In difesa del marxismo
n°6 - America latina
America Latina
Un continente in rivolta
di Roberto Sarti
L’America Latina è oggi il
continente dove lo sviluppo della lotta di classe ha raggiunto il punto più elevato.
Non esiste o quasi un paese che non abbia visto scioperi o manifestazioni di
massa in questi ultimi anni.
Dal Messico alla Terra del
Fuoco non esiste nazione che si possa definire stabile, nonostante gli anni
successivi al crollo dell’Unione Sovietica siano stati particolarmente duri per
il movimento operaio del subcontinente. Le classi dominanti trionfanti
imponevano i loro programmi di austerità, accumulando enormi profitti e
svendendo il patrimonio statale di intere nazioni alle multinazionali. Le
direzioni dei partiti operai e dei sindacati intraprendevano uno spostamento a
destra senza precedenti. La quasi totalità delle formazioni guerrigliere
consegnavano le armi senza aver raggiunto nessuno dei loro obiettivi e in
alcuni casi si integravano nell’apparato statale.
La vittoria della
borghesia si basava tuttavia su fondamenta d’argilla. Il sistema capitalista
oggi si trova in una situazione totalmente differente da quella del dopoguerra.
La cosiddetta ripresa economica degli anni novanta non ha avuto alcun effetto
sulle condizioni di vita delle masse. Dalla seconda metà degli anni novanta,
poi, l’intera area ha iniziato una parabola discendente. Dal 1997 al 2002 il
Prodotto Interno Lordo (Pil) dell’America Latina è diminuito del 2%. Ciò che è
più significativo è che questo dato sia causato in gran parte dal cattivo
andamento delle economie maggiori: Argentina, Brasile e Mesico, tutte in
recessione. I commentatori borghesi si devono accontentare della crescita del
4,3% della... Repubblica Dominicana, tutto fuorchè un’economia trainante! (Fonte: www.latinbusinesschronicle.com).
Anche i dati riguardanti
la distribuzione della ricchezza, che comprendono un periodo più lungo, sono
ben poco confortanti. Dal 1980 al 1997, il numero di persone che vivono sotto
la soglia della povertà è passato da 107 a 183 milioni di persone, mentre nello
stesso periodo la popolazione è cresciuta da 405 a 440 milioni.
In tutti i paesi sono
stati applicati i dogmi del liberismo, le economie nazionali si sono aperte
totalmente al mercato e alle scorribande dei grandi gruppi finanziari: anche
per questo la recessione ha colpito particolarmente duro.
Le borghesie dei vari
paesi latinoamericani sono completamente succubi dell’imperialismo Usa: anche
quando cercano di sfuggire alla sua morsa i risultati sono del tutto
fallimentari. Il Mercosur, accordo commerciale tra Brasile, Argentina, Uruguay
e Paraguay, ha rappresentato il tentativo principale di conquistare i mercati
europei e di creare uno spazio commerciale simile all’Unione Europea tra i
quattro paesi. Questo accordo è crollato con l’entrata in recessione delle due
economie maggiori, quelle brasiliana e argentina. Una raffica di misure
protezioniste e svalutazioni competitive ha posto fine ai sogni dei borghesi
progressisti e di buona parte della sinistra riformista di Buenos Aires e San
Paolo.
Nell’ultimo periodo
Washington è partita all’attacco con la proposta dell’Alca, l’Accordo di Libero
Commercio delle Americhe. In realtà il nome è un eufemismo che nasconde la
volontà degli Usa di dominare totalmente i mercati dell’intero continente,
erigendo barriere insormontabili per i prodotti giapponesi ed europei. Un
secondo proposito consiste nell’annientare ogni restante possibilità di
sviluppo indipendente delle già succubi economie sudamericane.
Se si arrivi alla firma di
un simile accordo è però ancora da dimostrare. Le resistenze, soprattutto della
borghesia brasiliana, che ha mire di egemonia nel subcontinente, sono molto
forti. Ciò non significa che il movimento operaio debba appoggiare quest’ultimo
schieramento in chiave antiyankee. Le soluzioni di questa borghesia “nazionale
e produttiva” per liberarsi dal dominio statunitense non hanno alcunchè di
progressista e sono ugualmente velenose e feroci nei confronti del movimento
operaio. Per competere sul mercato mondiale bisogna comprimere i costi e il
principale di questi è proprio il costo del lavoro. Facile per chiunque
comprendere cosa significhi questo in un momento di crisi del capitalismo così
profonda.
La crisi argentina
L’esempio dell’economia
argentina è sicuramente illuminante per descrivere la durezza della recessione
capitalista. Il Prodotto Interno Lordo (Pil) è crollato di oltre il 10% tra il
1999 e il 2001.
La fuga di capitali
continua tutt’oggi ad essere impressionante. L’anno scorso 16 miliardi di
dollari hanno lasciato il paese. Di conseguenza, la nuova Finanziaria per il
2003 prevede tagli per 10 miliardi.
In Argentina 9.910 milioni
di dollari sono raccolti dallo Stato come risultato delle privatizzazioni tra
il 1989 e il 1993. All’inizio del 1989 il debito estero era di 60 miliardi di
dollari, mentre alla fine del 2001 era arrivato a 175 miliardi, pari al 72,8%
del Pil: ora, dopo la svalutazione del peso, ha superato il 130%!
Le economie dei paesi
poveri sono state le prime ad essere colpite dalle prime avvisaglie della
crisi. I capitali sono subito fuggiti verso lidi più sicuri, come gli Stati
Uniti. Per ogni dollaro che è entrato in America Latina, due sono usciti negli
ultimi cinque anni.
Quando, nel 1998, il
Brasile ha cominciato a svalutare la propria moneta, il Peso rimaneva
agganciato al dollaro e per il capitalismo argentino si è aperto un precipizio.
Interi settori vedevano ridotta la propria competitività e di conseguenza
tagliavano la produzione. Nel 2000 la produzione di automobili si è ridotta del
50%, mentre quella tessile del 30%. In generale l’utilizzo della capacità
produttiva nell’industria è fermo al 65%.
I riflessi sui livelli
occupazionali sono stati ancor più devastanti: nel 1997 la disoccupazione era
al 13%, ora si attesta al 25% ufficiale, ma la cifra reale è di molto maggiore.
Mezzo milioni di posti di lavoro sono stati cancellati solo l’anno scorso!
Così vediamo che uno dei
paesi che solo fino a pochi decenni fa era fra i più sviluppati del mondo, ora
si trova col 51% della popolazione che vive sotto il livello di povertà. La
televisione ci mostra le immagini strazianti dei bambini denutriti delle
provincie più povere e si calcola che il 74% dei minori di 14 anni viva sotto
il livello di povertà. Tutto ciò anche se l’Argentina è il maggior produttore
di mais e di soia del mondo, uno dei principali di carne bovina e l’ottavo
produttore mondiale di alimenti.
La pazzia dell’economia
capitalista si riassume in questo dato: il 78% dei prodotti agricoli argentini
viene esportato, mentre la popolazione muore di fame. I capitalisti hanno così
sfruttato pienamente l’aumento dei prezzi sul mercato mondiale nel 2002: quello
del grano è cresciuto del 25%, la carne bovina addirittura del 100%!
Non è mai stata così vera
l’espressione che la classe dominante si arricchisce affamando il popolo!
La polarizzazione sociale
ha raggiunto livelli impressionanti. Nel 1980 il reddito del 10% degli
argentini più ricchi era solo 12 volte maggiore del 10% più povero, nel 2002 la
differenza era di 47 volte.
L’Argentinazo
Sono queste le
precondizioni che hanno portato all’insurrezione del 19 e 20 dicembre 2000, le
date dell’inizio della rivoluzione in Argentina.
In quelle giornate le masse
hanno rovesciato un presidente, De La Rua, e innescato un processo che dura
ancora oggi, di presa di coscienza e di radicalizzazione.
L’insurrezione di dicembre
fu preceduta da sei scioperi generali in 18 mesi, decine di blocchi stradali
sulle principali strade del paese attuati dai piqueteros, un movimento di disoccupati e lavoratori precari che in
molte regioni ha assunto un carattere di massa. Nel giugno del 2000 avevamo
assistito ad una situazione semiinsurrezionale a General Mosconi, nella provincia
settentrionale di Salta.
Si è arrivati ai giorni
dell’Argentinazo, dove si costituì
un’alleanza tra la classe operaia e vasti settori della classe media, furiosi
per il blocco dei depositi bancari operato dal governo.
Dopo una settimana di
assalti e saccheggi ai supermercati e agli ipermercati, che acquisirono un vero
e proprio carattere di massa, segno di una disperazione che proviene da ogni
settore della società (a parte naturalmente il grande capitale) giunse il
discorso del Presidente, la sera del mercoledì 19, che declinava ogni
responsabilità per la crisi e decretava lo stato d’assedio.
Subito partì un
impressionante cacerolazo (forte
percussione di pentole e casseruole) che coinvolse centinaia di migliaia di
persone in tutto il paese che scesero in strada, incuranti del divieto del
governo. A Cordoba, alle 2 di notte, 10mila persone marciarono verso il
municipio, dopo che per tutta la giornata i dipendenti comunali avevano
occupato l’edificio e si erano scontrati ripetutamente con la polizia. Fenomeni
simili accaddero in tutte le principali città.
Chi, anche a sinistra, si
riempie la bocca riguardo “all’individualismo sfrenato che pervade la società”
o alla “frantumazione della classe operaia” abbia il coraggio di analizzare e
imparare dagli avvenimenti in Argentina. Ecco come, spinti dai propri interessi
comuni, di classe, decine di migliaia di individui si possono unire in maniera
perlopiù spontanea e divenire un soggetto collettivo in azione.
Nei mesi successivi le
assemblee di quartiere e di interquartiere sono diventate degli embrioni di
organismi di contropotere, che controllavano in diversi casi la distribuzione
degli alimenti e i prezzi dei generi di prima necessità. Si calcola che tra
dicembre 2000 e marzo 2001 circa un terzo degli abitanti del Gran Buenos Aires
abbiano partecipato almeno una volta ad assemblee o manifestazioni.
Ecco come la repressione
sanguinosa del 26 giugno 2000, quando la polizia uccise due giovani piqueteros durante una manifestazione,
non ottenne l’effetto di spostare a destra la società, anzi, agì come
detonatore della rabbia delle masse, giungendo come un fulmine a ciel sereno
sulla coscienza di milioni di lavoratori e giovani. Nelle tre settimane
seguenti, il 27 giugno, il 3 e il 9 luglio, migliaia di persone parteciparono
ai cortei di protesta per il comportamento della polizia, organizzati solo
dalla sinistra e dal movimento piquetero.
E’ stata la prima volta in Argentina che la sinistra ha dimostrato di essere
capace di mobilitare così tanta gente in un periodo così breve di tempo. Il
governo fu costretto a licenziare diversi ufficiali di polizia e alcuni
ministri della provincia diedero le dimissioni.
In Argentina un processo
rivoluzionario è iniziato. Una rivoluzione consiste nell’irruzione delle masse
sulla scena politica, che decidono di prendere in mano il loro destino. Come
spiegava Trotskij, nella sua Storia della
Rivoluzione Russa:
“Nei momenti cruciali, quando un ancien régime diventa insopportabile alle
masse, le masse infrangono gli ostacoli che le separano dall’attività politica,
rovesciano i loro rappresentanti tradizionali e con il loro intervento gettano
le basi di un regime nuovo. (…) La storia della rivoluzione è per noi, innanzi
tutto, la storia dell’irrompere violento delle masse sul terreno dove si
decidono le loro sorti.”
Nelle giornate dell’Argentinazo e più volte nei mesi
seguenti la classe lavoratrice era determinata ad andare fino in fondo. Le
classi medie sono scese in piazza con il proletariato. La borghesia era debole
e divisa al suo interno sulla politica da portare avanti.
Queste sono tre delle
quattro classiche posizioni di Lenin per caratterizzare una rivoluzione.
Un’ulteriore conferma di
queste nostre affermazioni è la crisi totale del sistema politico argentino. Lo
slogan più diffuso fra la popolazione “que
se vayan todos” (Se ne vadano tutti!) è emblematico di questa situazione e
della radicale voglia di cambiamento di ampi settori delle masse. Il
tradizionale partito della borghesia, il partito radicale, è sul punto di
scomparire dalla scena. Il partito peronista si sta logorando inesorabilmente
in questo anno di permanenza al potere. Presenterà tre candidati diversi alle
prossime elezioni presidenziali in aprile per la prima volta nella sua storia.
E’ probabile che uno dei tre vinca, ma questo non farà altro che aggravare la
crisi del giustizialismo, aprendo nuove divisioni.
La vera tragedia è che
nella prossima tornata elettorale ci saranno almeno due candidature della
sinistra, quella di Izquierda Unida (Iu) e del Partido Obrero (Po), mentre
Zamora (un leader che gode di grande sostegno a sinistra) non si presenterà e
la Pts difenderà una posizione di astensionismo attivo. Incredibilmente tutti
questi gruppi propongono come alternativa un’Assemblea Costituente, vale a dire
convocare altre elezioni per una nuova istituzione parlamentare, però sempre
dal carattere borghese.
Così la maggior parte del
voto operaio si orienterà verso il candidato peronista di “sinistra”, Rodriguez
Saa, e Elisa Carriò, esponente dell’Ari, una scissione di sinistra dei
radicali.
Da marxisti pensiamo che
la sinistra dovrebbe partecipare alle prossime elezioni avanzando una
candidatura unitaria. Un fronte unico di tutte le organizzazioni di sinistra,
delle assemblee popolari delle organizzazioni piquetere e dei sindacati, dovrebbe essere organizzato attorno a un
programma politico comune di difesa degli interessi dei lavoratori e di tutti
gli sfruttati. Uno sviluppo del genere avrebbe un vero e proprio effetto
calamita per le masse che allo stato attuale non scorgono alcuna via d’uscita
dalla crisi capitalista. Queste potrebbe fornire una buona opportunità di
propagandare un programma rivoluzionario e di organizzare assemblee e comizi
con decine di migliaia di persone in tutto il paese.
Ad ogni modo sarebbe un errore
affidarsi unicamente al terreno elettorale. La storia ha dimostrato che la
trasformazione socialista della società può essere raggiunta solo con la lotta
e la partecipazione diretta della massa dei lavoratori nelle piazze, nelle
fabbriche e nei quartieri, attraverso la creazione di strutture che si basino
sul controllo operaio che sostituiscano gli organi di potere su cui il sistema
capitalista si regge.
In questo momento le masse
argentine sono in una situazione di attesa. Ciò è inevitabile dopo il magnifico
slancio rivoluzionario prodotto un anno fa e gli scarsi risultati concreti
ottenuti. Tuttavia la situazione è tutt’altro che statica.
Da una parte cresce il
fenomeno delle fabbriche occupate e gestite dai lavoratori, che oggi sono oltre
un centinaio. Dall’altra è vero che i battaglioni pesanti della classe operaia,
come forza organizzata sono stati coinvolti solo parzialmente nelle
mobilitazioni. La tremenda crisi economica con la crescita esplosiva del numero
dei disoccupati insieme al vertiginoso aumento dei prezzi nella prima metà del
2002 ha giocato certamente un ruolo, ma determinante è il controllo esercitato
dalle burocrazie delle due centrali sindacali peroniste (Cgt e Cgt rebelde) sui
lavoratori del settore privato. La Cgt ufficiale ha tutt’oggi ministri nel
governo Duhalde e dopo la caduta di De La Rua ha fatto tutto il possibile per
fermare ogni iniziativa di lotta della classe operaia. Anche la direzione della
Cta, il terzo sindacato argentino, di orientamento “socialdemocratico” e forte
soprattutto nel settore pubblico, nei primi mesi del governo Duhalde ha
mantenuto una posizione conciliatoria che ha mutato solo recentemente.
Dalla seconda metà
dell’anno scorso il governo ha cominciato a promuovere una serie di “piani
sociali” che coinvolgono circa due milioni di famiglie povere. Le concessioni
sono ben misere, gli aumenti dei sussidi non superano i 40 dollari al mese, ma
servono ad alleviare, almeno temporaneamente, la disperazione nelle periferie
delle principali città. Queste misure sono state appoggiate dalle
organizzazioni piquetere più
numerose, come la Ftv (legata alla Cta) e la Ccc (Corrente Classista e
Combattiva, legata a tendenze maoiste), contribuendo a contenere e soprattutto
a dividere il movimento piquetero.
L’eroismo, la capacità di
lottare e di sacrificio ha posto i piqueteros
all’avanguardia del processo rivoluzionario argentino. Il problema è che da
soli non possono vincere: devono usare la loro forza e le loro abilità
organizzative per collegarsi ai lavoratori occupati e aiutarli a trarre
rapidamente conclusioni rivoluzionarie. Le direzioni di molte delle
organizzazioni piquetere non sembrano avere questa priorità. Le loro posizioni
ondeggiano tra l’autosufficienza dei piqueteros
come soggetto rivoluzionario e l’estremo settarismo verso la base delle due
Cgt.
Prima abbiamo illustrato
tre condizioni per una rivoluzione secondo Lenin. Ne esiste una quarta.
Consiste nella presenza del fattore soggettivo. Perché sia vittoriosa deve
esistere anche un partito rivoluzionario con una base di massa. Oggi un tale
partito non esiste in Argentina e nemmeno nel resto dell’America Latina.
Ciò ritarda e rende più
complicato il processo rivoluzionario. In maniera simile alla rivoluzione
spagnola tra il 1931 e il 1939, il movimento operaio passerà attraverso
numerose vittorie e altrettante sconfitte. L’obiettivo di tutti i rivoluzionari
nel mondo è assicurarsi che sia la classe operaia e non la classe dominante,
come in Spagna, a scrivere l’ultimo capitolo, aiutando il proletariato argentino
a costruire una forte tendenza marxista.
La vittoria di Lula
Oltre all’Argentina, il
paese chiave del subcontinente è senza dubbio il Brasile.
Il 27 ottobre dello scorso
anno Lula è stato eletto presidente. Ha ottenuto 53 milioni di voti, il 61,2%, l’appoggio
più massiccio a un candidato mai dato nella storia del paese. È la prima volta
che un partito dei lavoratori, il Pt, nato sull’onda delle lotte contro la
dittatura alla fine degli anni settanta, governerà il Brasile.
I mass media hanno cercato
di presentare la vittoria del Pt come il frutto di uno spostamento a destra con
l’adozione di un programma più “ragionevole”. In realtà il risultato elettorale
è l’espressione di un gigantesco spostamento a sinistra delle masse, non solo
in Brasile. Non è un caso che tutti e sei i candidati alla presidenza si
dichiarassero di sinistra e che Jose Serra, il figlioccio dell’ex Presidente
Cardoso, sconfitto al secondo turno, proclamasse apertamente di essere più a
sinistra di Lula. Ancora più significativo è un sondaggio dell’Istituto
Brasiliano di Opinione e Inchiesta del novembre 2001, commissionato dalla
Confindustria locale, dove alla domanda “in Brasile è necessaria una
rivoluzione socialista per risolvere i problemi del paese?” il 55% degli
intervistati rispondeva affermativamente! Questo in un contesto nel quale
nessuna forza politica brasiliana con un qualche seguito propone una simile
soluzione rivoluzionaria.
Certo, Lula ha fatto di
tutto per accreditarsi come un candidato affidabile per la borghesia brasiliana.
Si è alleato con Josè Alencar, uno dei più importanti capitalisti del paese, e
il suo Partito Liberale. In realtà questo partito rappresenta l’ombra della
borghesia, con il suo insignificante seguito elettorale. Per avere una
copertura al centro, Lula ha nominato Alencar nientemeno che vicepresidente.
L’ex operaio metallurgico
ha promesso tutto a tutti: di rispettare gli accordi con il Fmi come di
aumentare la spesa pubblica. Agli industriali di favorire la competitività
delle industrie nazionali, ai lavoratori un aumento del salario minimo, di non
aumentare la pressione fiscale e di creare dieci milioni di nuovi posti di
lavoro.
I primi passi sono
contraddittori. Certo, Lula è contro la guerra in Iraq e non comprerà gli aerei
militari già previsti nelle spese di bilancio dal Presidente precedente,
Cardoso, per destinare i fondi risparmiati a sfamare i poveri del paese.
Dal programma presentato
al Parlamento in Gennaio però è scomparso l’aumento del salario minimo e al suo
posto è stata introdotta la “riforma previdenziale”, cioè il taglio delle
pensioni!
La squadra dei ministri
del governo Lula parla da sola. Se su un totale di trenta nomine, venti sono
membri del PT, la maggioranza dei ministeri economici vanno ad esponenti della
borghesia. Il ministro dello sviluppo e dell’industria è Luiz Fernando Furlan,
padrone di uno dei principali gruppi alimentari del paese e dichiarato
sostenitore di Josè Serra alle ultime elezioni. Il nuovo presidente del Banco
Central è Henrique Meirelles, ex direttore mondiale della BankBoston, fra le
maggiori banche statunitensi, non solo sostenitore, ma addirittura eletto
deputato nelle file del partito di Cardoso.
L’asse del programma del
Pt è quello di un grande patto nazionale tra lavoratori e imprenditori per
risollevare l’economia nazionale, addirittura la cosiddetta sinistra del
partito fa concessioni a questa ipotesi. Raul Pont, ex sindaco di Porto Alegre,
spiega: “Bisogna migliorare la
distribuzione della ricchezza, difendere la produzione nazionale e smettere di
favorire la speculazione finanziaria. Molti imprenditori industriali e agricoli
sono coscienti che questo modello finanziario non offre più nulla e sanno che
anche loro devono compiere uno sforzo” (Pagina12,
22-12-2002).
Ci permettiamo di
escludere che il capitalismo brasiliano disponga di sufficienti margini per
l’attuazione di una tale politica di cambiamento e di riforme.
Il debito pubblico è
attualmente pari al 62% del Prodotto interno lordo, mentre nel 1994, anno
d’inizio della sua Presidenza, era al 30%, questo nonostante l’ondata di
privatizzazioni effettuate in questi anni.
La Borsa di san Paolo ha
perso il 61% del suo valore solo nell’ultimo anno e il rischio-paese è passato
da 550 punti a oltre 2200 nello stesso periodo. Le spese sociali sono diminuite
e la dipendenza dall’estero aumentata. Se nel 1995 la spesa per l’educazione
costituiva il 20,3% del bilancio, nel 2000 era calata all ’8,9%; mentre il
pagamento degli interessi sul debito, che erano pari al 24%, oggi arrivano al
55% del bilancio.
Ci sentiamo di esprimere
le stesse perplessità di Joao Pedro Stedile, uno dei leader del Movimiento Sem
Terra: “vedo dei segnali, come la
formazione del governo, che è ambigua, e i discorsi di Lula, che sono
altrettanto ambigui. Lula riafferma che la priorità è il sociale, combattere la
fame, la riforma agraria, il lavoro, però allo stesso tempo dice che continuerà
a rispettare gli accordi internazionali e non romperà con l’Fmi.” (da www.rebelion.org,
09-02-03). Ricordiamo che il 91% dei guadagni derivanti dalle esportazioni
servono al Brasile per pagare gli interessi sul debito estero!
A causa della sua
confusione teorica e programmatica, Lula corre il rischio di finire come
Arlecchino nella commedia di Goldoni, servitore di due padroni. La fine del
protagonista è nota.
Quale futuro per il
Brasile?
La direzione che prenderà
il governo petista sarà determinata essenzialmente dallo sviluppo della lotta
di classe. Da una parte la pressione del padronato sarà formidabile. Già ora
quest’ultimo ha cominciato a dilapidare le risorse finanziarie in una delle più
classiche fughe di capitali. La banca centrale segnala infatti un flusso
atipico di capitali verso l’estero, aumentato da gennaio ad ottobre del 78%
rispetto allo stesso periodo del 2001.
La borghesia internazionale
considera seriamente l’ipotesi di usare Lula. Spiega l’Economist “Non è poi così
male che molti degli interessi consolidati che Lula dovrà affrontare siano
dalla sua parte. Chi meglio di lui può persuadere i lavoratori sindacalizzati
della necessità di fare dei sacrifici?” (22-02-2003)
Infine, a livello
parlamentare la sinistra non ha la maggioranza e i partiti del padronato non si
lasceranno di certo sfuggire alcuna occasione per ostacolare la promulgazione
di qualunque legge con contenuti progressisti
Sicuramente per tutto un
periodo, la cui durata è difficile da quantificare, le masse brasiliane
conserveranno molte illusioni nel governo di Lula ed è possibile che accettino
alcune controriforme. “Non possiamo rompere l’alleanza con cui siamo arrivati
al governo”, “Abbiate pazienza”, questo sarà il leit-motiv di Lula e compagnia
davanti ai lavoratori. La stessa situazione economica, che impone pesanti
attacchi alle classi oppresse, renderà molto breve la luna di miele. Le
pressioni della base avranno un effetto sui vertici del Pt. Su 93 membri del
gruppo parlamentare, 26 fanno parte della sinistra del Partito. Anche se, come
abbiamo visto, i dirigenti di questa “opposizione” non costituiscono una reale
alternativa alla maggioranza, sono l’espressione del desiderio, pur confuso e
contraddittorio ma già presente oggi nella base petista, di una politica più
radicale.
Gli anni novanta sono
stati anni di arretramento per il movimento operaio brasiliano, soprattutto se
li paragoniamo ai tumultuosi anni ottanta, che portarono alla formazione del Pt
come partito di massa. L’elezione di Lula a presidente rappresenta l’apertura
di una nuova fase, ascendente, della lotta di classe in Brasile. Dal fronte
elettorale, i lavoratori sposteranno rapidamente l’attenzione al fronte della
lotta sindacale e politica. Il proletariato brasiliano, il più forte tra quelli
dell’America Latina, prenderà il proprio posto a fianco dei propri fratelli
sudamericani.
La caratteristica
fondamentale del nuovo periodo è che le lotte in ogni paese si influenzano a
vicenda, creando un vero e proprio circolo virtuoso. Dall’Ecuador al Venezuela,
dal Perù all’Argentina, dalla Bolivia al Brasile assistiamo a rivolte e a
mobilitazioni di massa senza precedenti per la loro continuità. Il capitalismo
ha imposto la globalizzazione dei mercati, ma la conseguenza è la
globalizzazione delle lotte.
In Perù, dopo le grandi
lotte che hanno portato alla caduta di Fujimori e all’elezione del nuovo
presidente, Toledo, le masse non hanno concesso un attimo di tregua alla classe
dominante. Una vera e propria insurrezione popolare nella città di Arequipa ha
costretto il governo a ritirare la raffica di aumenti a una serie di prodotti
basilari e la proposta di privitazzare acqua e gas. Come riflesso politico nelle
ultime elezioni provinciali di ottobre, il Partito del Presidente è stato
sconfitto 29 provincie su 25.
Il Paraguay e l’Uruguay
sono stati colpiti duramente dalla recessione. In Paraguay il Pil è diminuito
del 4% l’anno scorso e uno sciopero generale e grossi conflitti nelle campagne
hanno portato il presidente Macchi quasi alle dimissioni.
In Uruguay, nell’agosto
scorso, siamo stati sul punto di vedere una ripetizione dell’Argentinazo. Quella che un tempo era
considerata la Svizzera dell’America Latina si trova di fronte a un serio
pericolo di insolvenza nel pagamento del proprio debito estero, che ormai
ammonta a più del 100% del Pil.
Il governo sarebbe già
caduto da tempo se non fosse per il ruolo di freno esercitato dal Frente
Amplio, l’opposizione di sinistra, i cui dirigenti si sono opposti chiaramente
a questa soluzione. Il Frente Amplio è un agglomerato di tendenze di tipo
socialdemocratico e liberale ma allo stesso tempo rimane il punto di
riferimento fondamentale delle masse lavoratrici uruguaiane. Lo sviluppo della
lotta di classe si esprimerà con ogni probabilità all’interno e attorno a
questa formazione.
Il nuovo millennio
si apre con la rivoluzione in Ecuador
Gli avvenimenti di questi anni,
inoltre, dimostrano l’enorme forza della classe lavoratrice unita alle altre
classi oppresse. Il peso specifico della classe lavoratrice è aumentato
nettamente. La borghesia è sempre più isolata. Gettando nella miseria fasce
sempre più vaste di classe media, si sta privando di un prezioso alleato per la
controrivoluzione, come ad esempio avvenne nel 1973 in Cile. Questi settori
sono pronti a schierarsi dalla parte della rivoluzione, così come è avvenuto
per pezzi dell’apparato statale come le Forze armate.
La borghesia ha cercato
più volte di intraprendere la via della repressione, ma ogni volta è stata
fermata e ricacciata indietro dalla formidabile reazione delle masse.
Il caso forse più
clamoroso è quello dell’aprile scorso in Venezuela, di cui trattiamo in un
articolo a parte. Siamo stati testimoni di situazioni simili anche in Argentina
e recentemente in Bolivia.
In Argentina, dopo i
tentativi repressivi falliti, la borghesia tenta di giocare la carta
democratica, quella delle elezioni, per prendere tempo e riorganizzare le
forze. Non ha nessun partito o schieramento affidabile nella prossima
competizione elettorale e la tregua con il movimento operaio sarà probabilmente
di breve durata. Ritornerà, nel medio periodo, consigliata probabilmente da Washington,
sulla strada della repressione.
Di come rivoluzione e
controrivoluzione marcino fianco a fianco, come nella celebre frase di Marx,
l’Ecuador ne è un altro esempio illuminante.
Nel gennaio del 2000 una
rivoluzione ha scosso il paese, rappresentando il culmine di un processo di
lotte che durava dal 1997 e che aveva visto avvicendarsi sei presidenti in tre
anni. Si era arrivati alla proposta vera e propria di insurrezione nazionale.
La Confederazione dei
popoli indigeni (Conaie) e il Coordinamento dei Movimenti sociali (Cms)
decisero di formare il Parlamento nazionale dei Popoli dell’Ecuador, una
struttura nazionale che raggruppava organismi simili nelle 21 province del
paese. È difficile capire quanto queste strutture siano state effettivamente
rappresentative.
La Conaie sosteneva prima
dell’insurrezione di rappresentare 4 milioni di persone (gli abitanti
dell’Ecuador sono circa 11 milioni). Tuttavia erano sicuramente rappresentative
delle masse in lotta e dunque questi parlamenti costituivano veri e propri
organismi di dualismo di potere potenziale: un pericolo mortale per la classe
dominante dell’Ecuador e del resto dell’America.
Infatti, dal 17 gennaio
entrarono in scena i settori decisivi della classe operaia. I lavoratori della
Petroecuador, la compagnia petrolifera nazionale, scesero in sciopero ad
oltranza a sostegno del movimento indigeno. Decine di migliaia di contadini
poveri, braccianti, disoccupati e lavoratori conversero verso Quito. Si
dovevano confrontare con 30.000 soldati che presidiavano la città. Il paese era
paralizzato. Il 19 la centrale sindacale (Cut) convocò lo sciopero generale
nazionale.
Venerdì 21 gennaio i
manifestanti occuparono il Parlamento. Una parte degli alti gradi dell’Esercito
appoggiarono gli insorti, che intanto avevano preso possesso del Palazzo
presidenziale e di quello della Corte Suprema. Una Giunta di Salvezza
Nazionale, formata dal leader della Conaie, Antonio Vargas, dal Colonnello
Lucio Gutierrez e da un ex Presidente della Corte Suprema, Carlos Solorzano, assunse
il controllo del paese.
Una caratteristica di una
situazione rivoluzionaria consiste proprio nella nascita di divisioni
all’interno dell’apparato dello Stato, con una parte di esso che rompe con il
vecchio ordine e passa dalla parte del nuovo. Un fenomeno del genere lo abbiamo
visto in Russia nel 1917, ma anche in Albania nel marzo-aprile del ’97.
La gran parte dei soldati
e una parte consistente degli ufficiali di grado più basso proviene dalle
classi più disagiate e può essere condizionato dalle loro mobilitazioni.
Inoltre, in una situazione di crisi sociale come quella della America Latina,
con interi paesi sempre più succubi delle multinazionali Usa e in cui la
borghesia ha rinunciato anche nelle dichiarazioni di circostanza a giocare un
ruolo indipendente, uno strato di ufficiali, anche nelle alte sfere, può
decidere di entrare in conflitto, partendo da un punto di vista “patriottico”,
con l’imperialismo e con settori o addirittura con tutta la propria classe
dominante.
La tragedia in Ecuador fu che
una volta avuto il potere nelle proprie mani, il triumvirato non sapeva bene
cosa farsene. La composizione della Giunta era del tutto interclassista. Un
movimento che aveva dimostrato una radicalità estrema nelle sue forme di lotta
e di organizzazione, disponeva di un programma politico totalmente confuso. Il
colonnello Gutierrez chiedeva “l’appoggio
degli ex-presidenti dell’Ecuador, ai politici onesti, alla Chiesa, ai
mass-media, ai banchieri e agli imprenditori onesti, ai lavoratori, ai
disoccupati, alle donne per un cambiamento nella nazione”. Carlos Solorzano
continuava: “Desideriamo invitare gli
imprenditori di buona volontà a partecipare in questo governo. Un Ecuador
liberato dai ladri. Questo è il nostro slogan principale”. (Agenzia
informativa Pulsar, 21/01/00)
Avendo un approccio
“rispettoso della Costituzione” accettarono che Gutierrez fosse sostituito dal
Generale Mendoza, in quanto capo delle Forze Armate. Questi dichiarò sciolto il
triumvirato e nominò il vicepresidente Noboa, uomo dell’Opus Dei, nuovo
presidente dello Stato. Centinaia furono gli arrestati.
La sconfitta
dell’insurrezione, però, non ha lasciato via libera alla reazione a lungo. Dopo
pochi mesi la gran parte degli arrestati sono stati amnistiati, tra cui lo
stesso Gutierrez. Le mobilitazioni sono riprese con sempre maggiore intensità,
fino alle recenti elezioni del novembre scorso. A capo di uno schieramento
progressista Lucio Gutierrez ha vinto con oltre il 55% dei voti!
Mentre i lavoratori e i
contadini poveri hanno dimostrato ancora una volta con questo voto la loro
volontà di cambiamento, Gutierrez dimostra invece di non avere compreso per
nulla le lezioni della sconfitta del gennaio del 2000. Non si può raggiungere
un compromesso tra le esigenze degli oppressi e quelle degli oppressori. La
richiesta di Gutierrez al Fmi di avere un atteggiamento comprensivo verso
l’Ecuador si è concretizzata in un programma di tagli ai servizi sociali e di
aumenti delle tariffe dei beni di prima necessità (ad esempio la benzina
aumenterà del 30%!). Il neoeletto Presidente si è spinto oltre, affermando che
“l’Ecuador deve diventare il miglior
alleato degli Stati Uniti”. La Conaie ha concesso al nuovo Esecutivo trenta
giorni di tempo per riconsiderare l’intero programma economico, dopo i quali passerà
ad azioni di protesta.
Gutierrez dovrebbe
prestare più attenzione a quello che succede vicino a casa sua piuttosto che a
Washington. Sanchez de Lozada, neo Presidente della Bolivia, ha dovuto ritirare
poche settimane fa un pacchetto di misure di austerità, “l’impuestazo”, di
fronte alla rivolta dell’intera popolazione.
Diciotto boliviani sono
stati uccisi dall’Esercito negli scontri, che sono continuati ininterrottamente
per due giorni tra il 17 e il 18 febbraio. Anche qui l’apparato statale si è diviso
pericolosamente (per la borghesia), con scontri tra la polizia, dalla parte dei
rivoltosi, e l’Esercito. La mobilitazione ha raggiunto livelli paragonabili
solo agli avvenimenti rivoluzionari del 1952.
Il carattere di
classe dello stato
La situazione per le forze
rivoluzionarie è estremamente favorevole. Colpo su colpo, le masse hanno
risposto agli attacchi della borghesia e hanno spostato il confronto su un
terreno più avanzato della lotta di classe. Ciò non significa che la strada per
la rivoluzione socialista in America Latina sia in continua discesa. Se il
proletariato non conquista il potere, prima o poi la reazione avrà il
sopravvento e, tanto più favorevole era la situazione per il movimento operaio,
tanto più spietata e feroce sarà la vendetta della borghesia.
Sono vivi ancora i ricordi
di cosa furono capaci dittatori come Videla o Pinochet negli anni settanta.
Un’intera generazione di attivisti di sinistra fu spazzata via in Cile,
Argentina, Uruguay, Brasile, con l’aperta complicità o il silenzio delle
“democrazie” occidentali.
Davanti alla prospettiva
della perdita del potere e dei propri privilegi, non abbiamo dubbi che i
padroni cercheranno in tutti i modi di fermare la rivoluzione.
Proprio per questo è
decisivo per tutti i lavoratori e i giovani più coscienti comprendere la vera
natura dello Stato borghese. In questo scritto abbiamo spiegato come lo stato
tenda a disgregarsi in una situazione rivoluzionaria, ma tale situazione non
può durare in eterno. O si abbattono le strutture dell’apparato statale, le
gerarchie delle Forze armate, della magistratura, del parlamento e si
sostituiscono con un nuovo apparato, dove i lavoratori amministrano ogni
aspetto della vita sociale ed economica, o anche la situazione più avanzata
verrà sconfitta.
In Venezuela oggi esistono
elementi di controllo operaio molto avanzati, ma mancano di coordinamento fra
loro e convivono con il sistema politico ed economico capitalista, che rimane
quello dominante. I consigli di fabbrica, i comitati bolivariani nei quartieri
si devono coordinare e assumere la gestione di ogni aspetto della vita
economica e sociale del paese. La banca e tutte le principali industrie devono
essere nazionalizzate e poste sotto il controllo operaio, così come tutti
principali mass media, oggi baluardo della controrivoluzione.
Solo attraverso una
rottura rivouzionaria di questo genere ci si può tutelare da rigurgiti
controrivoluzionari, sempre possibili.
Nel Cile di Allende, una parte
considerevole dell’industria era stata nazionalizzata, tra cui un settore
chiave come quello del rame. I consigli operai, i cosiddetti cordones, controllavano diversi aspetti
della vita economica e sociale. L’apparato dello Stato però era rimasto perlopiù
intatto. Allende si sentiva sicuro, gli alti generali avevano giurato fedeltà
al Presidente democraticamente eletto.
In realtà essi avevano
giurato la propria fedeltà al sistema
economico e sociale borghese, rappresentato dal presidente. Quando compresero
che Allende non era più in grado di garantire l’ordine costituito, lo
scaricarono senza troppe remore.
Oggi in America Latina
tutti i vecchi apparati sono in crisi. In Colombia, la guerriglia delle Farc
controlla oltre un terzo del territorio del paese. Dopo anni di trattative
infruttuose con il governo, la rottura dei negioziati apre nuovi scenari.
Il nuovo presidente,
Alvaro Uribe, ha subito mostrato le sue intenzioni appena insediatosi
all’inizio dell’agosto scorso. Ha dichiarato lo stato di emergenza per novanta
giorni e introdotto una tassa di guerra per finanziare due nuove brigate
dell’esercito con 13 mila soldati. Allo stesso tempo lo spettacolare attacco al
Palazzo della Presidenza durante la cerimonia d’insediamento del nuovo
presidente ad opera delle Farc (la principale forza guerrigliera colombiana)
dimostra tutta la debolezza dello Stato. Da sole le Forze armate colombiane non
potranno mai sconfiggere la guerriglia.
Uribe è uno dei rampolli
dell’oligarchia che domina il paese ed è stato eletto con l’appoggio dei
paramilitari, nonchè con la necessaria benedizione di Washington. La nuova
situazione nel continente, impone agli Usa di accelerare la stretta repressiva
e farla finita con “l’anomalia” delle Farc e del Eln. Questa è la principale ragione
del Plan Colombia con i suoi ingenti aiuti militari.
La guerriglia però
resiste. L’85% della popolazione che vive sotto il livello di povertà e la
disuguaglianza nelle campagne, dove l’1,5% dei grandi proprietari controlla
l’80% della terra, sono le sue migliori basi d’appoggio.
Alcuni esponenti della
classe dominante americana sicuramente gradirebbero farla finita subito con le
Farc per mezzo di un intervento su larga scala come quello del Vietnam. Per il
momento però sono stati fermati dal resto della borghesia yankee che si ricorda
ancora bene come è andata a finire in Indocina.
L’impasse della direzione
delle Farc è altrettanto evidente. Tutte le illusioni sulle possibilità del
processo di pace e sulla proposta formulata al governo Pastrana di un governo
di riconciliazione nazionale sono svanite come neve al sole.
La classe operaia
nell’ultimo periodo ha fatto sentire di nuovo la propria voce. Il 16 settembre
2002 un milione di persone sono scese in piazza in occasione dello sciopero
generale proclamato contro un pacchetto di controriforme del governo. Dopo un
nuova massiccia astensione dal lavoro il 30 ottobre, Uribe ha dovuto fare una
parziale marcia indietro.
Senza dubbio, l’unione tra
la lotta di guerriglia e l’azione della classe lavoratrice nelle città, che in
Colombia rappresenta una parte considerevole della popolazione, attorno a un
programma rivoluzionario lascerebbe i giorni contati alla classe dominante.
Avvenimenti straordinari si preparano per il prossimo futuro, di
cui le rivoluzioni in Argentina, Ecuador e Venezuela sono solo l’anticipo. Il
proletariato sudamericano tenterà più e più volte l’assalto al cielo. In questi
tentativi sarà affiancato dalla classe lavoratrice europea. Lo scopo di questa
rivista è proprio quello di preparare gli attivisti più coscienti qui in Italia
imparando dalle lezioni che possiamo trarre dalla storia latinoamericana del
passato e del presente.
Trotskij ribadiva negli
ultimi anni della sua vita che la crisi della società in cui viviamo si può
riassumere nella crisi della direzione del proletariato. Questo oggi è, se
possibile, ancora più vero. Tocca a noi raccogliere la sfida che viene lanciata
dagli avvenimenti dell’America Latina: cotruire un’alternativa marxista
all’attuale direzione della classe operaia.