In difesa del marxismo
n°6 - America latina
Venezuela: la rivoluzione
a una svolta decisiva
di Jorge Martín
Il 2 febbraio, sessanta
giorni dopo l’inizio della serrata padronale, il cosiddetto Coordinamento democratico
dichiara la fine della prova di forza contro il governo Chávez. Quest’azione,
che puntava a provocare il caos nel paese per ottenere le dimissioni di Chavez
e nuove elezioni, non è mai riuscita a paralizzare il Venezuela, perché, tranne
i grossi centri commerciali, alcune grandi aziende della distribuzione
alimentare e la Pdvsa (l’azienda che gestisce la produzione e la distribuzione
del petrolio), il resto del paese non è mai stato bloccato, nonostante i rozzi
tentativi di giornali e tv di dimostrare il contrario. L’opposizione,
organizzata attorno alla Confindustria locale (la Fedecameras) e ai burocrati
del sindacato Ctv, ha provato ad uscire a testa alta da questa prova di forza,
con una gran raccolta di firme contro Chávez, un tentativo di mascherare il
loro fallimento.
Nelle ultime settimane il
ritmo degli avvenimenti è diventato incalzante. Nel tentativo di tenere sotto
controllo i prezzi degli alimenti di base il governo ha decretato dei prezzi
massimi di vendita, e quando i produttori di farina di mais hanno minacciato la
serrata, Cháves ha minacciato a sua volta l’intervento militare di queste
aziende… 13mila lavoratori della Pdvsa sono stati licenziati il che rappresenta
il 40% dell’organico, l’80% dei licenziati appartenevano alla cosiddetta
“nomina mayor”, gli alti dirigenti della Pdvsa. Sono stati licenziati per
assenza ingiutificata per due mesi. Alcuni direttivi della Pdvsa sono
processati accusati di sabotaggio.
Infine nella notte del 19
febbraio Carlos Fernández, accusato di “ribellione, tradimento della patria,
istigazione a delinquere e devastazione”, è stato arrestato da agenti della
polizia.
Fernández era succeduto
nella presidenza della Fedecameras a Pedro Carmona, esule in Colombia dopo aver
capeggiato il fallito golpe dell’11 aprile 2002. Carlos Ortega, segretario
generale della Ctv, il contestato dirigente sindacale che aveva appoggiato la
serrata di dicembre, è ricercato con accuse simili. L’appello del Coordinamento
dell’opposizione ad azioni di protesta nelle strade è stato seguito da poche
migliaia di persone, riflettendo un forte calo nella capacità di mobilitazione
della controrivoluzione in Venezuela.
Da dove arriva
Chávez?
Gli avvenimenti
venezuelani meritano uno studio attento. Innanzitutto dobbiamo domandarci:
quale politica persegue il governo di Chàvez? Per quale motivo ha suscitato
un’opposizione così violenta da parte dei privilegiati in Venezuela e da parte
degli Usa? E per quale motivo Chàvez resiste nonostante da due anni ormai sia
presentato sui media di tutto il mondo come un pazzoide che persegue sogni di
gloria, isolato dal paese?
Chàvez assurge per la
prima volta alla notorietà nel febbraio 1992, quando (era allora tenente
colonnello dei paracadutisti) cerca con un colpo di Stato di mettere fine a
trent’anni di egemonia del partito Azione democratica (Ad, socialdemocratico) e
del Copei (democristiano).
Erano stati loro ad aver
portato, in un paese produttore di petrolio, l’80% dei venezuelani sotto la
soglia di povertà. La decisione di organizzare il golpe la prese poco dopo il
27 febbraio 1989, quando esplose lo spaventoso dramma del “Caracazo”. Allora,
in risposta spontanea agli aumenti dei prezzi decretati dal governo del
“socialdemocratico” Carlos Andrés Pérez, le masse dei “ranchitos” attorno a
Caracas erano scese per le strade e il movimento dei militari “bolivariani”,
che Chávez organizzava clandestinamente da anni, non era stato in grado di
reagire.
Due anni fa, in
un’intervista con Gabriel Garcia Marquez, Chávez raccontava: “Il minuto
strategico ci ha colti di sorpresa”. Carlos Andrés Pérez era stato eletto
presidente a larga maggioranza, e sembrava inconcepibile che una rivolta tanto
violenta potesse esplodere dopo soli venti giorni.
“La sera del 27 ero
diretto all’università dove seguivo un corso di dottorato; ero rimasto senza
benzina e mi fermai alla caserma Tiuna”, racconta Chávez. “Vidi molti uomini
che uscivano, e chiesi al colonnello: ‘Dove vanno tutti quei soldati?’”.
“C’erano anche quelli dei
trasporti, che non erano minimamente preparati agli scontri, e ancor meno ad
affrontare la guerriglia urbana. Ragazzi spaventati persino dal fucile che
portavano a tracolla. Continuavo a chiedere: ‘Dove va tutta quella gente?’ E il
colonnello: ‘A riportare l’ordine nelle strade. Mi è stato comandato di reprimere
i rivoltosi con ogni mezzo e lo farò’.
Gli dico: ‘Ma colonnello,
si rende conto di ciò che potrebbe accadere?’ E lui: ‘Ascolti, Chávez: è un
ordine, non c’è altro da fare. Accadrà quello che Dio vorrà’”.
Chávez ricorda che quella
sera era febbricitante per un attacco di rosolia. Al momento di rimettere in
moto la macchina vide un soldatino che arrivava correndo con il casco di
traverso, il fucile penzoloni, le munizioni che si sparpagliavano a terra. “Mi
fermo, lo chiamo, e lui sale in macchina: un ragazzino di 18 anni,
nervosissimo, tutto sudato. Gli chiedo: ‘Dove diavolo corri?’ ‘Sono rimasto
indietro... Il mio plotone è là, su quel camion che si sta allontanando. Mi
aiuti a raggiungerlo, maggiore!’ Io raggiungo il camion e chiedo all’ufficiale:
‘Dove siete diretti?’ E lui ‘Non ne sappiamo nulla. Non lo sa nessuno’”.
“Chávez riprende fiato e
prosegue quasi gridando, come soffocato al ricordo dell’angoscia di quella
terribile notte: ‘Ti rendi conto: tutti quei soldati in preda al panico! Li
mandano per strada con un fucile e cinquecento cartucce. Hanno scialato, tirato
a volontà, su qualunque cosa si muovesse. Hanno crivellato di colpi le strade,
i quartieri popolari, le baraccopoli. Un disastro. Migliaia di morti…’”
Dalla prigione
all’elezione plebiscitaria
Imprigionato e poi
liberato, Chàvez è arrivato democraticamente al potere nel dicembre 1998. Una
profonda riforma della costituzione, approvata con referendum nel dicembre
1999, ha preceduto la sua rielezione, il 30 luglio 2000.
Da allora il governo
conduce quella che chiama la rivoluzione bolivariana: “Non è né socialista né
comunista, poiché rimane nell’ambito del capitalismo, ma è radicale e provoca
profondi cambiamenti della struttura economica”, spiega il ministro della
presidenza Rafael Vargas. Causando grande preoccupazione a Washington, Caracas
vuole anche promuovere una politica petrolifera che permetta di mantenere il
prezzo del greggio sopra i 22 dollari al barile, attraverso la rivitalizzazione
dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec). Moltiplica le
dichiarazioni contro la globalizzazione neoliberale e in particolare contro
l’Alca (l’accordo commerciale proposto dagli Usa per l’America) mentre si
dichiara a favore di un mondo multipolare, in opposizione alla pretesa
egemonica degli Stati uniti.
Dopo le elezioni del
dicembre 1998 i nuovi dirigenti si rendono conto delle enormi esigenze della
popolazione in materia di sanità, di alloggi, di alimentazione. Così,
sessantamila soldati hanno il compito di riparare gli ospedali, le strade, le
scuole, di costruire ambulatori, di organizzare mercati popolari dove, grazie
alla scomparsa degli intermediari, i prezzi sono più bassi del 30%.
Secondo le Nazioni unite
quando Chávez fu eletto l’80% della popolazione era povera. Poco più dell’1%
dei proprietari controllava il 60% delle terre coltivabili, le cui immense
superfici rimangono spesso abbandonate, mentre il paese importa il 70% del suo
fabbisogno alimentare (a tutto vantaggio delle mafie della distribuzione). In
questo contesto Chávez è riuscito a mantenere una crescita economica costante
(attorno al 3%) dal 1999 al 2001, dopo che l’anno della sua vittoria elettorale
l’economia era caduta del 7%. Di conseguenza la disoccupazione è passata dal
17,8% nel 1998 al 12,1% nel 2002. La serrata di dicembre-gennaio ha peggiorato
considerevolmente i conti del 2002 e le prospettive per il 2003.
Il 27 febbraio 1999 viene
avviato il piano Bolívar 2000. “La data è stata scelta per commemorare il Caracazo del 1989. L’esercito non ha più
il compito di reprimere, ma partecipa al cambiamento. Conduce una guerra alla
povertà, agente destabilizzante del sistema politico”, sottolinea l’ex tenente
Rafael Isea, che partecipò alla rivolta del 4 febbraio 1992. Nelle intenzioni
originali il piano doveva durare solo sei mesi o un anno. Ma solo quando
l’Assemblea nazionale avrà votato le leggi, quando il pubblico ministero e il
difensore del popolo funzioneranno, quando i governatori e i sindaci
risponderanno della loro gestione davanti alle assemblee popolari, il piano
potrà dirsi concluso.
Anche se provoca malumori
tra qualche ufficiale di grado superiore, il piano è considerato positivamente
dai soldati e ovviamente anche dai civili, che ne sono i principali
beneficiari. “Nell’ambulatorio costruito in piazza Gloria Patria sono stato
operato di cataratta senza pagare nulla. Altri si sono fatti curare i denti”,
dice Gabriel, un operaio di Mérida. “Sono state distribuite medicine. Non si
era mai vista una cosa del genere dai tempi degli adecos e dei copeyanos”.
A questi servizi sociali
si aggiungono programmi di lavoro temporanei. L’esercito censisce i lavoratori
disoccupati e propone all’operaio o al giardiniere un lavoro che l’occuperà per
tre o quattro mesi.
Dall’ottobre 1999 la Banca
del popolo ha concesso più di 10.000 microcrediti per un investimento
complessivo di 11,84 miliardi di bolivar; dall’ottobre 2001 al febbraio 2002 la
Banca delle donne ha stanziato 2,92 miliardi di bolivar per aiutare 6.286
progetti. A Caracas nel quartiere 23 di
Enero, grandi palazzi in cemento con una forte tradizione di lotta, il
coordinamento Simón Bolívar sostiene il presidente mantenendo però un
atteggiamento critico, segnala gli errori e denuncia una corruzione rimasta
endemica. I suoi responsabili sottolineano comunque la presenza di uno spazio
di partecipazione inesistente in passato. “Negli anni ‘80 e ‘90, siamo stati
duramente repressi con decine di morti e di arresti. Con l’arrivo di Chávez il
clima è cambiato, si comincia a respirare”.
Il 13 novembre 2001, il
presidente Chávez ha firmato 49 decreti legge, tra cui una legge sulle terre
che stabilisce un’imposta sui latifondi improduttivi (o addirittura la loro
espropriazione) e la concessione di appezzamenti di terra ai contadini.
Inoltre, per assicurare loro un mercato, le mense scolastiche, gli ospedali e
l’esercito privilegeranno questi produttori piuttosto che la grande
distribuzione. La terza di queste leggi dichiara l’impossibilità di
privatizzare la Pvdsa e conferma la necessità del controllo dello Stato sull’export
petrolifero. La legge sulla pesca estende da 3 a 6 miglia la zona di protezione
costiera in cui è permessa la pesca con lo strascico, proteggendo i pescatori
locali e l’equilibrio biologico marino. Nell’immenso stato di Amazonas, con le
sue diciannove etnie indigene, gli autoctoni sono stati direttamente associati
alla redazione della costituzione, che amplia enormemente i loro diritti.
Un’effettiva partecipazione politica ha permesso di portare i loro
rappresentanti all’Assemblea nazionale, al posto di governatore dello Stato e
alla carica di sindaco di diversi municipi. Adesso il 95% delle loro comunità
dispone di elettricità.
La dignità delle persone
passa attraverso i diritti sociali, in primo luogo la sanità e l’istruzione. Il
ministro della Sanità, Gilberto Rodriguez Ochoa, che per tutta la vita ha
esercitato come medico condotto, si è imposto quattro obiettivi: ristrutturare
e modernizzare il ministero, in particolare per quanto riguarda la riduzione
del personale e la lotta contro la burocrazia; rafforzare il sistema sanitario
attraverso la creazione di centri ambulatoriali in cui i pazienti potranno
essere curati; migliorare il servizio ospedaliero e, infine, cambiare strategia
nella lotta alle malattie endemiche come la dengue, la malaria, ecc.
“Il nostro sistema era
pieno di inefficienze”, ammette il ministro.
“Un esempio era la
priorità data agli interessi dei medici e degli infermieri rispetto a quelli
dei pazienti. Così questi ultimi avevano perso qualunque rispetto e fiducia nei
centri medici”. Con il Plan Bolívar 2000 è stato avviato un programma di
vaccinazioni completamente gratuito per combattere le malattie più comuni e
l’esercito ha messo a disposizione due équipe che prestano attenzione sanitaria
alle popolazioni più bisognose. La spesa pubblica nella sanità è arrivata
all’8% del Pil nel 2002.
La riscossa della
scuola pubblica, dell’edilizia e delle infrastrutture
L’educazione è vitale per
lo sviluppo sociale e il progetto delle “scuole bolivariane” prova ad
assicurare il diritto all’educazione a tutti i bambini venezuelani. La Banca
Mondiale ha accordato più di 30 milioni di dollari a questo progetto di
educazione integrale. I bambini ricevono la colazione, il pranzo e la merenda,
cure mediche e l’attività sportiva è obbligatoria. In tre anni, il governo ha
costruito 900 nuove scuole e ne ha ristrutturate 3100. Sicuramente ci sono
molti problemi non risolti, ma è un fatto che la percentuale del Pil destinata
all’educazione è salita dal 3% al 6,8%. Tutto è gratuito, quando prima era normale
far pagare ai genitori le tasse scolastiche.
Le famiglie non devono più
pagare le tasse di iscrizione per i figli (la matricola, che si aggirava
intorno ai 120 euro), e i direttori che non rispetteranno la legge rischiano
ormai di perdere il posto. Ecco un primo modo per combattere il terribile
problema dell’abbandono scolastico. Si stima in circa un milione e mezzo il
numero di ragazzi che lasciano la scuola prima del tempo. Fino ad aprile
dell’anno scorso la soppressione delle tasse scolastiche ha permesso l’entrata
di 600mila nuovi studenti nel sistema dell’istruzione. Nelle scuole bolivariane
l’alunno, nutrito direttamente nell’istituto scolastico, ha un programma di
attività ben definito; il suo tempo è diviso tra l’istruzione (letteratura, matematica,
storia, ecc.) e le attività culturali, sportive, manuali. Il governo desidera unificare il sistema scolastico e valorizzare
la funzione della scuola aprendola durante il giorno agli studenti, e la sera
ai cittadini e alla collettività. “Attenzione”, osserva il ministro
dell’istruzione, della cultura e dello sport, “non vogliamo dichiarare guerra
alle scuole private. Tuttavia non nascondiamo la nostra intenzione di voler
diventare competitivi, rimettendo in sesto una scuola laica di qualità”.
Accanto a 20.000 scuole
obbligate a fare i doppi turni (una metà degli studenti la mattina, l’altra il
pomeriggio), vi sono 2.250 istituti a tempo pieno e altri 750 lo dovevano
diventare entro il 2002.
Il Progetto “Simoncito”
offre aiuto alla donna durante la gravidanza e dopo la nascita si prende cura
sia del bambino che della madre. Ai quattro anni il bambino entra nella scuola
materna.
Il Plan Caracas gestito
dal comune tenta di migliorare i “ranchitos”, i quartieri abusivi costruiti
sulle colline attorno alla capitale. Gli abitanti stanno ricevendo il titolo di
proprietà del terreno e della casa dove vivono, che costituisce il primo passo
per dargli sicurezza nel futuro e bloccare la speculazione immobiliare.
Dal 1999 fino al settembre
2002, il governo ha costruito 92.000 case popolari con condizioni di acquisto
agevolate (tasso fisso del 12% durante 20 anni). Si può paragonare questa
quantità con le 65.000 case realizzate tra il 1989 e il 1998 dalla IV
República).
L’autostrada José Antonio
Páez nei Llanos è stata completata dall’esercito dopo quasi 20 anni di ritardo.
Il secondo ponte sull’Orinoco è stato cominciato. Il ponte è stradale e
ferroviario, collega il nord del Brasile col Mar Caribe. Il Venezuela è uno dei
pochi paesi al mondo dove sono in costruzione contemporaneamente quattro
progetti di metropolitana: a Caracas, Teques, Valencia e Maracaibo.
La rabbia della
borghesia
Gli ambienti affaristici
si scatenano contro l’orientamento “statalista” e “interventista” della nuova
costituzione; in particolare contro l’economia mista, la concessione della
previdenza sociale alle madri di famiglia e ai cittadini di oltre
sessantacinque anni privi di versamenti, il limite posto ai licenziamenti
ingiustificati e la riduzione della settimana lavorativa ad un massimo di
quarantaquattro ore.
All’inizio del 2002
comincia una campagna feroce in tutti i mezzi di comunicazione contro l’aumento
della spesa pubblica e la “supervalutazione” del bolivar. La Banca centrale
spende quasi 5 miliardi di dollari per mantenere il bolivar entro i valori di
cambio col dollaro per controllare la svalutazione e l’inflazione conseguente.
Infine, il governo si arrende per proteggere le riserve di valuta e gli
imprenditori ottengono l’ambita svalutazione che avrebbe dovuto aiutare l’export.
Ma non si è visto il boom
delle esportazioni, solo i guadagni degli speculatori. Con la scusa della
svalutazione aumentano tutti i prezzi, perfino dei prodotti locali e i profitti
continuano ad essere investiti all’estero. Fino alla promulgazione della legge
sui prezzi massimi degli alimenti di base il governo controllava solo il prezzo
della benzina che è fisso dal 1996.
La borghesia è arrabbiata
con Chávez perché questo governo indirizza i grandi flussi di petrodollari
verso i ceti più poveri attraverso il Plan Bolívar 2000, Il Banco del Popolo,
la Banca della Donna e investe in molti progetti di infrastrutture nelle zone
più povere. Dal 1999 più di 1,5 milioni di venezuelani dispongono per la prima
volta di acqua potabile. L’acqua potabile è basilare per far uscire la
popolazione dalla povertà, abbassare il livello di mortalità infantile (che è
calato dal 21 per mille al 17 per mille), combattere le malattie diarroiche e
incrementare la speranza di vita che nel 2000 arrivava a 72,9 anni rispetto ai
72,6 di prima di Chávez.
Nell’aprile 2001, quando
Chávez chiede la formazione di “un milione di Circoli bolivariani” per
sostenerlo, decine di migliaia di venezuelani, ognuno nella sua via, nel suo
quartiere, rispondono con entusiasmo. In gruppi di 7-15 persone discutono sul
futuro, sui bisogni più importanti, immediatamente comunicati alle autorità
interessate. “È un mezzo per fare in modo che arrivino le risorse nei settori
interessati”, spiegano al centro di coordinamento dei Circoli bolivariani del municipio
di Sucre, nella parte orientale di Caracas, “prima il destino della comunità
era nelle mani di una minoranza di politici”.
Attraverso la
presentazione dei progetti e con gli organismi adeguati - Banca del popolo,
Banca delle donne, Fondo di sviluppo della microimpresa, Fondo intergovernativo
per il decentramento (Fides), - lo Stato comincia in questi anni a dotare
queste strutture di mezzi importanti.
Un punto di svolta
decisivo arriva il 13 novembre 2001, quando Chávez firma la legge delle terre, la
legge sulla pesca e la legge sugli idrocarburi.
Immediatamente, una
coalizione formata dai ceti benestanti - comprendente la Chiesa cattolica
(rappresentata soprattutto dall’Opus Dei), l’oligarchia finanziaria, il
padronato, la borghesia bianca e il vertice di un sindacato corrotto - e che
pretende di rappresentare la cosiddetta “società civile” assieme ai proprietari
dei grandi media moltiplicano la loro campagna contro il governo, mentre cresce
a dismisura la fuga di capitali. Non c’è menzogna capace di far indietreggiare
i media, che arroventano l’opinione pubblica ribadendo ossessivamente un’idea
fissa: “Chávez è un dittatore”; e alcuni non esitano a definirlo “un Hitler”,
benché nel paese non ci sia neppure un detenuto per reati d’opinione; e martellano
sempre con la stessa parola d’ordine: “Bisogna rovesciarlo!”.
Il 10 dicembre 2001, per
protestare contro queste “minacce al libero mercato”, l’organizzazione
imprenditoriale Fedecámaras, diretta da Pedro Carmona, organizza una serrata
generale sostenuta dai media e dalla Confederazione dei lavoratori del
Venezuela (Ctv). Organizzazione corrotta, cinghia di trasmissione di Azione
democratica, la Ctv ha negoziato per anni i contratti collettivi al ribasso
svendendo gli iscritti in cambio di qualche compenso per i suoi dirigenti.
Il 5 marzo 2002 questo
“dirigente operaio” stringe la mano a Carmona e, alla presenza della chiesa
cattolica, firma con lui un Patto nazionale di governabilità che ha l’obiettivo
di ottenere “l’allontanamento democratico e costituzionale” del presidente.
Senza programma, senza
progetto, autoproclamatisi “società civile” ignorando cinicamente la
maggioranza, che continua a sostenere il capo dello Stato, i quattro
protagonisti - Fedecámaras, Ctv, Chiesa e ceti medi - ai quali si uniscono i
media riconvertiti in partito politico, cercano di creare artificialmente una
situazione di ingovernabilità.
Le continue dichiarazioni
estremiste, le marce di protesta (seguite da contromanifestazioni ancora più
massicce di sostenitori del governo) e la comparsa di quattro militari
dissidenti che rifiutano pubblicamente l’autorità del capo dello Stato non
riescono a far vacillare il potere.
La Petroleós di Venezuela
Sa (Pdvsa), società per azioni che ha come solo azionista lo Stato anche se è
gestita in realtà da un ristretto gruppo di una quarantina di dirigenti, la
cosiddetta “nomina mayor”, è al centro dello scontro. Questi “generali del
petrolio” dettano legge, applicano la “loro” politica, privilegiano gli
interessi stranieri, violano le norme dell’Opec aumentando la produzione,
vendono in perdita, indeboliscono l’impresa e ne preparano attivamente la
privatizzazione.
Desideroso di rimettere la
Pdvsa al servizio di un progetto collettivo, il governo prova a riprendere il
controllo di questo settore strategico caratterizzato da un sistema fiscale
alla deriva: rispetto a vent’anni fa, quando il 75% dei profitti era riversato
allo stato (il 25% rimaneva all’impresa), si è passati oggi all’80% per la
società e il 20% al fisco. Chávez nomina un nuovo presidente, Gastón Parra, e
un’équipe dirigente. Ma con la scusa di una gestione più efficiente, della
produttività, della redditività, dell’indipendenza di fronte alla
“politicizzazione” imposta dal governo, i tecnocrati rifiutano queste nomine e
invitano alla rivolta. I contestatori, tutti dirigenti di alto livello che
occupano posti di fiducia, non possono per la natura del loro incarico invocare
lo sciopero. Ma la cosiddetta “società civile” si schiera con loro. Sullo
sfondo gli stretti rapporti tra la borghesia venezuelana e Washington. Dalla
capitale Usa l’amministrazione di George W. Bush moltiplica gli attacchi
verbali nei confronti del presidente “bolivariano”. La sua freddezza
nell’accettare la “lotta al terrorismo”, in particolare contro la guerriglia
colombiana, i suoi accordi militari con la Cina e la Russia, il discorso
antiglobalizzazione e la sua “rivoluzione bolivariana” irritano sempre di più.
Il 6 febbraio 2002 il segretario di Stato americano Colin Powell, in un
discorso al Senato, mette in dubbio “che Chávez creda realmente alla
democrazia” e critica le sue visite “a governanti ostili agli Stati Uniti e
sospettati di sostenere il terrorismo, come Saddam Hussein o Muhammar
Gheddafi”.
Il 25 marzo Alfredo Peña,
sindaco di Caracas e oppositore forsennato del presidente, incontra di nascosto
le autorità americane. Qualche giorno dopo nel suo ufficio passano il
presidente di Fedecámaras Pedro Carmona e il vicesegretario generale della Ctv
Manuel Cova, che a sua volta incontra i rappresentanti dell’Istituto
repubblicano internazionale, tutti interlocutori ben noti per la difesa degli
interessi dei lavoratori!
Per “difendere” la Pdvsa,
dove 7 dirigenti sono stati licenziati e altri 12 messi in pensione, la Ctv e
la Fedecámaras chiamano a uno sciopero (in realtà una serrata), con un successo
modesto su scala nazionale. A questo punto, con il pretesto che il governo
potrebbe decretare lo stato di emergenza, fanno appello a partire dall’11
aprile allo sciopero generale a tempo indeterminato. Il generale Nestor
González (destituito nel dicembre 2001) alla televisione, accusa il presidente
Chávez di tradimento e chiede all’alto comando di agire.
L’11 aprile più di 300.000
oppositori marciano pacificamente verso la sede della Pdvsa-Chuao, situata
nella parte orientale della capitale.
In un clima di crescente
eccitazione, per accreditare l’idea di una “società civile” che affronta una
dittatura, si fa ricorso ai “martiri”. L’alto comando della Guardia nazionale
non ordina alcuna manovra per prevenire l’inevitabile.
L’opposizione arriva a
meno di 100 metri da Miraflores e da decine di migliaia di “chavisti”, alcuni
armati di bastoni e di pietre, scesi in piazza per proteggere con il loro corpo
il presidente. Quindici guardie nazionali, non una di più, si interpongono per
impedire lo scontro. I 15 morti e 350 feriti (di cui 157 per ferite da arma da
fuoco) di questi giorni saranno attribuiti ai Circoli bolivariani, i cui membri
avrebbero freddamente sparato su una manifestazione pacifica.
È falso. Misteriosi cecchini
appostati sui tetti di alcuni edifici di una decina di piani hanno fatto le
prime quattro vittime tra gli stessi poliziotti. In seguito, dopo aver fatto
salire la tensione, si sono accaniti sull’opposizione con mortale precisione.
La maggioranza dei morti infatti sono chavisti. La confusione è totale. Gruppi
della polizia metropolitana del sindaco di opposizione Alfredo Peña sparano ad
altezza d’uomo.
La Guardia d’onore del
presidente arresta tre cecchini, tra cui due agenti della polizia di Chacao
(quartiere a est della capitale) e uno della polizia metropolitana. I golpisti
li liberano appena prendono il potere. Il giorno dopo sugli schermi di
Venevisión il viceammiraglio ribelle Vicente Ramírez Pérez confida: “Avevamo il
controllo di tutte le telefonate del presidente ai comandanti di unità. Ci
siamo riuniti alle 10 del mattino per pianificare l’operazione”. È stato
trovato un video dove i generali golpisti fanno le prove della loro accorata
dichiarazione lamentando i morti e rifiutando il caos prima che accadessero gli avvenimenti sopracitati! Chi scrive ha
potuto vederlo nella televisione.
Lo scopo voluto è
raggiunto. Alle 18, “sconvolto dal numero di vittime”, il generale Efraín Vasquez
Velasco annuncia che l’esercito non obbedirà più al presidente Chávez. Qualche
ora prima la quasi totalità del comando della Guardia nazionale ha fatto
altrettanto. Alle 3,15 del mattino il generale Lucas Rincón legge un ultimo
comunicato: “Di fronte a tali avvenimenti sono state sollecitate le dimissioni
del presidente della repubblica. Che ha accettato”. Nel corso delle trentasei
ore successive questo messaggio passerà ogni venti minuti alla televisione.
Governo
confindustriale per 48 ore
Nominato il 12 aprile alla
presidenza, il capo degli imprenditori Carmona scioglie l’Assemblea nazionale,
tutti i corpi costituiti, destituisce i governatori e i sindaci e sospende
tutte le 49 “leggi abilitanti”. Dichiara che almeno per un anno non si faranno nuove
elezioni! Il portavoce della Casa bianca Ari Fleisher si congratula con
l’esercito e la polizia venezuelana “per aver rifiutato di sparare contro
manifestanti pacifici” e conclude: “Alcuni simpatizzanti di Chávez hanno
sparato contro queste persone e ciò ha rapidamente portato a una situazione che
ha provocato le sue dimissioni”. Mentre l’Organizzazione degli Stati americani
(Oea) si prepara a condannare il colpo di Stato, gli ambasciatori degli Stati
uniti e della Spagna a Caracas si affrettano a salutare il nuovo presidente. Il
primo gesto del governo spagnolo, che presiedeva l’Unione europea, non è quello
di condannare il golpe, ma di pubblicare il 12 aprile a Washington una
dichiarazione congiunta con il governo americano che richiede ai golpisti di creare
“un quadro democratico stabile”!
Nel frattempo in questo
paese che per tre anni non ha conosciuto né assassini, né rapimenti, né
incarcerazioni politiche, la repressione si abbatte sui ministri, sui deputati,
sui militanti; decine di locali e di abitazioni sono perquisiti, centoventi
“chavisti” imprigionati. C’è una lista di 4.500 persone da prendere a tutti i
costi.
Alla Venevisión, dove è
intervistato dalla giornalista Ibeyssa Pacheco, il colonnello Julio Rodriguez
Salas, conclude con un grande sorriso il suo intervento: “Abbiamo avuto una
grande arma: i media! E poiché se ne presenta l’occasione, vorrei congratularmi
con voi”. Così, in nome della democrazia, la “società civile” instaura una
dittatura.
È molto significativa la
quasi totale assenza di reazione internazionale davanti ad un golpe contro un
governo che sta portando avanti, nel massimo rispetto delle libertà, un
programma moderato di riforme sociali: dimostra come le diverse borghesie non
badano alle formalità quando si tratta di difendere i propri interessi.
Ancora più significativo
risulta constatare che i partiti socialdemocratici europei, come il Psoe, il
Psf o i Ds sono rimasti in silenzio durante la breve parentesi di soppressione
delle libertà in Venezuela.
Un dirigente storico della
socialdemocrazia come Felipe González ha avuto perfino l’indecenza di
giustificare il colpo di Stato, e non ha esitato ad associarsi all’euforia
manifestata dal Fondo monetario internazionale, dal presidente degli Stati
uniti e dal primo ministro spagnolo José Maria Aznar…
La reazione popolare
schiaccia i golpisti
Il seguito è noto. Chávez
non si era affatto dimesso, anche se non aveva accettato di seguire i suoi
sostenitori nei quartieri popolari di Caracas e aveva provato a contrattare
l’esilio per lui e la sua famiglia coi golpisti… Ma il 13 aprile i suoi
sostenitori, a milioni, occupano le strade e le piazze di tutto il paese. Si
presentano davanti alle caserme chiedendo armi per lottare contro la
controrivoluzione e più di 100mila assediano la caserma dello Stato Maggiore
dell’esercito esigendo la liberazione di Chávez. Nel pomeriggio la sua Guardia
d’onore torna a Miraflores e aiuta alcuni ministri a rioccupare l’ufficio
presidenziale.
Seguendo l’esempio del
generale Raúl Baduel, capo della 42° brigata dei paracadutisti di Maracay,
alcuni comandanti fedeli alla costituzione riprendono il controllo di tutte le
guarnigioni. Divisi fra loro, senza prospettive chiare, temendo una reazione
incontrollabile della popolazione e scontri tra militari, i generali golpisti
si tirano indietro. Nella notte il presidente legittimo ritorna a Miraflores.
Torna con un discorso conciliatorio, chiedendo all’opposizione di riflettere e
promettendo il perdono a chi sia disposto a rispettare la volontà popolare. Non
capisce quanto la difesa degli interessi della cricca di capitalisti sia
inconciliabile col miglioramento delle condizioni della stragrande maggioranza
dei venezuelani, che l’ha votato proprio perché le cose cambino davvero. E come
è sempre successo la reazione si riprende presto dalla sconfitta e torna
all’attacco con più impeto.
Questo primo tentativo
serio della controrivoluzione fu sconfitto grazie all’insurrezione spontanea
delle masse. Senza un partito, senza una direzione, senza un programma e
un’idea chiara di dove stavano andando, uomini e donne comuni dei quartieri
poveri di Caracas semplicemente si levano in piedi e cominciano a prendere
nelle loro mani il loro destino.
La qualità della direzione
è un elemento chiave sia nella rivoluzione che nella guerra. È decisivo sia per
le forze della rivoluzione che per quelle della controrivoluzione.
Immediatamente dopo aver preso il potere, la coalizione di capitalisti,
avventurieri politici, burocrati sindacali e ufficiali dell’esercito scontenti,
comincia a dividersi sul da farsi. Quando si trovano davanti una sfida seria
(le masse nelle strade) collassano come un castello di carte. Questi
avvenimenti, provocando la reazione delle masse segnano un punto di non ritorno
nella storia del Venezuela. Come hanno potuto imparare i capitalisti sei mesi
dopo, in occasione della serrata di dicembre, dopo l’aprile non è possibile
cambiare le sorti del paese senza sconfiggere le masse rivoluzionarie, che
ancora oggi non dispongono di strutture di coordinamento nazionali, che si
perdono spesso in azioni locali, che ancora “credono” in Chávez, ma che a
differenza del passato oggi sono attive e ben presenti sulla scena politica.
Questi avvenimenti hanno
evidenziato le carenze del Movimento per la quinta repubblica (Mvr), la coalizione
elettorale di Chávez che è stata creata in tutta fretta per vincere le
elezioni. Vi si ritrovano “chavisti” convinti, rivoluzionari, ma anche - con la
speranza di qualche prebenda - membri di vecchie formazioni politiche e
opportunisti di tutte le risme. Lo stesso discorso vale per i partiti alleati -
Movimento verso il socialismo (Mas), Causa R, Movimiento 1° di Mayo o il leader
di Patria para todos (Ppt) Pablo Medina. Da ciò derivano i numerosi
rovesciamenti di fronte, le rotture di alleanze, le dimissioni, i licenziamenti
seguiti dal passaggio al nemico, che danno l’impressione di un potere fondato
sull’improvvisazione permanente.
Una corsa a ostacoli
analoga si è osservata negli apparati di Stato e nella pubblica
amministrazione, corrotti da quarant’anni di clientelismo.
Per portare a termine le
riforme i ministri o i quattordici governatori “chavisti” possono contare
all’interno delle loro istituzioni solo su qualche funzionario di grado
elevato. “Non abbiamo fatto una caccia alle streghe, noi garantiamo il
cambiamento con la gente del passato, per lo più militanti di Ad o del Copei”.
Questo esercito di quadri intermedi e di dipendenti frena i programmi, blocca i
progetti, paralizza il trasferimento delle risorse ai municipi.
Non ci può essere nessun
dubbio che se Chávez avesse voluto basarsi sullo slancio delle masse,
nell’aprile dell’anno scorso il capitalismo in Venezuela poteva essere
rovesciato. Inoltre, ciò poteva accadere facilmente, sicuramente senza una
guerra civile. Invece il discorso di Chávez fu conciliatorio e arrendevole. Per
un periodo sembrava che tenesse solo alla calma sociale, non capendo che la
destra golpista non si sarebbe fermata fino a quando non avesse visto la
cosiddetta “rivoluzione bolivariana” morta e sepolta. Come sempre è successo
l’arrendevolezza è un’invito all’aggressione e così la destra ha organizzato il
secondo assalto, la serrata di fine anno.
La serrata di
dicembre
Dopo di un tentativo di
serrata in ottobre che fu un clamoroso insuccesso e solo dopo sei mesi dal
tentato golpe, la borghesia venezuelana, con l’appoggio dei dirigenti della Ctv
e dei mass-media che controllano direttamente all’85%, si lanciano in un’altra
prova di forza contro il governo con la richiesta di dimissioni immediate.
Secondo la stampa borghese, in Venezuela come all’estero, nel paese è in corso
uno sciopero generale a oltranza per ripristinare la democrazia. Si tratta, in
realtà, di una serrata diretta e organizzata dalla classe dominante. Dal 2
dicembre la stampa mondiale fa da cassa di risonanza per i loro comunicati
trionfanti. Il paese è bloccato - dicono - e questa volta Chávez se ne dovrà
andare. Ma la realtà è molto diversa.
Nello stato di Bolívar,
dove si concentrano l’industria di base e le miniere, tutte le aziende restano
aperte perché i lavoratori si oppongono attivamente alla serrata. Restano
aperte inoltre le centrali idroelettriche. In Carabobo, dove si concentra
l’industria manifatturiera, i lavoratori – la cui maggioranza è organizzata in
sindacati appartenenti alla corrente sindacale Bloque Sindical Clasista e Democrático – si pronunciano contro la
serrata nelle principali aziende come Ford, Chrysler, General Motors, Goodyear,
Firestone, Pirelli, ecc. Dove trovano le aziende chiuse, i lavoratori, per
dimostrare la loro opposizione, si presentano tutti i giorni alle porte e si
fanno certificare da un notaio che non hanno potuto entrare per la serrata.
Questa è la situazione dominante dappertutto. Il trasporto ha funzionato sempre
normalmente, sia gli autobus urbani che gli interurbani e la metro di Caracas.
Gli aeroporti non sono stati bloccati con l’eccezione di alcuni voli interni
per mancanza di combustibile. Le fasce più avanzate del movimento sindacale
avanzano lo slogan di “fabbrica chiusa, fabbrica occupata”, ma solo in pochi
casi alle parole seguono i fatti.
Nel settore del commercio,
chiudono le grandi superfici commerciali, mentre i piccoli commercianti restano
aperti. Dopo pochi giorni i supermercati cominciano a riaprire alla
spicciolata. Nella ristorazione chiudono solo i McDonald’s che vengono coperti
di scritte che proclamano “Viva la arepa” (torta tradizionale venezuelana).
Così il “paro” si riduce
ad una serrata padronale parziale e al sabotaggio dell’industria petrolifera
che ha provocato un calo produttivo serio per quasi 45 giorni.
La Pdvsa (Petroleos di
Venezuela), che da sola rappresenta l’80% del Pil del paese, è stata
coscientemente sabotata dalla maggioranza dei suoi dirigenti. Questi non si
limitano a bloccare gli impianti, ma distruggono sistemi informatici, prendono
misure per impedire la messa in funzione manuale dei sistemi, arrivano a
bloccare delle superpetroliere nel canale di Maracaibo, coi conseguenti
pericoli per la navigazione ecc. Allo stesso tempo, mediante il controllo sui
sistemi amministrativi, si fanno arrivare in anticipo la tredicesima e un
salario (anche se teoricamente erano in sciopero).
Il potenziale massimo di
produzione del Venezuela, è di 3,9 milioni di barili al giorno. Prima della serrata
si producevano 3,2 milioni di barili, ma dopo la produzione cala a 300mila
barili. È ancora presto per poter stabilire le perdite subite tra dicembre e
gennaio, ma sicuramente non saranno inferiori ai 7 miliardi di dollari. Molti
lavoratori del petrolio subiscono pressioni dai manager con telefonate alle
loro case, alle moglie, con minacce di licenziamento, offerte di soldi, ecc.
L’esempio più importante di lotta contro la serrata è quello della raffineria El Palito, dove 60 lavoratori restano al
lavoro superando il sabotaggio informatico e si fermano solo quando i depositi
sono pieni per mancanza di mezzi di trasporto.
Alla fine la pressione dei
lavoratori costringe l’azienda di trasporto Ferrari a riprendere il lavoro e
cominciano ad arrivare le gandolas
(camion cisterna) di benzina sotto la vigilanza della Guardia Nacional e del
popolo che mantiene picchetti 24 ore su 24 per evitare sabotaggi. Attraverso
esperienze come queste molti lavoratori cominciano a capire che per far
funzionare le aziende non servono i dirigenti.
Ad Ananco, Anzoategui, il sindaco e il governatore impediscono la
spedizione del gas per le aziende dello Stato Bolívar nella Guayana. A questo
punto migliaia di lavoratori delle aziende siderurgiche, organizzati dal
potente sindacato Suttiss, si muovono in autobus verso Ananco e appoggiati dai
lavoratori della Pdvsa e dalla popolazione locale, fanno riprendere
l’erogazione del gas.
Infine la domenica 22 di
dicembre si inizia a scaricare la petroliera “Pilín León” nello stato di Zulia,
dopo che marinai dell’armata arrestano il capitano e l’equipaggio, che si
rifiutavano di rispettare l’ordine giudiziario di abbandonare la nave. Questa
nave era diventata il simbolo del cosiddetto “paro nacional”. Da questo momento
in poi era evidente a tutti che la prova di forza dell’opposizione era
destinata al fallimento.
In molte strutture della
Pvdsa ci sono stati esempi avanzati di controllo operaio della produzione. È
importante segnalare che il coinvolgimento dei lavoratori non si deve ad una richiesta
salariale o la lotta contro i licenziamenti, ma alla comprensione del carattere
controrivoluzionario della serrata e alla volontà di difendere il processo
rivoluzionario in Venezuela. Diverse settimane dopo la fine della serrata a
questi elementi di controllo operaio si mantengono ancora in molte realtà coi
lavoratori che pretendono di controllare il processo delle assunzioni, di
partecipare attivamente nella preparazione dei piani di ristrutturazione e in
generale difendendo il loro diritto a controllare ed eventualmente contestare
le decisioni dei direttori.
Le banche, che aderivano
allo “sciopero” mantenendo un orario ridotto, vengono in molti casi obbligate
dai clienti a restare aperte finche c’era gente in coda. A Carabobo, il Blocco
Sindacale Classista e Democratico che organizza 52 sindacati in questo Stato,
scrive in un volantino contro la chiusura delle banche:
“…Non un solo bolivar per
i golpisti. La banca privata guadagna col danaro dello Stato mentre appoggia la
serrata criminale di Fedecamaras e della cupola degenerata della Ctv che usurpa
la rappresentanza dei lavoratori. Chiediamo la centralizzazione del sistema
finanziario mediante una banca unica statale che dia priorità al finanziamento
della produzione di beni, servizi, opere pubbliche e case. Controllo
democratico della banca da parte dei lavoratori bancari, delle organizzazioni
operaie e dei risparmiatori, con diritto a eleggere democraticamente e a
revocare l’amministrazione delle banche”.
L’assemblea dei lavoratori
delle Poste invia una lettera al presidente Chávez, nella quale non solo si
dichiara il loro appoggio al processo rivoluzionario, ma chiedono di prendersi
le proprie responsabilità: “...Oggi scopriamo in noi stessi la forza e lo
spirito della costituzione e dei tuoi messaggi, che ci invitano ad essere
protagonisti della costruzione del nostro avvenire, attraverso la
partecipazione ed esercitando il POTERE POPOLARE (...) perciò ti chiediamo,
come parte di questo esercizio del potere popolare, di permetterci di continuare
praticando, attraverso le assemblee dei lavoratori, la designazione dei nostri
dirigenti di IPOSTEL, facendo sì che i lavoratori controllino chi scelgono e
chi investono degli interessi dei lavoratori (...)”.
I mezzi di
“comunicazione”
In una società che, a
sentire il Coordinamento dell’opposizione, è scivolata nella “dittatura
comunista”, l’immensa maggioranza dei giornali, radio e tv fanno parte
dell’opposizione al governo di Chávez. Non si tratta solo di manipolare e
nascondere l’informazione, come ha fatto la stragrande maggioranza dei media
internazionali. In Venezuela giornali, radio e tv in mano ai grandi capitalisti
(l’85% del totale) sono stati centrali nella strategia di attacco al governo,
per creare l’isteria in quel 20-30% della popolazione che crede di aver
qualcosa da perdere nella “rivoluzione bolivariana”. Nonostante lo “sciopero”,
giornali e Tv non si sono mai fermati, anzi hanno cancellato la normale
programmazione e si sono dedicati a raccontare il grande successo dello
sciopero per la democrazia. Gli unici spot trasmessi erano del Coordinamento
Democratico (popolarmente conosciuto come la Conspiradora antidemocratica).
La verità è che non c’è
paese al mondo con più libertà di espressione del Venezuela. Uno degli
opinionisti del Nacional (il
principale quotidiano borghese), in un articolo intitolato “Il golpe
necessario”, difendeva il golpe contro Chávez con l’argomento che in realtà era
Chávez a cercarlo rifiutando di andarsene per la “via democratica”. La stessa
gente aveva provato a dimostrare, in occasione del fallito golpe dell’11 aprile
2002 che esso era stato organizzato da Chávez per “fare la vittima”. Articoli
di questo tenore compaiono tutti i giorni, finora senza conseguenze!
Questa impressionante
campagna mediatica è stata decisiva per la polarizzazione del paese. Ampi
settori dei ceti medi credono fermamente che il paese va verso il
“Castro-comunismo”, e che vivono già in un regime dittatoriale. Dall’altra
parte, una rappresentanza così falsata della realtà ha provocato l’indignazione
della stragrande maggioranza della popolazione, che boicotta giornali e tv, si
organizza per sapere attraverso internet e i cellulari cosa accade realmente e
partecipa ad un’autentica esplosione di giornali locali, volantini, radio e
televisioni alternative.
Le misure del
governo
La fuga di capitali (più
di 35 miliardi di dollari sono usciti dal Venezuela negli ultimi 12 mesi) ha
portato l’economia sull’orlo del collasso e il sabotaggio della Pdvsa negli
ultimi due mesi ha aggravato ancora il problema.
Il governo ha dovuto
prendere misure urgenti, come il controllo degli scambi di valuta, che se si
fosse deciso almeno un’anno prima avrebbe evitato la speculazione contro il
bolivar. Chávez minaccia l’intervento statale nella banca privata, e ha fissato
per legge i prezzi massimi degli alimenti di base. Pochi giorni fa è stata
approvata una legge sui mezzi di comunicazione che renderà possibile
incriminarli per la loro sfacciata attività golpista.
Ma in passato più volte
Chávez ha fatto minacce che poi sono rimaste sulla carta. Oggi alle parole
devono seguire i fatti, pena la sfiducia e la demoralizzazione di ampie fasce
della popolazione. L’occupazione della Coca Cola e della Polar nello Stato di
Carabobo sono esempi di quello che andrebbe fatto. Il governo di Chávez,
contrariamente all’impressione che si vuole trasmettere in Venezuela e
all’estero che sia dittatoriale e autoritario, è precisamente il contrario. La
principale critica che si può fare a Chávez è quella di essere stato troppo
morbido con la reazione, di averle permesso di organizzare il golpe dell’11
aprile senza difficoltà e, ancora peggio, che dopo il suo insuccesso gli unici
in galera siano cinque bolivariani che si sono difesi contro i golpisti.
Ancora durante l’ultima
serrata il governo ha preso quasi tre settimane di tempo prima di prendere
misure legali contro gli alti dirigenti della Pdvsa e contro gli equipaggi
delle navi ribelli.
Alcuni provano a
giustificare l’atteggiamento del governo dicendo che se si prendessero dure misure
contro i golpisti ciò provocherebbe una reazione internazionale e nel caso che
il governo avanzasse verso la nazionalizzazione delle banche e delle grande
aziende ci sarebbe l’intervento militare degli Usa.
Questo argomento è falso.
In primo luogo bisogna dire che l’oligarchia locale e l’imperialismo sono già
apertamente schierati contro il processo rivoluzionario nel Venezuela. Il
motivo è che le misure prese dal governo di Chávez (particolarmente la legge
sulla terra, quella della pesca e quella sul petrolio e gas), malgrado siano
leggi che non rompono col sistema capitalista, attaccano gli interessi dei
capitalisti nazionali e stranieri. Ancora più importante: il processo di
autoorganizzazione e mobilitazione delle masse che si è aperto (la ragione principale per la quale dobbiamo
parlare di una rivoluzione in atto – anche se il programma di Chávez si propone
– solo – di “costruire in Venezuela un paese moderno e più giusto”) è in se
stesso una minaccia mortale per gli interessi dei capitalisti. L’unico modo che
avrebbe Chávez di “non provocare la reazione” sarebbe revocare le leggi
sopracitate e ancora meglio rinunciare rinnegando il processo rivoluzionario.
La tattica moderata del
governo non ha reso più mansueta l’opposizione reazionaria, al contrario l’ha
incoraggiata ad osare di più mentre rischia di smobilitare e disorientare le
masse rivoluzionarie.
Forse per questo il
comportamento di Chávez nelle ultime settimane si è radicalizzato. Il 17
febbraio minaccia le aziende produttrici di farina di mais – che a loro volta
avevano dichiarato di non potere produrla al prezzo di vendita di 750 bolivar
al chilo richiesto dal governo – di utilizzare l’esercito per occupare le
aziende. E aggiunge che l’offensiva del suo governo continuerà, perché la rivoluzione
non permetterà più attacchi contro il popolo.
Il 19 febbraio è arrestato
il presidente della Fedecameras, l’organizzazione dei capitalisti che ha
diretto la serrata di dicembre. Lui e Carlos Ortega, il contestato presidente
della Ctv sono accusati di “ribellione, tradimento della patria, istigazione a
delinquere e devastazione” come massimi responsabili degli avvenimenti degli
ultimi due mesi che hanno provocato perdite che superano i sette miliardi di
dollari solo per il settore statale dell’economia. La reazione contro questi
arresti è quasi inesistente a dimostrazione che al momento i seguaci della
destra reazionaria sono confusi e demoralizzati.
Rivoluzione
bolivariana o socialista?
Chávez, in una manifestazione
a Barqui-simeto il 20 febbraio, ha chiamato il popolo a “uscire nelle strade
per appoggiare la giustizia, giacché la rivoluzione si difende nelle strade,
vedremo chi ha più potere, i golpisti o il popolo di Bolívar, l’oligarchia
antipatriota o i patrioti del Venezuela’’.
Ma sarebbe una pia
illusione immaginare che possa esistere una “via giudiziaria” alla rivoluzione
in Venezuela. I “due Carlos” possono essere anche condannati, ma ciò non cambia
una virgola i termini del problema: un governo che conta da anni sull’appoggio
attivo del 60-70% della popolazione avanza delle proposte per migliorare le
condizioni di vita di larghe masse diseredate, vuole mantenere pubblica la
principale risorsa del paese e distribuire ai contadini senza terra quegli
spazi (superiori ai 5.000 ettari) che sono improduttivi. Non è la rivoluzione
socialista, ma i capitalisti venezuelani e internazionali la trattano come se
lo fosse e cioè boicottano il processo con tutti i mezzi a loro disposizione (e
sono molti) e provando a organizzare il suo rovesciamento con qualsiasi mezzo.
Il programma della
rivoluzione bolivariana prova a realizzare (con 200 anni di ritardo) la
rivoluzione borghese antilatifondista e anticoloniale indispensabile per lo
sviluppo del paese e per ridurre la povertà e le disuguaglianze. Il problema è
che la borghesia venezuelana è la meno interessata al suo successo, essendosi
ricavata uno spazio ben pagato come agente dell’imperialismo in uno dei paesi
più ricchi al mondo in materie prime.
È ovvio che in un paese
con il 60% delle terre in mano al 2% della popolazione bisogna realizzare una
riforma agraria e Chávez ha dichiarato orgoglioso che hanno studiato, tra le
altre, la riforma realizzata dalla Dc negli anni ‘50 in Italia per preparare la
sua legge sulla terra. Come è impossibile permettere che la Pdvsa si tenga
l’80% del fatturato, lasciando alle finanze statali solo le briciole. Ma queste
riforme, che cercano di costruire un capitalismo più efficiente, non godono
dell’appoggio dei grandi capitalisti venezuelani e se i lavoratori le vogliono
imporre dovranno farlo contro la propria borghesia!
Analizzando lo sviluppo
della rivoluzione russa del 1905, Trotskij costatò il ruolo reazionario e
l’assoluta incapacità delle borghesie nascenti nei paesi coloniali o
semicoloniali di realizzare quella rivoluzione borghese che in paesi come la
Francia o la Gran Bretagna aveva cancellato i retaggi feudali. Ciò era dovuto
al fatto che i borghesi avevano più paura della rivoluzione socialista e
preferivano allearsi con la reazione dei latifondisti contro il movimento
operaio emergente. La teoria della rivoluzione permanente parte da questa
constatazione e postula che i compiti tradizionali della rivoluzione borghese
dovranno essere assunti dai lavoratori, che a questo punto però non potranno
fermarsi e dovranno continuare verso la rivoluzione socialista, unico modo di
consolidare la rivoluzione.
La rivoluzione venezuelana
ha raggiunto un punto dal quale non può tornare indietro. Può riuscire solo con
la mobilitazione generale della classe operaia e i contadini. Organizzati in
comitati rivoluzionari eletti democraticamente, devono prepararsi alla presa
del potere.
Questo processo è già
cominciato. Le masse, che appoggiano a stragrande maggioranza la rivoluzione, si
stanno organizzando nei quartieri, nelle fabbriche e perfino nelle baracche.
Abbiamo visto sorgere questi comitati dappertutto e dopo il tentato golpe
provano a coordinarsi a livello locale, regionale e della Repubblica. Ci sono i
Circoli Bolivariani, l’Assemblea Popolare Rivoluzionaria, l’Alleanza Popolare
Bolivariana in Zulia, il Coordinamento Popolare di Caracas, el Comando Único
Revolucionario de Barquisimeto e tra i lavoratori il Blocco Sindacale
Democratico e Classista. Quest’ultimo chiede l’arresto degli organizzatori del
golpe, la nazionalizzazione dei mezzi di comunicazione sotto il controllo
operaio, una scala mobile prezzi-salari e la nazionalizzazione dell’industria
del petrolio. Questo organismo è sorto nello stato industriale di Carabobo e conta
sull’appoggio dei sindacati di Ford, Mavesa, Firestone, Goodyear, General
Motors, e dei sindacati regionali del tessile e degli elettrici.
Un’organizzazione simile esiste nello Stato di Aregua tra i lavoratori del
tessile, i metalmeccanici, quelli dei mattatoi, gli alimentaristi, le cartiere
e le fabbriche di Iberia e di Pepsi Cola. Esistono correnti classiste in altre
parti del Venezuela come lo Stato di Lara (El Topo Obrero), Anzoátegui (La
Jornada), e migliaia de attivisti sindacali classisti in organizzazioni come
Autonomía Sindical e la Fuerza Bolivariana de Trabajadores.
Tutte queste
organizzazioni appoggiano la rivoluzione mentre mantengono un atteggiamento
critico verso l’organizzazione ufficiale del movimento bolivariano, il
Movimento per la Quinta República (MVR).
Ma la mobilitazione delle
masse, non basta. Per trionfare il movimento rivoluzionario richiede non solo
coraggio e spirito di lotta, ma obiettivi chiari, un programma, una strategia e
parole d’ordine efficaci.
I controrivoluzionari hanno
un obiettivo chiaro, e l’hanno perseguito, sistematicamente e instancabilmente,
con tattiche abili, ben elaborate e senza preoccuparsi di leggi o costituzioni
pur di difendere i loro interessi di classe. Il movimento rivoluzionario
venezuelano dovrebbe imparare da questa gente. Quando Chávez fu eletto cinque
anni fa promise di realizzare un cambiamento decisivo nella società
venezuelana. Per questo la gente credette in lui. Ci sono stati alcuni
cambiamenti importanti e vanno difesi. Ma l’economia del paese continua ad
essere nelle mani di una minuscola oligarchia che ha portato il Venezuela alla
rovina. Nella misura in cui la terra, le banche e le grosse industrie restano
nelle loro mani, non c’è soluzione ai problemi dell’80% della popolazione
venezuelana.
Il Venezuela deve fare una
rivoluzione sociale. La questione è: chi deve dirigere il paese? Un pugno di
ricchi magnati appoggiati dagli Usa o l’immensa maggioranza della popolazione,
il cui “crimine” è quello di ricercare una vita migliore per loro e i loro
figli? La cosiddetta “società civile” si riempie la bocca della parola
democrazia. Ma la loro democrazia è la dittatura del Capitale contro la
maggioranza dei venezuelani.
Perciò è assolutamente
necessario che le masse mantengano l’iniziativa, che mettano in pratica le loro
richieste, senza aspettare che il governo glielo chieda. Solo su queste basi è
stato possibile vincere la controrivoluzione in aprile e in dicembre. Sotto la
pressione della reazione borghese che esigeva le sue dimissioni e utilizzava
tutti i mezzi per ottenerle e – molto importante – sotto la pressione delle
masse mobilitate, nonostante i suoi tentennamenti, l’atteggiamento di Chávez
dopo la serrata e il tentato golpe di dicembre è molto diverso a quello che
ebbe dopo il golpe di aprile 2002. Ora parla apertamente della necessità di
passare all’offensiva. Fa appello a migliorare il livello di organizzazione
delle masse, ha riconosciuto pubblicamente il ruolo della classe operaia nella
sconfitta della reazione e in generale ha preso l’iniziativa abbandonando il
discorso conciliatorio e arrendevole che aveva dopo l’aprile dell’anno scorso.
Inoltre - e ancora più
importante - solo sulle basi della partecipazione attiva delle masse sarà
possibile costruire le basi della democrazia operaia, un sistema dove non solo
sia possibile revocare dopo la metà del mandato gli eletti a qualsiasi livello,
come riconosce oggi la costituzione bolivariana, ma far sparire quella cesura
che separa gli amministrati dagli amministratori sulla base della discussione e
partecipazione delle masse alla vita politica a tutti i livelli.
Fin quando ci sarà la
mobilitazione delle masse l’intervento degli Usa non è possibile. Bisogna dire
che il Venezuela non è Granada o Panama. È vero che la forza militare di
Washington è immensa, ma ciò non vuol dire che può sempre e comunque
schiacciare un movimento rivoluzionario in qualsiasi paese. Sarebbe un
intervento molto rischioso e l’esito finale non dipenderebbe dal rapporto di
forze militari ma si giocherebbe sul terreno della politica e non solo in
Venezuela, ma in tutta l’America latina – dove non c’è un solo regime borghese
stabile – e anche negli Usa, dove i latinos
sono la principale minoranza etnica.
Una delle peculiarità del
processo che si svolge in Venezuela è che un settore importante delle Forze
Armate si identifica apertamente con la rivoluzione bolivariana. Ciò si deve
all’estrazione sociale di molti ufficiali, che – a differenza di altri paesi -
provengono in maggioranza da famiglie contadine e non dalla borghesia e piccola
borghesia che in Venezuela aveva attività più lucrose da svolgere, e al ruolo
della borghesia corrotta e venduta all’imperialismo, che provoca il deciso
rifiuto di una parte degli ufficiali. Ma la struttura dell’esercito non è
cambiata. Indipendentemente dalle simpatie di molti ufficiali, l’esercito ha
sempre un carattere borghese e se il processo rivoluzionario andasse fino in
fondo non si manterrebbe neutrale. Non ci si può illudere: o l’esercito va con
la controrivoluzione o appoggia la rivoluzione e per farlo fino in fondo deve
democratizzarsi, cioè trasformare il suo carattere borghese attraverso
l’elezione degli ufficiali, la piena libertà di discussione, il rafforzamento
dei legami coi lavoratori e le organizzazioni popolari, di fatto fondendosi col
popolo rivoluzionario
Una grande vittoria
o una grande sconfitta
La tragedia del Venezuela
è che Chávez non è un marxista e il movimento bolivariano non è un partito
comunista rivoluzionario. Il che non vuol dire che in Venezuela non sia in atto
una rivoluzione e… una controrivoluzione. Lo scontro, che va avanti da anni e
che ha polarizzato il paese, si dovrà decidere o con una grande vittoria delle
forze rivoluzionarie o con una grande sconfitta. Nelle 48 ore che durò il golpe
dell’11 aprile giravano liste nere di 4.500 persone da sopprimere
immediatamente…
I rivoluzionari sono
contro lo spargimento di sangue e la violenza gratuita. Allo stesso tempo non
si può nascondere che l’opposizione borghese sia fortemente armata, che
controllano diverse forze di polizia (come la polizia metropolitana di Caracas,
forte di 24.000 agenti), che nei quartieri ricchi si struttura una sorta di
milizia paramilitare… Tutto ciò non ha provocato finora un bagno di sangue
perché il rapporto di forze è troppo sbilanciato a favore della rivoluzione.
Dal golpe dell’11 aprile,
che è stato il punto più alto del loro potere, i cospiratori si sono indeboliti
per almeno due ragioni: si sono divisi tra di loro alla ricerca dei capri
espiatori per i loro insuccessi e hanno perso una parte importante della loro
base sociale tra i ceti medi. Dal colpo di Stato dell’11 aprile, molti
appartenenti a questi ceti hanno capito che erano usati come carne da cannone
per riuscire ad imporre una dittatura. Ciò è diventato evidente in occasione
della serrata del dicembre 2001 che è stata organizzata dalla reazione per
tentare di impedire l’entrata in vigore di diverse leggi, che toccano interessi
vitali della élite economica. Particolarmente, la Legge delle Terre che più che
ai grandi latifondisti della campagna, fa paura agli speculatori immobiliari
delle zone urbane. La Legge degli Idrocarburi è ancora più pericolosa perché
minaccia la burocrazia della Pdvsa, la nomenclatura corrotta del petrolio che
controlla la vita economica del paese e che era abituata a dirigere l’azienda –
statale al 100% – come fosse di sua proprietà. La dichiarazione nella legge che
il petrolio venezuelano non può essere privatizzato blocca infine tutti i piani
della borghesia venezuelana e internazionale di privatizzare la Pdvsa.
Ma se si continua a
permettere l’impunità della borghesia reazionaria, il boicottaggio organizzato
e la campagna mediatica isterica, prima o poi crescerà la stanchezza e il
disorientamento. Dopo l’insuccesso del golpe dell’11 aprile e il fallimento
della serrata di dicembre e gennaio la borghesia venezuelana e internazionale
si prepareranno meglio la prossima volta. Lo scontro finale non è ancora
arrivato. Le dichiarazioni di Chávez, che invoca un’opposizione democratica,
che si misuri sul terreno elettorale, sono destinate a cadere nel vuoto, come
il Patto di Pacificazione firmato la settimana scorsa sotto l’auspicio del
Presidente dell’Organizzazione degli Stati americani.
Negli ultimi 6 anni ci
sono state 7 consultazioni democratiche regolarmente perse dalla destra. In
questo terreno non si aspettano di vincere a breve termine. Possono invece
usare i potenti mezzi economici e mediatici a loro disposizione per creare le
condizioni di una controrivoluzione. I precedenti non mancano. In Nicaragua la
reazione vinse le elezioni dopo che anni di blocco economico e di guerriglia
finanziata dagli Usa, uniti agli errori e alle esitazioni dei sandinisti,
avevano demoralizzato le masse e fatto perdere la speranza di un miglioramento.
In Cile la reazione si scatenò fin dal principio con il bagno di sangue del
colpo di Stato dell’11 settembre 1973. Quale che sia la strada che sceglieranno
in Veneruela, lo scopo sarà in ogni
modo bloccare il processo rivoluzionario. Tanto più i mezzi “pacifici”
si dimostreranno inefficaci, tanto più la classe dominante e l’imperialismo
saranno disposti alle misure più feroci per riprendere il controllo. Il carattere di operetta che i tentativi di golpe
controrivoluzionario hanno avuto in Venezuela finora non si deve alla stupidità
intrinseca dei loro fautori. È il risultato di un rapporto di forza tra le
classi fortemente favorevole alla rivoluzione, che coinvolge perfino strati
importanti della truppa e dei sottufficiali e ufficiali operativi. Ciò non ci
impedisce di riconoscere un schema
ormai classico: mobilitazione dei ceti medi, sabotaggio economico, caos e
conseguente golpe militare. Finora non hanno avuto successo ma possiamo essere
sicuri che la borghesia venezuelana e internazionale non abbandonerà il campo e
utilizzerà tutti i mezzi (legali e non) per rovesciare il processo. La
borghesia ha mezzi economici per resistere e aspettare il momento buono per
capovolgere il processo. Le masse venezuelane invece hanno bisogno di risultati
concreti e presto. La crescita dei prezzi del petrolio lungo il 2001 e il 2002
ha dato ossigeno alle finanze statali, ma le spese sociali promesse e le
conseguenze della serrata di due mesi rischiano di provocare seri problemi di
cassa già entro l’estate 2003. Sempre più diventerà evidente che non è
possibile migliorare le condizioni di vita e di lavoro dell’80% dei venezuelani
senza toccare gli immensi privilegi di quel pugno di famiglie che vive con un
piede a Caracas e un altro a Miami.
La rivoluzione bolivariana
ha aperto un processo di politicizzazione e di organizzazione delle larghe
masse oppresse. I lavoratori, e specialmente i settori più poveri dei quartieri
popolari che mai si erano interessati alla politica, oggi per la prima volta
nella loro vita sentono di avere un futuro. In questo processo sono sorte
migliaia e forse decine di migliaia di organizzazioni nei quartieri, nelle
parrocchie, nelle fabbriche… Circoli bolivariani, gruppi parrocchiali, correnti
classiste all’interno dei sindacati, comitati per l’assegnazione della terra,
comitati di contadini, organizzazioni studentesche, ecc. La capacità
d’iniziativa del popolo non ha limiti. Questo processo è stato accelerato dal
tentato golpe dell’11 aprile e ancora di più dopo gli avvenimenti recenti.
Milioni di lavoratori e di poveri sottoproletari della campagna e della città
hanno capito che devono organizzarsi per approfondire e difendere la
rivoluzione.
Finora, la principale
debolezza del movimento rivoluzionario è stata la mancanza di coordinamento, di
organismi unificanti a livello regionale e nazionale della miriade di
organizzazioni a livello locale. Non esiste una struttura organizzata che renda
possibile conoscere e generalizzare le migliori esperienze di lotta e che
permetta al popolo di dirigere il processo attraverso rappresentanti eletti e
revocabili. I partiti politici che formano la base del governo di Chávez hanno
dimostrato finora la loro incapacità di organizzare le larghe masse che sono
disposte a mobilitarsi a favore della rivoluzione. Il Movimento per la V Repubblica
e il Ppt, tra gli altri, sono principalmente dei comitati elettorali
scarsamente collegati alle masse. L’assenza di questo controllo da parte della
base ha permesso negli anni passati che tanti carrieristi abbiano potuto
saltare sul carro vincente di Chávez per tradirlo dopo.
L’importanza del
movimento operaio
Bisogna costruire una
struttura rappresentativa permanente che permetta la partecipazione costante e
incisiva delle masse nella vita politica. A ciò va legato il problema della
difesa della rivoluzione contro la reazione interna e internazionale.
In mancanza di una
direzione rivoluzionaria con una strategia e un piano di azione coerente, le
energie delle masse si possono disperdere in una serie di scontri isolati e scoordinati,
e perfino in azioni terroristiche.
In passato in Argentina e
Uruguay i metodi del “guerriglierismo urbano” hanno dimostrato ampiamente che
piuttosto che accelerare la rivoluzione aiutano la controrivoluzione. L’unico
modo di sconfiggere la reazione non è l’organizzazione di un’elite di armati in
clandestinità, ma, come si è visto in aprile e in gennaio, la massiccia
mobilitazione delle masse.
Fortunatamente queste idee
sono assolutamente minoritarie in Venezuela oggi. Non servono attacchi isolati
contro i controrivoluzionari, ma una preparazione seria della presa del potere.
Non il “guerriglierismo urbano” (cioè il terrorismo di piccoli gruppi), ma una
insurrezione delle masse, con la classe operaia in prima linea, che tolga ai
controrivoluzionari le leve dell’economia e dell’apparato dello Stato che
adoperano contro la stragrande maggioranza delle popolazione.
Fino alla serrata
padronale di dicembre-gennaio, i lavoratori non avevano giocato un ruolo
indipendente nel processo rivoluzionario. Ma durante la serrata è stata
evidenziata l’importanza del movimento operaio. Si è dimostrato nella realtà
che sono i lavoratori quelli che fanno funzionare l’economia. I lavoratori non
solo hanno deciso di continuare a lavorare, ma hanno preso delle iniziative per
assicurare l’arrivo dell’energia necessaria e per superare il sabotaggio dei
manager. È diventato evidente a tutti – tranne che ai dirigenti della II
Internazionale riuniti in Italia, che ancora a gennaio 2003 si sono dichiarati
solidali con “el paro” – che la cupola burocratica della Ctv, “eletta” in un
processo elettorale fraudolento, non rappresenta i lavoratori venezuelani.
Ortega vinse la presidenza della Ctv a ottobre del 2002 con 174.598 voti dei
1.225.000 lavoratori inscritti, ma solo 286.275 votarono. Le schede “perse”
sono state decine di migliaia e i votanti “morti” altrettanti. Infine il
processo elettorale non fu mai concluso, perché a mettà dello scrutinio,
diventò evidente come non si trovava una buona parte delle schede e a questo punto,
la burocrazia della Ctv si auproclamò vincitrice. Le schede scrutinate non sono
mai state consegnate alla comissione elettorale nazionale. Il prossimo
traguardo è togliere di mezzo i burocrati sindacali della Ctv, che d’accordo
con i padroni lottano contro la rivoluzione. Ma anche se Carlos Ortega e gli
altri dirigenti sono processati, questo compito lo possono assolvere solo i
lavoratori attraverso un processo democratico che decida quale organizzazione
sindacale costruire. La democratizzazione della Ctv (attraverso autentici
congressi rappresentativi) sarebbe stata la tattica migliore giacchè non
avrebbe lasciato nessun argomento (scissione, divisione del movimento) alla
vecchia burocrazia. In questi messi gli attivisti si sono divisi sulla tattica
da uttilizzare per liberarsi dei burocrati. In una situazione rivoluzionaria
come quella che vive il Venezuela sarebbe possibile lanciare un processo
costituente di massa per costruire un sindacato classista, democratico e
rappresentativo nel quale si possano riconoscere la maggioranza dei lavoratori
venezuelani, ma dev’essere un processo democratico controllato dai lavoratori,
solo in questo modo si può evitare il pericolo che i vecchi burocrati sindicali
provino a presentarsi come i più accesi sostenitori della nuova struttura
sindacale per meglio mantenere i propri privilegi. L’indipendenza del sindacato
riguardo a padroni e governo è un bene assoluto da difendere. Il processo di
formazione di un nuovo sindacato deve basarsi sul coinvolgimento dei lavoratori,
sulla discussione paziente e le lezioni degli ultimi avvenimenti.
La controrivoluzione
ha perso - per ora - l’iniziativa
Dopo la seconda sconfitta
della controrivoluzione la borghesia ha perso l’iniziativa. Ma questo non
durerà per sempre. L’ambiente nella società e i rapporti di forza tra le classi
possono cambiare rapidamente. Il tempo non gioca a favore della rivoluzione, ma
dei suoi nemici. La crisi economica è ora la minaccia più seria per Chávez. Le
masse non possono sopravvivere con una dieta basata solo sui discorsi
rivoluzionari. Se alle parole non seguono i fatti, arriveranno la delusione e
l’apatia che sono il brodo di coltura della controrivoluzione. In questa tappa
la classe operaia organizzata non è l’avanguardia, e questa è la principale debolezza
del movimento.
La questione del partito e
della direzione è la chiave della situazione. La reazione è stata sconfitta in
due occasioni decisive, nonostante i dubbi e i tentennamenti dell’attuale
direzione. Chávez e il Movimento per la V Repubblica sono alla testa del
processo, ma hanno dimostrato più volte di non essere in grado di dirigerlo
fino alla vittoria.
Le illusioni di realizzare
una “rivoluzione bolivariana” sulla base della riforma e ammodernamento del
capitalismo sono molto pericolose. Sulla base dell’esperienza le masse le
potranno superare. Ma in una rivoluzione il fattore tempo è decisivo.
Cosa arriverà prima, la
comprensione da parte delle masse dei compiti e dei metodi della rivoluzione o
la stanchezza e la frustrazione per le speranze disattese? Perciò la
rivoluzione venezuelana è ancora in pericolo, e lo sarà finché la classe
operaia non decida finalmente di assumere il potere nelle proprie mani.
In questo e in altri
articoli, abbiamo difeso una precisa linea politica per far sì che la
rivoluzione venezuelana vada avanti. Si può essere a favore o contro. Alla fine
saranno le masse a decidere cosa fare nel corso della lotta. Impareranno sulla
propria pelle la strada giusta. La presenza di un partito marxista
rivoluzionario con una direzione all’altezza della situazione gli permetterebbe
di guadagnare tempo prezioso. Le proposte e parole d’ordine che abbiamo
riportato in questo scritto dimostrano che sono sulla buona strada e che
esistono elementi che lottano coscientemente per una politica marxista. Se
queste posizioni sono fatte proprie da larghe masse, nessuna forza sulla terra
li potrà fermare. Nelle parole di Marx, “daranno l’assalto al cielo.”
In ogni modo, la vittoria
della rivoluzione in Venezuela non sarà la fine della lotta. Un Venezuela
rivoluzionario si troverebbe contro le borghesie di tutto il mondo. Washington
utilizzerebbe ai suoi burattini nell’Organizzazione degli Stati Americani, per
tentare di organizzare una campagna di sabotaggio, embargo e perfino un intervento
militare diretto contro la rivoluzione. Abbiamo già visto questo contro Cuba,
ma abbiamo visto anche come la controrivoluzione fu sconfitta.
L’unico modo di difendere
la rivoluzione venezuelana è adottando una decisa politica di internazionalismo
proletario. La rivoluzione non può restare entro i confini del Venezuela, ma si
deve e si può allargare ad altri paesi dell’America Latina che oggi – come
dimostrano gli avvenimenti in Argentina, Brasile, Bolivia e Ecuador – è in
fermento, e finalmente, agli stessi Usa, dove la principale minoranza etnica –
i latinos – sono la parte del proletariato più sfruttata. Gli Usa non
potrebbero intervenire contro una catena di rivoluzioni in America Latina. È
proprio questa prospettiva a creare degli incubi per la classe dominante
statunitense. La rivoluzione venezuelana non può fermarsi a metà strada. Hugo
Chávez ha iniziato il processo, ma solo i lavoratori e i contadini possono
portarlo fino in fondo con la presa del potere nelle loro mani. La rivoluzione
bolivariana, per non rimanere una frase vuota, deve significare la rivoluzione
socialista in Venezuela. E la classe operaia venezuelana deve scrivere nella
sua bandiera l’obiettivo degli Stati Uniti Socialisti d’America Latina. Questa
è l’unica prospettiva che può assicurare la vittoria.
Scheda: la Pdvsa
Dalla finta nazionalizzazione del petrolio nel 1976, i dirigenti della
Pdvsa (quinto produttore al mondo di petrolio) che conta 33mila impiegati, e
con l’indotto arriva a 70mila, sono diventati uno Stato nello Stato. Nonostante
la proprietà pubblica l’azienda non si differenziava dalle altre “sorelle” del
petrolio tranne che per la corruzione di molto superiore alla media. Mentre nel
1976 lo Stato riceveva 80 dollari su ogni 100 di fatturato, nel 2001 succedeva
il contrario: alla Pdvsa restavano 80 dollari su 100!
Più di 10 miliardi di dollari sono stati usati per comprare raffinerie
obsolete negli USA, Europa e Regno Unito, attraverso l’“outsourcing” si sono
pagati 5 miliardi di dollari per servizi che l’azienda avrebbe potuto ottenere
al suo interno. Infine più di 6 miliardi di dollari di 190 sussidiarie in tutto
il mondo sfuggono a qualunque controllo.
Durante la serrata, in tutto il paese i Circoli Bolivariani, sindacati di classe
e altre organizzazioni stampano centinaia di migliaia di volantini, denunciando
i dirigenti della Pdvsa con nomi e cognomi. I 20 dirigenti più importanti di
Pdvsa prendono annualmente circa 10 milioni di dollari. Solo Karl Makeiza
prende circa 790.000 dollari all’anno.
Uno dei capitoli più oscuri della gestione di Pdvsa sono i sistemi
informatici. Nel 1996 gli alti dirigenti di Pdvsa e l’azienda Usa Science
Applications Internacional Corporation (Saic) fondarono la società Intesa, con
lo scopo di aggiornare e gestire in futuro il sistema informatico aziendale. In
questo “affare”, giustificato allora con la riduzione dei costi, Pdvsa
apportava la totalità del capitale iniziale, ma aveva in mano solo il 40% delle
azioni di Intesa. La Saic solo in base alle sue conoscenze tecniche disponeva
del 60% delle azioni…
Attraverso Intesa, Saic controlla tutta l’informazione di Pdvsa, finanze,
dati commerciali e informazione tecnica.
Saic è una delle più grandi aziende d’informatica applicata del mondo con
guadagni annui superiori ai due miliardi di dollari, dei quali il 90% vengono
dai contratti col Pentagono, la Cia e altre agenzie del governo Usa. Ora si
occupa dello sviluppo del nuovo e gigantesco sistema informatico che, nel
quadro della “Guerra Antiterrorista”, dovrà mettere sotto sorveglianza tutta la
popolazione Usa.
Tra i dirigenti di Saic troviamo il generale della riserva Wayne Downing,
ex comandante delle Forze Speciali dell’esercito degli Usa, il generale della
riserva Jasper Welch, ex coordinatore del Consiglio della Sicurezza Nazionale,
l’ammiraglio della riserva Robert Ray Inman, ex direttore della Cia e
dell’Agenzia della Sicurezza Nazionale, Melvin Laird, Segretario della Difesa
con Richard Nixon, il generale della riserva Max Thurman, che diresse l’invasione
di Panama nel 1989, e gli ex direttori della Cia, Robert Gates e John Deutch.
Durante la serrata, attraverso il controllo del sistema informatico di
Pdvsa è stato possibile creare grosse difficoltà a chi provava a rimettere in
funzione l’azienda. Possiamo immaginare che tipo di consulenza faceva la Saic…
Inflazione e salari
L’opposizione a Chávez lo accusa di portare il paese alla rovina. Una delle
accuse centrali è la crescita dei prezzi. Vediamo qual è stato il loro
andamento dal 1989, anno dal quale il paese liberalizzò le esportazioni.
Ecco l’inflazione durante i governi di Carlos Andrés Pérez, Ramón J.
Velásquez e Rafael Caldera (anni 1989 – 1998 ) media annuale.
1989 - 84,5 1994 - 60,8
1990 - 40,7 1995 - 59,9
1991 - 34,2 1996 - 99,9
1992 - 31,4 1997 - 50,0
1993 - 38,1 1998 - 35,8
Media dei nove anni - 53,53%
Periodo del governo bolivariano 1999 – 2002 (stima) media annuale.
1999 - 23,6
2000 - 20,0
2001 - 13,4
2002 (est). - 35,0**
Media dei quattro anni - 22,97%
(Fonte Banco Centrale
di Venezuela)
** la
serrata di due mesi ha creato problemi nella distribuzione e accaparramento dei
prodotti. I prezzi sono andati alle stelle.
Quando Chávez fu eletto nel febbraio del 1999, il salario minimo era di
75.000 bolivar al mese. Alla fine di settembre del 2002 è arrivato a 190.000
bolivar al mese, il che significa un incremento del 153,44% o 38,36% ogni anno.
La realtà è che il salario reale dei lavoratori col salario minimo è aumentato
di un 12,8% all’anno.