeccaniche
Sitrac-Sicram, che organizzavano gli operai del settore automobilistico
concentrato soprattutto a Córdoba, guidate dalla sinistra rivoluzionaria di
ispirazione marxista, ma si trovarono a subire in pieno la repressione della
dittatura che nell’ottobre del 1971 imporrà il suo tallone di ferro sciogliendo
questi sindacati e arrestando centinaia di lavoratori e dirigenti delle lotte
operaie. Il mito peronista, abilmente rinfocolato dalle dichiarazioni di Perón
dall’esilio dorato spagnolo (ospite di Franco), aveva portato all’adesione al
peronismo dei settori più radicali del movimento, chiaramente favorevoli alla
prospettiva di un “governo rivoluzionario popolare con la partecipazione della
classe operaia”, la nazionalizzazione di tutti i settori chiave dell’economia,
all’esproprio della borghesia e dell’oligarchia terriera, in poche parole alla
rivoluzione socialista. Queste tendenze si trovarono a dominare le
organizzazioni giovanili e settori importanti delle organizzazioni sindacali o
di “fronte” del peronismo, oltre ad organizzazioni guerrigliere come i
Montoneros. Il settore rivoluzionario dei peronisti riteneva di essere
portavoce del “vero” peronismo in scontro frontale con la destra del movimento
incarnata dalla burocrazia sindacale, che non risparmiava alle componenti
rivoluzionarie ogni colpo proibito. Lo scontro fu tanto acuto che un comando
dei Montoneros un mese dopo il cordobazo sequestrarono, processarono e
fucilarono il principale leader moderato del sindacato (peronista), Vandor,
ritenuto non a torto un traditore.
Questo non impedì che il
movimento operaio e giovanile, anche nei suoi settori più radicali, riponesse
nel ritorno di Perón enormi speranze, che ben presto sarebbero state amaramente
deluse. Questa rivendicazione permeò il movimento di massa in costante crescita
tanto che, di fronte alla prospettiva della caduta della dittatura,
l’oligarchia richiamò in patria il generale Perón come ultima risorsa per
mantenere il controllo della situazione.
La vittoria del candidato
della “sinistra” peronista Campòra alle elezioni del marzo 1973 venne accolta
da un’esplosione di gioia rivoluzionaria che portò poche ore dopo all’assalto
del carcere di Villa Devoto per la liberazione dei detenuti politici, ma il
primo atto di Campòra fu la firma del Patto sociale tra Cgt, Confindustria e lo
Stato, una doccia fredda per le masse in festa.
Il rientro di Perón fu
molto diverso da come si aspettavano le masse. Fin dal primo minuto il generale
rifiutò di schierarsi contro l’ala destra, in alcuni casi apertamente fascista,
del peronismo, parteggiando in ogni momento decisivo contro le masse
radicalizzate e il settore rivoluzionario.
L’allontanamento di
Campòra, il massacro dell’aeroporto di Ezeiza del 20 giugno 1973 (dove gli
sgherri fascisti - detti matones -
organizzati dalla burocrazia sindacale e dalla destra peronista spararono
contro la manifestazione oceanica accorsa a salutare il ritorno di Perón), il
rafforzamento della burocrazia sindacale contro i lavoratori, la creazione di
squadroni della morte fascisti e la caccia alle streghe scatenata contro il
settore rivoluzionario furono altrettanti passi verso l’assunzione del potere
della destra peronista raccolta intorno a Perón che spianò la strada, dopo la
morte di Perón al Golpe militare di Videla del 1976.
Sintomatico il
disorientamento provocato dal voltafaccia del Caudillo nei settori più radicali, riflesso nei toni amari della
lettera aperta dei Montoneros a Juan Domingo Perón pubblicata dal quotidiano El Mundo del 28 agosto del 1973 e
riportata integralmente in traduzione italiana nell’antologia Il peronismo, a cura di R. Massari
(ErreEmme, 1997).
Dopo un preambolo che
ricorda quanto di rivoluzionario le masse oppresse vedono nel peronismo e
quanto sacrificio sia stato messo nella lotta rivoluzionaria al seguito di
Perón, il testo segue:
“Oggi noi, i lavoratori e il popolo peronista, i milioni di peronisti che
l’11 marzo abbiamo condotto la battaglia vittoriosa contro il nemico, ci
sentiamo sconcertati e con una grande angoscia nel cuore. Furono più di due
milioni le persone che aspettarono il loro leader ad Ezeiza. Il suo popolo fu
massacrato e Perón pronunciò in televisione un discorso che non aveva nulla a
che vedere con le aspirazioni rivoluzionarie delle masse.
Nessuno dei gruppi veramente rivoluzionari è stato ricevuto nella casa di Gaspar
Campos e solo la gioventù, dopo una manifestazione di settantamila compagni, è
stata ascoltata per pochi minuti, savo poi designare come rappresentante della
Gioventù un tale Yessi, segretario privato di López Rega.
Invece della patria socialista, lo slogan sotto cui si raccolsero milioni e
milioni di voti, viene proclamato il patto sociale, un progetto borghese già
caduco, inferiore assolutamente alle realizzazioni nazionaliste e
antimperialiste del 1945.
[...] I burocrati sindacali [...] sono oggi i padroni insolenti delle
organizzazioni sindacali: essi insultano e perseguitano i combattenti e i veri
dirigenti operai.
[...] Non mettiamo in discussione la signora Isabel Martínez in quanto
sposa del capo, ma la signora Isabel Martínez come strumento dei reazionari e
dei burocrati che le stanno intorno: Lastiri, López Rega, Osinde, Rucci,
Miguel, Norma Kennedy [...].
Generale Perón
Non la vogliamo ingannare, né ingannare noi stessi. Abbiamo non soltanto il
diritto, ma anche l’obbligo di dirle la verità. Tutto ciò che le sta intorno in
questo momento non ha nulla a che vedere con il peronismo combattente e
rivoluzionario che ha permesso il suo ritorno e il suo trionfo.
Tutta l’ideologia incarnata dai ministri e dai governanti che godono della
sua fiducia è conciliatrice, antioperaia e con delle forti tendenze
filoimperialiste [...].
Se Lei è circondato, dica una sola parola e le masse scenderanno in piazza
per liberarla.
Se per motivi congiunturali Lei commette degli errori tattici gravi, le
chiediamo che con la sua intelligenza eccezionale e la sua ben nota
magnanimità, sappia operare una rettifica immediata. [...]”.
Le parole di Perón
invocate dai Montoneros non giunsero mai; i fatti invece parlarono molto
chiaro. Dopo l’elezione vinta da Perón e dalla moglie Isabel iniziò in modo
sistematico l’opera di restaurazione dell’ordine. A poche ore dall’elezione
cominciò l’attacco alle tendenze rivoluzionarie con la messa fuorilegge
dell’Erp (Ejército revolucionario del
pueblo), preludio di una feroce caccia alle streghe contro la sinistra
rivoluzionaria e i settori più radicali del movimento sindacale, l’istituzione
della censura e la chiusura di decine di giornali e case editrici di sinistra,
roghi di giornali, libri e riviste messi all’indice e ripristino della Ley de prescindibilidad, che concedeva
mano libera ai licenziamenti discriminatori.
Il primo maggio del 1974,
nel pieno della campagna restauratrice, si consumò la rottura aperta e
definitiva fra il regime peronista e la classe operaia e la gioventù rivoluzionaria.
Perón voleva ricreare l’atmosfera del vecchio peronismo investendo su questa
ricorrenza un enorme apparato propagandistico.
“Ma il Primo maggio del 1974” - descrive Massari - “avviene il contrario:
le masse operaie disertano la festa, vi partecipa massicciamente la gioventù
peronista, ma solo per motivi politici, vale a dire per far sentire a Perón la
voce della protesta ed esprimere il rifiuto del corso restauratore intrapreso.
Sotto molti ponchos si nascondono le armi e i fucili a ripetizione, nel caso
che la burocrazia sindacale voglia ripetere il massacro di Ezeiza. Perón ha solo poche parole per i giovani che hanno
permesso il suo successo; li tratta da “mercenari”, “imbecilli”, accantonando
per una volta il carattere composto e suadente della sua demagogia oratoria e
mettendo invece allo scoperto tutta la volgarità degli interessi di classe che
difende e del gruppo dirigente che lo circonda.
A metà del suo discorso la Gioventù peronista gli volta le spalle e se ne
va in corteo dalla piazza che rimane così vuota per due terzi” (R. Massari, Il
neoperonismo e la fine di un mito, in Il
peronismo, cit.).
Perón morì due mesi dopo,
ma l’opera restauratrice continuò per mano della moglie Isabel e della sua
cricca. Il disorientamento dell’avanguardia, la repressione durissima
comportarono un generale arretramento del movimento. La deriva verso la tattica
terroristica delle frange armate del movimento come i Montoneros, che
ingaggiarono eroicamente uno scontro militare impari con l’apparato repressivo dello
stato, fece perdere loro progressivamente contatto con l’unico terreno che
potesse dare all’avanguardia rivoluzionaria la forza di sfidare veramente
l’oligarchia: il terreno della lotta di classe e della mobilitazione operaia.
Il prezzo pagato dalla classe
operaia e dalla gioventù rivoluzionaria argentina per le sue illusioni tradite
in Perón fu salatissimo: la vittoria della controrivoluzione con il golpe
militare di Videla nel 1976, lo sterminio di un’intera generazione desaparecida (denunciato nel bel film Garage Olympo di Marco Bechis, 1999),
gli squadroni della morte e la distruzione fisica delle avanguardie
rivoluzionarie in un abisso di terrore senza fine da cui il paese riemerse solo
diversi anni dopo con il crollo della dittatura.
Crisi verticale del
Partito Giustizialista
La rinascita del Partito
Giustizialista (peronista) dopo la caduta della Giunta militare non riuscì a
rigenerare il mito peronista spezzato, pur riuscendo a riconquistare una certa
base di massa dopo il fallimento dei radicali di Alfonsin al governo. La
politica ultraliberista di Menem al potere e la spaventosa corruzione dilagante
nel Partito ne hanno aggravato la crisi fino a raggiungere il punto di rottura
con il governo “natalizio” di Rodriguez Saá.
Nello stile più classico
del peronismo Rodriguez Saá neoeletto incontrò leader sindacali e grandi
industriali, elargendo promesse a tutti. Ricevette le Madres di Plaza de Mayo e
assicurò la liberazione imminente di tutti i detenuti politici, come i capi dei
piqueteros, che apprezzavano il
“piano per l’occupazione” da lui enunciato. In visita alla sede della Cgt,
commentò demagogicamente la rivolta contro De La Rúa: “È l’inizio della
trasformazione, è il trionfo della lotta per i nostri diritti. La repressione è
culminata con la morte di 29 argentini che sono eroi e patrioti” (Clarin, ediz. Elettronica, 26/12/2001).
Il fatto più emblematico,
che dimostra quanto profonda fosse la frattura fra le masse e i dirigenti
peronisti è che, nonostante avesse ricevuto un iniziale appoggio dalla
direzione sindacale della Cgt e dal leader della Cgt “ribelle” (sempre più solo
di nome), Hugo Moyano, nonché dalla direzione del terzo sindacato, la Cta, al
traino delle altre due, il governo di Rodriguez Saá venne spazzato via in meno
di una settimana dalla rabbia popolare.
Oggi, alla vigilia delle elezioni presidenziali, del peronismo non restano
che le macerie, diviso com’è da lotte intestine fino al frazionamento in tre
tronconi del gruppo parlamentare, in base al conflitto fra Menem, Duhalde e Rodriguez
Saá, ma tali macerie sono ancora ostacoli piuttosto ingombranti sulla via di
una posizione indipendente della classe operaia argentina. Tra i dirigenti
peronisti anche la cosiddetta “sinistra” (come Rodriguez Saá, per l’appunto) è
totalmente screditata, ma non si deve dimenticare il ruolo della burocrazia
sindacale, vera spina dorsale del movimento peronista, che mantiene un certo
controllo sul movimento operaio organizzato, i “battaglioni corrazzati” del
proletariato argentino, che in questa fase si muovono con maggiore lentezza di
altri settori della classe operaia maggiormente radicalizzati, ma che sono
decisivi ai fini della vittoria della rivoluzione. Il carattere
fondamentalmente reazionario della burocrazia (che spesso ricorre contro i settori
più combattivi del movimento operaio a veri e propri metodi squadristi, come
hanno denunciato i lavoratori di una fabbrica occupata, la Zanon di Neuquén)
non le ha impedito di convocare otto scioperi generali in meno di due anni, né
le impedisce di cavalcare le mobilitazioni quando non può prevenirle, come nel
caso dello sciopero generale “convocato” il 20 di dicembre 2001 quando ormai
era già partito da solo. Questa flessibilità le ha permesso in passato di
mantenere la propria presa sul movimento operaio. Il mantenimento di questo controllo da parte della burocrazia è il
principale ostacolo allo sviluppo della rivoluzione e pone di fronte alle forze
rivoluzionarie il compito decisivo di conquistare i sindacati, sottrarre al
controllo burocratico le strutture sindacali conquistando l’appoggio della
massa dei lavoratori, un compito ineludibile da cui dipende il futuro della
rivoluzione.
Non ci sono scorciatoie di
fronte a questo compito e chi pensa, come il Partido Obrero, che la
realizzazione dell’unità delle avanguardie con il congiungimento dei movimenti piquetero e delle cacerolas sia di per sè sufficiente a “soppiantare la Cgt nella
convocazione di scioperi attivi” (Prensa
Obrera, 31/01/2002), rischia di perdere un’occasione storica che si
presenta di fronte al marxismo in Argentina: scalzare definitivamente
l’influenza della burocrazia sindacale peronista sulla massa dei lavoratori
organizzati di questo paese, riconquistando al controllo dei lavoratori le
strutture sindacali e ingaggiando una lotta all’ultimo sangue con la burocrazia
peronista su un terreno su cui essa sarà costantemente in difficoltà, quello
della lotta rivendicativa a partire dalle esigenze dei lavoratori, il terreno
della democrazia operaia nella costruzione e nella gestione delle lotte. Per
far questo non è sufficiente porsi in competizione con le strutture sindacali
esistenti nella convocazione degli scioperi, occorre sviluppare un programma
transitorio a partire dalle condizioni materiali e dai bisogni dei lavoratori
(ad esempio ponendo una rivendicazione come quella della scala mobile dei
salari in un contesto di inflazione intorno al 100% e di paurosa erosione del
potere d’acquisto) ed applicare sulla base di questo programma la tattica del
fronte unico nei confronti delle organizzazioni sindacali maggiormente
rappresentative, Cgt, Cgt ‘rebelde’ e Cta, per mettere i dirigenti in costante
contraddizione con le aspirazioni della massa dei lavoratori e costruire dentro
al movimento sindacale una presenza organizzata della sinistra rivoluzionaria.
Poterlo fare sulla base dell’autorità conquistata agli occhi di tutti i
lavoratori dalle fabbriche occupate, dal movimento Piquetero e dalle assemblee popolari è un vantaggio inestimabile
che l’avanguardia rivoluzionaria ha sulla burocrazia, a patto che sappia
spiegare pazientemente il proprio programma ai lavoratori per vincerli e
avvicinarli alla prospettiva rivoluzionaria.
Qual’è la fonte del
potere della burocrazia sindacale?
Ogni burocrazia sindacale
si rafforza bilanciandosi tra la classe dominante e i diversi strati della
classe operaia, facendo leva sulla pressione esterna o sull’arretratezza della
maggioranza della classe per demoralizzare o mantenere sotto controllo quei
settori o gruppi di lavoratori che si trovano, per una serie di fattori, ad uno
stadio più avanzato della lotta di classe, magari spingendoli a lottare
nell’isolamento o stremandoli in continue mobilitazioni per poi aprofittare del
primo segnale di stanchezza per concludere che la lotta non può reggere
ulteriormente. Nello specifico la burocrazia sindacale peronista è incline a
ricorrere a metodi squadristi per “risolvere le divergenze” e ha avuto in
passato un’arma in più che oggi non può più utilizzare perché l’ascesa
rivoluzionaria per il momento le impedisce di ricorrere apertamente alla
repressione dello Stato contro i settori più avanzati del movimento operaio,
come pure in passato è successo e potrebbe succedere di nuovo appena le
condizioni cambiassero. Allo stesso tempo la burocrazia non può più garantire
il conseguimento di alcun miglioramento delle condizioni ai lavoratori, anzi
sarà costantemente messa in contraddizione dal suo appoggio al governo Duhalde
e sarà costretta ad agire di rimessa, costantemente schiacciata tra l’incudine
e il martello. Quando il settore decisivo del movimento operaio deciderà di
muoversi non ci sarà alcuna possibilità per la burocrazia di opporsi, pena
essere spazzata via.
Il governo Duhalde
ha stabilizzato la situazione?
Di fronte all’ascesa della
rivoluzione la classe dominante ha dovuto suo malgrado accantonare (per il
momento) la possibilità di ricorrere ad un colpo di stato militare, a maggior
ragione dopo aver assistito al disastro del tentato golpe fallito in Venezuela
dell’aprile 2002. Seguendo questa strada
provocherebbe una guerra civile che teme di non poter vincere. Diventa
fondamentale quindi ricorrere ad una tattica dilatoria, per guadagnare tempo e
raggiungere una situazione di equilibrio che renda più difficile lo sviluppo
della rivoluzione. Con Duhalde, esponente “progressista” del peronismo, la
classe dominante ha provato la carta estrema del governo di unità nazionale.
Duhalde appena insediato
ha dichiarato di essere seguace della dottrina sociale della Chiesa, in altre
parole, elemosina ai poveri in cambio di tranquillità per i potenti, il tutto
chiaramente finalizzato a ristabilire l’ordine per riprendersi con gli
interessi anche il poco concesso. Il suo insediamento è stato votato da una
maggioranza molto ampia che comprende radicali, peronisti e buona parte dei
deputati del Frepaso, ma anche se conta su una grande maggioranza parlamentare
e sull’appoggio dei dirigenti sindacali,
i margini di consenso di cui gode nel paese sono molto ridotti e fragili. Non vi è dubbio che senza l’appoggio di
questi ultimi, Duhalde non durerebbe un minuto al potere.
La prospettiva immediata di una rivoluzione si è allontanata agli occhi
delle masse non tanto per l’abilità di Duhalde, quanto perchè dopo tante lotte
i lavoratori sono stati lasciati privi di una vera direzione capace di porre la
questione della conquista del potere. Negli ultimi quindici mesi il governo si è barcamenato alla meglio
cercando di schivare i flutti più pericolosi in un mare in tempesta; è riuscito
ad evitare per il rotto della cuffia un conflitto durissimo fra compagnie
petrolifere e lavoratori, ma è continuamente incalzato dalle pressioni del Fmi
che ha imposto misure draconiane (pareggio di bilancio, ulteriori
privatizzazioni, aumento delle tariffe dei servizi privatizzati, ed altro) per
erogare un nuovo prestito che ha come unico scopo quello di permettere
all’Argentina di pagare gli interessi sul debito estero rinegoziato.
La situazione economica
non è migliorata, nonostante ci sia un incremento delle esportazioni per effetto
della svalutazione, ogni ottimismo della
borghesia è del tutto ingiustificato. Il terzo anno di recessione
consecutivo registra un -11% del Pil nel 2002, unitamente ad un crollo
catastrofico degli investimenti. L’elemosina di 100 pesos di aumento elargita a
luglio ad un 25% dei lavoratori è stata mangiata dall’inflazione in un paio di
mesi.
La contraddizione fondamentale di fronte a Duhalde può essere così
riassunta: ad un anno dalla rivolta di dicembre il capitalismo argentino non ha
ottenuto che un fragile equilibrio dell’economia, ma ogni tentativo di
raggiungere un nuovo punto d’equilibrio sul terreno economico può essere
intrapreso solo a costo di turbare l’equilibrio sociale e politico, preparando
nuove esplosioni per il futuro.
Elezioni presidenziali,
un’occasione persa per la sinistra
La convocazione anticipata
delle elezioni presidenziali è stata un chiaro tentativo di dirottare
l’attenzione delle masse su qualcosa di esterno. Tale è il discredito in cui è
tenuto ormai da molti argentini il sistema democratico borghese dopo anni di
tradimenti, corruzione, finta alternanza tra radicali e peronisti, logoramento
dell’immagine di ogni leader politico fino quasi all’indistinguibilità dell’uno
dagli altri, che ormai è pratica diffusa dimostrare per strada con veemenza e
platealmente la propria avversione della sola vista del malcapitato potente di
turno, che sia parlamentare, ministro, alto prelato o giudice della Corte
Suprema, poco importa, tanto che difficilmente i membri dell’élite osano girare
liberamente per le strade.
Come abbiamo detto però,
il protrarsi della situazione di stallo in cui il governo si regge grazie a
numeri di equilibrismo d’alta scuola e il movimento delle masse è impotente e
non riesce a spazzare via ogni resistenza più per limiti soggettivi che per una
reale forza dell’avversario, questa situazione rende altamente probabile che un
settore non trascurabile delle masse stia cercando disperatamente una via
d’uscita diversa in mancanza di una prospettiva rivoluzionaria immediata per
risolvere i propri pressanti problemi. In questo ambiente ecco che la questione
delle elezioni presidenziali temporaneamente acquista una grande importanza per
un settore delle masse che pensa che - forse - l’elezione di un presidente meno
compromesso con l’oligarchia potrebbe migliorare, se non risolvere almeno
qualcuno dei problemi e comunque “peggio di così non potrebbe andare”. Questo è
particolarmente vero quando, dopo un anno di lotta durissima non è ancora
visibile una soluzione rivoluzionaria del problema.
Purtroppo di fronte a
questo ambiente, una parte della sinistra cosiddetta rivoluzionaria si riempie
la bocca con lo slogan del boicottaggio delle elezioni, che suona tremendamente
radicale e rivoluzionario, ma in realtà è piuttosto vero il contrario. Se è
vero che il marxismo è contro il cretinismo
parlamentare, ovvero la posizione che eleva a feticcio fine a se stesso la
partecipazione al parlamentarismo borghese, è anche vero che il marxismo non
sostiene il cretinismo anti-parlamentare.
In generale come
rivoluzionari abbiamo il dovere di approfittare di ogni opportunità che la
democrazia borghese ci offra di portare avanti tra le masse agitazione e
organizzazione contro il capitalismo e rifiutare l’opportunità di far questo
posta da una campagna elettorale più che da rivoluzionari è da stupidi.
In generale è mai
ammissibile condurre una campagna per il boicottaggio di elezioni? Ovviamente
dipende dalle circostanze, ma come regola generale l’unica situazione in cui i
rivoluzionari potrebbero sostenere la posizione del boicottaggio è nel caso in
cui fossero nelle condizioni di porre fine al parlamentarismo borghese ed
introdurre una forma più alta di democrazia, cioè la legge dei Soviet e del
potere operaio. Siamo oggi, di fronte alle elezioni presidenziali in Argentina,
in questa situazione? Sicuramente no. Il
compito immediato delle forze marxiste argentine e dell’avanguardia del
proletariato non è ancora la conquista del potere, compito per cui le forze
sono insufficienti, ma semmai è conquistare le masse. Un compito ancora
lontano dall’essere raggiunto, soprattutto se si pensa alla classe operaia
sindacalizzata. “Spiegare pazientemente”, riassumeva Lenin, sviluppare la più
ampia ed efficace campagna di propaganda per porre di fronte a tutti gli argomenti
a favore della rivoluzione e ciò include la partecipazione alle elezioni.
Questo diverso approccio marca la principale differenza fra bolscevismo e
ultrasinistrismo, la cui intransigenza verbale maschera sempre una organica
incapacità di penetrare realmente le coscienze delle masse.
La responsabilità di chi a
sinistra ha sostenuto questa posizione, o la ha avvallata sottraendosi dalla
lotta come Zamora, unico parlamentare che possa camminare fra la gente senza
essere aggredito e candidato naturale della sinistra argentina per la sua
autorità, è quella di aver lasciato campo libero alla candidatura della ex
radicale demagoga, ora leader dell’ARI, Elisa Carrió, che potrebbe intercettare
i voti di chi avrebbe sostenuto Zamora.
La presentazione di candidati
di bandiera da parte di qualche gruppo, rinnovando anche in questa occasione la
litigiosità della sinistra non compensa l’opportunità persa di presentare un
candidato unico di tutte le organizzazioni operaie rivoluzionarie.
Negli ultimi anni le varie
formazioni di sinistra hanno visto aumentare non poco i loro consensi, sia in
termini di militanti che a livello elettorale, segno del processo di
radicalizzazione descritto in precedenza, ma la sinistra rivoluzionaria
argentina resta fondamentalmente debole nel suo radicamento operaio (anche se
con notevoli eccezioni in cui alcuni gruppi sono riusciti a costruire presenze
importanti all’interno di qualche settore d’avanguardia della classe, fino a
controllare alcune strutture sindacali a livello locale) e frammentata in
gruppi relativamente piccoli (considerando i compiti posti da una rivoluzione),
ciascuno dei quali è incapace sia per le dimensioni che per il proprio
settarismo da solo di essere il catalizzatore di un futuro partito
rivoluzionario di massa.
Un tale ruolo potrà essere
interpretato solo da chi saprà trovare la strada per conquistare ad una
politica rivoluzionaria i lavoratori organizzati nei sindacati e ingaggiare una
battaglia vittoriosa per strappare le masse operaie all’egemonia della burocrazia
sindacale peronista ed entrare così in un stadio nuovo e decisivo della
rivoluzione argentina: la lotta per l’abbattimento del capitalismo.
Risoluzione dell’Assemblea Nazionale dei Lavoratori
(17 febbraio 2002)
La presente Assemblea Nazionale dei
Lavoratori considera che:
Il Governo Duhalde è un nemico della classe lavoratrice e della
popolazione, responsabile della svalutazione che ha distrutto i nostri salari,
della confisca dei piccoli risparmi, della “pesificazione” che ha ridotto a nostre
spese i debiti degli sfruttatori nazionali nonché dell’impegno di pagare il
debito estero. E’ un Governo che nasconde dietro le menzogne sulla “sovranità
nazionale” una politica di saccheggio al servizio dei grandi monopoli, mentre
contemporaneamente esegue le direttive del FMI. Poniamo all’attenzione di tutti
i lavoratori il nostro piano di lotta, il cui scopo ultimo è fornire una via
d’uscita dalla crisi per la popolazione. Questa strada passa attraverso
l’espulsione di Duhalde e della classe di sfruttatori che l’hanno portato al
governo.
L’“accordo” promosso dalla Chiesa cattolica e dalle Nazioni Unite è una
manovra politica diretta a cooptare, manipolare e dividere le organizzazioni
dei lavoratori al fine di preservare il regime. Di conseguenza invitiamo a
ripudiare l’”accordo” e a denunciare il sostegno a tale politica da parte dei
sindacati e delle forze politiche (PJ, UCR, Frepaso, ARI, Polo Social,
Frenapo).
I “consigli di crisi” o “consigli consultivi” attraverso i quali il Governo
tenta di canalizzare i piani sociali sono organizzazioni destinate a
trasformare il sostegno sociale in una fonte di traffici capitalistici e a
manipolare o debilitare le vere organizzazioni dei disoccupati. Denunciamo
l’uso dei piani per la disoccupazione destinati a porre il lavoro manuale a
buon mercato al servizio delle aziende in bancarotta per 50 dollari. Invitiamo
a boicottare questi “comitati” di “emergenza” o di “crisi” e chiediamo, con il
sostegno delle mobilitazioni, la totalità delle nostre rivendicazioni e il loro
controllo da parte delle organizzazioni dei disoccupati.
Le Assemblee Popolari (inclusa l’Assemblea dei Interbarriale di Parque
Centenario a Buenos Aires) e le Assemblee Operaie e dei Piqueteros stanno
organizzando un gran numero di mobilitazioni. Devono prendere nelle loro mani
la soluzione dei problemi più urgenti delle masse: lavoro, salute, istruzione,
casa. Dobbiamo costruire e rafforzare le Assemblee popolari in tutto il paese
per creare un’alternativa operaia all’attuale situazione. La strategia dei piqueteros e dei sindacati combattivi
raggruppati in questa Assemblea Nazionale è integrare nell’attuale lotta dei piqueteros il movimento operaio
industriale e dei grandi servizi pubblici privatizzati. E’ impossibile
sconfiggere il Governo attuale e il regime dominante senza il sostegno dei
lavoratori dei principali centri produttivi e dei servizi essenziali come luce,
gas, telefono e trasporti.
I CCC, FTV CTA devono rompere tutti i negoziati con il Governo alle spalle
del movimento dei piqueteros e unirsi
alla lotta per garantirne la vittoria. La politica di illusioni nel Governo al
servizio degli sfruttatori nazionali e stranieri è fallita. Noi opponiamo a
tale politica il programma dei piqueteros,
che non solo chiede piani per il lavoro sotto il controllo delle organizzazioni
dei disoccupati, ma anche di rifiutare la svalutazione, di non pagare il debito
estero, di nazionalizzare il sistema bancario e che i salari minimi e i sussidi
di disoccupazione siano sufficienti a coprire le spese minime di una famiglia
media. Chiediamo di cominciare subito a discutere del programma con queste
organizzazioni, nel contesto del piano di lotta.
Alla luce di questa situazione, proponiamo il seguente programma:
- Libertà per Raul Castells, Emilio Alì, Peralta e tutti gli altri compagni
imprigionati. Ritiro delle accuse a loro carico.
- Gli organizzatori ed esecutori degli assassini del 19 e 20 dicembre
devono essere processati e puniti. Gli assassini dei compagni di Salta
(Justiniano, Gomez, Veron, Barrios e Santillan) e Corrientes devono essere
processati e puniti.
- Ripudio del debito estero
- Nazionalizzazione delle banche e delle principali compagnie del paese.
- Statalizzazione dei fondi pensione (AFJP).
- I licenziamenti e le sospensioni sono fuorilegge.
- Statalizzazione sotto il controllo operaio di tutte le aziende che
chiudono o licenziano e riapertura di tutte le aziende chiuse alle stesse
condizioni.
- Immediata restituzione dei risparmi bancari ai piccoli risparmiatori.
- Lotta per una occupazione genuina e stabile, attraverso la
redistribuzione delle ore di lavoro senza riduzione del salario.
- Salario minimo e sussidi di disoccupazione indicizzati all’aumento del
costo della vita.
- Fuori Duhalde e il Fmi. Per un governo dei lavoratori.
Questa Assemblea rappresenta una continuazione di tutti i movimenti di
lotta e delle organizzazioni che hanno reso il movimento dei piqueteros un fattore decisivo nella
situazione politica nazionale. Un proseguimento della Santiaguenazo e della Cutralcazo,
delle rivolte di Mosconi e di Tartagal e dei massicci blocchi stradali a La
Matanza. Queste battaglie ci pongono di fronte alla possibilità di risolvere a
favore dei lavoratori la crisi di potere che affligge il sistema di
sfruttamento nel nostro paese.
Dobbiamo agire perchè la tenace lotta del popolo non è ancora culminata
nella vittoria, ma nell’usurpazione di un governo che è un fantoccio dei
saccheggiatori. Per queste ragioni poniamo il seguente piano di lotta:
Dal 18 febbraio: rafforzare i blocchi stradali indefinitamente.
20 febbraio: blocchi stradali, mobilitazione nazionale e
cacerolazo, assieme alle assemblee popolari e all’assemblea interbarriale. A
Plaza de Mayo e in tutte le sedute dei governi provinciali, a due mesi dalla
ribellione popolare e dall’assassino dei compagni.
25 febbraio: Blocco degli ingressi alle compagnie petrolifere
e alle imprese privatizzate..
2 marzo: Mobilitazione nazionale per la liberazione di
Alì, Castells, Peralta e tutti i lavoratori incarcerati, per la liberazione di
Bòrtola e Quinteros e altri prigionieri politici, e per il ritiro di tutte le
accuse. Giudizio e condanna di tutti i responsabili dei fatti del 19-20
dicembre.
4 - 8 marzo: Manifestazioni
nazionali degli operai per Plaza de Mayo dall’interno del paese. Coordinamento
con il boicottaggio del lancio del prossimo anno scolastico..
Sostegno attivo dell’occupazione della Zanón, della Bruckman, dei blocchi
stradali in corso, della manifestazione dei disoccupati di Buenos Aires, della
lotta dei ferrovieri della linea Sarmiento, dei lavoratori di Quebecor e di
lotte simili.
E’ convocata una nuova assemblea di
lavoratori e disoccupati il 2 aprile.