La liberazione della donna

Una prospettiva comunista

Introduzione

8 marzo 1908: le operaie della fabbrica tessile Cotton di New York, in Washington square sono in lotta da tempo per migliori condizioni di vita e di lavoro. Si combatte per una diminuzione dell’orario di lavoro a parità di salario, contro le condizioni di nocività nella fabbrica, contro il pesante carico di lavoro.

Durante lo sciopero, padroni e guardiani rinchiudono le operaie dentro lo stabilimento per impedire che entrino in contatto con gli attivisti sindacali, per impedire che la lotta delle operaie della Cotton si rafforzi, si estenda anche ad altre fabbriche. All’improvviso scoppia un grosso incendio: tutta la fabbrica viene distrutta dalle fiamme, poche operaie riescono a fuggire rompendo gli sbarramenti messi in precedenza. Le altre, 129 operaie, in maggioranza giovani, rimangono uccise nell’incendio.

A distanza di due anni, durante la Conferenza internazionale femminile indetta dall’Internazionale socialista a Copenaghen, su proposta della presidenza tenuta da Rosa Luxemburg viene unanimemente deciso di fissare l’8 marzo di ogni anno, in tutto il mondo, la giornata internazionale per l’emancipazione della donna lavoratrice.

Questa giornata che è il simbolo dell’oppressione delle donne lavoratrici e della lotta per il riscatto è diventata nel corso degli anni una festa priva di significato in cui si spendono sorrisi e mimose.

Il nostro compito qui è recuperare le migliori tradizioni di lotta rivoluzionarie delle lavoratrici e del movimento operaio per porre su basi avanzate la liberazione della donna e dell’umanità intera dagli orrori del sistema capitalista.

Ecco brevemente cosa vi proponiamo nella presente rivista.

Tre sono i testi principali. Il primo tenta di spiegare la posizione del marxismo sulla questione femminile, tratteggiando l’evoluzione della questione femminile in Italia a partire dall’inizio del secolo. Spesso si tace sul dibattito acceso su questo tema all’interno del partito socialista e in particolare i temi polemici sollevati dall’Ordine Nuovo di Gramsci e da Camilla Ravera. Quelle battaglie, che indubbiamente furono ispirate dai grandi avvenimenti della rivoluzione d’Ottobre, sono di estremo interesse perché mostrano il carattere autenticamente rivoluzionario della posizione dei comunisti sulla questione femminile, carattere che è stato seppellito dalla degenerazione stalinista. L’articolo procede nell’analizzare il ruolo del partito comunista italiano nel dopoguerra e nel momento in cui nuovamente esplode il femminismo in Italia negli anni ’70. L’incapacità del Pci di cogliere la portata della questione femminile, il suo obiettivo conservatorismo su un tema centrale come quello del divorzio, apre un spazio importante ad un rifiorire di collettivi e gruppi di donne, prevalentemente studenteschi, ma che hanno anche una presenza operaia. È impossibile fare un’analisi dettagliata di tutti i gruppi di quel periodo, ci limitiamo nel testo ad analizzare le potenzialità e i limiti di quelli principali e in generale del femminismo.

Il secondo articolo è un testo storico che analizza l’evoluzione delle lotta per la liberazione della donna in Russia dai primi sviluppi del secolo scorso, passando per la rivoluzione d’Ottobre, fino ai giorni nostri. È importante segnalare qui il carattere di questo testo: non semplicemente un elenco delle conquiste immani ottenute dalle donne nel 1917 (aborto, divorzio, parità giuridica con l’uomo, parificazione giuridica dei figli illegittimi, maternità, stato sociale, ecc.), ma una disamina attenta della battaglia durissima condotta quotidianamente dalle bolsceviche contro l’oscurantismo e l’arretratezza culturale (e quindi battaglie anche contro gli uomini, che opprimevano le loro mogli, figlie e sorelle) di quella società, per permettere che quelle leggi rivoluzionarie venissero applicate, e il significato della degenerazione stalinista, che ha abbandonato proprio quella battaglia, riesumando la "centralità" della famiglia.

Il terzo articolo è un articolo d’attualità: una polemica articolata con il femminismo oggi e in particolare una critica all’elaborazione del Forum delle donne di Rifondazione Comunista. Oggi ritroviamo gli echi e le passioni, per la verità un po’ sbiadite, del femminismo degli anni ’70 unite alle elaborazioni del movimento anti globalizzazione.

In appendice vi proponiamo: 1) un articolo tratto dalla rivista FalceMartello, relativo alla nostra polemica con i sostenitori delle quote per le donne negli organismi di partito. 2) stralci delle tesi del terzo congresso dell’Internazionale comunista, che hanno un valore storico a dimostrazione dell’interpretazione marxista di questa questione. 3) un articolo sulla questione femminile in Pakistan di Sadaf Zahra.

Due parole su quest’ultimo testo. La compagna Sadaf è ai più immeritatamente ignota in Italia. Noi vogliamo dare un piccolo contributo per rendere note le sue posizioni e quelle della sua tendenza, The Struggle (La lotta), che rappresenta la sinistra marxista del Ppp e ha promosso grandi battaglie per la difesa dei diritti sindacali e contro le privatizzazioni e i tagli occupazionali attraverso il Ptudc (organizzazione in difesa dei diritti sindacali in Pakistan). Ci pare molto importante sottolineare la battaglia di Sadaf e di questa tendenza contro le concezioni riformiste della sinistra e delle organizzazioni non governative, secondo le quali i miserabili oppressi vanno aiutati con operazioni che assomigliano sempre di più ad una umiliante carità.

La lotta delle lavoratrici e del movimento operaio pakistani invece si erge davanti a noi con tutta la sua dignità offrendoci importanti lezioni di coraggio e determinazione.

La lotta della classe operaia è la stessa in tutto il mondo, è la lotta contro l’oppressione capitalista che va combattuta con un autentico internazionalismo.

Ringraziamo infine Tatiana Chignola, Fiammetta Fossati e Vittorio Saldutti per la loro preziosa collaborazione per le traduzioni e il noioso, ma pur sempre necessario, lavoro di correzione delle bozze;

Speriamo che questa lettura aiuti le nostre lettrici e i nostri lettori a capire di più della nostra storia e a trarre le conseguenze per un impegno militante a sostegno di una prospettiva rivoluzionaria. Buona lettura, ma soprattutto buona lotta a tutte e a tutti.

La Redazione

Milano, ottobre 2002

Dalle mondine ai call center

marxismo e femminismo a confronto

di Sonia Previato

 

La donna libera dall’uomo,

tutti e due liberi dal Capitale

Camilla Ravera - L’Ordine Nuovo, 1921

Fourier nel 1808 nella sua "Teoria del quattro movimenti" spegò che "i progressi sociali si misurano in ragione del progresso della donna verso la libertà". Marx ed Engels successivamente analizzarono profondamente lo sviluppo della società umana non solo sul piano economico, ma anche quello culturale e del rapporto fra i sessi.

Il marxismo ha analizzato l’origine dell’oppressione femminile e ha posto le basi teoriche per il suo superamento.

In particolare Engels ne L’Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato (1884), a partire dalle conoscenze scientifiche e antropologiche di allora mostra il carattere dinamico delle strutture sociali e come queste strutture siano legate al livello di sviluppo delle forze produttive.

"L’aumento della produzione in tutti i campi - allevamento del bestiame, agricoltura, artigianato domestico - rese la forza-lavoro umana capace di creare un prodotto che eccedeva la quantità necessaria al suo mantenimento. (...) Non sappiamo ancora come e quando gli armenti, da proprietà comune della tribù o della gens, entrarono in possesso dei singoli capifamiglia. Nella sua sostanza, però, ciò deve aver avuto luogo in questo stadio (lo stadio medio dello stato selvaggio - NdR). La famiglia venne ora rivoluzionata dagli armenti e dalle altre nuove ricchezze. Era sempre stato l’uomo ad occuparsi della produzione, dei mezzi di produzione da lui costruiti e della loro proprietà. Essendo gli armenti il nuovo mezzo di produzione, l’addomesticamento iniziale e, dopo, la loro custodia, erano lavori che toccavano all’uomo. Il bestiame, perciò era sua proprietà, e così le merci e gli schiavi che ne aveva ottenuti in cambio. Ogni sovrappiù che venisse ora prodotto spettava all’uomo: la donna ne partecipava al consumo, ma non alla proprietà. Il guerriero e il cacciatore "selvaggi" erano stati soddisfatti di essere secondi, in casa, alla donna; il "più mite" pastore, forte della sua ricchezza, conquistò il primo posto, respingendo la moglie al secondo. Ed essa non poteva lamentarsi. (...)

Con il dominio effettivo dell’uomo nella casa era venuto meno l’ultimo ostacolo al suo potere assoluto. Questo venne ribadito e reso eterno con la caduta del diritto matriarcale, l’avvento di quello patriarcale, la graduale transizione dal matrimonio di coppia alla monogamia. Questo fatto comportò una lacerazione nell’antica costituzione gentilizia: la famiglia singola diventò una potenza e si eresse di fronte alla gens con fare minaccioso."1

Da questa genesi antica le donne sono state e sono considerate esseri inferiori. Contemporaneo a Marx, in Italia, l’abate Rosmini ispirava l’educazione di tante "fanciulle" di buona famiglia e si appellava alla natura per ribadirne l’antica soggezione all’uomo:

"Compete al marito secondo convenienza della natura essere capo e signore; compete alla moglie, e sta bene, l’esser quasi un’accessione, un compimento del marito, tutta consacrata a lui e dal suo nome dominata"2.

Su queste teorie che forse possono far sorridere e parere antiquate, si basava il Diritto di famiglia in Italia, riformato solo nel 1975 dopo lotte durissime.

E le lotte e i dibattiti infatti si accesero su questo tema in tanti momenti della storia, ma l’ascesa del capitalismo segna un passaggio decisivo che muta radicalmente i rapporti fra gli indiviui.

 

La liberazione fuori dalle mura di casa

Come spiega Engels l’oppressione della donna nella famiglia deriva da un cambiamento esterno ad essa. Nella misura in cui il lavoro dell’uomo, legato all’allevamento e all’agricoltura, inizia a produrre la ricchezza di quelle società perché produce un surplus rispetto ai bisogni della famiglia, che viene "venduto", il lavoro domestico smette di essere la ricchezza fondamentale. Esso infatti ha un carattere privato, non può essere scambiato con altre merci sul mercato e dunque perde di valore. Il lavoro dell’uomo, i cui prodotti si scambiano a scopo di lucro, diventa produttivo, quello della donna il cui prodotto non è in vendita, improduttivo. Questo cambiamento esterno alla famiglia segna un’inversione dei rapporti di forza al suo interno.

Citiamo ancora Engels:

"Si chiarisce fin da adesso che la liberazione della donna e la sua equiparazione all’uomo è e resterà impossibile fintanto che la donna venga tenuta fuori dal lavoro sociale produttivo e si debba limitare al lavoro domestico privato. La liberazione della donna diventa possibile solo quando ad essa sia permesso di partecipare, su larga scala, alla produzione, e l’impegno del suo lavoro domestico sia ridotto ad una quantità irrilevante. Tutto ciò è divenuto possibile solamente con la grande industria moderna, che non solo rende possibile il lavoro della donna su larga scala, ma lo esige formalmente, ed ha la tendenza a trasformare in misura sempre crescente lo stesso lavoro domestico privato in una industria pubblica."3

Lo sviluppo del modo di produzione capitalista ebbe infatti ripercussioni importanti su tutte le donne, da quelle delle classi elevate, fino alle proletarie. Sono precisamente quei processi descritti da Engels che spingono le donne borghesi, e anche qualche nobildonna a rivendicare più diritti e come tenteremo di chiarire qui, descrivendo alcune di quelle battaglie a cavallo fra il XIX e il XX secolo, a scuotere le coscienze e il sistema sociale.

La lotta di classe e contro il patriarcato

Il modo di produzione capitalista segna tuttavia una frattura insanabile fra interessi degli sfruttati e quelli degli sfruttatori. Il sistema capitalista spinge gli individui a trovare un ruolo nella produzione sociale. Quindi non solo le borghesi escono dalle loro "prigioni dorate" per rivendicare un posto in Parlamento o nelle professioni maschili, ma anche milioni di contadine e casalinghe vengono spinte dal bisogno nella produzione su larga scala: la fabbrica, la filanda, la miniera, l’ufficio e il call center diventano i luoghi di una ulteriore forma di oppressione, dell’oppressione di classe. Questo secondo fardello, però, le sottrae alla solitudine delle quattro mura, dà loro la possibilità di trovare altre compagne e compagni con cui ribellarsi alla propria condizione di sfruttate, diventare protagoniste della propria vita, spezzare la propria sottomissione all’uomo, insomma dare un colpo al patriarcato. Tutta l’esperienza delle lotte delle lavoratrici insegna proprio questo: alla lotta sul luogo di lavoro si accompagna sempre una crisi nella famiglia, in cui gli uomini vedono con sospetto il nuovo protagonismo femminile e le donne, presa fiducia nelle loro capacità, non tollerano oltre i soprusi e le ridicolizzazioni della loro figura da parte dei padri, mariti e fratelli.

L’entrata nel mondo del lavoro, il conseguimento di un salario e in ultima analisi il conflitto di classe non portano automaticamente alla liberazione della donna, ma i comunisti che si pongono quell’obiettivo devono cogliere il nesso che esiste fra questi due piani perché attraverso il conflitto di classe si svela più chiaramente alle masse femminili il carattere reazionario della famiglia, come luogo di oppressione degli individui e soprattutto delle donne e dei figli. I comunisti devono approfittare di questa condizione oggettiva per promuovere una idea diversa di convivenza umana, basata sulla socializzazione delle risorse economiche, dei compiti domestici, della cura e dell’educazione dei figli. Ma soprattutto devono chiarire che la causa delle tensioni e della violenza che si vivono quotidianamente nei nuclei familiari è determinata dal carattere privato delle responsabilità che il capitalismo scarica necessariamente sulle spalle della famiglia e in particolare delle donne. Dunque rompere l’oppressione della donna, rompere questo carattere privato significa inserire la battaglia per la liberazione della donna nella battaglia contro il capitalismo. L’individuazione della questione femminile non è una semplice appendice, ma è un tema decisivo che porta la lotta anticapitalista su un terreno più avanzato. I comunisti non combattono questo sistema solo perché costringe tre quarti del mondo alla miseria più disumana, ma anche perché è un freno allo sviluppo culturale, scientifico e delle risorse umane, e da semplice freno si sta sempre più trasformando in un sistema che conduce alla barbarie nei rapporti umani anche nei paesi capitalisti avanzati. La nostra battaglia è dunque anche sul terreno ideologico.

La natura del femminismo

Finora ci siamo astenuti dall’utilizzare il termine femminismo in relazione alla lotta del movimento femminile. Pensiamo infatti di dover fare alcune precisazioni rispetto a questo termine.

Fourier per primo parlò di femminismo conferendo a questo termine un valore positivo e dando ad esso il significato di lotta rivoluzionaria delle donne contro la loro oppressione. Nella storia però di questo termine si sono appropriati fondamentalmente i movimenti che avevano una direzione borghese o piccolo borghese, spesso entrando in conflitto con il movimento operaio e le sue organizzazioni.

Il movimento femminista, particolarmente nel secondo dopoguerra, ha prodotto riflessioni e analisi non solo di indubbio valore, ma che anche in alcuni casi sposavano le tesi rivoluzionarie marxiste. Tuttavia resta il fatto che nel suo complesso è rimasto prigioniero di una visione riduttiva della questione femminile, che vedeva in essa la battaglia centrale in cui accumunare tutte le donne indipendentemente dalla loro estrazione sociale e a prescindere da tutte le altre battaglie (salario, condizioni sociali, ecc.).

Seppure è vero che la negazione dei diritti colpisce le donne di diverse classi sociali, c’è una distanza abissale fra le condizioni sociali di queste donne a seconda della classe a cui appartengono e dunque questa distanza si riproduce inevitabilmente anche negli obiettivi che esse si pongono.

In primo luogo c’è il problema della proprietà. Le borghesi devono tutelare le loro proprietà e quelle dei loro familiari e conoscenti; le proletarie con le loro rivendicazioni di classe, oltre che di genere, sono una costante minaccia alla proprietà borghese che viene messa in discussione non solo dal programma del movimento operaio (che può essere più o meno avanzato), ma soprattutto dai metodi di lotta (scioperi, occupazioni, ecc.) e dal carattere di massa di queste lotte.

In secondo luogo c’è il problema degli obiettivi della lotta. Il movimento femminista ha avuto storicamente tante articolazioni che in seguito in questo testo analizzeremo. Qui tentiamo una sintesi di questi obiettivi: il tema centrale delle donne borghesi nel movimento femminista è la battaglia culturale. Se all’inizio del secolo essa si esprimeva nell’estensione dei diritti democratici, quali il diritto di voto, il diritto allo studio e all’accesso alle professioni "maschili" (avvocato, medico, ecc.), successivamente ha trovato le sue rivendicazioni nel protagonismo femminile e contro la cultura cattolica che vuole la donna "angelo del focolare" (divorzio, diritto all’aborto). Questa battaglia culturale è stata spesso accompagnata da un forte radicalismo verbale e anche da azioni "esemplari" che volevano mostrare il carattere rivoluzionario e universale di quelle rivendicazioni. Nella sostanza però, nonostante i diritti democratici delle donne siano universali, cioè riguardino tutte, impostare la battaglia culturale a prescindere dal sistema economico conferisce un carattere parziale a quella battaglia, può far clamore, ma non scardina il sistema. Da qui infatti l’eterno dibattito sull’opportunità o meno di rivendicare l’emancipazione o la liberazione della donna. I settori più moderati del movimento puntualmente si limitavano a rivendicare qualche aggiustamento nella condizione della donna promuovendone la sua più o meno lenta emancipazione e altri settori più radicali, ma spesso anche più confusi, genuinamente esigevano di più, un’autentica liberazione, senza capire che per ottenerla era necessario varcare i limiti angusti del femminismo e lanciarsi in una lotta di più ampio respiro contro il capitalismo promuovendo un programma più radicale, rivoluzionario, nel movimento operaio.

Lavoratrici e ideologia patriarcale

Dall’altra parte, fra le lavoratrici, l’oppressione di genere nell’ambito domestico, si intreccia con i problemi legati alla condizione sociale. Per le lavoratrici essa è rappresentata dalla letterale asfissia da lavoro domestico e di cura, che a differenza delle borghesi non possono scaricare sul lavoro salariato (badanti, domestiche, maggiordomi, ecc). Sebbene negli ultimi decenni, nei paesi avanzati, ci sia stato un certo coinvolgimento degli uomini nella cura dei figli e della casa, continua a ricaderne sulla donna la responsabilità ultima. Sui ceti meno abbienti e sulla classe lavoratrice questa responsabilità è ancora più accentuata perché la società capitalista non ha alcun interesse a socializzare quella responsabilità. Questa situazione modifica il ruolo della donna e particolarmente della lavoratrice nella società: il tempo dedicato alla casa, ai figli, alla cura in generale è sottratto allo studio, al sindacato, alla politica, al miglioramento della condizione lavorativa, ecc. Tuttavia, a differenza delle borghesi, le donne della classe operaia, pur essendo anch’esse oppresse dai loro uomini, sono costrette ad un percorso più tortuoso e faticoso per liberarsi. Non hanno da invidiare agli uomini della loro classe sociale una bella e ben pagata professione, per la quale battersi in concorrenza. Sebbene i lavoratori hanno in media una paga più alta delle lavoratrici, si tratta pur sempre di lavoro salariato. Quello che resta è una vita di coppia e familiare insostenibile sul piano umano ed economico, che inevitabilmente entra in crisi. E anche qui vediamo le difficoltà maggiori che colpiscono le lavoratrici, che di fronte alla prospettiva del divorzio, devono affrontare il problema di una vita da single, magari con figli (che nel 98% dei casi vanno alla madre), con un salario da fame e un nuovo affitto da pagare. Il capitalismo impone alla donna il doppio fardello del lavoro fuori e dentro casa, di fronte all’insostenibilità di questo fardello, non offre alcuna soluzione, se non una ulteriore solitudine e disgregazione sociale. Circa la metà dei nuclei familiari in Italia non sono più quelli tradizionali (padre, madre, figlio/i): nella gran parte dei casi sono donne che disperatamente cercano una via di emancipazione dall’oppressione familiare, ma pur sfuggendo agli obblighi verso il proprio marito, non possono sfuggire al ruolo di donne che comunque il capitalismo affibbia loro. Resta la cura dei figli, restano le discriminazioni sul lavoro, restano e anzi aumentano le necessità economiche e resta il bisogno di solidarietà umana nella quale però si riproducono sempre le divisioni dei ruoli in base al genere di appartenenza.

A questa solitudine dell’oppressione vissuta nel privato, le lavoratrici possono, a differenza delle borghesi, rispondere con il protagonismo nella lotta sul proprio luogo di lavoro. La lotta di classe, perché è collettiva e mostra il potere delle lavoratrici, accresce la fiducia nelle proprie capacità, contribuisce a far maturare una coscienza, fra larghi strati della classe lavoratrice femminile, della condizione di oppresse nella società in quanto donne e mostra come nell’azione collettiva anche l’oppressione delle donne può essere riscattata.

Perché questa maturazione possa esprimersi in una lotta cosciente per la propria liberazione necessita di una analisi e un programma rivoluzionari. Le organizzazioni riformiste del movimento operaio, invece, sono passate da un atteggiamento, in alcuni casi, apertamente ostile (si pensi ai tanti dirigenti socialisti contrari al diritto di voto alle donne) o ad una impostazione del problema esclusivamente economica (paga e condizioni uguali, orario di lavoro, ecc) senza cogliere la portata rivoluzionaria della lotta contro l’oppressione della donna, anzi denunciando quel problema come una questione che interessa esclusivamente le borghesi.

Successivamente, in assenza di una analisi di classe indipendente, i dirigenti riformisti hanno completamente capitolato alle concezioni femministe, facendo proprie le riflessioni e l’impianto rivendicativo del settore più moderato. A questo va aggiunto che il movimento femminista ha sempre considerato le lavoratrici come le "sorelle di serie B", in parte perché meno sensibili ai suoi argomenti, in parte perché considerate vittime quasi irrecuperabili dell’egemonia maschile delle organizzazioni operaie. A dimostrazione di questo atteggiamento di sufficienza c’è la quasi inesistenza di testi sulla storia delle lotte della classe lavoratrice femminile, a differenza di una pubblicistica ben superiore relativa ai dibattiti e iniziative del movimento femminista in senso stretto, per non parlare del silenzio assordante sulle conquiste delle donne in Unione Sovietica grazie alla rivoluzione d’ottobre.

Femminismo e movimento operaio

Detto questo va chiarito un corretto rapporto fra femminismo e movimento operaio e fra conflitto di genere e conflitto di classe. Nonostante la questione femminile, come abbiamo spiegato sopra, debba essere pienamente abbracciata dai comunisti, va contrastata una impostazione parziale che vede al centro dell’iniziativa la battaglia culturale indipendentemente dall’appartenenza di classe. Questa impostazione fa arretrare la coscienza con cui le donne si approcciano alla loro condizione: in essa le donne possono vedere solo la descrizione della loro oppressione, ma vengono loro sottratti gli strumenti per superarla.

Sebbene non sia il capitalismo l’origine dell’oppressione femminile, come abbiamo spiegato, la sua esistenza rappresenta l’ostacolo decisivo al suo superamento. Questo sistema è costretto a basare il suo dominio sull’oppressione della classe lavoratrice e a questo scopo deve promuovere tutte le divisioni possibili al suo interno. L’ideologia patriarcale è fondamentale per garantirsi una larga fascia di manodopera femminile a cui imporre salari e condizioni inferiori, che alla bisogna possa entrare e uscire dal mercato del lavoro ed essere una costante pressione verso il basso dei salari e delle condizioni di tutta la classe lavoratrice. Nella stessa identica misura viene usato il razzismo per dividere la classe operaia sulla base della razza. Dunque sebbene il capitalismo spinga le donne, così come gli immigrati delle zone più arretrate del mondo, nella produzione sociale, al tempo stesso deve promuovere l’idea che compito della donna è quello di stare a casa a curare i figli e la famiglia.

Quindi il capitalismo è diventato, insieme ai suoi ideologi della chiesa, il promotore fondamentale dell’oppressione della donna. Svelare questo legame è un compito imprescindibile per chi affronta la questione femminile, dimostrando quanto la cultura patriarcale venga usata e promossa dal capitalismo per conservare il suo dominio. Qualsiasi battaglia che non tenga conto di questo, non solo è destinata alla sconfitta, ma non è in grado di orientare né le lavoratrici, né quelle donne dei ceti borghesi che non desiderano semplicemente un’aggiustamento della loro condizione, ma aspirano ad un’autentica liberazione.

Infine affrontiamo le ragioni della centralità del conflitto di classe su quello di genere. In primo luogo è evidente da quanto detto finora che per liberare la donna, o almeno porre le basi per la sua liberazione, significa innanzitutto liberare le risorse economiche per poter socializzare il lavoro domestico e la cura dei figli, lavori che inchiodano le donne alle loro responsabilità e al loro ruolo nella società in quanto donne. Liberare queste risorse significa entrare in conflitto con la proprietà privata dei mezzi di produzione, con la classe dominante, significa rivendicare la necessità di un processo rivoluzionario in senso socialista che si ponga l’obiettivo della presa del potere da partre della classe lavoratrice, della nazionalizzazione delle multinazionali e delle principali risorse economiche e della pianificazione di queste risorse sotto il controllo delle masse oggi sfruttate, che solo in un contesto del genere, in una società socialista, potrebbero usarle a proprio beneficio.

La centralità della classe lavoratrice in questo processo è determinata dal suo ruolo nella produzione sociale, dal fatto che i lavoratori, in quanto classe di salariati, permettono al capitalismo di funzionare, di esistere, pur non essendo consapevoli, nei momenti normali della loro vita, di questo potere. È quindi decisivo il loro protagonismo perché la loro forza diventi forza cosciente e possa sovvertire l’ordine costituito.

Recentemente nella sinistra si contesta questa centralità, sostenendo che esistono anche altri conflitti di analoga importanza come appunto il conflitto di genere, o la questione ambientale. Non è qui in discussione l’importanza di queste tematiche, bensì qual’è la contraddizione centrale del capitalismo attorno alla quale si articolano tutte le altre contraddizioni.

La questione femminile, così come quella ambientale, non può essere risolta in modo indipendente dall’abbattimento del capitalismo, un sistema ormai incapace di garantire alle donne e all’umanità tutta il suo armonioso sviluppo. Inoltre non si può fare una battaglia culturale, senza porsi il problema centrale di rompere il motore che quella cultura produce e di rovesciare la classe dominante, che attraverso quella cultura esprime i propri interessi.

Dunque pesa sulla classe lavoratrice, che ha il potenziale, di cui si diceva sopra, la responsabilità di assolvere anche questi compiti che il sistema borghese non può garantire, avviando ora una campagna anche sul terreno ideologico in primo luogo fra le lavoratrici stesse e in seguito, una volta conquistato il potere, mettendo in pratica i nostri propositi di liberazione.

A questo proposito ci pare di estremo interesse l’esperienza bolscevica proprio relativa alla questione femminile e vi rimandiamo quindi all’articolo di Elisabetta Rossi nella presente rivista.

Le brevi note di carattere prevalentemente storico che seguono sono volte a dimostrare le tesi qui sopra esposte. Come già detto sopra ci interessa dare nota del valore e dei limiti dei movimenti borghesi a livello internazionale, fra i più importanti quello delle suffragette inglesi, ma per ragioni di spazio ci concentreremo sul caso italiano.

Le borghesi "rivoluzionarie"

Già nel ‘700 in America come in Europa si svilupparono circoli di discussione sull’uguaglianza dei sessi, ma dal carattere estremamente moderato, il tema centrale era il diritto all’educazione. Persino in Italia le nobildonne disputarono sull’utilità dello studio e sulla sua superiorità rispetto ai bei vestiti.

La rivoluzione francese è il primo caso in cui questi circoli ristretti vengono letteralmente "allagati" dalle masse, dalle popolane, che vedono nel processo rivoluzionario la possibilità di riscatto dalla propria miseria e di mettere in pratica l’uguaglianza dei sessi. Olimpya de Gouges, una borghese girondina, si fa paladina di queste aspirazioni e nel 1791 presenta la sua Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina. Qui tuttavia vediamo chiaramente quanto il marxismo ha successivamente analizzato ovvero la superiorità degli interessi di classe su quelli di genere. Quando infatti il processo rivoluzionario entra nella fase critica in cui la reazione si organizza per affossare la rivoluzione, la de Gouges non capisce che per difendere quegli stessi diritti per cui diceva di battersi era necessario sconfiggere i sostenitori della monarchia, pena il tradimento e la sconfitta delle masse in rivolta. Nel 1793 si schiera contro la messa a morte del re e contro la politica del terrore di Robespierre e per questa ragione viene a sua volta ghigliottinata nel 1793.

Tuttavia le battaglie che ebbero un carattere di massa furono successive e con un chiaro contenuto politico: il diritto di voto.

Negli Usa a partire dalla guerra tra Nord e Sud per l’abolizione della schiavitù si sviluppò un movimento femminile. Alle donne non fu concesso di firmare la dichiarazione abolizionista degli Stati del Nord e per questa ragione fondarono una Società antischiavista femminile nel 1830. Questa società iniziò una campagna in cui metteva sullo stesso piano la condizione dei neri con quella delle donne e avviò una lungo percorso di dibattiti pubblici (allora praticamente vietati per le donne) e di pubblicazioni in cui si rivendicava il diritto di voto, il diritto a disporre della proprietà e dei guadagni, l’affidamento dei figli in caso di divorzio e una diversa educazione per le donne. Nel 1850, anno in cui si tenne il primo congresso nazionale per i diritti femminili, su un milione di lavoratori circa un quarto erano donne. Nonostante quindi ci fosse una presenza importante di donne fra il proletariato, gli interessi delle associazioni femminili erano orientati, a parte la questione del voto, alla tutela dei loro diritti nell’ambito della classe borghese.

Le suffragette inglesi

Il movimento che più scosse le coscienze per la radicalità dei metodi di lotta fu quello delle suffragette inglesi, che rivendicavano appunto il suffragio universale. Il partito laburista fin dalla sua nascita (1900) rivendicava il diritto di voto alle donne e le dirigenti sindacali e del partito laburista indipendente erano attive nella campagna per il diritto di voto alle donne lavoratrici. Nel 1903 nasce l’Unione sociale e politica delle donne, fondata da Emmeline Pankhurst. Questa associazione definisce superati i metodi dei convegni e delle petizioni, inizia una campagna di boicottaggio dei candidati liberali e di azioni simboliche. Le suffragette interrompono i comizi dei liberali, si aggrappano ai lampioni, in ogni iniziativa politica sono presenti con i loro cartelli a rivendicare il diritto di voto. Il governo passa alla repressione dura. Ci sono arresti di massa e molte suffragette vengono condannate ai lavori forzati. Nelle carceri entrano in sciopero della fame, della sete e del sonno e per non farle morire il governo ordina l’alimentazione forzata. Il partito laburista che appoggia il movimento denuncia le torture in prigione, ma il governo non cambia strategia. Anzi, nel novembre del 1909 due suffragette vengono uccise dalla polizia nel corso di una manifestazione. Da qui inizia una spirale sempre più violenta: le femministe reagirono incendiando edifici e vagoni ferroviari, furono distrutte vetrine e caselle postali. Le carceri si riempiono di donne che iniziano subito lo sciopero della fame e la polizia, per non torturarle, le libera per riarrestarle poco dopo, inaugurando la famosa strategia del "gatto e il topo". Nel 1913 la polizia invade la sede delle femministe, sopprime il giornale e scioglie l’associazione.

Lo stesso anno, manifestando la disperazione per il vicolo cieco in cui era entrato il movimento, una suffragetta, Emily Davidson, nel corso di una corsa ippica al cospetto del re e della regina e di migliaia di spettatori, si getta fra i cavalli in corsa, restandone mortalmente schiacciata.

Di lì a poco sarebbe scoppiata la prima guerra mondiale e una buona parte delle dirigenti del movimento femminista abbracciò la propaganda patriottica; Emmeline Punkhurst tornò in libertà e venne incaricata dal governo di organizzare le donne per sostituire gli uomini richiamati alle armi.

Il movimento delle suffragette era prevalentemente formato da giovani donne della piccola borghesia, che si rivoltavano contro l’ipocrisia della società e della loro classe che le voleva solo brave mogli al servizio dei loro bravi mariti. Non c’è alcun dubbio però che suscitarono, per la loro abnegazione e perseveranza, la simpatia e l’appoggio fra la classe lavoratrice, particolarmente nei primi anni. Successivamente infatti, proprio quando la strategia delle azioni eclatanti mostrava il fiato corto, si aprì una spaccatura nel movimento. Una parte di esso, guidato dalla figlia di Emmeline, Sylvia Punkhurst entrò in contatto con le donne del movimento operaio dell’East End di Londra e comprese che, per difendere veramente le donne, il voto era solo un mezzo attraverso il quale estendere una lotta più generale contro l’oppressione della donna e del capitalismo. Sylvia fu fra le fondatrici del Partito comunista inglese.

La riscossa delle lavoratrici in Italia

La vivacità del movimento inglese non toccò in ugual misura gli altri paesi europei. In particolare la borghesia italiana era troppo debole e arretrata perché potesse cogliere gli effluvi rivoluzionari della propaganda femminista. Ancora nel 1908 il primo congresso nazionale sulla questione femminile vedeva la partecipazione di tutti i partiti politici al cospetto della regina ed era ispirato ai principi dell’interclassismo. Nell’introduzione si legge quanto segue: "Il nostro femminismo non suona lotta, si adopera, al contrario, per l’unione fra le classi, che è una delle sue più care aspirazioni"; tanto era debole l’ispirazione delle congressiste, che si "dimenticarono" di inserire nei temi in discussione la questione del diritto di voto.

In Italia infatti la questione femminile non fu posta per la prima volta dai circoli borghesi, bensì dal movimento operaio che mostrava la vitalità di una nuova classe sociale alla ricerca di una via d’uscita dalla miseria propria e di tutta la società.

Alla fine dell’800 in Italia si contavano un milione e mezzo di operaie tessili a cui si aggiungevano 300mila contadine impiegate a domicilio nel lavoro di filatura del lino e della canapa. Nel settore tessile i lavoratori maschi erano solo il 10% della manodopera. Altri settori con manodopera a forte presenza femminile erano la manifattura tabacchi e la fabbricazione dei fiammiferi. Nel settore tessile ci furono le prime forme di organizzazione delle lavoratrici, nel 1889 nacque la "Società delle sorelle del lavoro" che promosse numerosi scioperi per difendere il salario e ridurre la giornata lavorativa a dieci ore. Nelle camere del lavoro si formarono le prime sezioni femminili, la prima, a Milano, nacque nel 1890-91 per opera di tre socialiste: Linda Malnati, Giuditta Brambilla e Carlotta Clerici. Le condizioni in cui si operava erano molto difficili, alla miseria e all’analfabetismo dilagante fra le lavoratrci bisognava aggiungere l’enorme ricattabilità da parte del lavoratore e lo scherno a cui erano sottoposte le donne dai propri uomini in famiglia, come ben testimoniano alcune lettere che venivano pubblicate su L’Avanti. Ecco alcuni brani di una di esse a proposito dell’iscrizione delle donne al sindacato:

"Cominciando dai nostri fratelli che in gran parte vi appartengono (al sindacato - NdR), non avrebbero tollerato che noi si manifestasse un simile desiderio, figuriamoci poi i genitori, e perché no, i nostri ragazzi. È inutile, noi donne non dobbiamo pensare a certe cose, se non intendiamo rinunciare alle gioie della famiglia. Meglio schiave, come ci si chiama, delle convenienze, che schiave del ridicolo. È poco quello che ci si potrebbe guadagnare, ed è molto quello che ci si può perdere."4

Ciononostante, le condizioni drammatiche in cui lavoravono le donne spinsero queste "schiave delle convenienze" a lotte durissime e ad entrare nelle organizzazioni del movimento operaio. Fra il 1880 e il 1890 assisitiamo in Italia ad un’ondata di lotte che danno vita alle prime associazioni e organizzazioni operaie: leghe, casse di mutuo soccorso, sindacati, camere del lavoro, il partito socialista stesso nacque nel 1892. Particolarmente nelle campagne il movimento fu molto attivo e vide un’alta partecipazione femminile. Il primo sciopero delle mondine fu quello a Molinella nel 1883 per ottenere un piccolo aumento salariale. Tre anni dopo fu la volta delle mondariso di Medicina, con rivendicazioni analoghe. A Monselice lo sciopero venne represso nel sangue: tre mondine furono uccise e altre 11 gravemente ferite. Nella bassa padana le mobilitazioni costrinsero i padroni delle risaie a ricorrere al crumiraggio organizzato. Chiamarono dal ferrarese e dalla Romagna altre mondine a sostituire le scioperanti, ma tale era il livello della lotta che anche le crumire si unirono allo sciopero e il padrone fu costretto alla ritirata. In seguito a questa lotta durissima 42 lavoratrici vennero processate e accusate di "attentato alla libertà del lavoro, per resistenza e oltraggio a pubblici ufficiali".

Il coraggio straordinario di queste donne, che nella lotta collettiva erano riuscite a prendere fiducia nelle loro capacità e sul loro reale potere, non poteva non avere una ripercussione anche entro le quattro mura di casa. Il ridicolo di cui le si copriva per voler interessarsi di sindacato e "di cose da uomini" doveva necessariamente cedere il passo al rispetto e ad una emancipazione del modo di pensare di quei padri, mariti e fratelli altrettanto sfruttati. Il segnale più importante di questi mutamenti lo vediamo nell’affermarsi di forme di organizzazione del lavoro femminile, nonostante prevalga lo scetticismo dei lavoratori maschi e molte delle loro organizzazioni siano precluse alle lavoratrici.

E qui vediamo come l’oppressione della donna lavoratrice da parte degli uomini della sua stessa classe sociale abbia un carattere diverso rispetto alla classe borghese. I pregiudizi contro le donne dell’abate Rosmini e della classe dominante sono determinati dalla volontà di perpetuare il dominio borghese sulle donne e sulla classe lavoratrice; i pregiudizi degli operai e dei contadini, che spesso vengono espressi con grande brutalità, sono determinati dall’ignoranza in cui volutamente la classe dominante deve mantenere tutti i suoi sottoposti. I pregiudizi dei borghesi non possono essere superati perché sono la condizione, sul piano culturale, del loro dominio. I pregiudizi degli sfruttati invece, nonostante siano profondamente radicati, entrano in contraddizione con il loro bisogno di emancipazione sociale e possono essere superati nell’azione collettiva. La classe operaia ha un interesse comune nella liberazione dal giogo capitalista: nella lotta di classe impara a conoscere la sua forza e anche a superare la miseria culturale in cui la borghesia la vuole schiacciata.

Il ruolo del Partito socialista

La lotta di classe è dunque centrale. Il neonato partito socialista, con la sua principale dirigente femminile Anna Kuliscioff, concentra la sua attenzione proprio su questo tema. Nell’appello della Kuliscioff per le elezioni del 1887 leggiamo:

"È la prima volta che anche noi donne sentiamo il dovere di risvegliarci. È passato il tempo in cui la donna non attendeva che alla famiglia e viveva al di fuori di tutte le lotte che agitano la società moderna. La macchina, la grande industria, il grande magazzino, la trasformazione generale dell’economia sociale, ci ha strappate dal focolare domestico e ci getta nel vortice della produzione capitalista. Con ciò il centro di gravità dei nostri interessi è trasportato, di necessità dalla vita famigliare alla vita sociale. (...)

Ma quel che è peggio, è che la donna è sfruttata e martirizzata assai più del sesso chiamato forte. Il padrone fa il suo interesse; cerca di farci lavorare il più possibile e di pagarci il meno possibile, e siccome non trova resistenza, ogni giorno ne inventa una nuova. (...)

Gli ultimi scioperi delle filatrici e tessitrici del bergamasco e del cremonese hanno messo a nudo tutta la vergogna della nostra civiltà borghese. Nel bergamasco, dove su 17mila lavoratori nelle filature e tessiture 11mila sono donne e fanciulli, la giornata di lavoro in certi stabilimenti dura dalle 4 del mattino alle 8 di sera, e le lavoratrici sono pagate in media 43 centesimi al giorno, se non sono maritate: queste invece si pagano solo 40 centesimi, perché il padrone vuol garantirsi del danno delle interruzioni che possono derivare dalla gravidanza, dal puerperio, dalle malattie che talvolta gli tengono dietro. E taccio delle nostre compagne che rimasero nei campi, delle mondariso, il cui sangue, oltreché dall’eccesso di lavoro, è succhiato dalle sanguisughe che si appiccicano alle loro carni, è infettato dalla malaria che le sbatte gialle e rigonfie sui covili che servono loro da letticciolo. No, questa delle donne lavoratrici non è più una vita, è un martirio lento!"5

Quest’appassionato appello era parte di una battaglia centrale del partito, ovvero di una legge di protezione del lavoro femminile e minorile, che venne approvato, seppur con forti peggioramenti rispetto alla proposta socialista, nel 1902, come risultato della dura lotta di classe. Tuttavia il partito socialista era attraversato da un forte dibattito relativo alla questione femminile. Nella misura in cui ci si limitava a rivendicare maggiori tutele per quei lavori che erano chiaramente disumani tutti erano d’accordo, approfondendo l’analisi emergevano forti crepe. La prima battaglia era contro l’economicismo, ovvero la tendenza della maggioranza dei dirigenti socialisti, compresa la Kuliscioff, a sostenere che una volta garantita l’emancipazione economica alle donne, e dunque eliminata la dipendenza economica dall’uomo, il problema della loro oppressione fosse risolto. In particolare Anna Maria Mozzoni, una borghese di Milano che aveva iniziato la sua attività proprio contro l’ipocrisia borghese che vuole la donna priva di autonomia, tentava un approccio più articolato, denunciando la necessità di una battaglia anche sul terreno culturale.

Nonostante la Mozzoni avesse aderito al partito socialista fin dall’inizio perché considerava la liberazione della classe operaia al centro del suo pensiero, non riuscì mai a collocare in chiave rivoluzionaria la questione femminile, limitandosi ad attaccare giustamente l’economicismo, ma senza tradurre in una proposta politica le sue intuizioni corrette. Complessivamente quindi il partito socialista non riesce a tradurre una propaganda corretta in un programma politico rivoluzionario, delegando spesso il suo intervento concreto alle leghe operaie e al sindacato, i quali avevano un programma ancora più moderato.

Sulla questione del voto alle donne, poi, si evidenzia ancora più chiaramente la non comprensione della questione. Nonostante non ci sia mai stato un formale schieramento contro il suffragio femminile, l’interesse era come minimo tiepido, tanto che Filippo Turati, segretario del partito, nel 1910 nel pieno della campagna per il suffragio femminile, in cui Giolitti affermò che concedere i diritti politici a tanti milioni di donne sarebbe stato un salto nel buio, sostenne che "l’ancor pigra coscienza politica" delle masse femminili non avrebbe portato grandi benefici e al contrario avrebbe rafforzato i partiti conservatori. Sebbene questa affermazione corrispondesse forse alla situazione del momento, non era certo di stimolo a fare un lavoro per svegliare la "pigra coscienza". Il voto del Psi in parlamento a favore del suffragio femminile rappresentava quindi più una petizione di principio, corretta ma astratta, che non una reale volontà di impegnarsi a fondo in questa lotta.

La rivoluzione d’ottobre e il partito comunista

Un apporto decisivo a chiarire la situazione e a far emergere posizioni più avanzate l’ebbe certamente il dibattito internazionale del movimento operaio. Cominciavano a circolare gli articoli di Clara Zetkin sulla questione femminile anche in Italia e l’arrivo della Prima guerra mondiale fece precipitare le contraddizioni nei partiti socialisti. Alla propaganda in difesa degli operai seguì una capitolazione totale agli interessi delle borghesie nazionali. Quasi tutti i partiti socialisti della Seconda internazionale votarono a favore dei crediti di guerra avallando il massacro di quegli stessi milioni di operai di cui volevano farsi paladini. Lenin nel 1914 si distingue in questa orgia patriottarda denunciando la viltà dei partiti socialisti e lanciando una nuova internazionale che si prefiggesse l’obiettivo della rivoluzione socialista e i cui sostenitori dovevano rompere con quei dirigenti socialisti che avevano tradito la causa proletaria. La rivoluzione d’ottobre nel 1917 diede impulso alla nuova internazionale e all’avanzamento del dibattito nei partiti socialisti che si trovarono costretti a prendere posizione su quell’evento di straordinaria importanza. Fra il 1920 e il 1921 dalla scissione dei partiti socialisti nacquero i partiti comunisti e la Terza internazionale che si proponeva di conquistare il potere a livello mondiale estendendo quindi l’esperienza sovietica a tutto il mondo e in particolare in Europa dove c’era un grande fermento rivoluzionario.

Non è questa la sede per un approfondimento di quei grandi eventi e del loro riflesso in Italia. Ci interessa però sottolineare che questi avvenimenti ebbero un grande effetto nel dibattito sulla questione femminile in Italia. Per la prima volta la prospettiva comunista sulla liberazione della donna aveva un impulso sufficiente a formare un gruppo di quadri dirigenti capaci di portare avanti quella battaglia.

Nel partito socialista si consolidò quell’opposizione che andò poi a formare il partito comunista. Particolarmente i compagni e le compagne che diedero vita all’esperienza dell’Ordine Nuovo a Torino si posero l’obiettivo cosciente di applicare l’esperienza sovietica alla situazione italiana e infatti si trovarono a dirigere l’occupazione delle fabbriche a Torino e un movimento rivoluzionario nel 1919-20 su scala nazionale, noto come il biennio rosso.

In questo clima si formarono le dirigenti comuniste che scrissero le pagine più belle e profonde del movimento operaio sulla liberazione della donna. La principale dirigente dell’Ordine Nuovo era Camilla Ravera, lo slogan che sintetizzava il programma del gruppo, "la donna libera dall’uomo, tutti e due liberi dal capitale". Il terreno di intervento erano le lotte operaie, ma non più con l’atteggiamento paternalistico di chi difende i miseri sfruttati, bensì promuovendo il protagonismo operaio, formando quadri operai, e conquistando gli operai alla causa del comunismo. In questa ottica cresce l’intervento fra le lavoratrici e Gramsci, direttore dell’Ordine Nuovo, affida a Camilla Ravera la cura di una rubrica settimanale del giornale dedicata alla questione femminile, La tribuna delle donne.

In questo spazio vengono pubblicati gli articoli della Zetkin, della Kollontaj, della Luxemburg, dei principali dirigenti sovietici, i resoconti sulla situazione in Unione Sovietica sull’evoluzione della lotta per la liberazione della donna durante la rivoluzione. Oltre a tutto questo c’è il materiale di agitazione per il lavoro fra le lavoratrici che ha un solido impianto teorico perché anche in articoli brevi si denuncia e si dà la giusta misura dell’oppressione femminile.

La Ravera insiste su tutti gli aspetti, anche più privati della vita quotidiana, in cui si manifesta l’ideologia borghese radicata nella classe operaia e anche "tra gli stessi compagni"; denuncia lo squallore della vita della casalinga, la fatica disumana a cui sono costrette le lavoratrici tra la casa e la fabbrica, denuncia la brutale miseria fisica e morale della maggioranza delle famiglie di fronte alla quale "tutta la fraseologia borghese sulla libertà, sull’amore, sulla famiglia, sopra i rapporti tra genitori e figliuoli, diventa tanto più nauseante"6.

La chiarezza teorica permette alle compagne dell’Ordine Nuovo di avere una posizione avanzata anche sulla maternità. Si denuncia l’ipocrisia sulle gioie della maternità, per affermare che per le lavoratrici la maternità è una disgrazia e che fintanto che la società non ne riconoscerà il valore sociale e non se ne accollerà i compiti deve essere consentito alla donna di accettarla o rifiutarla. Per la prima volta si afferma quindi il diritto di aborto. Questa coraggiosa posizione, in seguito alla degenerazione stalinista, non venne più ripresa dal partito comunista del dopoguerra e si dovette attendere lo sviluppo dei movimenti femministi alla fine degli anni ‘60.

Nella Tribuna delle donne si pone l’accento sull’importanza dell’emancipazione della donna come leva per l’emancipazione anche dell’uomo. In occasione delle mobilitazioni dei reduci di guerra contro l’occupazione femminile, la Ravera non perde occasione per intervenire e denunciare la cultura patriarcale che vuole l’uomo capo indiscusso della famiglia e la mercificazione del matrimonio e del rapporto di coppia che costringe gli individui ad un brutale rapporto economico per il sostentamento reciproco.

E ancora denuncia la schiavitù del capitale nella miseria della vita privata:

"Schiavo del capitale, l’uomo, corrotto dalla sua stessa schiavitù, cerca di prendere la rivincita soggiogando la donna, sfruttandola e martirizzandola. Estenuato da un lavoro senza gioia e senza ideale, l’uomo cerca l’oblio nell’alcool, nella crapula; la donna custode del focolare, ne è sempre la vittima. È la donna che prepara la carne da cannone, la carne da sfruttare, la carne da piacere. La donna non diventerà libera che quando l’uomo sarà libero".7

Il partito comunista di Gramsci e Bordiga, nato dalla scissione di Livorno nel gennaio del 1921, si apprestava su queste basi teoriche a costruire il lavoro fra le donne ben consapevoli delle difficoltà: il partito aveva 1200 sezioni a livello nazionale e 96 commissioni femminili, responsabili del lavoro fra le lavoratrici, le compagne iscritte erano in tutto 400 e dal 1922 si dotarono di un periodico, La Compagna, che aveva 15mila copie di tiratura.8

Sconfitta e fascismo

Il fascismo schiacciò sul nascere tutta questa esperienza. Già nel 1921 il numero delle sezioni fasciste passa da poco più di 300 ad oltre mille. Gli attacchi delle squdracce nei primi quattro mesi del 1921 vedono 102 morti sul campo. In sei mesi vengono saccheggiate o incendiate 59 case del popolo, 119 Camere del Lavoro, 141 fra circoli socialisti e comunisti. Le organizzazioni del movimento operaio vengono ridotte al lumicino e poi costrette alla clandestinità, le condizioni della classe lavoratrice peggiorano verticalmente.

Nel 1927 i salari femminili vengono ridotti alla metà di quelli maschili, che già avevano subito una forte riduzione. In uno stabilimento meccanico che produce apparecchi di precisione il salario maschile va da un massimo di 4 lire all’ora a un minimo di 2,50, mentre le donne vengono pagate 1 lira e 50. Nelle campagne i braccianti maschi ricevono 9 lire a giornata, le donne non riescono ad andare oltre le 5 lire.

Iniziò una campagna sulla prolificità delle donne il cui ruolo era stare a casa a fare figli. Nel 1927 venne proibito alle donne di insegnare in alcune facoltà universitarie e nei licei, poi la cosa si estese ad alcune materie negli istituti tecnici e nelle scuole medie, infine vennero raddoppiate le tasse alle studentesse. Il fascismo ereditò il codice precedente del 1865, nel quale l’uomo era considerato il capo indiscusso della famiglia, al quale spettava ogni decisione su moglie e figli e anche da separato o da morto, tramite il testamento, faceva valere la sua volontà; la donna, eterna minorenne, doveva giurare fedeltà assoluta e l’adulterio era punito con due anni di reclusione, ovviamente l’uomo era libero di tradirla come voleva. A questa legislazione reazionaria il fascismo aggiunse una norma ulteriore: l’articolo 587 sul delitto d’onore, secondo il quale chiunque uccidesse la moglie, la figlia o la sorella per difendere "l’onore suo o della famiglia" aveva diritto alla riduzione di un terzo della pena. Questa norma, insieme a quella che considera lo stupro un delitto alla morale e non alla persona, è stata abolita solo negli anni ‘80.

Tra il 1921 e il 1936 la percentuale di donne che svolgeva attività extradomestiche passò dal 32,5% al 24%, sebbene in alcuni settori i bassi salari e l’assenza di qualifiche incentivavano l’assunzione di manodopera femminile, checché ne pensasse l’ideologia fascista. Anzi a partire dal 1936 si ebbe anche un aumento che portò le donne con una occupazione, secondo il censimento di quell’anno, ad essere 5 milioni e 247mila. Con la Seconda guerra mondiale l’occupazione femminile crebbe ulteriormente perché le donne sostituivano gli uomini al fronte; analogamente crebbe anche il loro ruolo nella società e successivamente nella lotta contro il fascismo.

Gli anni della guerra sono durissimi, la fame e la miseria mettono a dura prova la classe operaia italiana e minano la stabilità sociale. A Torino gli operai lavorano dalle 10 alle 11 ore al giorno. Su 150mila operai 40mila sono donne, i bombardamenti hanno distrutto o danneggiato 25mila case, decine di migliaia di lavoratori sono sfollati nell’entroterra. La situazione è tale in tutte le principali città. Gli alimenti e la legna per il riscaldamento sono razionati. I prezzi al mercato nero salgono vertiginosamente: nel ‘43 il burro passa da 27 a 160 lire al chilo, il riso da 2 lire e 50 a 25 lire e la farina da 1 lira e 80 a 12 lire. Con le tessere (cibo razionato dalle autorità) un operaio di Biella nel gennaio del ‘43 mangia per 1000 calorie e siccome il grosso dell’alimentazione viene tenuta per i bambini si capisce bene che le masse erano alla fame. I padroni stessi reclamano un aumento del cibo distribuito con le tessere perché cala la produttività, gli operai e le operaie sono sempre malate. Racconta un’operaia di Torino:

"Avevo sempre fame, anche perché quel poco che c’era lo lasciavamo sempre ai bambini. Ma io sono sempre venuta a lavorare, anche quando mi sentivo male. Per la debolezza avevo le mie cose irregolari, un mese mi saltavano poi magari mi venivano ogni quindici giorni. Io ero fortunata, perché non avevo mai dolori, ma una mia compagna di lavoro quando le venivano le sue cose non riusciva a reggersi in piedi. Ma dai, non venire in quei giorni... le dicevamo noi. Lei aveva una gran paura di essere licenziata. Era sola, con un bambino e senza marito."9

Intanto iniziavano a giungere le notizie delle sconfitte militari sul fronte e sempre di più era visibile l’indebolimento del regime. Le operaie che avevano i mariti in Russia venivano ormai considerate vedove. Si davano per certe le notizie secondo le quali i soldati italiani non avevano abbastanza per difendersi dal freddo dell’inverno russo e che durante la ritirata i tedeschi avevano requisito i camion e gli italiani erano costretti alla ritirata a piedi: chi non ce la faceva restava lì, si congelava e moriva.

Nel gennaio del 1943 appare una lettera di un’operaia su un giornale sindacale fascista: "Faccio lo stesso lavoro pesante che faceva l’operaio che ho sostituito. Ma lui guadagnava 40 lire al giorno ed io ne prendo solo 23. Me ne sapete spiegare la ragione?". Sul giornale non c’è traccia di risposta.

Gli scioperi del ‘43

In questo clima scoppia la ribellione, in piena clandestinità si organizzano gli scioperi del marzo 1943, i primi dopo un lungo silenzio durato oltre vent’anni.

A Torino si chiede un aumento dell’indennità di carovita e il pagamento a tutti delle 192 ore di straordinario che venivano pagate solo ai capifamiglia sfollati.

A Mirafiori lo sciopero deve cominciare alle 10,00 quando, come tutte le mattine, suona la sirena dell’allarme. Ma l’allarme quel giorno non suona e sono le operaie con pochi ma chiari cenni e un gran lavorio fra i reparti a far partire ugualmente lo sciopero. Analogamente le agitazioni si diffondono a macchia d’olio in tutto il Nord. Si sciopera alla Lancia, alla Michelin, alla Manifattura Tabacchi. Alla fabbrica Picco di Vegliomosso sono le donne a dare il via allo sciopero. Interviene la polizia e due vengono arrestate. Immediatamente i 500 operai del vicino lanificio entrano in sciopero in solidarietà, la lotta si estende e i padroni e i loro amici fascisti capiscono che è meglio concedere qualcosa: arrivano gli aumenti salariali e gli arresti vengono ritirati.

Alla Borletti di Milano sono le donne del reparto spoletteria che danno il via agli scioperi il 25 marzo. Alla Falck durante lo sciopero gli squadristi fascisti entrano nella fabbrica con i manganelli, ma vengono respinti dagli operai. Al cotonificio di Abbiategrasso 700 operaie inferocite mettono in fuga i capi fascisti accorsi per reprimere lo sciopero. Anche a Milano lo sciopero è un successo: la Pirelli, la Face Bovisa, la Caproni, la Brown Boveri entrano tutte in agitazione.

Ecco le valutazioni del fascista Farinacci, stretto collaboratore di Mussolini che a lui si rivolge: "...Se ti dicono che il movimento ha assunto un aspetto esclusivamente economico, ti dicono una menzogna... Il partito è assente e impotente. Ora avviene l’inverosimile. Dovunque nei tram, nei caffé, nei teatri, nei cinematografi, nei rifugi, nei treni, si critica, si inveisce contro il Regime e si denigra non più questo o quel gerarca, ma addirittura il Duce. E la cosa gravissima è che nessuno più insorge. Anche le Questure rimangono assenti, come se l’opera loro fosse ormai inutile. Andiamo incontro a giorni che gli avvenimenti militari potrebbero far diventare più angosciosi...".10

Il regime era ormai segnato. Le mobilitazioni del marzo avevano sostanzialmente vinto e soprattutto avevano dato gran fiducia alle masse oppresse.

Come è noto dalle pagine della storia Mussolini viene arrestato il 25 luglio del 1943. Immediatamente, già nella notte e poi il giorno successivo si moltiplicano le manifestazioni di giubilo e gli scioperi. Allo jutificio della Montecatini di Ravenna le operaie, quando sanno che Mussolini è caduto, convocano uno sciopero per il rilascio di una loro compagna di lavoro arrestata perché aveva protestato contro i ritmi di lavoro. Tutti leggono nella caduta di Mussolini la fine del regime e della guerra e quindi vedono giungere il momento del riscatto.

Ma non sarà così. Badoglio, capo del nuovo governo nominato dal re, avverte che "sono vietati gli assembramenti. La forza pubblica ha l’ordine di disperderli inesorabilmente." Il capo di Stato Maggiore ordina di sparare ad altezza uomo. A Bari il 27 luglio l’esercito spara su una manifestazione: 23 morti e 70 feriti. A Reggio Emilia il giorno dopo analoga situazione, una donna rimane uccisa.

E la guerra continua. E cresce però anche l’insubordinazione fra le masse. Prova ne è quanto accade fra le mondine nel ‘43 e il ‘44. In Emilia migliaia di donne partivano per il Piemonte per la monda del riso: per 40 giorni acqua fino al ginocchio, curve sotto il sole a liberare le piantine di riso dalle erbacce per poi trapiantarlo. In quel periodo c’era una vero e proprio arruolamento. Nell’estate del ‘43 ci sono sempre meno donne disponibili. Nel ‘44 i padroni chiedono 10mila donne e un migliaio di uomini. Ne partono 300. E anche quelli che partono creano qualche problemino; così strillano i padroni sui giornali dell’epoca: "le mondine immigrate influenzate da una accentuata propaganda antinazionale hanno in più parti scioperato, chiedendo aumenti di paga e miglioramenti del vitto". E la lotta paga: le spese di viaggio diventano a carico del padrone, la paga giornaliera salirà a 35 lire (più di quello che guadagna un’operaia alla Fiat) e infine pane, formaggio e marmellata per il viaggio di ritorno!

La guerra partigiana e la questione femminile

Dopo l’8 settembre del 1943 l’esercito italiano è in piena smobilitazione e inizia la guerra partigiana. Si formano i Gruppi di difesa della donna, un’organizzazione clandestina per l’assistenza ai combattenti della libertà, con il compito di organizzare manifestazioni e scioperi nelle fabbriche e atti di sabotaggio alla produzione bellica. Non possiamo entrare qui nei dettagli di quella vicenda, basti dire che l’ambiente di protagonismo delle masse femminile che abbiamo visto crescere nei mesi precedenti ha trovato nella lotta partigiana una chiara espressione. E a dimostrazione di come la lotta collettiva nobilita l’essere umano, vediamo un gran circolare in questo periodo di libri clandestini fra la classe lavoratrice, uomini e donne. Migliaia di lavoratori imparano a leggere e scrivere nei circoli clandestini del Pci o da soli, avidi di migliorare il loro livello culturale, consapevoli, come sempre di più iniziano ad essere, del loro ruolo nella società. Nella misura in cui le donne combattano a fianco degli uomini, vengono sempre di più viste da questi ultimi come loro pari e vengono pertanto coinvolte in quelle letture, non solo politiche, che tanto peso ebbero nel formarsi di una coscienza rivoluzionaria, come ben testimoniano i racconti delle operaie che con grande fatica leggevano, imparando a farlo, La Madre di Gorki o Il Tallone di ferro di London: non più i romanzetti rosa consentiti dal regime, ma storie di lavoratori e di oppressi, in cui i lettori si identificavano maturando i loro desideri di rivolta.

Inoltre nella lotta partigiana le donne sono importanti e molto utili: hanno maggior libertà di circolazione, a loro non è vietato andare in bicicletta, e destano meno sospetti nei fascisti. Pertanto vengono impiegate massicciamente per il trasporto di messaggi, armi e attrezzature varie fra i vari nuclei delle brigate partigiane: le famose staffette. Un lavoro durissimo ed estremamente pericoloso che coinvolge migliaia di donne. Riportiamo qui alcuni passaggi di un resoconto di una partigiana dell’epoca:

"Fino a due anni prima una ragazza non poteva uscire da sola, la sera. Era uno scandalo se lo faceva. Poi, con la Resistenza, chi ci badava più a queste cose? Se dovevi uscire, uscivi e nessuno ti diceva niente. Sembrava naturale. Non pensavamo alla parità dei diritti con gli uomini, ma volevamo certe libertà che prima non avevamo mai avuto. Tra noi si discuteva anche. Ricordo che una volta un gruppo di gappisti mi incaricarono di recarmi al Comando. Come arrivai, i compagni cominciarono a rimproverarmoi perché avevo deciso io da sola di prendere contatto con quel gruppo. Allora ai compagni glielo dissi chiaro e tondo: ‘Tu sei il comandante e puoi anche rimproverarmi. Però sappi che tu hai bisogno di me... questo sia chiaro, perché voi, senza di noi staffette non fate niente, ma proprio niente’"11.

Ancora una volta vediamo come le condizioni materiali e la lotta generale dei lavoratori e delle lavoratrici mutano le coscienze, le relazioni culturali e dunque anche i rapporti fra i sessi: dall’oscurantismo più becero si è passati in poco tempo a quanto sopra descritto.

E fu chiaramente un fenomeno di massa: 75mila le donne appartenenti ai Gruppi di difesa, 35mila le partigiane, 4.563 tra arrestate, torturate e condannate, 623 rimaste uccise e 2.750 deportate in Germania.12

Questo movimento, la Resistenza, rappresentò la lotta rivoluzionaria delle masse oppresse, classe lavoratrice e contadini, non solo contro il nazifascismo, ma contro il sistema capitalista che ne fu il responsabile. Le masse aspiravano ad instaurare un ordine nuovo, il loro protagonismo, la loro abnegazione erano determinati dalla volontà di farla finita con i padroni, "di fare come in Russia, dove comandano gli operai e i padroni non esistono più".

Non fu così. In Russia, sebbene non ci fossero più i padroni, neppure comandavano gli operai. La burocratizzazione di quell’apparto statale aveva avuto pesanti effetti su tutti i partiti comunisti, particolarmente su quello italiano il cui dibattito interno era stato sostanzialmente azzerato dalla clandestinità imposta dal fascismo.

Fine della Resistenza e suffragio universale

La linea non era più la presa del potere, la rivoluzione mondiale, ma "la via italiana al socialismo", come la svolta di Salerno (1944), operata da Togliatti, suggellò. Appena rientrato in Italia dall’Urss, Togliatti dà la massima disponibilità a Badoglio perché il Pci collabori alla formazione del "primo governo dei partiti" e a costruire la democrazia borghese in Italia.

Il dopo ‘45 fu un duro risveglio per i partigiani, non privo di conflitti anche sanguinosi: consegnare le armi, tutti a casa, potere alla Costituente; tutto ciò non era precisamente quello che si aspettavano.

La classe dominante terrorizzata dall’ascesa della lotta di classe doveva puntare sul coinvolgimento del Pci per far mostra di un’autentica volontà di rinnovamento, che nella sostanza permettesse alle forze della reazione di riorganizzarsi. Il personale dell’apparato statale rimase intatto, molti semplicemnte cambiarono tessera, dal partito fascista alla Democrazia cristiana. Il punto di equilibrio che si trovò in quel contesto fu la Carta costituzionale, che non rappresentava le aspirazioni democratiche della borghesia e dei suoi partiti, bensì parte delle concessioni necessarie per far rientrare nei ranghi la classe operaia in armi.

Queste sono le condizioni che hanno portato alla conquista del diritto di voto alle donne nel 1945. Le masse aspiravano alla rivoluzione socialista, non trovarono una direzione politica nel Pci che li guidasse al potere e venne loro servita la Costituzione e il suffragio universale.

Parte del grande protagonismo delle donne durante la resistenza viene raccolto nell’Udi (Unione delle donne italiane), un’organizzazione legata al Pci che sposa un’impostazione riformista della questione femminile all’interno del quadro capitalista e della famiglia tradizionale.

Nonostante, in molti discorsi dell’epoca, Togliatti parlasse della donna, dei suoi diritti, della necessità di lottare per la parità con l’uomo, nella sostanza queste parole rimanevano lettera morta, nella misura in cui una legislazione che andasse incontro a quei temi sarebbe entrata in conflitto con la Dc e con il "mondo cattolico" che assolutamente il Pci non voleva spaventare.

Il lavoro del partito e delle iscritte era quindi prevalentemente orientato nella lotta sindacale per la protezione delle lavoratrici, dove effettivamente c’erano sfruttamento ed enormi discriminazioni. Questa lotta però non doveva mai varcare i limiti delle compatibilità capitalistiche, perché la "via italiana al socialismo" prevedeva necessariamente, secondo i vertici del Pci, una fase di rafforzamento della democrazia borghese.

La campagna, condotta dai democristiani, visceralmente anticomunista che dipingeva il marxismo come portatore della peggiore dissolutezza morale induceva il Pci ad una posizione difensiva. Invece di contrattaccare denunciando l’ipocrisia della Dc e della Chiesa cattolica, con l’obiettivo di avviare uno scollamento fra le masse oppresse che ancora avevano fiducia in queste istituzioni, esaltavano i valori "alti" della famiglia e altri temi cari alla cultura cattolica, nel tentativo, ovviamente falimentare, di ingraziarsi le autorità cattoliche.

Dopo aver votato il famoso articolo 7 della Costituzione, che garantiva la validità del concordato stipulato nel 1929 tra il Vaticano e lo Stato fascista con i relativi privilegi per la chiesa cattolica, Togliatti si vanterà che "questo voto ci garantisce un posto al governo per i prossimi vent’anni". In realtà ben presto la borghesia passerà alla controffensiva, cacciando il Pci dal governo nel 1947 e lanciando una dura offensiva antioperaia.

Gli anni del dopoguerra sono gli anni della ricostruzione del boom economico e parallelamente della repressione violenta delle lotte operaie che non si rassegnavano alle mutate condizioni.

Dovettero passare circa vent’anni prima che il movimento operaio si presentasse con vigore rinnovato a riprendersi il posto che gli spetta nello scenario politico.

Anni ‘60: brevi note sul femminismo anglo-americano

La società italiana negli anni ‘60 era profondamente mutata rispetto all’immediato dopoguerra. La ricostruzione del paese, una forte industrializzazione, particolarmente del settentrione, e una costante proletarizzazione dei contadini, il che significava un flusso migratorio che stravolgeva le città, tutti questi fattori portavano un aumento della ricchezza prodotta e anche un aumento delle contraddizioni sociali. L’imponente crescita economica non aveva significato altrettanti miglioramenti delle condizioni di vita della classe operaia, anzi la manodopera immigrata era sottoposta ad uno sfruttamento, fuori e dentro la fabbrica, disumano. Questi, molto sinteticamente, gli elementi di fondo che hanno scatenato la rabbia della classe lavoratrice, prima con alcune battaglie molto dure (ad esempio, le lotte di diverse categorie sul contratto del ‘62) in cui si coglieva un’ambiente di riscossa, poi con una lotta generalizzata, l’autunno caldo del 1969, in cui si poneva nuovamente la questione del potere.13

In questo clima riaffiora anche la lotta per la liberazione della donna.

Iniziano a circolare fra gli intellettuali e il movimento studentesco i libri e le analisi provenienti dal femminismo americano e non solo. In particolare Betty Friedan, con il libro La mistica della femminilità del 1964, suscita grande scalpore perché fa crollare il mito della felice realizzazione femminile nella famiglia americana, successivamente definita da un’altra femminista americana, Kate Millet, "il comodo campo di concentramento". La Friedan è una intellettuale borghese, che a partire dalla sua esperienza, coglie la frustrazione delle donne della sua classe: nel 1920 la percentuale delle donne che frequentavano il college era del 47%, alla fine degli anni ‘50 era del 35% e il tasso di natalità cresceva costantemente e calava invece quello dell’occupazione femminile. Nel suo libro denuncia quanto le donne come lei si fossero realmente convinte che la loro massima aspirazione fosse sposarsi, abitare in una bella casa e mettere al mondo quattro figli, vergognandosi quasi di ammettere delle insoddisfazioni e delle frustrazioni. Su queste basi aumentavano le donne con crisi esistenziali e psichiche e che si rivolgevano alle cure psicologiche o psicoanalitiche. La Friedan promuove un’organizzazione, la Now (National Organization of Woman) che si limita a rivendicare il diritto ad una professione e alla carriera e una maggiore presenza delle donne nelle istituzioni, nei consigli di amministrazione delle aziende, ecc. Il problema del lavoro domestico viene risolto proponendo una sua razionalizzazione, facendo uso di elettrodomestici, surgelati e liofilizzati. Altre intellettuali si spinsero decisamente più in là nella critica del sistema. Juliet Mitchell sosterrà che "finché non ci sarà una rivoluzione nella produzione, la situazione lavorativa determinerà la posizione della donna in un mondo di uomini", pur concetrando la sua attenzione sulla critica dell’ideologia patriarcale. Kate Millet sviluppa un’analisi storica sulla necessità della "rivoluzione sessuale" a partire dalle considerazioni di Engels sull’abolizione della famiglia.

Questi e molti altri scritti, diversi tra loro, alcuni dei quali cercavano, senza approdarvi, un’interpretazione marxista e rivoluzionaria della questione femminile, ebbero certamente un’influenza sulle coscienze dell’intellighenzia di sinistra e nel movimento studentesco. Quello che però permise a queste formulazioni di uscire dai circoli ristretti degli intellettuali, fu il fermento generale della società, l’ascesa del movimento operaio e la convinzione generale che in quel clima di mobilitazione si potesse giungere realmente ad un superamento della società capitalista.

Il movimento studentesco in Italia

Nel 1967 inizia il movimento di occupazione delle università, a partire da quella di Trento, ma che si estenderà a livello nazionale nelle università e nelle scuole superiori. In ogni situazione la polizia adotterà una politica di repressione dura, si succederanno sgombri, scontri di piazza, arresti dei dirigenti del movimento e vere e proprie battaglie campali, la più famosa a Valle Giulia, Roma, il primo marzo del ‘68, in seguito alla quale ci furono quattro arresti e 228 fermi.

Il movimento studentesco getta benzina sul fuoco già acceso nel movimento operaio. Il 10 aprile del 1968 le operaie della Marzotto di Valdagno iniziano uno sciopero durissimo contro l’aumento dei ritmi di lavoro, il 19 aprile abbattono la statua del conte Marzotto, ne seguono ben 47 arresti. Il primo maggio dello stesso anno gli studenti parleranno al comizio sindacale di piazza S. Giovanni a Roma. Nel giugno successivo a Trento si terrà un convegno comune degli studenti e dei sindacati metalmeccanici. Contestualmente si moltiplicano gli scioperi in tutte le categorie, in tutto il paese, al sud mobilitazioni anche per la scarsità dell’acqua. Le rivendicazioni si moltiplicano e toccano gli interessi dei lavoratori dentro e fuori la fabbrica, contro le gabbie salariali, per il diritto alla pensione, sulla casa, per l’equo canone. L’aspetto più importante che emergeva era il carattere di questi scioperi: scioperi di massa che mostravano la volontà insurrezionale della classe lavoratrice contro il capitalismo e il controllo operaio sulle vertenze. Quest’ultimo aspetto rappresentava la principale preoccupazione delle burocrazie sindacali e dei padroni perché rappresentava la forma del potere operaio nei luoghi di lavoro e nella società che metteva in discussione l’esistenza stessa del potere borghese.

Il gruppo dirigente del Pci è preoccupato da questa ascesa del movimento, la sua linea non è la presa del potere per la trasformazione rivoluzionaria in senso socialista, bensì una lenta transizione per via parlamentare, la già citata "via italiana al socialismo". La sua politica moderata tutta orientata alle istituzioni e a non incrinare i rapporti con la Dc, farà sì che le mobilitazioni si esprimeranno attraverso la nascita e crescita di un vasto arco di gruppi extraparlamentari, la cosiddetta Nuova sinistra, che si formerà prevalentemente proprio a partire dalle lotte studentesche.

In questo ambito, i collettivi studenteschi e i gruppi della Nuova sinistra, si forma un vasto arcipelago di collettivi e gruppi che pongono al centro della loro iniziativa la questione femminile, che in misura più o meno articolata rivendica la necessità della rivoluzione femminista. La caretteristica prevalente di questo femminismo è una sorta di rancore verso le organizzazioni tradizionali del movimento operaio, ma anche della nuova sinistra che parlano di rivoluzione, ma che snobbano o strumentalizzano la questione femminile, a partire dai rapporti fra compagni e compagne nella vita interna delle organizzazioni stesse. Da qui una esigenza ben radicata di quasi tutti i gruppi a costituirsi come collettivi separati di sole donne, vedendo in questa pratica l’unica possibile per permettere alle compagne di esprimere liberamente e autonomamente la propria personalità e le propria visione politica.

Proviamo qui a dare una descrizione, seppur sommaria, e una valutazione dei gruppi principali e del loro dibattito a partire dalla fine degli anni ‘60.

Uno sguardo sul femminismo: il gruppo Demau

Il primo gruppo che definisce l’esigenza di una struttura autonoma nasce a Milano nel 1966, il gruppo Demau (demistificazione autoritarismo). Questo gruppo è impegnato prevalentemente sul terreno teorico e parte dalla critica a tutte le associazioni e movimenti femminili che si limitano a rivendicare l’emancipazione della donna e a rivendicare facilitazioni per inserirla nelle attività extra-familiari. Da questo presupposto si arriva ad opporsi al concetto di integrazione della donna nella società in quanto essa significa "immettere la donna nella società così com’è", nella quale, secondo il gruppo, dominano i valori dell’autoritarismo maschile e "dell’inconciliabilità dei due ruoli prefissati". Infatti, sostengono, anche nel mondo del lavoro i posti riservati alle donne sono sempre di serie B e alla bisogna le donne vengono licenziate per far posto agli uomini. Quanto spiegato da Marx sull’inevitabilità di questo fenomeno in un contesto capitalista (le donne rappresentano per il capitalismo parte della manodopera di riserva, come forma ulteriore di pressione verso il basso su salari e condizioni) non viene neppure preso in considerazione. La questione della rivoluzione socialista, che dovrebbe creare le condizioni per superare i ruoli prefissati dei due sessi e abolire la famiglia che inchioda la donna al suo, viene contestata dal gruppo Demau a partire dall’esperienza della condizione della donna in Urss: nonostante i mutati rapporti di produzione mutati, è tuttora di subordiazione all’uomo, vive la famiglia e le responsabilità sulla donna, che ne conseguono.

La presenza del modello sovietico infatti segnerà molto negativamente l’evoluzione del dibattito in molti di questi gruppi, perché la degenerazione stalinista, non compresa dalla maggioranza di essi, rappresentava la dimostrazione, ai loro occhi inappellabile, del fallimento del marxismo sulla questione femminile.

Il gruppo Demau, dunque, ritiene che per fondare su basi avanzate una teoria per la rivoluzione socialista, le donne autonomamente devono prendere coscienza del loro ruolo, analizzare tutti i campi della vita umana (teorizzazioni scientifiche, diritti giuridici, rapporti sessuali, rapporti familiari, lavorativi) per capire come in essi si manifesta l’oppressione dell’uomo sulla donna e partire da qui per elaborare una teoria che emancipi l’uomo stesso dalla sua condizione di oppressore e, da qui, l’umanità tutta.

Le questioni poste, come si può ben capire, sono di grande valore, ma sono messe a testa in giù, nella misura in cui non si comprende che le donne non possono elaborare una cultura nuova chiudendosi in una stanza, astraendosi dalla necessità di lottare con il movimento operaio tutto per il rovesciamento del capitalismo. Il gruppo infatti, tolte le altisonanti aspirazioni teoriche, partorisce dei topolini, per esempio l’opportunità di una equa redistribuzione fra i due sessi del lavoro di cura ed educazione dei figli.

Va detto, tuttavia, che queste teorizzazioni, che furono oggetto di dibattito su tante riviste dell’epoca e che coinvolsero molte intellettuali produssero risultati di cui ancora oggi vediamo i frutti, seppur sempre più risicati. E qui facciamo alcuni esempi. I libri pubblicati di pedagogia, in cui si criticava duramente il rapporto autoritario nella famiglia e nelle istituzioni nei confronti dei figli, permisero la formazione di operatrici della scuola dell’infanzia (nidi e materne), di cui si denunciava i limiti, su progetti educativi diversi, improntati al rispetto della creatività del bambino e al miglioramento delle sue capacità di apprendimento, se messo in condizioni di maggiore libertà.

Tutto il dibattito sull’autodeterminazione della donna, portò alla formazione di un settore significativo di medici a promuovere negli ospedali le pratiche del cosiddetto "parto dolce", in cui la donna non era vittima delle angherie dei dottori, ma una persona che in piena autonomia viveva una esperienza esaltante, ma al tempo stesso anche molto drammatica, come quella di mettere al mondo un figlio. I collettivi di aiuto legale autogestito per aiutare le donne a divorziare e a trovare casa e lavoro e a rifarsi una vita senza dipendere dal marito, furono i punti di riferimento ideali che animarono tanti centri donna municipali. La nascita dei consultori familiari, che segui alle lotte dell’epoca, fu segnata da quei dibattiti che rivendicavano il superamento dei tabù sessuali e la prevenzione delle malattie attraverso un’operazione di sensibilizzazione capillare sul territorio.

Queste che furono senza dubbio delle conquiste sul terreno ideologico e della qualità della vita influenzarono i caratteri dello stato sociale conquistato in seguito alle lotte degli anni ‘70, ma nella misura in cui le risorse economiche e il potere politico erano ben saldi nelle mani della borghesia, queste conquiste avevano necessariamente un carattere transitorio e parziale, per cui mentre in alcuni ospedali si praticava il parto dolce, era contemporaneamente permesso (come lo è tuttora) ai medici di non praticare l’aborto nelle strutture pubbliche (obiezione di coscienza), per poi dichiarare la disponibilità nelle strutture private a prezzi altissimi. Tutte le sperimentazioni nelle scuole dell’infanzia per i cosiddetti progetti "dalla parte del bambino" furono progressivamente inariditi dalla scarsità di finanziamenti e portati alla loro sostanziale chiusura. Questi esempi rappresentano le contraddizioni fra una spinta enorme che veniva dal basso, dalla lotte di massa e le necessità del capitalismo e della sua ideologia che rimanevano dominanti.

Carla Lonzi e Rivolta femminile

Un altro gruppo, impegnato anch’esso sul terreno prevalentemente teorico, è Rivolta femminile, nato nel 1970, e che trova nella figura di Carla Lonzi le teorizzazioni più chiare ed estreme. Questo gruppo esaspera il tema del rifiuto dell’uguaglianza fra uomini e donne. Leggiamo nel suo manifesto:

"L’uomo è l’altro rispetto alla donna. L’uguaglianza è un tentativo ideologico per asservire la donna a più alti livelli. (...) Verginità, castità, fedeltà, non sono virtù; ma vincoli per costruire e mantenere la famiglia. L’onore ne è la conseguente codificazione repressiva.

Nel matrimonio la donna, priva del suo nome perde la sua identità significando il passaggio di proprietà che è avvenuto tra il padre di lei e il marito. (...)

Il divorzio è un innesto di matrimonio da cui l’istituzione esce rafforzata"14.

Questa posizione estrema, farà sì che il divorzio e, successivamente, il diritto all’aborto chieste dal movimento femminista, verranno considerate da Carla Lonzi e da una parte del gruppo concessioni allo scopo di rafforzare l’oppressione femminile. È ovvio che questa posizione estrema impedì alle teorie del gruppo di egemonizzare il femminismo italiano. Oltrettutto, rifiutando, come molti gruppi, il concetto di organizzazione perché autoritaria e "maschile", ogni collettivo che si richiamava a Rivolta femminile aveva posizioni e metodi di lavoro completamente autonomi, per cui rifiutava il concetto stesso di egemonia. Ciononostante, Carla Lonzi ebbe il pregio di affermare chiaramente le sue posizioni e trarre tutte le estreme conclusioni dal presupposto del separatismo e dell’antiautoritarismo. Non poteva avere molte epigone, ma rappresentò ugualmente un punto di riferimento teorico, e le sue teorie, magari in una riedizione un pò sbiadita, le ritroviamo ancora oggi in settori del movimento anti globalizzazione che si rifanno a Toni Negri.

Carla Lonzi giunge addirittura a negare il valore di qualsiasi cultura, in quanto maschile e a rivendicare la deculturizzazione:

"La deculturizzazione per la quale optiamo è la nostra azione. Essa non è una rivoluzione culturale che segue e integra la rivoluzione strutturale, non si basa sulla verifica a tutti i livelli di una ideologia, ma sulla mancanza della necessità ideologica."15

Da qui segue che la lotta per la liberazione della donna "vanifica il traguardo della presa del potere"16.

Per un periodo l’esperienza di riferimento della Lonzi è stata la comunità degli hippies, in cui, a suo dire, si annullavano le distizioni sessuali nel comportamento quotidiano.

Va inoltre aggiunto che in una dei suoi scritti più importanti, Sputiamo su Hegel, chiarisce la sua posizione sul marxismo, approfondendo ulteriormente la critica del gruppo Demau. Infatti non è la sola esperienza dell’Urss a essere criticata, ma l’impostazione autoritaria del marxismo. Mentre Fourier delineava una società liberata da tutte le oppressioni in cui "ogni uomo potesse disporre di tutte le donne e ogni donna di tutti gli uomini", Marx ed Engels insistevano sull’opportunità di riconferire un carattere privato ai rapporti umani, che semplicemente dovevano essere liberati dai vincoli economci. La concezione marxista viene rifiutata dalla Lonzi perché moralista e autoritaria in quanto non rivendica la libertà sessuale delle donne. Anche qui c’entra la cultura: le donne e gli uomini non hanno rapporti sessuali come gli animali, negarlo (cosa dalla quale Marx ed Engels ben si guardavano) significa negare le stratificazioni culturali degli esseri umani e che potranno evolvere solo in seguito all’abbattimento del capitalismo e al controllo di tutte le risorse da parte delle attuali masse sfruttate.

Ovviamente, nella misura in cui anche Lenin ebbe modo di esprimersi su questi concetti durante e dopo la rivoluzione, anch’egli, nella visione della Lonzi, concorre a dimostrare quanto il marxismo sia conservatore nella lotta contro l’ideologia patriarcale.

L’obiettivo di Rivolta femminile è dunque l’azione eclatante in cui le donne prendono coscienza di sé, come ben viene sintetizzato dalle conclusioni del manifesto del gruppo:

"Vogliamo essere all’altezza di un universo senza risposte. Noi cerchiamo l’autenticità del gesto di rivolta e non la sacrificheremo né all’organizzazione né al proselitismo".

Lo strumento con il quale promuovere questa pratica è l’autocoscienza. Carla Lonzi, nei suoi scritti, chiarisce perfettamente ché cos’è. La Lonzi contrappone l’autoscienza alla "presa di coscienza": attraverso quest’ultima, nei gruppi della sinistra, le donne si rendono conto della loro condizione di oppresse in quanto lavoratrici e in quanto donne per poi confluire nella lotta comune contro il capitalismo. L’autocoscienza invece significa "l’azzeramento della cultura", la "separatezza" e il "partire da sé"17, ovvero le donne devono confrontarsi in piccoli gruppi, in modo autonomo, rifiutare la cultura perché maschile e a partire dalla propria esperienza di vita di donna trovare una unità di visione con le altre donne, senza alcuna imposizione di sorta.

Il metodo del piccolo gruppo e dell’autocoscienza venne praticato da praticamente tutti i gruppi femminsti, magari con sfumature diverse, ma esprimendo questa concezione.

Queste teorie e questi metodi rappresentavano in realtà, dietro la loro apparente radicalità, una visione reazionaria della questione femminile. L’idea del rifiuto della cultura e del partire dall’esperienza individuale significa in realtà fare arretrare la propria azione basandola sulla sola esperienza individuale, rifiutando quella crescita della coscienza che è sempre il frutto più importante delle lotte e dei movimenti di massa

Ognuno di noi può emanciparsi dalle concezioni arretrate che la classe dominante ci impone solo unendo un percorso di presa di coscienza individuale al confronto collettivo e all’azione di massa per affossare il motore di quella cultura, la borghesia.

Rifiutare questa concezione significa far rientrare dalla finestra (l’autocoscienza) la subordinazione alla cultura dominante borghese che si vuole buttare fuori dalla porta (le altisonanti teorizzazioni rivoluzionarie). In questa luce capiamo il rifiuto di questo gruppo di porsi il problema della presa del potere e dell’organizzazione stessa delle proprie forze.

Il Cerchio spezzato e i collettivi romani

Fra i collettivi studenteschi che promossero la questione femminile, citiamo quello dell’università di sociologia di Trento, "Il cerchio spezzato" e i collettivi femminili del movimento studentesco romano. L’esperienza di Trento fa proprie, con alcune sfumature diverse, le concezioni di cui sopra. Qui forse più che altrove vediamo la rabbia delle studentesse nei confronti dei loro compagni di lotta. È di questo gruppo la denuncia dell’"angelo del ciclostile", a dimostrazione di quanto non solo in casa (nel focolare), la donna viene considerata di serie B, ma anche nelle organizzazioni politiche: le donne parlano di meno in pubblico, temono di dire stupidaggini, e allora vengono coscientemente relegate dai loro compagni alle mansioni organizzative, agli aspetti finanziari, ai ciclostili, appunto, concependo questi terreni come quasi degradanti. Non c’è dubbio che in molti gruppi di sinistra dell’epoca vigesse un certo maschilismo e che da molti la cosiddetta rivoluzione sessuale, i nuovi costumi libertari contro il sistema fossero semplicemente un’occasione per superare l’angusta monogamia, e per di più con la giustificazione politica. Resta il fatto che la scelta separatista rappresenta una sconfitta, perché non si vedono gli strumenti con i quali fare una battaglia per una politica veramente rivoluzionaria sia sul terreno sociale che su quello ideologico.

I collettivi romani si distinguono dalle esperienze precedentemente descritte perché pongono al centro della loro analisi i sistema capitalista e si rifanno all’analisi di Engels sull’origine dell’oppressione della donna. Il loro dibattito è influenzato dalle analisi di Livio Maitan e della IV internazionale. Nell’analisi delle contraddizioni del capitalismo inserisono correttamente la questione femminile, nei loro materiali però manca una critica serrata alle concezioni prevalenti del femminismo per far emergere le contraddizioni di quest’ultimo rispetto alle sue velleità rivoluzionarie e alle concezioni marxiste.

Purtroppo molte donne, prevalentemente studentesse, ma anche qualche lavoratrice, furono affascinate dalle teorie femministe perché in quegli anni mancava un partito che avanzasse una analisi autenticamente marxista e rivoluzionaria della questione femminile.

Il Pci manteneva una posizione conservatrice sulla questione femminile, rivendicava la tutela delle lavoratrici e dei lavoratori, l’ampliamento dello stato sociale, il tutto nell’ambito delle compatibilità con il sistema capitalista, del "quadro democratico", come veniva definito. Questa posizione ha fatto sì che fossero altre le posizioni egemoni nel movimento. L’Udi stessa venne pesantemente influenzata dal femminismo, tant’è che nel corso degli anni ‘60 fu attraversata da un dibattito che la portò a sposare nel ‘78 le posizioni separatiste.

Il momento più alto in cui il Pci mostrò la sua subalternità alla Dc fu senza dubbio quando iniziò il dibattito sul divorzio.

Il divorzio e il ruolo del Pci

All’inizio del 1971 inizia il dibattito sull’approvazione definitiva della legge Baslini-Fortuna per il divorzio. Il Vaticano si è ovviamente espresso duramente contro questa legge e i cattolici iniziano una raccolta di firme per l’abrogazione della legge. Il Pci dipinge la situazione sociale a tinte fosche: in Grecia c’è stato il golpe dei colonnelli, nel dicembre del ‘69 la strage di piazza Fontana, nel luglio del ‘70 strage sui binari della stazione di Gioia Tauro, seguita dagli scontri, guidati dai missini, a Reggio Calabria per la scelta di Catanzaro capoluogo, nelle amministrative del ‘71 cresce il Msi. Insomma in questo clima in cui, secondo il gruppo dirigente del Pci, la destra avanza, non si può spaccare il paese con un referendum su basi religiose. "L’intero gruppo dirigente comunista non ha dubbi, è concorde nel condividere la scelta della soluzione alternativa: appunto una revisione della legge Baslini-Fortuna".18 Inizia una fitta serie di trattative semisegrete in cui emerge chiaramente che il Pci aveva dato la disponibilità a votare a Presidente della Repubblica un candidato della Dc (presumibilmente Moro) in cambio di una posizione dialogante sulla questione del divorzio che impedisse la celebrazione del referendum.

La strategia del Pci fu sconfitta su tutti i fronti: a Presidente venne eletto Leone, con i voti fascisti, e il referendum non fu scongiurato. Anzi, a dimostrazione di quanto i vertici del Pci non cogliessero affatto la situazione i cattolici furono sonoramente battuti da 19 milioni e 380mila votanti (il 59,26%). E anche sullo spostamento a destra della società venero duramente sconfessati. Nelle elezioni del 1975 il Pci veniva portato in trionfo dagli operai che cercavano in questo partito una guida politica al desiderio di cambiamento radicale: la Dc si attesta al 35,2%, perdendo il 3,6% dei consensi, mentre il Pci sale al 33,4% con un aumento del 6,2%. A Roma, Milano, Torino, Firenze, Venezia, Napoli, Perugia, Genova, Ancona, Cagliari e altre città il Pci è il primo partito.

Berlinguer è colto completamente di sorpresa: nelle manifestazioni di giubilo per il risultato elettorale le masse esultano. Sotto Botteghe Oscure, la sede nazionale del Pci, "migliaia di attivisti e simpatizzanti reclamano con icastica eloquenza: Enrico, il pugno! Berlinguer cerca allora di sorridere, ma non riesce a far meglio di una smorfia afflitta; agita invece un piccolo foulard, lo straccetto rosso offertogli da una bambina. (...) Mentre in strada gli slogan gridati ripetono È ora ! È ora! Potere a chi lavora! Vittoria, Roma Rossa!"19

Il partito radicale diventa rivoluzionario?

In questo contesto altre forze tentarono di approfittare dell’immobilismo del Pci. Una di esse fu il partito radicale, il quale promosse nel 1969 una struttura, formalmente federata al partito radicale nota come Movimento di liberazione della donna (Mld). L’Mld aveva colto pienamente i mutamenti della situazione sociale derivati dalle lotte in corso. Per questa ragione avanza programmi e metodi di lotta, che, sul piano della fraseologia e della propaganda, appaiono molto a sinistra e certamente sulla questione femminile più a sinistra del Pci. Per esempio nella bozza di piattaforma dell’Mld si legge:

"La lotta per la liberazione della donna è parte essenziale della più generale lotta per un mutamento rivoluzionario nel senso di una società socialista e antiautoritaria".20

Chiaramente l’Mld si candida a raccogliere quanto il Pci da una parte e il settarismo dei collettivi femministi dall’altra non riescono a raccogliere; rifiuta il separatismo e tutte le idee movimentiste anti-organizzazione. Nella sostanza le sue proposte non sono affatto rivoluzionarie: sul terreno dello sfruttamento economico propongono "la costruzione di un assetto produttivo, inteso come impresa collettiva, in cui il lavoro sia momento di autorealizzazione e non di alienazione".21 Come superare l’ostacolo dovuto all’esistenza dei padroni, non è dato saperlo. La giustificazione ai ragionamenti volutamente confusi è data secondo gli estensori del documento dall’"assenza di una classe che possa assumersi il compito di realizzare il rinnovamento globale della società" e quindi dalla necessità di stabilire "obiettivi concreti che non costituiscano fughe in avanti rispetto ai problemi reali". Questo nel bel mezzo dell’autunno caldo!

L’Mld quindi e il partito radicale non erano rivoluzionari, come forse qualcuno pensò all’epoca, ma usavano una fraseologia socialisteggiante al preciso scopo di allontanare il dibattito dal punto centrale: la presa del potere economico e politica da parte dei lavoratori. Alla luce di questo ragionamento vanno comprese le proposte anche molto avanzate che fece il gruppo. Dell’Mld fu la proposta di legge per la legalizzazione dell’aborto, la battaglia per la liberalizzazione degli anticoncezionali e la formazione di asili nido pubblici e antiautoritari, come venivano definiti allora per rivendicare non dei parcheggi per i figli delle famiglie operaie, ma dei luoghi dove ci si prendesse cura dello sviluppo psicomotorio dei bambini.

I metodi di lotta dell’Mld erano le azioni eclatanti, la "disobbedinza civile di massa"22, e la raccolta di firme a sostegno delle leggi di iniziativa popolare, essi non potevano sfondare sul piano organizzativo fra le lavoratrici, anche se portarono un certo disorientamento, perché era l’unico partito a porre certe questioni.

Lotta femminista e le azioni violente

Il gruppo che però ebbe la maggior determinazione nel promuovere le azioni eclatanti e nell’estendere la sua influenza costruendosi come organizzazione su scala nazionale fu Lotta femminista. Il collettivo nasce con un altro nome (Movimento di lotta femminile) nel 1971 a Padova e Ferrara come risultato della decisione di separarsi dalle loro organizzazioni di provenienza (fondamentalmente Potere Operaio). Già nel corso dei mesi successivi le sedi del gruppo appaiono a Milano, Venezia, Verona, Modena, Reggio Emilia, Firenze, Napoli e Gela. Si definiscono femministe marxiste sostenendo che "lotta di classe o femminismo per noi sono una stessa cosa, dal momento che il femminismo esprime la ribellione di quella sezione di classe senza di cui la lotta di classe non può generalizzarsi, allargarsi e approfondirsi."23

In realtà il gruppo rifiuta di applicare una interpretazione di classe della questione femminile, essendo strenuo sostenitore delle concezioni separatiste. L’obiettivo delle lavoratrici non è promuovere la lotta del movimento operaio contro il capitalismo, intrecciandola alla battaglia per la liberazione della donna, bensì quello di promuovere un movimento autonomo delle donne nel quale solo loro possono affrontare i temi specifici della questione femminile. Su queste basi il gruppo arriverà, in diverse occasioni, a scontri fisici in piazza contro gli uomini (compagni della sinistra tradizionale o extraparlamentare) che volevano partecipare alle manifestazioni delle donne con propri contenuti.

Inoltre il gruppo ritiene che per far avanzare la coscienza rivoluzionaria delle donne non si debba rivendicare il loro inserimento nel mondo del lavoro. Mariarosa dalla Costa, una delle "ideologhe" del gruppo, denuncia come le donne già lavorino a sufficienza in casa e che, come dimostra l’esperienza, le donne non si liberano affatto entrando nel mondo del lavoro. Da qui chiarisce come la lotta delle donne deve essere in primo luogo contro la sua oppressione all’interno delle mura di casa.

Su queste basi una delle rivendicazioni centrali di Lotta femminista è il salario al lavoro domestico, come misura per far avanzare, fra le casalinghe, la coscienza del loro sfruttamento e della necessità di "radicalizzare lo scontro" fino all’abolizione del lavoro in casa.

In realtà in questa analisi manca l’elemento essenziale ovvero il fatto che, per quanto si potesse promuovere un movimento di massa delle casalinghe, ognuna di loro avrebbe certamente accresciuto il suo livello di coscienza del suo sfruttamento, ma sarebbe pur sempre rimasta da sola in casa ad applicare le sue nuove idee. Certo, come abbiamo spiegato sopra, non è il lavoro salariato a liberare la donna, ma esso è decisivo perché le permette di partecipare a pieno titolo nella lotta di classe, alla pari con i suoi compagni di lavoro. È necessario quindi partire da lì per promuovere la lotta contro il capitalismo e il patriarcato. Infine la rivendicazione del salario alle casalinghe, indipendentemente dalle intenzioni delle sue promotrici, andava nella direzione di legittimare e istituzionalizzare il lavoro domestico, invece di far crescere l’idea della necessità di una sua socializzazione nell’ambito di una società socialista.

L’impostazione di Lotta femminista, che chiaramente risente dell’influenza dell’autonomia (Potere Operaio), è tutta improntata allo sforzo volontaristico, che con slogan e metodi molto aggressivi volevano istillare l’istinto di rivolta, ma che offrivano come unico terreno di mobilitazione la partecipazione ai cortei. In una occasione promossero anche uno sciopero del lavoro casalingo, di cui, nonostante si dicessero soddisfatte dell’esito, non ripeterono l’esperienza.

Se il gruppo si fosse limitato alla battaglia per il salario alle casalinghe, probabilmente non avrebbe avuto molto successo, invece iniziò una campagna durissima e molto efficace sulla questione dell’aborto.

La lotta per il diritto d’aborto

La legge in vigore in tema di aborto, prima della 194, risaliva al codice Rocco, nel quale si definiva l’aborto "delitto contro l’integrità e la sanità della stirpe" e veniva punito con pene detentive da 5 fino 12 anni si per chi si sottoponeva all’aborto che per chi lo procurava. Ciononostante e considerando che gli anticoncezionali erano illegali, pur di non portare avanti una gravidanza non desiderata o mettere al mondo un figlio che si sapeva di non poter mantenere, ogni anno circa 3 milioni di donne abortivano. Ogni anno in Italia morivano di aborto 20mila donne. E queste sono le cifre ufficiali, perché di molti decessi veniva falsificata la causa perché chi procurava l’aborto temeva di essere arrestato. Gli aborti venivano praticati dagli stessi medici che ufficialmente si dichiaravano contrari, ma che dietro lauto compenso, ammorbidivano le loro concezioni etico-morali. Le cifre astronomiche dei medici, costringevano le donne meno abbienti ad affidarsi alle mammane, le donne del paese cosiddette esperte, che con il chinino, gli aghi da calza, il prezzemolo, senza anestesia e in condizioni igieniche spaventose procuravano l’aborto. Inutile dire che queste condizioni accrescevano enormemente i rischi di morte per le donne.

Nel 1973 a Padova, Lotta femminista decide di trasformare in un caso politico il processo a Gigliola Pierobon che ha abortito a 17 anni e che dopo sei anni viene sottoposta a processo. La Pierobon è una ex operaia tessile e continua a cambiare lavoro perché avendo una pendenza penale nessuno la assume. Inizia una campagna che denuncia i padroni, lo Stato, la chiesa, i medici che negano i diritti fondamentali della donna.

Il 15 febbraio del 1974 in seguito alla morte sospetta di una donna, la polizia requisisce le cartelle cliniche di un medico sospettato di praticare aborti e arresta le 273 pazienti registrate.

Ancora a Firenze il 9 gennaio del 1975 i carabinieri irrompono in un ambulatorio medico arrestando le sei persone che vi lavoravano e trascinando in questura 40 donne costringendole lì alla visita ginecologica. Tutti sono sospettati di praticare o subire pratiche abortive.

Questi casi hanno l’effetto di triplicare le tariffe sul mercato nero dell’aborto, ma anche quello di far partire il movimento.

A Trento l’11 febbraio del ‘75 la manifestazione nazionale di Lotta femminista (che nel frattempo ha nuovamente cambiato nome in Movimento femminista) porta 10mila donne in corteo. Altri cortei si tengono a Firenze e Padova. A Roma il 6 dicembre sono in piazza in 20mila, a rivendicare l’aborto libero, gratuito e con anestesia, e contro i tentativi del governo di scrivere una nuova legge per il diritto di aborto che però dava ai medici l’ultima parola sull’opportunità di praticarlo.

È evidente che nonostante il settarismo di Movimento femminista e degli altri gruppi, la questione aveva un valore profondo per le donne e particolarmente per quelle che, con minori disponibilità economiche (lavoratrici, studentesse, ecc.) si esponevano ai rischi maggiori. La decisione con la quale le donne si mobilitavano certamente era dovuta alla campagna martellante e aggressiva delle femministe, ma quest’ultima trovava un terreno fertile nel contesto di mobilitazione generale nella classe operaia e nella fiducia, che derivava da questo contesto, sulla possibilità di cambiare realmente le cose.

Movimento femminista articolò una campagna contro i "porci bianchi" ovvero i medici. Entrarono negli ospedali a dare volantini per il diritto all’aborto e raccogliendo interviste fra le pazienti, che denunciavano i soprusi dei medici: raschiamenti dell’utero, senza anestesia, uso dell’alcool sulle ferite per "purificare" e di fronte ai lamenti delle pazienti, commenti del tipo "non urlavi così quando facevi l’amore". Tutti questi racconti venivano tradotti in volantini e a loro volta distribuiti davanti ai luoghi di lavoro, nelle scuole nelle università, con lo slogan "siamo tante, siamo donne, siamo stufe. Non siamo macchine per la riproduzione ma donne in lotta per la liberazione! Medici tremate, pagherete caro, pagherete tutto!"24

La fine del ‘75 e il ‘76 sono segnati da un aumento delle tensioni: alle manifestazioni per il diritto alla vita seguono le veglie "in difesa della vita" promosse dai cattolici, che si impegnano in una campagna vergognosa di denigrazione delle donne sciagurate che ammazzano i loro poveri figli. In quei mesi gli scontri di piazza e le cariche della polizia accendono ulteriormente il dibattito.

Le iniziative promosse da Movimento femminista e da altri gruppi femministi, fecero crescere la contestazione e si arrivò al momento più alto di mobilitazione con il corteo del 3 aprile del 1976 a Roma con 50mila persone, a cui aveva aderito anche l’Udi, che si apprestava ad essere pienamente conquistata dalle concezioni separatiste e femministe.

Nel 1978 viene approvata la legge 194 sul diritto d’aborto: è una grande conquista perché finalmente è la donna che decide del suo corpo. La stessa legge però ha forti limiti: si sottolinea che bisogna fare il possibile per verificare l’opportunità di portare a termine la gravidanza e soprattutto si permette ai medici l’obiezione di coscienza.

Gli scontri con le organizzazioni maschili

Le campagne in cui Movimento femminista si distinse tuttavia, erano quelle di contestazione violenta, dove la pratica era quella, tipica degli autonomi, di imporre la propria opinione con la forza fisica. Anche altri gruppi difendevano con la forza la propria autonomia e in non pochi casi i convegni delle femministe o le manifestazioni venivano attaccate da non meglio precisati "compagni" che portavano avanti così la loro battaglia contro il femminismo.

E questo a sua volta contestava i professori all’università, ma anche i comizi del Pci e quelli degli stessi ex compagni di lotta dell’estrema sinistra, come ben mostra questo passaggio a proposito della tendenza degli uomini a fare compromessi sulla questione dell’aborto in ambito legislativo:

"Ci sono anche quelli di più fresco pelo che, nostri compagni di lotta del ‘68, oggi siedono sugli scranni del parlamento ribadendo sussiegosi che certo ci vuole il controllo del medico. Aggiungendo poi sottovoce che in fondo la scappatoia si può sempre trovare. Certo, noi assieme ad altre donne la scappatoia gliel’avevamo trovata, sempre nel ‘68, per la loro ragazza che doveva abortire trovando l’indirizzo e raccogliendo 10mila lire ciascuna. Ma si sa il tempo passa e non si può pretendere che la gente si ricordi.

Anche perché è proprio tutto un genere di cose che non si riesce assolutamente mai a ricordare, come la mamma che ci puliva la cacca e ci faceva trovare sempre il pasto pronto e il letto fatto. Ma cosa gli fa pensare a questi di poter sedere tranquilli?"25 Ovviamente finì a botte.

Nonostante questi metodi Movimento femminista riuscì ad avere una certa influenza, particolarmente fra le studentesse ma anche fra alcune lavoratrici.

Il collettivo di Gela per esempio aveva promosso una serie di interviste sulla condizione di discriminazione delle studentesse delle medie inferiori e delle superiori, oppure andarono nelle zone più povere a parlare di anticoncezionali alle donne che avevano setto, otto o magari dieci figli. In alcune occasioni provarono ad intervenire fra le lavoratrici, volantinando davanti alle fabbriche e intervenendo ai loro scioperi. Prevalentemene le lavoratrici erano diffidenti, anche se molte di loro erano affascinate dall’idea di ribellarsi ai soprusi dei loro uomini a casa, alcune anche aderendo e partecipando ai collettivi femministi. In alcuni casi, particolarmente fra le impiegate del pubblico impiego, ma non solo, nascevano collettivi femministi, che denunciavano la discriminazione sui luogi di lavoro e la ripetitività delle mansioni, ma non era un fenomeno diffusissimo.

Parte dello spirito di ribellione che le lavoratrici traevano dalla propaganda femminista si ritrovò nei cortei per il diritto all’aborto e nel movimento di occupazione delle case, nel quale si trovarono coinvolte tante lavoratrici immigrate dal sud.

Alcune conclusioni

Poi arrivarono gli anni della sconfitta operaia e anche il femminismo non trovò più acqua per nuotare. Le studentesse diventarono grandi, molte di esse con una professione gratificante e dei bei ricordi di gioventù.

La tragedia del femminismo è che ha sottratto la spinta rivoluzionaria di tante donne al movimento operaio. L’idea che le donne dovessero stare separate, autonome per non farsi influenzare si è dimostrato assolutamente fallimentare: da una parte, il femminismo è entrato in un vicolo cieco, ne è rimasta una caricatura patetica che serve solo alle attuali epigone per giustificare la necessità delle loro carriere nei più disparati ambiti. Dall’altra parte le organizzazioni riformiste del movimento operaio hanno avuto buon gioco a marcare un solco fra le rivendicazioni delle donne e quelle del movimento operaio, contribuendo all’arretramento di quest’ultimo.

Nonostante i suoi dirigenti, tuttavia, la classe operaia con la sua forza e la sua determinazione portò a casa importanti conquiste da quelle lotte. Oggi lo statuto dei lavoratori, il diritto ad una pensione, alla sanità uguale per tutti e anche il diritto all’aborto vengono nuovamente messi in discussione con furia iconoclasta dal padronato. Ci sono già i segnali di una ripresa di lotte della classe lavoratrice. Ma queste perché ci permettano delle conquiste durature necessitano di essere orientate alla presa del potere, all’abbattimento del capitalismo, alla nazionalizzazione delle risorse economiche e alla loro pianificazione controllata dagli attuali sfruttati. Auspichiamo fortemente che la lettura di queste vicende relative alla lotta per la liberazione della donna vi abbiano convinto dell’estrema attualità del marxismo e della rivoluzione socialista.

10 ottobre 2002

1 F. Engels, L’Origine della famiglia..., Newton Compton Editori, Roma 1977

2 Cit. da Gabriella Parca, L’avventurosa storia del femminismo, Mondadori, Milano 1981

3 Engels, Op.Cit.

4 G. Parca, Op.Cit.

5 G. Parca, Op.Cit.

6 C. Ravera, L’Ordine Nuovo, 24/3/21

7 C. Ravera, L’Ordine Nuovo, 6 ottobre 1921

8 P. Spriano, Storia del Partito Comunista italiano, Einaudi, Torino, 1967

9 Miriam Mafai, Pane nero, donne e vita quotidiana nella Seconda guerra mondiale, Mondadori, Milano 1987

10 Miriam Mafai, Op.Cit.

11 Miriam Mafai, Op.Cit.

12 G. Parca, Op.Cit.

13 Cfr. In difesa del marxismo n° 2, 1968-69 un biennio rivoluzionario, A.C. Editoriale, Milano, 2000.

14Manifesto di Rivolta femminile, in Rosalba Spagnoletti, I movimenti femministi in Italia, Savelli, Roma 1978.

15Sputiamo su Hegel, in Rosalba Spagnoletti, Op.Cit.

16 ibidem

17Significato dell’autocoscienza nei gruppi femministi, Rivolta femminile, 1972

18 Giuseppe Fiori, Vita di Enrico Berlinguer, Edizioni Laterza.

19 Ibidem

20Bozza di piattaforma dei principi del movimento di liberazione della donna (Mld), in Rosalba Spagnoletti, Op.Cit.

21 Ibidem

22 Ibidem

23Rapporto da Lotta femminista, 1973, in Biancamaria Frabotta (a cura di), Femminismo e lotta di classe in Italia (1970-1973), Savelli editore, Roma 1973.

24Aborto di Stato: strage delle innocenti, collettivo internazionale femminista (a cura di), Marsilio editore, Venezia 1976

25 Ibidem

L’emancipazione femminile in Russia prima e dopo la rivoluzione

di Elisabetta Rossi

La rivoluzione d’ottobre del 1917 rappresentò un momento importante della lotta per l’emancipazione femminile nella storia della Russia. Il riferimento a questa esperienza permette di comprendere più chiaramente gli sviluppi che il movimento per la liberazione della donna ha avuto fino ai giorni nostri, ma soprattutto, in base all’esperienza della favolosa lotta condotta dalle donne bolsceviche, fornisce importanti indicazioni sul percorso migliore per il superamento dell’oppressione femminile.

Un fenomeno che incise profondamente nella presa di coscienza del proprio stato di sfruttate per le donne in Russia così come in tutto il mondo, fu, nel XVII-XVIII sec., l’avvento dell’industrializzazione che mutò radicalmente i rapporti all’interno della famiglia. Con l’affermazione del modo di produzione capitalistico, infatti, si eclissò il modello di economia familiare fondato sulla produzione per l’autoconsumo, nel quale la donna si esauriva e, pur oppressa dall’uomo, non era cosciente dei limiti imposti allo sviluppo della sua individualità e, tantomeno, della privazione di fondamentali diritti sociali. Dapprima come figlia e poi come moglie e madre trascorreva la sua vita fra le mura domestiche, e l’unica società che concretamente conosceva era il nucleo famigliare.

L’oppressione di genere viene percepita concretamente come un limite alla libertà femminile quando si afferma il modo di produzione capitalistico e si diffonde l’utilizzo delle macchine che seppelliscono la produzione autonoma e portano le donne delle classi sociali del nuovo sistema economico a cercare fuori della propria casa un senso per la loro vita. A questo punto le donne acquistano coscienza della mancanza di diritti che permettano la tutela dei loro interessi e si sentono discriminate rispetto agli uomini.

Storicamente le rivendicazioni per l’emancipazione femminile trovano dapprima dimora nel movimento borghese munito di migliori risorse culturali e finanziarie, ma solo diffondendosi fra il proletariato femminile acquistano una forza prorompente tale da permettere importanti vittorie. Le donne delle classi altolocate, infatti, si battono per diritti civili diretti a tutelare prioritariamente gli interessi esclusivi del proprio stato sociale e di cui, perciò, non necessariamente beneficiano anche le lavoratrici.

Il marxismo, non a caso, non affronta la questione femminile come risultato solo dell’oppressione di genere, ma attribuisce un ruolo fondamentale all’oppressione padronale che si verifica nel capitalismo: è lo sfruttamento del capitale che favorisce il permanere delle discriminazioni fra i sessi, ma nei diversi ceti sociali sono profondamente diverse sia queste discriminazioni sia i metodi e le finalità di lotta messe in campo dalle donne. Nel momento decisivo ogni donna si schiera con la classe sociale a cui appartiene: un’esponente della medio-alta borghesia non esisterà a favorire leggi antisindacali a detrimento delle sue "sorelle" operaie se ciò contribuisce ad accrescere il suo patrimonio.

Ciò non toglie che i movimenti femministi borghesi, quando in difficoltà, cerchino il sostegno del proletariato femminile; sono, infatti, le lavoratrici la forza decisiva nella lotta, sia per la loro consistenza numerica sia per la capacità organizzativa.

La donna durante lo zarismo

Il gruppo che, come Engels riferisce, fu "il primo in Russia nel quale le donne giocarono un ruolo indipendente e attivo", fu il circolo "Chaikovskii"1. Questa organizzazione nacque all’inizio del 1870 per opera di studenti di ambo i sessi, uniti da principi etico-morali, privi di una esplicita ideologia comune. Lo scopo del circolo era diffondere la propaganda socialista fra il popolo, reso cosciente dei soprusi subiti e della possibilità di riscatto tramite una rivoluzione basata socialmente sui contadini. Uno dei motivi portanti di questo gruppo, così come della maggior parte delle associazioni politiche che in quegli anni nascevano nel campo socialista, era la forte attenzione verso il problema di alfabetizzazione e acculturazione degli strati sociali più sfruttati. Ciò determinò l’ampia promozione di incontri-lezioni sul capitalismo e l’oppressione di classe, e l’impegno nella diffusione a basso costo di testi economico-politici di carattere divulgativo. Il circolo Chaikovskii ebbe il particolare merito di favorire l’emancipazione femminile coinvolgendo le donne, messe alla pari degli uomini, nella discussione e nell’attivismo politico. Le donne che appartenevano a questa struttura provenivano per lo più da circoli che vietavano la partecipazione maschile. Il separatismo e quindi la diffidenza verso le assemblee miste non deve stupire in un contesto arretrato come la Russia zarista, in cui il timore del dominio maschile, subìto sotto diverse forme nella famiglia e nella società, portava le militanti filo-socialiste a vedere nella presenza degli uomini una minaccia alla loro autonomia. Questo atteggiamento non è stato altro che uno stadio necessario, in quel contesto, di un processo di emancipazione individuale. Il separatismo nasceva dall’esigenza delle donne di sviluppare autonomamente la propria coscienza di sfruttate, superando ogni insicurezza e preparandosi ad agire politicamente con gli uomini senza più alcun sentimento di soggezione nei loro confronti. Dopo aver raggiunto una certa indipendenza economica e di giudizio, esse, provviste di adeguata coscienza di classe, sentivano la necessità di superare la lotta "personale" per abbracciare una lotta più ampia, di carattere sociale. Lo sviluppo politico di molte donne seguì lo stesso schema generale: la conquista dell’autonomia individuale le portava ad abbandonare il femminismo, nella sua accezione più restrittiva, per il radicalismo del circolo Chaikovskii e di iniziative analoghe, dove entrambi i sessi si trovavano uniti nella propaganda e agitazione socialista.

I circoli studenteschi2, fra cui particolarmente noto fu quello di Rosalia Jakesburg del 1872, erano prevalentemente influenzati dall’ideologia bakunista e vicini al partito "Terra e Libertà", riflettendo in questo, non casualmente, l’orientamento maggioritario allora anche fra le avanguardie operaie e studentesche. In tali sedi le donne si formavano politicamente per esercitare la loro attività propagandistica fra gli operai. Queste militanti capivano che solo la sconfitta dello sfruttamento capitalistico che costringeva le operaie alla doppia schiavitù del lavoro in fabbrica e a casa, e la diretta responsabilizzazione nella gestione democratica dei processi produttivi e dell’organizzazione della società, poteva garantire l’effettiva libertà per la donna. Unicamente in tal modo, le lavoratrici medesime avrebbero potuto decidere e predisporre servizi e strutture in grado di emanciparle dai privati compiti di cura svolti all’interno della famiglia.

Questi furono gli obiettivi che spinsero diverse donne a partecipare direttamente al lavoro di propaganda a Mosca nel 1875 per una serie di scioperi. La maggior parte degli organizzatori di tali avvenimenti venne arrestata e a distanza di 3 anni ebbe luogo il primo dei grandi processi russi, il Processo dei Cinquanta, ovvero il "Processo delle donne moscovite", destinato ad esercitare una importante influenza sulla coscienza politica delle allora, attuali e future generazioni di operaie. Kravinskij, pubblicista del movimento rivoluzionario di fine Ottocento in Russia, così descrisse il processo:

"Prima di questo processo i socialisti erano conosciuti soltanto dai giovani. Adesso un pubblico stupefatto poteva vedere i visi radiosi di queste ragazze, che, con i loro dolci sorrisi infantili, si avviavano tranquillamente verso un luogo senza ritorno, senza speranza- verso le prigioni centrali, verso lunghi anni di pesantissimi lavori forzati-. La gente si diceva "Sono tornati i tempi dei primi cristiani, sta nascendo una nuova forza."3

Molte delle donne che avevano partecipato agli scioperi o avevano simpatizzato con "le Moscovite" arrestate in seguito aderirono al gruppo terroristico "Narodnaya Volya", che si batteva, pur adottando metodi assai discutibili e in seguito lungamente criticati dallo stesso Lenin, con estremo spirito di abnegazione in difesa della causa proletaria contro l’oppressione zarista. Fra queste militanti spiccava Vera Figner, membro del comitato esecutivo e attivista socialista fin da metà ‘800 al fianco della sorella Lidia, processata a Mosca.

In seguito il movimento delle donne lavoratrici seguì parallelamente la mobilitazione dell’intero proletariato negli scioperi spontanei che negli anni 1870 e ’80 coinvolsero in particolar modo l’industria tessile, a prevalente occupazione femminile, e si conclusero con una legge che vietava il lavoro notturno per donne e bambini, quindi negli scioperi economici del 1894-’96 a Pietroburgo e nel grande sciopero dei tessili del 1896.

La rivoluzione del 1905 e il movimento femminista borghese

Il quadro generale cambia notevolmente con gli avvenimenti rivoluzionari del 1905 che videro la partecipazione di numerosissime operaie nelle organizzazioni del prete Gapon. In massa si batterono per l’estensione alle donne del diritto di voto per l’elezione della Duma. L’iniziale difficoltà a collegare la lotta contro la specifica oppressione di genere alla lotta di classe le rese facili prede per il movimento femminista borghese, che in tale occasione giocò un ruolo reazionario in quanto rivendicava l’organizzazione separata delle donne concentrate su "universali" problematiche di genere.

Così la Lega per l’uguaglianza delle donne e il partito progressista delle donne propagandavano l’armonia fra padroni e dipendenti, perché entrambi di sesso femminile. Ben presto le proletarie si allontanarono, però, da questi circoli e si ritrovarono nelle proprie categorie lavorative, con le altre compagne, concentrate su rivendicazioni di stampo prevalentemente sindacale. Nel frattempo la guerra contro il Giappone comportò un progressivo impoverimento delle campagne e quindi una radicalizzazione fra le contadine che più dovevano sopportarne le conseguenze: proprio esse furono protagoniste di importanti sommosse femminili negli anni 1904-5. Purtroppo, dal punto di vista politico, negli anni 1905-6 il movimento femminista borghese si diffuse in modo preoccupante fra menscevichi, socialrivoluzionari e alcuni attivisti bolscevichi. Nel 1905, al primo grande convegno femminile di Pietroburgo, le voci dissenzienti che rivendicavano l’unità di classe contro l’oppressione delle proletarie, furono assai esigue. Per contrastare il processo in atto, un gruppo di socialdemocratiche (bolsceviche e mensceviche) decise di orientare parte del loro lavoro propagandistico per la causa socialista specificamente verso le donne. Queste militanti organizzarono una campagna contro il femminismo borghese sostenendo l’interpretazione marxista della questione femminile. Esse, inoltre, promossero una mobilitazione particolare del partito e del sindacato sulle problematiche della donna lavoratrice.

La distanza nei diritti civili e politici fra uomini e donne della stessa classe sociale facilmente portava le operaie a simpatizzare per i collettivi borghesi che si focalizzavano sull’oppressione di genere, troppo a lungo trascurata all’interno delle tradizionali organizzazioni di lotta del movimento operaio. L’opera di bolsceviche come la Kollontaj permise, già nel 1907, al movimento delle donne lavoratrici di raggiungere dimensioni di massa tali da consentire alle sue dirigenti di indire autonomamente incontri pubblici in aperto antagonismo alle femministe borghesi. Tale risultato richiese una paziente e costante propaganda nei luoghi di lavoro e nelle assisi delle femministe.

Nel 1907 nacque il primo circolo femminile sotto il nome di "Associazione di mutua assistenza delle lavoratrici"4 con libere iscrizioni per i componenti di entrambi i sessi ma che riservava le cariche direttive alle donne. La struttura interna del circolo era concepita per facilitare l’attivismo delle operaie, chiamate ad impegnarsi direttamente sul proprio specifico terreno di oppressione. L’associazione aveva lo scopo di diffondere il socialismo fra i proletari e di attrarre le lavoratrici isolate al sindacato e al partito socialdemocratico: esso non aveva perciò nessuna ambizione di divenire una entità politica autonoma, separata dalle tradizionali organizzazioni del movimento operaio, alle quali propagandava anzi l’adesione, avvicinando le donne alla politica. Il circolo non si focalizzava neppure nei contenuti solo su questioni attinenti unicamente all’oppressione di genere, ma legava quest’ultimo tema al contesto politico, sociale ed economico che lo determinava: lo scopo non era una specifica agitazione femminista, ma l’agitazione socialista fra le donne. L’associazione in particolare aveva intensi rapporti con il sindacato dei tessili ed era presente in vari settori del partito. Essa partecipò alla conferenza internazionale delle donne socialiste nel 1907 a Stoccarda. In tale occasione ci fu modo di confrontarsi su differenti posizioni politiche riguardo le rivendicazioni da difendere ma soprattutto riguardo i metodi da seguire per ottenerle. Alla conferenza partecipò anche Clara Zetkin la quale fece approvare una risoluzione che sosteneva il dovere per i partiti socialisti di tutti i paesi di "battersi con energia per l’instaurazione del suffragio universale per le donne (…) sia nelle assemblee legislative, sia in quelle comunali"5. Nel presentare tale votazione la Zetkin sottolineò come il diritto al voto non fosse un fine, ma solo un mezzo per rinforzare, con la presenza del proletariato femminile, la lotta contro il dominio di classe e contro la proprietà privata, vera origine dell’oppressione di genere.

La risoluzione scatenò discussioni all’interno e all’esterno della conferenza dato che alcuni militanti maschi e femmine dei diversi partiti socialisti condividevano posizioni più prudenti come nel caso di Wally Zepler che chiedeva di limitare l’estensione del diritto di voto alle elezioni dei consigli comunali o Victor Adler, leader socialista austriaco, che voleva lasciare ad ogni partito la libertà di inserire o meno fra gli obiettivi immediati di lotta il suffragio universale femminile.

A partire dal 1907 i rapporti con le organizzazioni femministe borghesi si fecero particolarmente tesi, ma quando queste ultime decisero di organizzare un congresso di tutte le donne russe per il 1908, le socialdemocratiche con il grande supporto di Alexandra Kollontaj, approfittarono dell’occasione per portare avanti la propaganda socialista nei più vasti strati della società: organizzarono riunioni e incontri in condizioni di semiclandestinità per l’elezione delle delegate nelle sedi di sindacati e partiti. Nonostante tutti gli sforzi, però, le delegate proletarie presenti all’evento furono solamente 45 contro 700 femministe borghesi. Le compagne socialdemocratiche non si persero d’animo e sottolinearono in ogni occasione la propria differente caratterizzazione politica: si costituirono in un gruppo separato che presentò mozioni di carattere rivoluzionario su ogni tema discusso dalla sicurezza sul lavoro, al rapporto con i partiti, al voto per le donne. Tutte le risoluzioni presentate dalla componente proletaria furono respinte dalla maggioranza. In base al totale rifiuto espresso dal blocco femminista borghese sulla necessità di lottare contro la proprietà privata dei mezzi di produzione, risultò impraticabile l’unione con le lavoratrici organizzate in una unica entità politica interclassista. L’intervento al congresso ottenne il grande risultato di porre finalmente una netta linea di demarcazione fra le femministe e il movimento socialista rivoluzionario e quindi permise un notevole passo in avanti nella coscienza di classe delle donne proletarie.

Il suffragio universale

La seconda conferenza internazionale delle donne socialiste si tenne nel 1910 a Copenaghen e si concentrò sulla questione del suffragio femminile. A tale proposito Clara Zetkin vantava la più valida esperienza essendosi più volte battuta per il suffragio universale, contro le correnti borghesi che volevano limitare tale diritto solo a chi, indipendentemente dal sesso, fosse provvisto di un certo patrimonio.

La lotta per il diritto di voto vide nettamente contrapposti gli interessi di classe fra quelle donne che, secondo l’ipocrisia strumentale delle varie associazioni femministe, avrebbero dovuto battersi assieme indipendentemente dalle divisioni sociali. In quel contesto, la Zetkin spiegò come la proposta di consentire la partecipazione al voto alle sole donne agiate avrebbe aumentato il consenso attorno alle politiche borghesi, opposte alle rivendicazioni di maggiori diritti e tutele da parte di tutti i lavoratori (maschi e femmine) e quindi avrebbe indebolito la lotta del proletariato verso la sua emancipazione. Il voto alle borghesi non avrebbe aperto nessuna strada per il futuro riconoscimento di questo diritto a tutte le donne, perché proletariato e borghesia sono strati sociali antagonisti, tali per cui una concessione all’uno lede gli interessi dell’altro: le donne così come gli uomini borghesi traggono profitto dallo sfruttamento delle proletarie e perciò non favoriranno mai di propria spontanea volontà la loro liberazione. La partecipazione alle elezioni istituzionali non era altro che uno strumento per esercitare la propria politica di classe e, quindi, se limitata in base al censo, non sarebbe mai stata il primo passo verso l’emancipazione femminile, ma un grande passo avanti verso l’emancipazione del capitale, gli interessi del quale avrebbero contato maggiori sostenitori.

Citiamo le dirette parole di Clara Zetkin al congresso socialista internazionale di Stoccarda del 1907:

"Il diritto di voto aiuta le donne borghesi ad abbattere quelle barriere che ostacolano la loro possibilità di formazione e di attività sotto forma di privilegi del sesso maschile. Per le proletarie questo diritto rappresenta un’arma per la battaglia che esse devono combattere perché l’umanità abbia il sopravvento sullo sfruttamento e sul dominio di classe; consente loro una partecipazione maggiore alle lotte per la conquista del potere politico da parte del proletariato al fine di superare l’ordinamento capitalista e di edificare quello socialista, il solo che permetta una radicale soluzione della questione femminile (…). Le proletarie non possono dunque contare sull’appoggio delle donne borghesi nella lotta per i loro diritti civili; le contraddizioni di classe escludono che le proletarie possano allearsi col movimento femminista borghese. Con ciò non si vuol dire che esse respingono le femministe borghesi se queste ultime, nella lotta per il suffragio femminile universale, dovessero mettersi al loro fianco e al loro seguito per battere su fronti diversi il comune nemico. Ma le proletarie devono essere perfettamente coscienti che il diritto di voto non si può conquistare attraverso una lotta del sesso femminile senza discriminazioni di classe contro il sesso maschile, ma solo con la lotta di classe di tutti gli sfruttati, senza discriminazioni di sesso, contro tutti gli sfruttatori, sempre senza alcuna discriminazione di sesso."6.

Nel contrasto interno al movimento per il suffragio femminile, si evidenziarono chiaramente le differenze, gravide di conseguenze politiche, fra chi strumentalmente considerava centrale il conflitto di genere e chi invece lo subordinava alla lotta per l’emancipazione del proletariato, condizione necessaria (anche se non sufficiente) per l’emancipazione femminile.

L’organizzazione delle proletarie verso il 1917

Il movimento socialista femminile si trovava, però, nella difficile condizione di dover fronteggiare non solo le derive borghesi ma anche la forte diffidenza che gli uomini degli stessi partiti socialdemocratici nutrivano nei suoi confronti. I militanti, non vivendo direttamente l’oppressione di genere, tendevano a confondere le rivendicazioni delle loro compagne con concessioni a un certo radicalismo piccolo-borghese. L’opposizione internazionale dei partiti socialdemocratici impedì in questi anni la nascita di un bureau che seguisse specificamente l’agitazione in seno alle donne lavoratrici, come ripetutamente richiesto da A. Kollontaj: la paura di dare spazio ad una politica separatista rendeva difficilmente comprensibile la necessità di strutture appropriate che, provviste di un certo grado di autonomia organizzativa e di un forte legame politico e strategico al partito, si adoperassero per coinvolgere le donne nel processo rivoluzionario.

Pur con queste difficoltà, nel 19 marzo 1911 viene proclamata la prima giornata internazionale della donna7 con raduni e cortei che coinvolgono decine di migliaia di donne in Germania, grazie all’opera della leader del partito socialdemocratico tedesco, Clara Zetkin. In Russia questa data comincia ad essere valorizzata a partire dal 8 marzo del 1913 con il sostegno della "Pravda", organo di stampa del partito bolscevico, e grazie all’opera di grandi compagne, fra le quali la Samoilova e la Kollontaj in particolar modo. Sempre più spesso nella stampa del partito si riservavano spazi sul lavoro e su specifiche problematiche femminili fino a quando si giunse, anche in base alle pressioni di Lenin, ad una pubblicazione speciale per le proletarie chiamata "La Lavoratrice" ("Rabotnitsa")8. Nel 1914, nonostante la repressione zarista che causò l’arresto dell’iniziale comitato di redazione, venne edito il primo numero. Nello stesso anno il Comitato Centrale del partito bolscevico (POSDR) decise di istituire uno speciale comitato con il compito di organizzare gli incontri per la giornata internazionale delle donne: vennero stabilite assemblee nelle fabbriche e in sedi pubbliche per discutere i temi principali riguardanti l’oppressione femminile e quindi eleggere rappresentanti che, all’interno del nuovo comitato, avrebbero difeso ed approfondito le proposte emerse.

Questo, però, è anche l’anno in cui i partiti della Seconda Internazionale tradiscono le aspirazioni di milioni di lavoratori e votano il sostegno alla guerra imperialista e alle proprie borghesie nazionali nella Prima guerra mondiale. In tale contesto la difesa di una posizione rivoluzionaria sulla questione femminile era di notevole importanza per i bolscevichi, intenzionati a ricostruire su basi solide una nuova internazionale marxista. Nel frattempo la guerra imperialista rubava molte braccia al fronte e i posti di lavoro nelle fabbriche venivano occupati da donne e bambini, tanto che a Pietrogrado tra il 1914 e 1917 le donne giunsero a costruire un terzo della forza lavoro: una nuova massa di salariate diventava parte del grande macchinario della produzione sociale capitalistica. Nella fabbrica le lavoratrici acquisirono sempre più coscienza del ruolo che la propria classe avrebbe potuto giocare in una società nuova, presero maggiore confidenza con l’organizzazione industriale del lavoro e con le strutture sindacali..

La rivoluzione del 1917

Nel 1917 crebbe il consenso attorno alla propaganda che coraggiosamente i bolscevichi da soli avevano coerentemente portato avanti fin dal 1914 contro la guerra imperialista. Il 23 febbraio, a Pietrogrado, il governo cercò di impedire le manifestazioni per la giornata della donna provocando nella fabbrica Putilov scontri che sfociarono in una mobilitazione di massa: le donne scesero in piazza e conquistarono i soldati che si rifiutarono di sparare ai manifestanti e rivolsero le baionette contro la monarchia zarista. Così iniziò la rivoluzione di febbraio che in pochi giorni minò le fondamenta del regime zarista.

Aumentarono le richieste di adesione al partito bolscevico e ai sindacati da parte di giovani lavoratori, uomini e donne che non si sarebbero più fermati senza aver prima annientato la causa delle loro sofferenze sul lavoro e in guerra. Scoppiò lo sciopero delle lavandaie, lo strato più arretrato nella classe lavoratrice di allora, che rivendicava la nazionalizzazione delle lavanderie sotto il controllo delle municipalità locali, posizione considerata prematura da menscevichi e socialrivoluzionari, accolta solo dai bolscevichi.

Sempre più centrale era la propaganda nel giornale "Rabotnitsa" il cui comitato editoriale allora contava: la Krupskaja, Ines Armand, la Stahl, la Kollontaj, la Eliazarova, la Kudelli, la Samoilova, la Nokolajeva ed altre lavoratrici di Pietrogrado. Queste donne si dedicarono totalmente alla causa rivoluzionaria, organizzando incontri e assemblee contro la guerra: ogni fabbrica aveva il suo rappresentante nel comitato editoriale della rivista, che partecipava a incontri settimanali per discutere i rapporti dalle varie zone. La "Rabotnitsa" doveva fungere anche da strumento per sensibilizzare maggiormente le strutture politiche e sindacali ancora disorientate riguardo il lavoro fra le operaie. Nel marzo 1917 i bolscevichi crearono a Pietroburgo un ufficio per promuovere il lavoro di mobilitazione fra le donne, ma tale progetto rimase a lungo solo sulla carta. Grazie, però, alla loro ostinazione, le donne coinvolsero il corpo del partito nella convocazione di un congresso di operaie a Pietrogrado per discutere la strada migliore per coinvolgere e organizzare le donne nel movimento rivoluzionario.

Lenin stesso in questo periodo scrisse diversi articoli sulla necessità di individuare nuove strategie e modelli organizzativi ad hoc per avvicinare le operaie al socialismo.

Il congresso, che si tenne fra il 1917 e il 1918, fu inizialmente interrotto dalle giornate che segnarono la presa del potere da parte dei bolscevichi, processo nel quale si spesero anche molte proletarie e che comportò cambiamenti profondi nelle condizioni delle donne. La vittoria sul regime zarista permise alla nuova Russia sovietica la conquista di tutta una serie di diritti civili che mai il capitalismo avrebbe potuto garantire in quell’epoca. Il coinvolgimento, inoltre, delle operaie nella gestione diretta della produzione e dei servizi, tramite i soviet, apriva la porta alla effettiva emancipazione femminile.

In questo modo le "donne dell’Oriente" salutarono la rivoluzione nell’appello del 1921 delle partecipanti alla prima conferenza panrussa delle attiviste comuniste dell’Oriente alle operaie e contadine della Russia sovietica:

"Schiave nascevamo e schiave morivamo. Così trascorreva la vita di migliaia, di milioni di donne e pareva che quello dovesse essere il loro destino eterno, che non ci potesse mai essere una mano capace di spezzare le loro catene. Ma ecco che, nell’ottobre 1917, apparve una stella rossa, mai vista prima, e fu così che le operaie e le contadine si unirono alla Rivoluzione e che questa cambiò le loro vite. Da noi arrivò notizia di quegli avvenimenti tardi e in modo confuso, saltuario. Perché giungessero a noi, donne dell’Oriente, dovettero penetrare attraverso le mura, le inferriate e i nostri parandjà.9

Per molto tempo noi non ci abbiamo creduto. I mullah ci minacciavano e ci spaventavano con i castighi celesti mentre i nostri mariti, padri e fratelli facevano di tutto perché non avessimo dei contatti con il mondo. Le compagne lavoratrici che sono venute da noi dalla Russia sovietica hanno conquistato la nostra fiducia e molte di noi hanno cominciato a rispondere ai loro appelli, a seguire il loro esempio, a insegnare alle altre a liberarsi dalla soggezione, a non vergognarsi più, a non avere paura…Noi crediamo nella vostra energia e sappiamo che in avvenire ci verrete sempre in aiuto per impedire che noi donne dell’Oriente possiamo essere ricacciate nell’antica schiavitù, chiuse dietro le inferriate, soffocate sotto i veli della sottomissione e della solitudine.".10

In un momento così cruciale per il giovane proletariato russo che doveva dimostrarsi in grado di preservare il nuovo modello sociale dall’aggressione esterna dei paesi capitalisti, assunse particolare importanza il momento della formazione; non fu casuale la scelta del congresso delle operaie di Pietrogrado, di istituire commissioni speciali (a prevalente presenza femminile) per educare le donne all’esercizio dei loro diritti e non fu casuale il ricorso ad una legislazione avanzata che permettesse loro, tramite una maggiore tutela sul lavoro, la partecipazione diretta alla attività politica e la liberazione da tutti i vincoli formali e sostanziali che in precedenza avevano subordinato il loro attivismo e spirito critico a quello maschile. Venne proposta una nuova legislazione sulla maternità comprendente un decreto sull’assicurazione in caso di malattia (approvato nel dicembre 1917). Fu istituito un fondo assicurativo pubblico senza trattenute sui salari fruibile sia dalle lavoratrici che dalle mogli degli operai.

Con la vittoria della rivoluzione, A. Kollontaj entrò nel nuovo governo come commissario per i servizi sociali, carica che le permise di partecipare alla stesura di nuove norme che riconoscevano la donna come cittadina di pari diritti all’uomo. Sei settimane dopo la rivoluzione, fu introdotto il matrimonio civile; entro un anno il nuovo codice matrimoniale stabiliva davanti alla legge l’uguaglianza fra marito e moglie, eliminava le distinzioni fra figli legittimi e illegittimi. Furono enormemente facilitate le pratiche di divorzio, che poteva essere ottenuto immediatamente sulla base del mutuo accordo o tramite il tribunale in caso di disaccordo, con la corresponsione degli alimenti nei sei mesi successivi al coniuge disoccupato o in difficoltà economica.

Nel gennaio del 1918 nacque ufficialmente il Dipartimento per la protezione della maternità e dell’infanzia, che assicurava l’assistenza alle partorienti e alle puerpere e provvedeva al rispetto di una severa legislazione la quale prevedeva: l’aspettativa di 16 settimane prima e dopo il parto, l’esenzione da lavori troppo pesanti, il divieto di trasferimento e licenziamento per le madri in attesa, la proibizione del lavoro notturno per donne in gravidanza e puerpere, l’istituzione di appropriate cliniche della maternità, ambulatori, consultori, asili per l’infanzia.

Per elaborare e favorire l’introduzione rapida di queste riforme, si adoperarono le commissioni stabilite al congresso del 1917, composte da rappresentanti dei soviet degli operai, dei soldati e dei contadini, delegati/e delle organizzazioni dei lavoratori e specialisti dei problemi per l’assistenza sociale all’infanzia. L’attenzione in particolare da parte di diversi uomini bolscevichi alle problematiche femminili indica l’importanza attribuita a questo fronte d’intervento, non più riservato a poche e isolate compagne particolarmente coinvolte. Le commissioni si dedicarono soprattutto a favorire l’accettazione delle riforme da parte della popolazione che doveva superare vecchi pregiudizi, residui della ormai trascorsa schiavitù al capitale.

Ma il 1918 fu l’anno dello scoppio della guerra civile e si poneva concretamente il problema di preparare le lavoratrici alla resistenza contro l’invasione dell’imperialismo internazionale. Le stesse responsabili del congresso di Pietroburgo decisero di convocare una conferenza rivolta a tutte le lavoratrici e contadine (con e senza partito) della giovane repubblica sovietica. Sverdlov, a nome del Comitato Centrale del partito bolscevico, supportò l’iniziativa e partecipò attivamente nell’organizzazione degli incontri preparatori per l’elezione dei delegati. La risposta da parte dell’intero partito, dalle campagne e dalle fabbriche fu enorme: all’incontro finale parteciparono più di 1000 delegate, numero considerevole date le terribili condizioni del viaggio per raggiungere Pietrogrado dai vari distretti della Russia sovietica. La conferenza permise un maggiore raccordo e unità d’azione con le zone più arretrate e lontane dai veri focolai della rivoluzione. In questo modo molte donne furono avvicinate al socialismo ed entrarono nel partito bolscevico, nelle milizie femminili delle Sorelle Rosse, per contrastare attivamente l’avanzata delle armate bianche. Visto il grande lavoro da svolgere su tale terreno, le singole commissioni si rivelarono strutture organizzative inadeguate e, nell’autunno del 1919, esse furono riorganizzate in una sezione formale del Comitato Centrale, nota come Genotdel e provvista di una pubblicazione mensile, "Kommunitska": si sviluppò una rete di gruppi di base a stretto contatto con i comitati locali del partito11. Il Genotdel era guidato dai Bolscevichi ma non era una struttura di partito in quanto era rivolta a tutte le donne, iscritte e non, con il fine di avvicinare alle idee del POSDR le donne meno politicizzate. Alexandra Kollontaj e Lenin furono molto chiari sullo scopo che questa struttura doveva rivestire: portare le donne dentro il partito e coinvolgerle direttamente nel lavoro dei soviet e dello Stato, promuovendo nei soviet una sensibilizzazione e reale attuazione delle specifiche rivendicazioni delle donne proletarie. Per raggiungere questi scopi erano necessarie speciali forme di organizzazione e propaganda data la maggiore difficoltà nel contattare e politicizzare le donne, isolate nella famiglia e soggette alle violente reazioni di mariti e parenti che difficilmente tolleravano una loro effettiva emancipazione. Il Genotdel non fu, quindi, mai concepito come organizzazione separata: esso iniziava le donne alla politica indirizzandole verso il lavoro all’interno del partito, dei sindacati e del soviet.

Il partito bolscevico organizza le donne dopo la rivoluzione

Grazie a questa organizzazione, si moltiplicarono i congressi e le conferenze di donne in tutta la Russia, permettendo di avvicinare anche le contadine alla lotta delle lavoratrici. Al secondo congresso della III Internazionale, nel 1920, vennero approvate le direttive per il movimento comunista femminile le quali prevedevano una organizzazione nazionale e internazionale delle bolsceviche tale che:

"Le donne appartenenti al partito comunista d’un dato paese non devono essere riunite in associazioni particolari ma iscritte quali membri effettivi con parità di diritti e di doveri nelle organizzazioni regionali del partito e chiamate alla collaborazione in tutti gli organi e in tutte le istanze del partito. Il Partito Comunista adotta tuttavia provvedimenti particolari e crea organi speciali che si incaricano dell’agitazione, dell’organizzazione e dell’addestramento delle donne.".12

Venne perciò disposto un "comitato d’agitazione femminile" in ogni organizzazione regionale e distrettuale con il compito di promuovere l’iscrizione e l’attività delle donne nel partito, nel sindacato e in tutte le organizzazioni di lotta del proletariato, provvedere alla formazione teorica e politica dei membri del partito, organizzare mobilitazioni e conferenze. Ogni comitato doveva lavorare a stretto contatto con la direzione del partito, all’approvazione del quale erano vincolati tutti i provvedimenti e le risoluzioni. Nella direzione nazionale del partito era prevista la presenza di un comitato d’agitazione nazionale e di un segretario femminile nazionale, che si impegnavano a garantire contatti costanti e regolari con i comitati dei vari livelli territoriali.

Riguardo alla organizzazione internazionale, citiamo direttamente la risoluzione:

"In seno all’esecutivo dell’Internazionale viene creato un segretariato femminile internazionale composto da tre a cinque compagne, proposte dalla Conferenza internazionale delle comuniste e confermate dal Congresso dell’Internazionale comunista o, in sua rappresentanza, dall’esecutivo. Il segretariato femminile lavora d’intesa con l’esecutivo dell’Internazionale al quale è vincolato per l’approvazione delle risoluzioni e dei provvedimenti che adotta. Una rappresentante del segretariato partecipa a tutte le sedute e ai lavoratori dell’esecutivo, con voto consultivo sulle questioni generali, con voto deliberativo sulle questioni particolari del movimento femminile.

I suoi compiti sono:

1. Collegamento attivo con i comitati femminili nazionali dei singoli partiti comunisti e il mantenimento di relazioni tra i singoli comitati;

2. Raccolta del materiale d’agitazione e documentazione relativo all’attività dei singoli comitati nazionali per eventuali consultazioni."13

Sempre in seno al congresso della Internazionale venne posto l’accento sulla necessità della socializzazione del lavoro domestico e vennero predisposti diversi servizi pubblici di mensa e lavanderia diretti a tutta la popolazione. Al fine di agevolare le donne che, versando in difficoltose condizioni economiche, non riuscivano a mantenere i figli e potevano contare solo su un limitato sostegno sociale, data la povertà che minacciava la Russia sovietica, nel 1920 fu legalizzato l’aborto. Per cercare di combattere l’aborto clandestino, considerato un crimine, spesso causa di morte anche per la madre dopo terribili sofferenze, la Russia divenne il primo paese nel mondo in cui trovava applicazione questa norma giuridica.

Problemi irrisolti nella Russia postrivoluzionaria

I primi anni della rivoluzione sono stati estremamente intensi. I bolscevichi hanno lottato incessantemente per far avanzare la rivoluzione in condizioni estremamente difficili: alla penuria dovuta alla prima guerra mondiale si aggiungevano quella della guerra civile e l’aggressione degli eserciti imperialisti in un contesto di arretratezza generale. La vittoria della rivoluzione in uno o più paesi avanzati avrebbe certamente alleviato le sofferenze del popolo russo, ma, per ragioni che non affronteremo qui l’ondata rivoluzionaria che toccò il proletariato mondiale subì una sconfitta cocente. In più nell’inverno del 1921 il paese venne prostrato da una pesante carestia.

In questo contesto il Posdr decise di avviare una politica di concessioni alle leggi del mercato capitalista, introducendo elementi di proprietà privata, particolarmente nelle campagne, per favorire la circolazione delle merci. Questa politica, nota come Nuova politca economica (Nep) portò ad un importante rallentamento del movimento di emancipazione femminile: molte donne persero il loro lavoro e la socializzazione del lavoro domestico fu parzialmente rimandata nel tempo. Essendo asili e mense poco redditizi, i nuovi borghesi creati dalla Nep (nepmen) erano poco propensi a investirvi denaro. Se le difficili condizioni del comunismo di guerra imponevano un sistema precario di servizi pubblici, la Nep consacrò il loro fallimento. Anche il tentativo delle comuni, associazioni di inquilini che avrebbero dovuto autogestire delle abitazioni organizzando comunitariamente i servizi domestici al fine di promuovere "lo spirito comunista" e di sopperire alla transitoria carenza di alloggi, non ebbero successo perché i vecchi pregiudizi trovavano terreno fertile nella miseria e nella inadeguatezza dei provvedimenti concepiti per sconfiggerla.

Secondo le parole di Trotskij:

"La rivoluzione tentò eroicamente di distruggere il vecchio focolaio domestico, istituzione arcaica, soffocante e dominata dalla routine, nella quale la donna é condannata ai lavori forzati dall’infanzia alla morte. Alla famiglia, considerata come una piccola azienda chiusa, doveva sostituirsi, nelle intenzioni dei rivoluzionari, un sistema completo di servizi sociali: maternità, asili nido, scuole materne, mense, lavanderie, ambulatori, ospedali, sanatori, organizzazioni sportive, cinema, teatri, ecc. L’assorbimento completo delle funzioni economiche della famiglia da parte della società socialista, destinata a legare tutta una generazione nella solidarietà e nell’assistenza reciproca, doveva emancipare la donna, e di conseguenza la coppia, da questo giogo secolare. (...) "Non si era riusciti a prendere d’assalto la vecchia famiglia. Non per mancanza di buona volontà e neppure perché la famiglia avese profonde radici nelle coscienze; al contrario, le operaie e, in seguito, le contadine più avanzate, dopo un breve periodo di diffidenza verso lo Stato, i suoi asili, le sue scuole materne e le sue svariate istituzioni, mostrarono di apprezzare gli immensi vantaggi dell’educazione collettiva e della socializzazione dell’economia famigliare. Purtroppo la società era troppo povera e troppo poco civilizzata. Le risorse reali dello Stato non corrispondevano ai piani e alle intenzioni del Partito comunista. La famiglia non può essere abolita; bisogna sostituirla. L’emancipazione vera e propria della donna é impossibile sul piano della "miseria socializzata". L’esperienza rivelò ben presto questa dura verità formulata da Marx ottant’anni prima."14

I Russi fuggivano dalle comuni nonostante i vari tentativi da parte di molti dirigenti bolscevichi (fra cui soprattutto Trotskij) di rivitalizzare questo progetto: il capitalismo internazionale imponeva l’isolamento e quindi la povertà della Russia, impedendo in tal modo una gestione rivoluzionaria dell’economia.

Nel 1923, il 58% dei disoccupati di Pietrogrado erano donne e le percentuali raggiungevano anche picchi dell’80-90% nell’industria tessile. Tale situazione favorì il proliferare della prostituzione, fenomeno sociale che il partito bolscevico si era sempre proposto di estirpare a differenza dei borghesi che lo consideravano ineliminabile. La vendita del corpo femminile era un evidente retaggio del passato capitalista, in cui i rapporti interpersonali erano regolati dal profitto: come un padrone acquistava la forza lavoro dell’operaia, così in un altro momento poteva comprare il suo corpo. In molte unioni matrimoniali nel capitalismo, il vincolo del denaro e della proprietà impedisce il dispiegarsi di un sentimento sincero, e spesso le mogli non fanno altro che fornire prestazioni sessuali assieme alle proprie braccia nei lavori domestici, in cambio di un più o meno dignitoso mantenimento. Una tale cultura e le vecchie tradizioni che vogliono la donna dipendente sempre dall’uomo fanno sì che, in condizioni di ristrettezze economiche, molte donne siano portate a cercare un’estrema salvezza su questa via degradante. Vi è perciò uno stretto legame fra economia e prostituzione: le crisi e l’aumento della disoccupazione storicamente si accompagnano ad un incremento del numero di donne sulla strada. La borghesia ha sempre promosso tale fenomeno, coprendo al tempo stesso di disprezzo le ragazze che ne sono vittime.

La soluzione a questa piaga sociale, sia da Lenin che dalla Luxemburg, veniva individuata nell’ingresso e nel reintegro di tali donne all’interno delle mansioni produttive, organizzate nei sindacati e nei partiti, coinvolte nella lotta contro le cause della loro povertà.

Lo sfruttamento che portava la donna a vendere il proprio corpo, poteva essere abolito solo con l’abbattimento del capitalismo come economia, sistema sociale e culturale. L’unica classe in grado di assumersi la guida di tale processo era il proletariato, depurato delle influenze culturali borghesi forti anche fra i lavoratori: perciò, per ottenere la propria emancipazione, le prostitute dovevano acquisire coscienza del proprio potenziale rivoluzionario e unirsi a questa classe, abbandonando la prostituzione, ovvero ribellandosi ad un processo di autodegradazione e totale soggezione alle regole del mercato.

Non esistono scorciatoie penali per l’eliminazione di questo fenomeno: la prostituta non è un criminale che compie un reato, ma è una vittima della società che la circonda e delle ristrettezze finanziarie che le vengono imposte. Nonostante in Russia si stesse costruendo una società nuova che avrebbe dovuto risvegliare i lavoratori dalla passività indotta dalla schiavitù capitalistica e impostare nuovi modelli culturali improntati all’eliminazione di tutte le precedenti discriminazioni presenti fra i lavoratori, le difficili condizioni economiche in un paese accerchiato dal capitalismo internazionale costituivano terreno fertile per la diffusione di tale triste fenomeno.

"L’autunno scorso le Izvestija hanno pubblicato improvvisamente la notizia che <circa mille donne che si dedicavano nelle vie di Mosca al commercio segreto della loro carne> erano state arrestate. (...) E non può trattarsi qui di una sopravvivenza del passato, perché le prostitute si reclutano tra le donne giovani. Nessuno penserà a biasimare particolarmente il regime sovietico per questa antica piaga della civiltà, ma è imperdonabile parlare di trionfo del socialismo finché sussiste la prostituzione. (...) Il ritorno alle relazioni basate sul denaro implica inevitabilmente un nuovo aumento della prostituzione e dell’infanzia abbandonata. Dove ci sono privilegiati, ci sono anche paria!"15

La degenerazione stalinista

L’impegno profuso dal regime sovietico nella battaglia per la liberazione della donna era dettato dalla necessità, vitale per la rivoluzione, di rendere le masse oppresse protagoniste della gestione del potere. Il nuovo stato operaio poteva difendere gli interessi rivoluzionari del proletariato se l’apparato statale, industriale e in generale economico fosse stato sotto il controllo dei lavoratori. L’azione energica rivolta alle donne quindi faceva parte di una politica generale del partito bolscevico volta a promuovere l’alfabetizzazione e l’innalzamento culturale delle masse sovietice affinchè fossero all’altezza dei compiti che la storia imponeva loro.

Questa battaglia durissima veniva condotta in condizioni, come abbiamo spiegato sopra, drammatiche. La miseria, il bassissimo livello culturale costringeva i bolscevichi ad usare molti elementi non proletari nella gestione dello Stato. Lenin e i suoi più stretti collaboratori sapevano bene che quella era una lotta contro il tempo, per la vita o la morte della rivoluzione: il proletariato russo era troppo arretrato per controllare lo Stato, era necessario elevare il suo livello culturale ed era necessario vincere la rivoluzione a livello internazionale. Se si fosse perduto queste battaglie la rivoluzione sarebbe naufragata.

In questo clima, la morte di Lenin nel ’24 ebbe l’effetto di accelerare un processo già in atto di burocratizzazione degli organismi dirigenti dei soviet e dei partiti: si afferma tutta una serie di funzionari capeggiati da Stalin che si proponeva come maggiore fine la tutela dei propri privilegi e abbandonavano la prospettiva della rivoluzione mondiale. La carestia e la guerra decimano gli elementi migliori del proletariato, i soviet si svuotano e facilmente trovano spazio elementi che prima giocavano un ruolo secondario.

Stalin favorì in un primo momento la politica della Nep e i suoi beneficiari, concedendo loro notevoli spazi economici e politici. In realtà la "Nuova Politica Economica" era stata concepita come una concessione al capitalismo, necessaria per la sopravvivenza dello Stato sovietico in attesa della rivoluzione in Occidente, ma provvisoria dato che necessariamente provocava un arretramento nelle condizioni dei lavoratori in quanto reintroduceva, sebbene in piccola parte, elementi dell’economia di mercato. A partire dal 1922, infatti, quando venne istituita la Nep, il numero di asili nido e case di accoglienza per le madri cominciò notevolmente a calare, giungendo al picco negativo di 9,3 posti in asilo ogni 1000 donne. Diversi articoli del giornale "Kommunitska" testimoniavano la paura dei lavoratori impiegati nei servizi pubblici per il futuro incerto di queste strutture.

Di fatto l’occupazione cominciò a risalire solo con il piano di industrializzazione forzata realizzato da Stalin a partire dal 1928, piano concepito a ritmi troppo intensi che (a differenza del progetto dell’Opposizione di Sinistra capeggiata da Trotskij) non rispettava minimamente l’economia russa, all’epoca ancora prevalentemente agricola e profondamente arretrata. L’industrializzazione si verificò in maniera selvaggia: se la disoccupazione passò dal picco di 1,74 milioni nel 1929, a 1,08 milioni nell’aprile 1930 e a 335.000 nell’ottobre del 193016, il processo non si accompagnò minimamente all’istituzione di una serie di servizi sociali che potessero sopperire all’impegno maggiore nel lavoro esterno all’ambito domestico. Tutto venne subordinato al fine di dimostrare la superiorità del modello del socialismo realizzato in Russia e, perciò, la assoluta maggioranza delle risorse umane ed economiche venne dedicata a potenziare l’industria sovietica senza, però, valutare la necessità di garantire condizioni sociali e formative adeguate ai lavoratori affinché la produzione migliorasse anche dal punto di vista qualitativo. Il piano di industrializzazione (che interessò soprattutto l’industria pesante) coinvolse, infatti, poche donne, le quali rimasero una componente prevalente della disoccupazione o furono relegate nei pochi spazi disponibili dell’industria leggera o nel lavoro domestico. L’organismo che avrebbe potuto giocare un ruolo nel riequilibrare tale processo, il Genotdel, non casualmente venne abolito in quegli anni perché giudicato "inutile". In realtà questa struttura era stata responsabile di grandi conquiste per il proletariato femminile: aveva promosso la diffusione di testate giornalistiche femminili (che nel 1927 raggiunsero il numero di 18 con diffusioni di 400mila copie) e l’organizzazione di riunioni di formazione e discussione politica che avevano coinvolto solo nel 1928 2 milioni e mezzo di donne, ottenendo importanti risultati di crescita del numero di delegate dei soviet e iscritte al partito bolscevico. Particolarmente duro era stato il lavoro del Genotdel nelle regioni orientali dove esso aiutò le donne a liberarsi dall’oppressione del velo e della reclusione nelle case, pagando talvolta un alto prezzo: le ragazze venivano battute e punite duramente per il solo fatto di aver assistito alle riunioni dei circoli femminili e nel solo Uzbechistan, nel 1928, si verificarono 203 casi di donne che vennero uccise dai loro padri, mariti e fratelli per aver abbracciato con coraggio estremo la lotta per la loro liberazione.

Ora, per favorire una maggiore libertà d’azione nel reclutamento delle donne al lavoro, era necessario abolire il Genotdel, dichiarando l’emancipazione femminile già realizzata. Il piano industriale comprendeva anche capitoli speciali per la forza lavoro femminile, ma prevedeva servizi sociali di assistenza minimi, tali da riproporre di fatto la storica divisione del lavoro su base sessuale: nel calcolo solo della domanda per il pasto serale, per esempio, si verificò come solo 700mila lavoratori avrebbero potuto contare sull’opera di personale esterno, mentre le mogli avrebbero dovuto garantire tali servizi per i restanti 3 milioni di lavoratori. A Leningrado, inoltre, a fronte dell’ingresso nel lavoro di 74mila donne, si organizzò un solo asilo. Questa situazione vanificava i tentativi di formazione per le lavoratrici, che spesso lasciavano i corsi per fronteggiare il pesante carico dei lavori domestici. Avveniva, perciò, che la maggior parte delle donne che entrava nel mondo del lavoro durante il piano quinquennale, era assegnata prioritariamente a lavori a bassa qualificazione. A Leningrado, nel 1932, il 58,6% di tutti i lavoratori generici erano di sesso femminile; donne erano il 70% della forza lavoro non specializzata a Mosca, con percentuali ancora maggiori nelle realtà periferiche.

Il numero delle donne impiegate venne, perciò, anche forzatamente incrementato senza provvedere ad un miglioramento qualitativo della resa del loro lavoro. Il partito bolscevico di Lenin e Trotskij si era impegnato nel compito di cancellare quello che la burocrazia stalinista, con le sue politiche, non fece che accentuare: lo sfruttamento femminile dovuto alla doppia responsabilità del lavoro sociale e domestico. Del resto i nuovi funzionari sovietici avevano bisogno di un controllo maggiore della società, dalla quale si erano parzialmente resi indipendenti, e la forma della famiglia secondo il modello borghese si prestava ottimamente allo scopo, in quanto divideva i lavoratori nelle rispettive unioni familiari all’interno delle quali essi cercavano tutto quello che lo stato non voleva più garantire. La famiglia diventava la sede dove prima che altrove l’operaio si adoperava per superare le proprie difficoltà economiche, razionalizzando il bilancio e schiavizzando consorte e figli, i quali, isolati nelle case, non partecipavano alla attività politica e non potevano perciò costituire una potenziale fonte di dissenso contro la burocrazia.

"La marcia indietro riveste forme di scoraggiante ipocrisia e si spinge molto più in là di quanto non esiga la dura necessità economica. Alle ragioni oggettive del ritorno a norme borghesi, quali il pagamento di assegni familiari, si aggiunge l’interesse sociale degli strati dirigenti ad approfondire l’introduzione di norme del diritto borghese. Il motivo più imperioso dell’attuale culto della famiglia é senza dubbio alcuno il bisogno, da parte della burocrazia, di una stabile gerarchia nei rapporti sociali e di una gioventù disciplinata da quaranta milioni di famiglie, che servano da punto d’appoggio all’autorità e al potere"17

Gran parte delle leggi che precedentemente miravano alla emancipazione della donna e dell’uomo in modo da rendere possibile l’espressione massima delle loro potenzialità, venne abolita. Nel 1934 l’omosessualità e la prostituzione vennero dichiarati crimini puniti con otto o più anni di prigione. Nel 1936 l’aborto legale venne abolito, il divorzio divenne più difficile da ottenere (e assai più costoso dal punto di vista economico).

"Dimostrata la sua incapacità di fornire alle donne costrette all’aborto l’assistenza medica necessaria, ambulatori ed attrezzature igieniche, lo Stato cambia bruscamente rotta e sceglie la via della proibizione. Come in altri casi la burocrazia fa di necessità virtù. Uno dei membri della Corte suprema sovietica, Solc, specializzato nelle questioni che si riferiscono al matrimonio giustifica la prossima proibizione dell’aborto dicendo che, poiché la società socialista non ha disoccupati, ecc. ecc., la donna non può avere il diritto di respingere le "gioie della maternità". (...) Questi signori hanno evidentemente dimenticato che il socialismo dovrebbe eliminare le cause che spingono la donna all’aborto, piuttosto che far intervenire vergognosamente il poliziotto nella vita intima di una donna per imporle le "gioie della maternità". "La riabilitazione solenne della famiglia, che ha luogo - coincidenza provvidenziale - nello stesso momento di quella del rublo, é la conseguenza dell’insufficienza materiale e culturale dello Stato. Invece di dire "siamo troppo poveri e troppo incolti per stabilire relazioni socialiste tra gli uomini, lo faranno i nostri figli e i nostri pronipoti", i capi del regime incollano i cocci rotti della famiglia e impongono, con la minaccia dei peggiori rigori, il dogma della famiglia, fondamento sacrosanto del socialismo trionfante. É penoso constatare l’ampiezza di questa ritirata! "18

La stampa sovietica fu inondata da articoli inneggianti al matrimonio, alle bellezze della maternità e della famiglia, elevata a principio morale comunista contro le degenerazioni borghesi del "libero amore". Una legge del 1945 privò di ogni diritto l’unione di fatto, riconosciuta negli anni ’20. La nuova coscienza di uguaglianza fra i sessi che si stava sviluppando in quel periodo, subì pesanti contraccolpi.

La vittoria dell’Urss sul nazismo nel ‘45 diede maggiore stabilità allo stato sovietico. Inoltre la pianificazione dell’economia permetteva avanzamenti straordinari e impensabili per una economia di mercato. Tutto questo garantì un certo appoggio al sistema, nonostante i clamorosi arretramenti politici. Gli sforzi titanici dei bolscevichi per coinvolgere le masse nel partito e nei soviet vennero cancellati dalla mente delle masse.

Nonostante il ruolo reazionario dello stalinismo, grazie all’economia pianificata introdotta dall’Ottobre, Il numero di donne con una educazione superiore in URSS raggiunse, negli anni ’60 e ’70, livelli superati solo da 3 paesi occidentali: Francia, Finlandia e USA. Nel 1970 fu emanata una legislazione che aboliva il lavoro notturno e sotterraneo per le donne. Fra il 1960 e il 1971 la disponibilità di posti nelle strutture prescolastiche passò da 500mila a più di cinque milioni, incoraggiando in tal modo un sempre maggior coinvolgimento nel mondo del lavoro della mano d’opera femminile, la quale nel 1970 risultava così distribuita: 98% del personale infermieristico, 75% di quello medico, 75% nella scuola pubblica, 90% fra i bibliotecari. Il miglioramento del servizio sanitario pubblico provocò un incremento della vita media femminile che passò dai 30 anni del 1927 ai 74 del 1970 con una riduzione del 90% della mortalità infantile. Tali risultati non sono minimamente paragonabili ai relativi incrementi nella qualità di vita verificatisi nei paesi occidentali, i quali nello stesso periodo di tempo fecero progressi di portata assai inferiore nonostante gli elevati livelli economici di partenza. L’esaurimento dei benefici arrecati dalla crescita postbellica, seguito dal cedimento definitivo alle leggi del mercato capitalistico, inevitabilmente ha portato all’abbandono di tutte le conquiste del passato con il ritorno alla barbarie sociale del capitalismo. Citiamo direttamente dal libro sulla Russia di Ted Grant 19:

"Il passaggio verso il capitalismo ha ribaltato rapidamente le conquiste del passato, riportando le donne nello stato del più nero asservimento, ipocritamente nel nome della "famiglia".

La maggior parte del peso della crisi viene scaricata sulle spalle delle donne. Le donne sono le prime ad essere licenziate, per evitare di pagare i sussidi sociali, come l’assegno famigliare e la maternità. Dato che fino a pochi anni fa le donne costituivano il 51 % della forza lavoro russa e che lavorava il 90% delle donne, la crescita della disoccupazione ha significato che più del 70% dei disoccupati della Russia sono ormai donne; in certe località la cifra è ormai del 90%.

Il crollo dei servizi sociali e la crescita della disoccupazione significa l’eliminazione sistematica di tutti i benefici dell’economia pianificata per le donne.

(…) Sotto il regime precedente, in media le donne ricevevano il 70% del salario maschile. La cifra è ora del 40%. Mantenere una famiglia con un solo salario era già difficile nella vecchia Urss; ora, con l’aumento drammatico della povertà, è praticamente impossibile. Così le donne sono le vittime principali di questo regime reazionario."

Mai più vere appaiono oggi le parole di Marx ed Engels ne "La sacra famiglia":

"Il cambiamento di un’epoca storica si può definire sempre dal progresso femminile verso la libertà, perché qui, nel rapporto della donna con l’uomo, del debole con il forte, appare nel modo più evidente la vittoria della natura umana sulla brutalità. Il grado dell’emancipazione femminile è la misura naturale dell’emancipazione universale.".

L’arretramento delle condizioni della donna sotto il capitalismo evidenziano la necessità di superare oggi, non solo in Russia, un sistema sociale ed economico ormai responsabile solo di una involuzione e un imbarbarimento umani; evidenziano la necessità di lottare per la trasformazione socialista della società a livello mondiale.

18 luglio 2002

1 Vedi Socialist Women: european socialist feminism in the nineteenth and early twentieth centuries, a cura di M.J.Boxer & J.H.Quataert, Elsevier North-Holland, Inc, 1978

2 Vedi Donne in rivolta nella Russia zarista di Cathy Porter, Feltrinelli editore, 1977.

3 Vedi M.J.Boxer & J.H.Quataert, Op.Cit.

4 Vedi Vivere la rivoluzione di A.Kollontaj, Garzanti editore, 1979.

5 Vedi Zetkin femminista senza frontiere di G.Badia, Erre emme edizioni 1994.

6 Vedi G.Badià, Op.Cit.

7 Vedi Natasha - A Bolscevik Woman Organiser. A short biography Di L.Katasheva, presente sul sito www.marxism.com

8 Vedi Bolshevism - the road to revolution di A.Woods, Wellred Publications, London, 1999.

9 Lunghi veli che coprono le donne dalla testa ai piedi.

10 Vedi www.tightrope.it/user/chefare/donne/burqa/dorient.htm

11 Vedi Donne, Resistenza e Rivoluzione di S.Rowbotham, Piccola Biblioteca Einaudi 1972.

12 Vedi La questione femminile e la lotta al riformismo di Clara Zetkin, Gabriele Mazzotta editore 1975.

13 Vedi Clara Zetkin, Op.Cit.

14 Trotskij, La rivoluzione tradita, AC Editoriale, Milano 2000.

15 Ibidem.

16 Vedi articolo "The Five-Year Plan for Women’s Labour: Constructig Socialism and the ‘Double Burden’, 1930-1932" di T.G.Schrand in Europe-Asia Studies, Dec 1999.

17 Trotskij, Op.Cit.

18 Ibidem.

19Vedi Russia: dalla rivoluzione alla controrivoluzione di Ted Grant, AC Editoriale 1998.

 

Il Prc e la questione femminile

Forum delle donne: un bilancio negativo

di Sara Signoretti

La questione femminile ha sempre occupato un posto centrale nella teoria e nella pratica del marxismo. Le donne lavoratrici, dal momento che subiscono un’oppressione di genere insieme ad un’oppressione di classe, sono la parte più sfruttata del proletariato e possiedono quindi un enorme potenziale rivoluzionario che noi marxisti dobbiamo capire e saper cogliere se vogliamo radicare le idee comuniste e rivoluzionarie nella società.

Il "lavoro tra le donne" è uno dei terreni d’intervento prioritari per tutti quei partiti che meritano di essere chiamati rivoluzionari; è per questo motivo che non possiamo essere negligenti sulle modalità con cui le organizzazioni in cui militiamo affrontano il tema decisivo della liberazione della donna.

È anche da questa premessa che nascono le nostre divergenze con il Forum delle donne del Prc; riteniamo infatti che la teoria e la prassi finora seguite da questa struttura non siano in grado di intervenire con adeguata forza ed incisività sulle disuguaglianze e su tutte le manifestazioni di oppressione e di ingiustizia riguardanti le donne, né tantomeno di farlo da un punto di vista di classe.

Occorre innanzitutto sottolineare come la maggior parte delle iniziative che finora il Forum ha organizzato possiedono un carattere elitario, in quanto hanno puntato a coinvolgere settori di donne già politicizzate. Convegni, assemblee, seminari e iniziative analoghe, se da un lato permettono di fare passi in avanti sul piano dell’elaborazione teorica, dall’altro non sono sufficienti a raggiungere le donne lavoratrici, che sono la parte più consistente dell’"altra metà del cielo" non solo sul piano statistico, ma soprattutto per quanto riguarda la centralità nella lotta per il cambiamento di questa società. Per il loro coinvolgimento è necessario fare un lavoro di propaganda sistematico e capillare davanti ai luoghi di studio e di lavoro, individuando obiettivi e parole d’ordine che partano dai problemi che quotidianamente vivono, non solo sul posto di lavoro ma a casa e in tutti gli ambiti della vita sociale. Noi marxisti saremo presi sul serio dalle donne, e saremo visti come alternativa credibile e praticabile, solo nella misura in cui saremo visti come militanti che si battono con perseveranza per i loro interessi su tutto ciò che riguarda la loro vita quotidiana. Pertanto la "costruzione di una soggettività politica femminile critica, consapevole e organizzata…" che le compagne del Forum hanno indicato, in alcuni testi pubblicati (come il documento preparatorio alla conferenza delle donne comuniste dell’estate 2000), come condizione necessaria per il cambiamento di questa società, rappresenta una soluzione del tutto inadeguata poiché non spiega come allargare il fronte di lotta coinvolgendo le masse di donne che il capitalismo sfrutta e opprime, per le quali ogni prospettiva di emancipazione personale è subordinata al superamento delle condizioni materiali di oppressione e sfruttamento.

Diversa è anche la nostra valutazione sulla Conferenza Mondiale delle donne di Pechino, tenutasi nel 1995, organizzata dall’Onu, della quale il Forum fornisce una valutazione che è complessivamente positiva (le citazioni che seguono sono tratte dal documento preparatorio della conferenza delle donne comuniste tenutasi nel luglio 2000).

Si celebra come un importante traguardo il fatto che, nelle fasi preparatorie di questa conferenza, le donne si siano battute per il riconoscimento dei diritti delle donne come diritti umani. Ma possiamo davvero pensare che un cambiamento avvenuto nella coscienza di alcune centinaia, o migliaia, di donne possa produrre miglioramenti concreti nella realtà, nella vita quotidiana di quei milioni di donne che sono costrette ogni giorno a vendere la propria forza-lavoro, mettendo a repentaglio la propria salute spesso solamente per non morire di fame? Inoltre la lotta sul terreno dei diritti democratici, seppure importante, non è sufficiente. Il riconoscimento formale di un diritto non ne garantisce il rispetto: libertà legiferata e libertà sostanziale quasi mai coincidono nel quadro della democrazia borghese.

A Pechino e nella conferenza parallela delle Ong (organizzazioni non governative), che si è tenuta a Huairou, è stata messa in luce l’insufficienza degli strumenti internazionali, che non evidenzierebbero in misura sufficiente le violenze perpetrate sulle donne; in altri documenti, come ad esempio nella "Carta della pace", viene portata avanti una forte critica alla Nato e avanzata la richiesta del conferimento all’Onu di maggiori poteri, lamentando che i processi in atto di svuotamento del ruolo delle Nazioni Unite rischiano di togliere forza anche alle prossime conferenze internazionali sulle donne. Altrove, come nella "Tesi per una costituente della pace", si descrive l’Onu come un organismo in grado di giocare il ruolo di arbitro fra le parti in lotta, di garante della pace a livello internazionale: insomma, un’istituzione in cui le donne possano riporre la loro fiducia perché difende i loro interessi. Ora, care compagne del Forum delle donne, vorrei farvi una domanda: come spiegare, ad esempio alle donne che sono state stuprate nella guerra in Bosnia sotto gli sguardi indifferenti dei Caschi Blu, oppure in Somalia, dove i soldati dell’Onu hanno addirittura preso parte attiva alle violenze contro la popolazione civile, che l’Onu sarebbe un’istituzione da difendere e potenziare, o meglio "rilegittimare", come è detto esplicitamente nel testo? Che fine hanno fatto tutte le belle parole sugli stupri di guerra? Come non vedere che Onu e Nato difendono gli stessi interessi, quelli delle classi dominanti delle potenze imperialiste, e che quindi nessuna delle due rappresenta un possibile strumento che possiamo utilizzare in difesa dei nostri diritti? La storia ha già da molto tempo insegnato agli oppressi che dall’Onu non ci si può aspettare nulla di buono, ed è un grave errore da parte nostra seminare illusioni in queste strutture.

Nella Conferenza di Pechino sono state individuate, per risolvere i problemi dell’umanità, due strategie che il Forum fà proprie senza minimamente metterle in discussione: si tratta dell’empowerment, definito come ‘la costruzione a vari livelli di meccanismi politico-istituzionali che favoriscano la partecipazione delle donne alle scelte e alle decisioni economiche, sociali e politiche, in sede nazionale ed internazionale", e del mainstreaming, definito come un insieme di "strategie di funzionamento delle istituzioni che facciano entrare in tutti i campi un’ottica di genere, una valutazione del diverso impatto di genere che una determinata scelta comporta, (e di) meccanismi di riaggiustamento strutturale e funzionale al fine di impedire che il divario negativo già esistente ai danni delle donne si accentui". Detto in parole povere, ciò significa che le donne, effettivamente, sono oppresse e vivono in una condizione di inferiorità e di subalternità rispetto all’uomo; sono svantaggiate in tutti gli ambiti, lavorativo, affettivo, sociale, familiare. Per vivere meglio, dato che non possono cambiare questa società perché, per quanto iniqua, non è modificabile, devono contare di più e, a questo scopo, devono entrare nelle stanze dei bottoni, nei luoghi dove vengono prese le decisioni importanti, affinché in questo modo le istituzioni siano più rispettose dei bisogni delle donne. È un po’ come gettare il sasso e poi nascondere la mano, dato che prima si fa cenno all’iniquità del sistema economico e sociale in cui viviamo, si punta il dito contro le disuguaglianze che sono generate dalla struttura stessa di questa società, e poi si prospettano soluzioni estremamente moderate, come appunto un’azione di tipo lobbystico, che dovrebbero oltretutto essere esercitata su istituzioni come l’Onu che, quando non fungono da paravento agli interessi dell’imperialismo americano, si trovano del tutto impotenti, prive di potere decisionale, per la loro natura di classe e per i conflitti esistenti fra le varie borghesie a livello internazionale. Simili posizioni sono incoerenti e poco realistiche, a meno che (come fanno molte esponenti del Forum) non si pensi che i conflitti interimperialistici non esistano più.

La storia insegna che le azioni di tipo lobbystico non possono, di per sé, portare a miglioramenti concreti nella vita delle donne e del proletariato: cosa può cambiare nella vita di una nigeriana che, attirata in Italia con la promessa di un lavoro dignitoso, viene poi costretta a prostituirsi, sapere che ci sono istituzioni sensibili ai suoi problemi, che non si dimenticano mai di valutare "l’impatto di genere che una determinata scelta comporta"? "Empowerment" e "mainstreaming" possono quindi apparire soluzioni per chi ritiene che l’oppressione della donna sia rappresentata dall’imposizione sulla donna da parte dell’uomo del proprio codice simbolico (come sostiene, ad esempio, il "pensiero della differenza"). Per chi, invece, ritiene come noi che tale subordinazione sia in primo luogo materiale, fondata sui rapporti di potere esistenti in questa società, è evidente che questi concetti finiscono col legittimare i rapporti sui quali si fonda questa società, e quindi anche l’oppressione che ne deriva. Non possiamo quindi commettere l’errore di confondere causa ed effetto; i simboli, la cultura, il pensiero, nascono dalla realtà e rimangono ad essa intrinsecamente legati. Già Marx aveva evidenziato come è la realtà che determina la coscienza, e non la coscienza che determina la realtà. Perciò, come è possibile limitarsi al raggiungimento di obiettivi simbolici, quando a necessitare di essere cambiata è la realtà?

Ciò che noi critichiamo della Conferenza di Pechino, come di tutte le altre conferenze sulle donne che sono state organizzate dall’Onu, è il fatto che in ultima analisi non offrono alle donne, e più in generale a tutti coloro che in questa società sono oppressi e sfruttati, né delle prospettive di liberazione, né degli strumenti concreti per migliorare le proprie condizioni di vita; nella migliore delle ipotesi sono dei luoghi in cui si parla tanto, si decide poco, e si fa ancora meno. Del resto, come aspettarsi che ciò avvenga se non si adotta un punto di vista di classe per analizzare il mondo in cui viviamo? Gli strumenti analitici forniti dal marxismo sono i soli che non si limitano a denunciare le ingiustizie create da questo sistema, ma che offrono anche delle prospettive concrete, realistiche e percorribili, per superare la divisione in classi di questa società, e quindi per liberare tutte le donne dal giogo che le opprime.

Da quanto detto emerge chiaramente che la politica portata avanti dal Forum è moderata e riformista. Dato lo stretto legame che esiste fra questioni politiche e questioni organizzative è legittimo supporre che anche l’organizzazione che il Forum si è dato sia espressione di una posizione moderata e non di classe. Andiamo a vedere come stanno le cose.

Se leggiamo l’articolo 21 dello Statuto del Partito della Rifondazione Comunista, vediamo che "il Forum delle donne rappresenta un luogo d’incontro di percorsi diversi" ed è "sede comune della costruzione ed elaborazione della politica di genere". Queste affermazioni sono contestabili da molti punti di vista.

Innanzitutto, è necessario chiedersi se la politica di genere può esprimersi solamente nei luoghi di donne. Tale posizione viene in genere portata avanti con l’argomentazione che solamente in questo modo è possibile avvicinare le donne alla politica, e che solamente in questo modo si può arrivare alla costruzione del "soggetto politico femminile", che viene ritenuto condizione necessaria ed imprescindibile per cambiare questa società.

Se analizziamo l’esperienza storica, vediamo come le condizioni di vita delle donne hanno subito miglioramenti sostanziali e complessivi, solo quando c’è stato un avanzamento generale della lotta di classe e quando le proletarie assieme ai loro compagni hanno tentato "l’assalto al cielo". La Rivoluzione d’ottobre non solo permise notevoli miglioramenti nelle condizioni di vita e di lavoro delle donne, ma garantì anche loro importanti diritti civili (dal divorzio, all’aborto, ecc…). Molte donne iniziarono a lottare, "entrarono in politica", perché si rendevano conto che esisteva un soggetto, il Partito bolscevico, che si batteva concretamente per la loro liberazione lottando per cambiare tutta la società. È stata perciò solamente la mobilitazione della classe operaia, guidata da un partito autenticamente rivoluzionario, che ha permesso di fare decisivi passi in avanti verso la liberazione della donna. La conclusione che possiamo quindi trarre è che i luoghi separati non rappresentano, a differenza di quanto propagandato dalle dirigenti del Forum, l’unico modo in cui può esprimersi la "politica di genere".

In secondo luogo, perché si sostiene che l’elaborazione della politica di genere è prerogativa esclusiva di un settore del partito, e non di tutto il Prc? In questo modo si finisce per deresponsabilizzare il corpo militante, che è spinto a ritenere la "questione di genere" uno dei tanti temi affrontati dalla politica, e non una fase centrale della lotta per abbattere il capitalismo.

Ho già messo in luce come le iniziative organizzate dal Forum possiedano un carattere elitario ed assolutamente non finalizzato ad un ampliamento della propria base, soprattutto fra le donne lavoratrici.

Un esempio eclatante, da questo punto di vista, è l’occupazione del ministero della difesa fatta il 5 maggio 1999 per protestare contro la guerra nei Balcani. L’episodio è stato riportato da alcuni quotidiani, fra cui naturalmente Liberazione ed il Manifesto. Noi marxisti dobbiamo sempre chiederci se quello che facciamo ci permette di far avanzare le nostre posizioni; non dobbiamo semplicemente "fare", ma dobbiamo fare quello che ci permette di crescere. La domanda che dobbiamo farci, relativamente all’occupazione dell’ambasciata, è: questo gesto ci ha permesso di diffondere tra le lavoratrici le idee comuniste e rivoluzionarie? La risposta è, ovviamente, no: in quell’occasione si è puntato solamente ad ottenere visibilità sul piano mediatico, ad essere ricordate nei giornali e nei telegiornali, ma non si è andate oltre. Ben diverso sarebbe invece stato il risultato che avremmo ottenuto se avessimo fatto attività di propaganda davanti ai luoghi di lavoro, per coinvolgere le donne lavoratrici mostrando loro come a trarre vantaggio dalla guerra siano gli stessi che le sfruttano facendo profitti sulla loro pelle.

La marcia mondiale delle donne

Negli ultimi anni molte esponenti del Forum hanno partecipato alla Marcia Mondiale delle donne contro le guerre, la povertà e le violenze, una rete lanciata dalle donne del Quebec con l’obiettivo di rilanciare il movimento delle donne a livello mondiale.

È inevitabile chiedersi perché le aderenti alla marcia ritengano che il movimento delle donne debba essere rilanciato. È una domanda importante perché è legata al ruolo dei comunisti in un movimento. Un movimento non può essere inventato, o calato dall’alto.

Per quanto riguarda il movimento delle donne il nostro ruolo, in quanto comuniste, deve essere quello di farlo avanzare sul piano politico, diffondendo al suo interno le idee comuniste e rivoluzionarie. Purtroppo invece è stata data l’adesione ad una iniziativa che culminava con la consegna al governo italiano, alla commissione europea e all’Onu di cartoline contenenti le richieste che i vari gruppi di donne aderenti all’iniziativa avanzavano per combattere la discriminazione di cui le donne sono vittime. Ancora una volta penso che sia un grave errore seminare illusioni verso quelle stesse istituzioni che sono responsabili di quei crimini che denunciamo e che affermiamo di voler combattere, perché in questo modo creiamo solo confusione e non permettiamo alle donne di capire chi realmente le discrimina e come rovesciare questa situazione.

Il coordinamento italiano della Marcia ha elaborato, riprendendo il contenuto delle cartoline, un documento-manifesto che riportiamo.

Le donne marciano per ripudiare:

1- Ogni violenza fisica, psichica ed intellettuale ed ogni schiavitù sessuale e sfruttamento

2- La guerra, la tortura e la pena di morte

Le donne marciano per affermare:

1- Il diritto alla salute ed al benessere

2- I diritti fondamentali delle persone contro i vari integralismi religiosi

3- L’autonomia economica e l’attuazione di nuove strategie politico-economiche capaci di combattere la povertà femminile

4- Valori ed etiche laiche a fondamento della convivenza internazionale, capaci di rispondere positivamente alle istanze di pace, sviluppo e giustizia delle donne e degli uomini del mondo

5- Il riequilibrio della presenza delle donne nelle istituzioni e nei luoghi decisionali

6- Il riconoscimento dello status di rifugiata alle vittime di discriminazioni sessiste e/o perseguitate per le proprie idee e/o per i propri orientamenti sessuali: libertà che deve essere iscritta tra i diritti fondamentali delle persone la libera circolazione delle persone"

(Il testo è contenuto nel numero de Il Foglio del Paese delle Donne pubblicato il 4 luglio 2000)

È necessario sottolineare come tra i diritti che devono essere riconosciuti manca il diritto al lavoro, senza il quale parlare di autonomia economica diventa un discorso vago e aleatorio.

È poi difficile capire cosa sono le "strategie politico-economiche capaci di combattere la povertà femminile". Noi marxisti riteniamo che quest’ultima sia il prodotto inevitabile di questo sistema, all’interno del quale non può essere certamente eliminata.

Anche parlare di "diritto alla salute e al benessere " è privo di senso se non spieghiamo come questo diritto dovrebbe essere concretamente garantito. Noi comuniste, a questo proposito, avremmo dovuto lavorare nella Marcia per fare in modo che essa si mobilitasse contro lo smantellamento del sistema sanitario nazionale e contro i tagli allo stato sociale: in questo modo avremmo realmente permesso alla Marcia di crescere, dal momento che le donne proletarie l’avrebbero vista come un punto di riferimento credibile, al quale dare fiducia perché si batteva concretamente in loro favore e non solo perché composto da donne.

È poi necessario ricordare la manifestazione che la Marcia ha organizzato a Roma il 30 settembre 2000, che nelle intenzioni delle organizzatrici doveva rappresentare il punto di massima mobilitazione in Italia.

Ecco la piattaforma lanciata in quell’occasione:

Le donne migranti e native insieme:

Per il diritto all’accoglienza, alla libera circolazione delle persone, al lavoro, alla salute, all’autodeterminazione.

Libere da guerre, da ogni tipo di violenza, da discriminazioni di genere

CONTRO

1- Ogni sfruttamento del loro lavoro in ambito domestico ed extradomestico

2- L’attacco all’autodeterminazione delle donne, condotto specialmente nell’ambito della riproduzione e delle tecniche di fecondazione assistita

3- Le politiche familistiche in atto

4- La cronica carenza di sbocchi occupazionali, particolarmente nel Sud

5- Il nuovo militarismo dell’esercito professionale

A FAVORE

1- Dei diritti delle immigrate, migranti e native

2- Dell’accoglienza a chi fugga dai territori di guerra e da condizioni di oppressione

3- Della riconversione delle spese militari

4- Di uno sviluppo sostenibile

5- Dell’abolizione del Concordato

(Pubblicata su Il foglio del Paese delle Donne il 4 luglio 2000)

Purtroppo i risultati sono stati abbastanza deludenti, poiché la partecipazione è stata scarsa: basti pensare che su il Manifesto del giorno successivo alla manifestazione si parla di "circa 2000 donne" partecipanti. Non possiamo consolarci affermando che "è meglio essere in poche ma buone" perché i cambiamenti che auspichiamo potranno essere realizzati solamente coinvolgendo milioni di donne (e di lavoratori).

Riteniamo che i limiti di natura politica che la Marcia delle donne presenta siano riflessi ed amplificati nella forma organizzativa adottata, ovvero nella "rete". Per capirne meglio le caratteristiche credo sia importante citare parti di un documento elaborato dalle redattrici della rivista "Jemanjà" ed intitolato "Costruire una rete: riflessioni e problemi aperti sulle prospettive di organizzazione delle donne in Italia".

"Nella storia degli ultimi secoli, ad ogni nuova forma di dominio, i settori oppressi hanno risposto costruendo le proprie organizzazioni e le relative strategie di resistenza e di lotta.

Oggi la sfida è recuperare il radicamento e l’identità a livello locale e, nello stesso tempo, misurarsi con i giganti del potere. Il coordinamento, la costruzione di reti, è la forma che questa esigenza di sommare le forze sta assumendo... Anche la Marcia Mondiale delle Donne 2000 è stato il risultato di una mobilitazione basata sulla "forma" organizzativa "rete".

La forma a rete non deve essere idealizzata: serve a fare delle cose ma non altre. Una rete mette insieme molte progettualità, difficilmente potrà elaborare qualcosa che sia simile ad un "programma", o a una prospettiva articolata. Il successo di questa modalità organizzativa probabilmente è dovuto anche a fenomeni negativi: la debolezza delle formazioni politiche di sinistra che riescono a garantire nei fatti solo le proprie campagne elettorali, impone ai soggetti sociali desiderosi di muoversi la ricerca di percorsi alternativi. Inoltre, per la sua natura di organizzazione tra pari, la rete esige tempi di consultazione per assumere posizioni e deliberare in assenza di organismi dirigenti. Infine spesso le decisioni prese hanno carattere generico.

Malgrado ciò, nel nostro contesto, la rete ci appare oggi la forma organizzativa più immediatamente praticabile. La diffusione delle nuove tecnologie di comunicazione la rende possibile. La debolezza dei partiti di sinistra, la frammentazione sindacale, la fragilità dei movimenti, fanno sì che la voglia di cambiare e di contare si sia coagulata intorno a forme associative minuscole e disperse sul territorio. In ogni città abbiamo piccoli gruppi che si battono per il commercio equo, per i diritti, che fanno lavoro di base nei quartieri popolari, contro il razzismo, contro il degrado ambientale, per la pace, e così via. Una volta quella militanza era tutta riassunta nei partiti o nei sindacati. Oggi non è più così, e può essere un bene. Le donne organizzate, in particolare, sono più libere, autonome, meno vincolate al dominio di istanze di norma governate dagli uomini. Molti dei gruppi femministi che si sono costituiti negli ultimi dieci anni o che hanno resistito, sono costituiti da donne che hanno già vissuto in passato l’esperienza della rigidità delle organizzazioni tradizionali o che si sono attivate quando queste ultime erano deboli. Da qui è nata la disponibilità e l’interesse per la forma rete.

Gli elementi per costruire una buona rete, a nostro avviso, sono i seguenti:

1) la rete è un collegamento di gruppi. Pur accogliendo anche i singoli, vengono valorizzati i collettivi invece che personalità individuali, come è invece caratteristica delle organizzazioni tradizionali. Il fatto che la rete metta insieme gruppi permette inoltre una più ampia circolazione di materiali e di idee, dal basso in modo circolare (invece che dall’alto). Inoltre rende più difficoltosa la burocratizzazione: ad una assemblea, in rappresentanza dello stesso gruppo, può andare prima una persona e la volta successiva un’altra.

2) in una organizzazione tradizionale si verificano lotte tra le correnti o cordate interne per l’egemonia. Anche nei movimenti di tipo assembleare ciò accade. In una organizzazione a rete no. Non vi sono (o non vi dovrebbero essere) posti di presidenza "da conquistare", visibilità da assicurarsi spasmodicamente, ecc. Gli appetiti dunque dovrebbero essere minori. In una organizzazione a rete tutti i gruppi sono alla pari. Se vi sarà un gruppo più influente di altri ciò non sarà dovuto alla sua capacità di manovra, all’abilità delle sue oratrici nel conquistarsi la platea, eccetera, ma semplicemente alle sue buone proposte o ai servizi prestati che risultano agli occhi di tutte, effettivamente, utili.

3) dato che uno degli aspetti positivi di una rete è che non vi siano cariche individuali di responsabilità pubblica, gli eventuali incarichi di portavoce è bene che siano affidati a rotazione. Creare delle autorità significherebbe infatti alimentare la competizione.

4) La rete si basa su una comunicazione democratica. Le nuove tecnologie ce lo permettono. Internet ci permette di dare spazio a tutte, evitando censure più o meno coperte.

5) Va incoraggiata la comunicazione in orizzontale da tutti i punti della rete: gli indirizzi e-mail, i numeri di telefono, i contatti, devono essere condivisi da ognuna.

6) Una rete si costruisce intorno al fare. E’ molto meglio, invece di piattaforme generiche frutto di estenuanti compromessi e che alla fine scontentano tutte, l’accordo su un solo punto di mobilitazione concreta intorno al quale tutti i gruppi con le proprie specificità possano muoversi

7) Ogni gruppo deve essere valorizzato, per ciò che sa fare. Non vi può essere alcuna forma di discriminazione diretta o indiretta, timori di perdere il controllo, ecc. Atteggiamenti di questo genere alimentano un clima di sospetto e sfiducia che non giova, alla fine, a nessuno. I servizi e i contributi offerti dai gruppi devono essere utilizzati, fatti circolare, resi noti."

Un conto è prendere atto che i primi passi di un movimento possano esprimersi in una forma organizzativa "a rete", un altro è teorizzare che tale forma organizzativa, seppure "non perfetta", sia quella più efficace. Mi sembra poco probabile che un soggetto che non sia in grado di "elaborare qualcosa che sia simile ad un programma" e dove "le decisioni prese hanno spesso carattere generico" possa realmente cambiare le cose. È difficile dare fiducia a chi, per sua stessa ammissione, non sa incidere nella realtà. È anche per questo che la Marcia delle donne non ha dato vita ad un movimento di massa delle donne in Italia.

Si sostiene (nei punti 1 e 2 del documento) che in una rete la sete di potere è minore che nelle organizzazioni tradizionali e che il fatto che non ci siano posti di presidenza da conquistare, rappresenterebbe un potente antidoto contro la burocratizzazione. Emerge, sottintesa, una forte critica verso il "potere", giudicato, in quanto tale, fonte di ingiustizia e di oppressione; è poi ritenuta quasi dannosa l’esistenza stessa di organismi dirigenti. Queste affermazioni fanno il paio con una tesi che circola, più o meno velatamente, nel Prc e secondo la quale l’errore commesso dal partito bolscevico, che spianò la strada alla degenerazione stalinista, fu proprio quello di avere preso il potere. Una tale posizione implicherebbe che non sia necessario lottare per la conquista del potere per abbattere il capitalismo, ma che la realtà possa essere modificata senza abbattere il sistema capitalista, attraverso l’azione pervasiva della "società civile", in un ottica completamente riformista. Secondo i sostenitori più coerenti di questa tesi è perciò da ritenersi superata e non più utile politicamente la "forma Partito".

Credo che questa posizione sia profondamente sbagliata. L’esperienza degli ultimi decenni dimostra che le conquiste più importanti su ogni terreno, strappate a costo di duri sacrifici con la lotta, sono oggi erose e poste sotto attacco. Solo l’abbattimento del capitalismo permetterebbe di utilizzare a favore degli interessi della maggioranza le forze produttive, per cominciare ad eliminare le basi materiali della diseguaglianza. Quindi, se veramente vogliamo estirpare i mali che questa società crea, non possiamo rinunciare a prendere il potere come classe operaia: è per questo che abbiamo ancora bisogno di un partito.

La Conferenza delle donne comuniste

È necessario a questo punto parlare della "Conferenza delle donne comuniste" organizzata nel luglio 2000, che aveva l’obiettivo di avviare, nel nostro partito, una discussione attorno a quello che è stato definito "soggetto politico femminile" (o "soggettività"). Vediamo come sono andate le cose.

Il documento preparatorio non è mai stato pubblicato su Liberazione, ma solamente inviato alle federazioni: così molte donne hanno partecipato alle conferenze provinciali senza neppure sapere di cosa si dovesse discutere. Senza poi dimenticare che la discussione doveva ruotare intorno a qualcosa, ovvero il soggetto politico femminile, che non viene mai definito! In questo modo si è contribuito non a suscitare interesse, ma a toglierlo.

Non è difficile, a questo punto, capire perché la discussione si è incentrata solamente sull’ultimo paragrafo del documento preparatorio, intitolato significativamente "Superare il carattere monosessuato del Prc". Le cose non potevano andare diversamente perché solamente qui c’è una proposta chiara: istituire "meccanismi vincolanti per rompere il monopolio maschile della rappresentanza pubblica del partito, della presenza numerica negli organismi dirigenti e nella rappresentanza politica nelle istituzioni" (come recita il documento preparatorio della conferenza). La proposta si traduce in una norma che fissa al 40% la quota minima di ciascun genere presente obbligatoriamente in tutti gli organismi dirigenti del Partito. Ci pare che questa proposta sia debole ed inefficace sotto tutti i punti di vista dai quali può essere esaminata. Vediamo perché.

1. C’è chi sostiene che sia una misura necessaria, un gesto di civiltà, dal momento che questa norma è applicata in partiti di sinistra e movimenti di vari paesi europei. Se guardiamo ai risultati che questo ha permesso di raggiungere, ci rendiamo conto che non ha fatto compiere passi in avanti verso la liberazione della donna: il governo Jospin, ad esempio, ha portato avanti fortissimi attacchi alle condizioni di vita della classe lavoratrice francese, e quindi delle donne, nonostante nel Partito Socialista francese il sistema delle percentuali sia applicato da molti anni. Lo stesso si dica dei Ds in Italia quando erano al governo.

2. Se leggiamo la seconda parte del paragrafo in questione possiamo capire come tutto quello che viene detto parte dal presupposto che solamente le donne sarebbero in grado di difendere i propri interessi, e che se nel Prc aumentassero le donne dirigenti la politica del partito cambierebbe diventando più rispettosa dei bisogni dell’"altra metà del cielo", perché in questo modo si darebbe spazio alla "soggettività delle donne". Due le obiezioni principali da fare. Le lavoratrici hanno molti più interessi in comune con il resto della classe lavoratrice che con le borghesi in grado di scalare a posizioni importanti: avere ad esempio Rosi Bindi come ministro della sanità ha forse impedito al centrosinistra di fare pesanti tagli alla sanità pubblica, ricacciando il lavoro di cura e assistenza nelle famiglie e aumentando così il carico di lavoro delle donne? In secondo luogo, è pia illusione pensare che tutte le proposte politiche che il movimento femminista ha avanzato hanno avuto un contenuto progressista e rivoluzionario (dato che non esistono movimenti chimicamente puri, e che il movimento femminista e delle donne è stato interclassista).

3. La proposta avanzata afferma, implicitamente, che i dirigenti vengono prima di tutto scelti in base al fatto di essere donne o uomini. Questa è una posizione reazionaria e pericolosa, perché genera confusione su quello che è il ruolo degli organismi dirigenti di un partito. Noi marxisti, che (come già spiegato) riteniamo il partito uno strumento necessario per la conquista del potere, sosteniamo che i dirigenti devono essere scelti in base al livello politico raggiunto e alla loro capacità di far avanzare le idee comuniste. Nel partito bolscevico non esistevano quote, non esistevano percentuali minime garantite per nessuno: al momento della presa del potere nel comitato centrale del partito di Lenin c’erano solo due donne e nell’Esecutivo dell’Internazionale comunista c’era un’unica donna, Clara Zetkin. Questo non ha impedito ai bolscevichi di giocare un ruolo fondamentale per la liberazione della donna.

Il nostro compito deve essere prima di tutto quello di capire le cause del problema. In primo luogo dobbiamo sottolineare come sono poche, in generale, le donne che fanno politica: questo per il semplice motivo che tra lavoro in casa e lavoro fuori casa non rimane tempo materiale da dedicare ad altre attività. In secondo luogo, è necessario capire per quali ragioni il Prc risulta "il meno votato dalle donne": questo è dovuto alla debolezza della nostra piattaforma politica, non certo al fatto che la maggior parte dei nostri dirigenti sono uomini. Una lavoratrice o una proletaria decidono chi votare in base alle proposte avanzate, in base a quanto queste difendono i loro interessi, non certo prendendo in considerazione prima di tutto il sesso dei dirigenti!

Non possiamo poi dimenticare che anche le dirigenti del Forum sono oggetto di valutazione da parte di militanti ed elettrici, per capire se sono meritevoli di fiducia oppure no. E la mancanza di coerenza viene pagata cara. Un esempio è particolarmente significativo da questo punto di vista. In occasione di un convegno che il Forum delle donne ha organizzato a Roma il 15 e il 16 luglio 2001 (i cui atti sono circolati con il titolo "Il partito che vogliamo: un contributo di riflessione e proposte per il 5° congresso del Prc") Elettra Deiana, coordinatrice nazionale del Forum, ha pronunciato quanto segue (cito dagli atti): "pensate a cosa succederebbe o succederà all’ecosistema mondo quando una fetta gigantesca di umanità come quella cinese dovesse, nel suo sforzo titanico di correre le vie dello sviluppo raggiungere standard europei nell’uso di frigoriferi e strumenti tecnologici vari". Vogliamo forse sostenere che le donne cinesi non devono utilizzare elettrodomestici ma continuare a sgobbare perché altrimenti metterebbero in pericolo i privilegi di cui godono i paesi occidentali? La donna bianca ed europea sì e la cinese no? Alla faccia del desiderio di combattere la povertà delle donne!!!!!

L’impasse in cui si trova il nostro partito nei confronti delle donne non può quindi essere superata facendo ricorso a scorciatoie organizzative: l’unico strumento che può veramente permetterci di aumentare il numero di donne militanti e dirigenti è l’adozione di un programma che punti ad abbattere la doppia oppressione di cui le donne sono vittime, eliminando le basi materiali di questa condizione.

Voglio chiudere citando un brano tratto dal libro di Trotskij "Rivoluzione e vita quotidiana", a proposito dei problemi della costruzione della società socialista dopo la rivoluzione, brano che mi sembra molto significativo e riassume quanto fin qui ho detto: "La preparazione delle condizioni fisiche della vita e della famiglia nuova non possono essere scollegate dal lavoro più generale della lotta per il socialismo. Lo Stato operaio deve diventare più ricco in modo da affrontare seriamente il problema dell’istruzione pubblica dei ragazzi e della liberazione della famiglia dal fardello della cucina e della lavanderia. La socializzazione della gestione della famiglia e dell’istruzione è impensabile senza un consolidamento sostanziale di tutta la nostra economia. Abbiamo bisogno di potenziare le forme economiche socialiste: solo in tali circostanze potremo liberare la famiglia dalle funzioni e dai lavori che ora l’opprimono e la disintegrano. Il bucato deve essere fatto in una lavanderia pubblica, i pasti debbono essere forniti da ristoranti pubblici e le riparazioni dei vestiti devono essere fatte nei laboratori pubblici. I figli debbono essere istruiti da insegnanti capaci che abbiano una vocazione reale per questo lavoro. Solo allora il legame fra marito e moglie sarà libero da qualsiasi elemento esterno ed accidentale e ciascuno smetterà di assorbire la vita dell’altro. Si avrà finalmente una vera e propria eguaglianza e nell’ambito di questa eguaglianza il legame dipenderà dall’affetto reciproco".

 

Rifondazione comunista

Quote alle donne? No grazie!

di Sonia Previato

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su Falcemartello n° 154, febbraio 2002.

Il partito è attraversato da un dibattito piuttosto acceso attorno al voto del Cpn del 30/11 e del 16/12 sull’emendamento antidiscriminatorio che porterebbe la presenza delle donne nelle delegazioni e negli organismi dirigenti obbligatoriamente al 40%. Si dice che non si sta parlando di quote, bensì di norme antidiscriminatorie. Francamente, considerando la natura del dibattito, mi è difficile capire la differenza.

Apparirò assai impopolare, ma a me pare che la discriminazione stia proprio nell’accettare l’esistenza delle quote. Le quote sono offensive e umilianti perché, come già alcuni compagni e compagne hanno detto, promuovono le donne non per le loro capacità, ma per il loro sesso e non si fa un buon servizio alle donne proporre loro questo percorso di emancipazione. Ma c’è un’altra ragione, ancora più importante, per avversare le quote: dietro le quote si nasconde sempre la moderazione politica sia nella difesa dei diritti delle donne che in generale degli oppressi. Non incuriosisce nessuno il fatto che tutti i partiti socialdemocratici (e anche molti di destra) e le organizzazioni sindacali contemplano nei loro statuti la presenza in quote delle donne? Non c’è dubbio che le masse lavoratrici, e non, di sesso femminile abbiano tirato un sospiro di sollievo per questa importante conquista, soprattutto poi quando queste organizzazioni si sono rese responsabili dei tagli allo stato sociale e della precarizzazione del lavoro, garantendo comunque a poche elette (da chi?) un bel posticino nei loro organismi dirigenti e nelle istituzioni!

Mi pare evidente che, ovunque sia contemplata la quota alle donne, essa sia una foglia di fico per nascondere un autentico disinteresse per la causa delle donne e in particolare delle lavoratrici, come ci dimostra anche la lettera inviata dalla presidente della commissione nazionale per le pari opportunità Marina Mauro Piazza e pubblicata su Libera-zione il 30/11/01, la quale, indignata, ci accusa (dopo il voto di novembre che rifiutava l’aumento della percentuale) di essere sideralmente lontani dall’Europa, che secondo la signora Mauro Piazza promuoverebbe le pari opportunità. La signora mostra una notevole "faccia di bronzo" e ammetto di essere stata imbarazzata dalla risposta di Bertinotti, tutta sulla difensiva, che invece avrebbe dovuto attaccare l’ipocrisia dei discorsi altisonanti dei Consigli europei, quando poi nella sostanza l’Ue ha varato il lavoro notturno per le donne (peggiorando la legislazione degli stati) ha promosso, in nome dei parametri di Maastricht, la flessibilità del mercato del lavoro, la privatizzazione dei servizi e di quel poco che ci resta di stato sociale, il che forse vale la pena ricordarlo, viene pagato prima di tutto dalla donne.

Ma a sostegno delle quote si dice che l’agire politico ha un carattere sessuato e che dunque solo la presenza fisica delle donne può garantire la difesa degli interessi di genere, che non devono e non possono essere delegati all’altro sesso. La tesi, mi pare di capire, sia più o meno questa: agli uomini appartiene storicamente la sfera pubblica, la gestione del potere in qualsiasi ambito e alle donne la sfera privata, la cura della famiglia, dei sentimenti e che dunque con le quote si obbliga le donne ad entrare nella sfera pubblica e si obbliga gli uomini ad accettarle e che questa sia la base di partenza per affrontare l’oppressione di genere.

Posto che la questione delle quote non ha mai coinvolto nella storia l’interesse delle masse femminili e forse già solo questo dovrebbe suscitare il dubbio sul suo effettivo carattere progressista, ma l’aspetto centrale è che questa analisi è superficiale in quanto si limita a descrivere l’esistente senza indagare quali siano i meccanismi che provocano questa suddivisione dei ruoli e dunque senza porsi realmente il problema di scardinare il sistema.

Nell’analizzare la storia non ci si può limitare ad usare il criterio sessuale. Ci sono forze che a secondo degli interessi che esprimono giocano nella storia un ruolo più o meno progressista. Si cita sempre l’esempio di Olympia de Gouges a titolo di antesignana del movimento femminista e vittima del potere maschile seppur rivoluzionario e si dimentica sempre di aggiungere che la ragione per cui fu ghigliottinata era perché aveva fatto un appello contro l’esecuzione del re. Sostenendo il re la girondina de Gouges, seppure si fosse mostrata paladina dei diritti delle donne, nella sostanza tradisce il popolo e soprattutto quelle sancoulotte che a centinaia di migliaia erano diventate protagoniste della scena politica nel processo rivoluzionario.

Siamo comunisti e forse la storia del pensiero comunista dovrebbe aiutarci a capire la realtà. Domando quindi se qualcuno intende superata l’analisi di Engels sull’origine della famiglia e dell’oppressione della donna. A me pare di no. Non è qui la sede per dissertare sull’analisi di Engels, tuttavia sarebbe puerile non riconoscere che il marxismo (non lo stalinismo) ha sempre chiarito come la donna lavoratrice sia vittima di una doppia oppressione (di classe e di genere) e che nella sua storia millenaria di oppressione di genere c’è un passaggio decisivo che pone su basi enormemente più avanzate la sua lotta per la liberazione dalla sua specifica oppressione.

Questo passaggio è la nascita e lo sviluppo del capitalismo perché nonostante l’ideologia borghese e patriarcale vuole la donna relegata alla sfera privata, al ruolo dell’angelo del focolare, il capitale è costretto a trascinarla nella sfera pubblica, ovvero le offre un’arena sociale (non più la casa, ma la fabbrica, l’ufficio, il call center) per lottare con altri e altre per i suoi diritti di sfruttata.

Inoltre a differenza del passato pre-capitalista l’ideologia patriarcale viene diffusa a piene mani perché l’oppressione di genere è funzionale ed essenziale al mantenimento del sistema capitalista, perché le donne rappresentano la razza minore da sottopagare. In questo conflitto dunque le donne della borghesia, seppur anch’esse vittime dell’oppressione di genere, diventano la retroguardia se non, come è stato il caso della de Gouges (e si possono citare centinaia di esempi analoghi), le campionesse della reazione.

La battaglia contro l’esaltazione della famiglia, per la socializzazione del lavoro domestico attraverso uno stato sociale sempre più diffuso sono dunque battaglie contro il capitalismo, e non ci saranno fatte concessioni dal capitale se non ci renderemo promotrici di una campagna anticapitalista, unico strumento per raccogliere quelle forze (di lavoratori e lavoratrici) che ci permetteranno di ottenere dei risultati.

Ha senso dunque parlare di lotta contro l’oppressione di genere solo se si inserisce in un quadro più generale di rivoluzione per superare il sistema capitalista che è il nemico numero uno delle donne. Limitarsi a parlare del carattere sessuato dell’agire politico perché relativo alla storica divisione dei ruoli ricaccia indietro la lotta per l’emancipazione in un pericoloso interclassismo, in una ipotetica e improbabile rivoluzione culturale, da cui hanno da guadagnare solo le classi benestanti.

Mi pare dunque che anche per noi la questione delle quote serva a nascondere dietro un certo radicalismo verbale, una proposta politica alquanto moderata che toglie dignità all’argomento di cui stiamo parlando.

Solo alla luce di questa analisi posso leggere il fallimento del nostro partito fra le donne (sono solo il 17% degli iscritti).

Una volta si diceva "il privato è pubblico", ma le donne sono disposte a mettere in piazza il loro sfruttamento privato solo se siamo in grado di offrire loro un canale di lotta per cambiare la loro situazione, altrimenti sarebbe solo autolesionismo. Per quanto non esista in generale una coscienza delle ragioni della propria oppressione e dunque un coscienza rivoluzionaria, le donne, proprio perché sono la parte più sfruttata della nostra classe, possono esprimere una poderosa spinta radicale alla rottura del sistema che le opprime, ma questa carica non si esprime nel nostro partito perché esso non offre risposte.

Nel nostro partito invece, purtroppo e puntualmente, la questione femminile esce dal circolo chiuso del forum delle donne solo per rivendicare le quote di poltrone nei congressi o nelle liste elettorali.

Lidia Cirillo e la "lettura" della storia

Il 6 febbraio scorso Liberazione ha pubblicato nella tribuna congressuale un contributo/risposta di Lidia Cirillo al mio intervento che qui sopra è riportato integralmente. I seminari di formazioni sul tema sono utili, ma mi domando quale storia si vuole raccontare. Non posso negare lo stupore e la profonda amarezza per la falsificazione storica operata dalla Cirillo. Mai, in nessuna tesi, in nessuna risoluzione, in nessun documento i bolscevichi che hanno preso il potere in Russia nel ’17 hanno sostenuto le quote, o una qualsisasi forma statutaria che prevedesse un percorso preferenziale per alcun settore particolare della classe operaia, tanto meno delle donne. Ciò non significa che non fossero i più arditi paladini non solo della difesa dei diritti delle donne, ma della lotta per trascinare le donne nell’arena politica e nel partito. Lenin, in una delle sue lettere da lontano nel marzo del ’17, ammoniva i bolscevichi sui loro compiti e sulla necessità di un’autentica milizia popolare sostenendo che se essa non avesse avuto la più ampia partecipazione delle donne, non sarebbe stata né democratica, né popolare, né tantomeno rivoluzionaria. Vorrei chiarire a tutti, forse pare che ce ne sia bisogno, che questo è il metodo dei comunisti e che nulla ha a che vedere con le quote.

Questa vuole essere una breve nota. Seguirà sul prossimo numero un articolo più esaustivo su questi temi e altri toccati dalla Cirillo.

 

Metodi e forme di lavoro fra le donne del partito comunista: tesi

(Estratti)

8 luglio 1921 - Principi fondamentali

1. Il terzo congresso dell’Internazionale comunista, in congiunzione con la Seconda conferenza internazionale delle donne comuniste, conferma una volta di più la decisione del Primo e Secondo congresso che tutti i partiti comunisti dell’Occidente e dell’Oriente devono aumentare il lavoro fra il proletariato femminile, educando alle idee comuniste le larghe masse delle donne lavoratrici e trascinandole nella lotta per il potere sovietico, per la costruzione della repubblica sovietica operaia.

In tutto il mondo la classe operaia, e di conseguenza le donne lavoratrici, affronta la questione della dittatura del proletariato.

Il sistema economico capitalista è entrato in un vicolo cieco; non esiste uno spazio per lo sviluppo delle forze produttive nei limiti del capitalismo. Il brusco declino del tenore di vita dei lavoratori, l’incapacità della borghesia di restaurare la produzione, l’ascesa della speculazione, la disintegrazione della produzione, la disoccupazione, le oscillazioni dei prezzi e il divario fra prezzi e salari, conducono ovunque a un inevitabile inasprimento della lotta di classe. Questa lotta decide chi e quale sistema deve guidare, amministrare e organizzare la produzione: se un piccolo gruppo di borghesi o la classe operaia basandosi sui principi del comunismo.

La classe proletaria emergente deve, secondo le leggi dello sviluppo economico, prendere l’apparato della produzione nelle proprie mani e creare nuove forme economiche. Solo allora sarà nella condizione di incoraggiare il massimo sviluppo delle forze produttive, che sono frenate dall’anarchia della produzione capitalista.

Fino a quando il potere è in mano alla classe borghese, il proletariato non può organizzare la produzione. Fino a quando essa mantiene questo potere non ci sono misure o riforme che i governi democratici o socialisti dei paesi borghesi possano adottare per salvare la situazione o alleviare le terribili e insopportabili sofferenze dei lavoratori e delle lavoratrici, che sono il risultato del crollo del sistema economico capitalista. Solo conquistando il potere la classe dei produttori può mantenere la presa sui mezzi di produzione, rendendo così possibile indirizzare lo sviluppo economico negli interessi del popolo lavoratore.

Per accelerare l’inevitabile battaglia finale tra il proletariato e l’obsoleto mondo borghese, la classe operaia deve aderire fermamente e senza esitazioni alla tattica delineata dalla III Internazionale. La dittatura del proletariato è lo scopo immediato e fondamentale che determina per il proletariato di entrambi i sessi i metodi di lavoro e la direzione che assume la lotta.

La lotta per la dittatura del proletariato è la questione più importante che si pone di fronte al proletariato dei paesi capitalisti. In quei paesi nei quali la dittatura è già in mano ai lavoratori, la costruzione di una società comunista è la questione vitale. Il III Congresso dell’Internazionale comunista ritiene che senza la partecipazione attiva delle ampie masse del proletariato femminile e delle donne semiproletarie il proletariato non possa né conquistare il potere, né realizzare il comunismo.

Allo stesso tempo, il congresso richiama una volta di più l’attenzione di tutte le donne sul fatto che senza l’appoggio del partito comunista a tutti i progetti che conducono alla liberazione delle donne, il riconoscimento delle donne come essere umani con pari diritti e la loro reale emancipazione non possono nella pratica essere conquistati.

2. In particolare nell’attuale periodo, è interesse della classe operaia che le donne siano attratte nei ranghi organizzati del proletariato nella sua lotta per il comunismo. Con l’aumentare della disorganizzazione economica su scala mondiale, le cui conseguenze gravano ancora più duramente su tutti i poveri nelle città e nelle campagne, la questione della rivoluzione sociale si pone più acutamente per la classe operaia dei paesi borghesi-capitalisti, mentre il popolo lavoratore della Russia sovietica ha di fronte il compito di creare un’economia nazionale su nuove linee comuniste. La partecipazione attiva, cosciente e determinata delle donne assicurerà un più facile raggiungimento di questi fini.

Dove la questione della conquista del potere si pone direttamente, il partito comunista deve tenere conto dell’enorme pericolo rappresentato dalle masse passive di donne lavoratrici che sono fuori dal movimento - le casalinghe, impiegate e contadine che sono tutt’ora sotto l’influenza della visione del mondo borghese, della chiesa e della tradizione, e che non hanno legami con il grande movimento di liberazione per il comunismo. Le donne che rimangono all’esterno di questo movimento inevitabilmente sono un bastione delle idee borghesi e un obiettivo della propaganda controrivoluzionaria, sia in Occidente che in Oriente. L’esperienza della rivoluzione ungherese, dove la mancanza di coscienza di classe da parte delle donne giocò un così triste ruolo, deve servire da avvertimento per il proletariato ovunque, nel momento in cui intraprende la strada della rivoluzione sociale.

Dall’altra parte, gli avvenimenti nella repubblica sovietica sono un esempio concreto di quanto sia essenziale la partecipazione delle donne operaie e contadine alla guerra civile, alla difesa della repubblica e a tutte le altre aree della vita sovietica. Il ruolo importante che già hanno giocato quelle donne operaie e contadine nella repubblica sovietica si è mostrato con chiarezza: nell’organizzare la difesa, rafforzare il fronte interno, combattere la diserzione e ogni genere di attività controrivoluzionaria, sabotaggio, ecc. Altri paesi devono studiare e apprendere dall’esperienza della repubblica operaia.

Ne segue che i partiti comunisti devono estendere la propria influenza sugli strati più ampi della popolazione femminile organizzando apparati specifici all’interno del partito e stabilendo metodi speciali per rivolgersi alle donne allo scopo di liberarle dall’influenza delle concezioni borghesi o dall’influenza dei partiti conciliatori e di formarle come combattenti risolute per il comunismo e, di conseguenza, per il pieno sviluppo della donna.

3. Nel porre come compito immediato dei partiti comunisti sia in Occidente che in Oriente il miglioramento del lavoro di partito nel proletariato femminile, il III Congresso dell’Internazionale comunista richiama allo stesso tempo all’attenzione delle donne lavoratrici di tutto il mondo il fatto che la loro liberazione da secoli di schiavitù, di mancanza di diritti e di disuguaglianza è possibile solo attraverso la vittoria del comunismo, e che il movimento delle donne borghesi è completamente incapace di garantire alle donne ciò che il comunismo può dare loro. Fintanto che permangono il potere del capitale e la proprietà privata, la liberazione della donna dalla dipendenza da un marito non può andare oltre il diritto della donna di disporre di una propria proprietà e di un proprio salario e di decidere in termini paritari con il proprio marito del futuro dei suoi figli.

La rivendicazione femminista più radicale - l’estensione del suffragio alle donne all’interno del sistema parlamentare borghese - non risolve la questione di una reale eguaglianza per le donne, specialmente quelle delle classi non possidenti. Ciò risulta evidente dall’esperienza delle donne lavoratrici in tutti quei paesi capitalisti nei quali, in anni recenti, la borghesia ha introdotto l’uguaglianza formale fra i sessi. Il voto non distrugge la causa prima della schiavitù delle donne nella famiglia e nella società. Alcuni Stati borghesi hanno sostituito al matrimonio indissolubile il matrimonio civile. Ma fino a quando la donna proletaria rimane economicamente dipendente dal padrone capitalista e dal proprio marito, colui che guadagna un reddito, e in assenza di misure complessive volte alla protezione della maternità, dell’infanzia e alla fornitura di socializzazione dell’educazione infantile e dell’istruzione, questo non può rendere realmente paritaria la posizione della donna nel matrimonio o risolvere il problema dei rapporti tra i sessi.

La reale eguaglianza delle donne, intesa come distinta e opposta dall’eguaglianza superficiale e formale, sarà conquistata solo sotto il comunismo, quando le donne e tutti gli altri componenti delle masse lavoratrice diventeranno collettivamente proprietari dei mezzi di produzione e distribuzione e parteciperanno alla loro amministrazione, e le donne divideranno su un piede di parità il dovere di lavorare con tutti gli altri membri della società del lavoro; in altre parole, sarà conquistata attraverso il rovesciamento del sistema capitalista di produzione e di sfruttamento che si basa sullo sfruttamento del lavoro umano, e con l’organizzazione di un’economia comunista.

Solo il comunismo crea le condizioni per le quali il conflitto tra le funzioni naturali della donna - la maternità - e il suo impegno nella socità (conflitto che limita il suo lavoro creativo per la collettività) scompaia e si raggiunga uno sviluppo armonioso e multiforme di una personalità fermamente e strettamente in armonia con la vita e gli obiettivi della comunità del lavoro. Tutte le donne che lottano per l’emancipazione della donna e il riconoscimento dei suoi diritti devono avere come fine la creazione di una società comunista.

Ma il comunismo è anche lo scopo finale del proletariato nel suo insieme e pertanto, nell’interesse di entrambe le parti, le due lotte devono essere combattute come una lotta "unica e indivisibile".

4. Il Terzo congresso dell’Internazionale comunista sostiene la posizione fondamentale del marxismo rivoluzionario, secondo la quale non esiste una "speciale" questione femminile, né dovrebbe esistere uno speciale movimento delle donne, e che qualsiasi alleanza tra le donne lavoratrici e le femministe borghesi, così come qualsiasi appoggio per le tattiche oscillanti o chiaramente di destra dei social conciliatori e degli opportunisti condurrà all’indebolimento delle forze del proletariato, ritardando così la grande ora della piena emancipazione delle donne.

Una società comunista non verrà conquistata dagli sforzi comuni delle donne di classi diverse, ma dalla lotta unita di tutti gli sfruttati.

Le masse delle donne proletarie devono, nel proprio interesse, appoggiare la tattica rivoluzionaria del partito comunista e prendere parte diretta e attiva per quanto possibile nelle azioni di massa e in ogni tipo e forma di guerra civile che emerga sia su scala nazionale che internazionale.

5. Nella sua fase più elevata, la lotta delle donne contro la loro doppia oppressione (dal capitalismo e dalla loro stessa dipendenza domestica familiare) deve assumere un carattere internazionale, sviluppandosi in una lotta (condotta sotto la bandiera della III Internazionale) del proletariato di entrambi i sessi per la propria dittatura e per il sistema sovietico.

6. Il III Congresso dell’Internazionale comunista mette in guardia le donne lavoratrici contro ogni forma di cooperazione o accordo con le femministe borghesi. Allo stesso tempo, rende chiaro alle donne proletarie che qualsiasi illusione nella possibilità di sostenere la II Internazionale o gli elementi opportunisti ad essa vicini senza danneggiare la causa della liberazione della donna creerà serio danno alla lotta per la liberazione del proletariato. Le donne non devono mai dimenticare che la loro schiavitù è radicata nel sistema borghese e che per porre fine a tale schiavitù una nuova società comunista deve essere posta in essere.

L’appoggio fornito dalle donne lavoratrici a gruppi e partiti della II Internazionale e dell’Internazionale "due e mezzo" è un freno alla rivoluzione sociale, che ritarda l’avvento del nuovo ordine. Se le donne volteranno risolutamente le spalle, senza compromessi, a queste internazionali la vittoria della rivoluzione sociale sarà più certa. Le donne comuniste devono condannare tutti coloro che temono la tattica rivoluzionaria dell’Internazionale comunista e battersi fermamente per la loro esclusione dalle sue fila.

Le donne devono ricordare che la II Internazionale mai neppure tentò di creare una qualsiasi struttura per promuovere la lotta per la piena liberazione della donna. L’unificazione internazionale delle donne socialiste venne iniziata fuori dalle strutture della II Internazionale, per iniziativa delle stesse donne lavoratrici. Le donne socialiste che conducevano un lavoro specifico fra le donne non vennero mai riconosciute, né ebbero pieno diritto di rappresentanza e di voto.

Già al suo primo congresso, nel 1919, la Terza internazionale ha chiaramente formulato il suo atteggiamento sulla questione di attrarre le donne nella lotta per la dittatura proletaria. Il congresso convocò una conferenza delle donne comuniste e nel 1920 venne stabilito un Segretariato internazionale per il lavoro femminile con un rappresentante permanente nel Comitato esecutivo dell’Internazionale comunista. Tutte le donne lavoratrici con coscienza di classe devono rompere incondizionatamente con la II Internazionale e con l’Internazionale "due e mezzo" per sostenere la linea rivoluzionaria dell’Internazionale comunista.

7. Le donne che lavorano nelle fabbriche, negli uffici e nei campi devono mostrare il loro appoggio per l’Internazionale comunista unendosi ai partiti comunisti. In questi paesi e partiti nei quali la lotta tra la II e la III Internazionale non è ancora giunta al punto decisivo, le donne lavoratrici devono fare tutto il possibile per sostenere il partito o gruppo che si dichiara per l’Internazionale comunista e, dicano e facciano quello che vogliono i dirigenti ufficiali, devono combattere senza pietà contro coloro i quali oscillano o sono apertamente passati dall’altra parte. Le donne proletarie coscienti che vogliono l’emancipazione non devono rimanere all’interno di partiti che sono al di fuori dell’Internazionale comunista.

Essere contro la III Internazionale significa essere nemici della liberazione della donna.

Le lavoratrici coscienti sia in Occidente che in Oriente devono sostenere l’Internazionale comunista come membri dei partiti comunisti nazionali dei propri paesi. Qualsiasi esitazione da parte loro, o qualsiasi timore di rompere con i vecchi partiti conciliatori e con i dirigenti riconosciuti danneggia disastrosamente le possibilità di successo della grande lotta proletaria che si sta sviluppando in una guerra civile globale.

Metodi e forme di lavoro fra le donne

Il III congresso dell’Internazionale comunista ritiene, pertanto, che il lavoro fra il proletariato femminile debba essere condotto da tutti i partiti comunisti sulle basi seguenti:

1. Le donne devono essere integrate in tutte le organizzazioni di classe combattive - il partito, i sindacati, le cooperative, i soviet o i rappresentanti di fabbrica, ecc., con eguali diritti e responsabilità.

2. Deve essere riconosciuta l’importanza del coinvolgimento delle donne in tutte le aree della lotta attiva del proletariato (inclusa la difesa militare proletaria) e della costruzione in tutte le aree delle fondamenta della nuova società e nell’organizzazione della produzione e della vita quotidiana su linee comuniste.

3. La funzione materna deve essere riconosciuta come funzione sociale e si deve combattere per conquistare le necessarie misure a difesa e protezione delle donne in quanto madri.

Il III Congresso dell’Internazionale comunista si oppone fermamente a qualsiasi tipo di associazione separata delle donne nei partiti e nei sindacati e a organizzazioni femminili speciali, ma accetta che sono necessari metodi specifici di lavoro fra le donne e che ogni partito comunista deve creare uno speciale apparato per questo lavoro. Nell’adottare questa posizione, il congresso prende in considerazione quanto segue:

a) l’oppressione che le donne subiscono nella vita quotidiana non solo nei paesi capitalisti-borghesi, ma anche in paesi con una struttura sovietica, in transizione dal capitalismo al comunismo;

b) la grande passività e arretratezza politica delle masse femminili, che si spiega con il fatto che per secoli le donne sono state escluse dalla vita sociale e rese schiave della famiglia;

c) la speciale funzione (la maternità) che la natura assegna alle donne e le specificità connesse a questa funzione, che richiedono la più grande protezione delle loro energie e della loro salute nell’interesse dell’intero collettivo.

Il III Congresso dell’Internazionale comunista perciò riconosce la necessità di un apparato speciale per condurre il lavoro fra le donne. Questo apparato deve consistere in dipartimenti o commissioni per il lavoro fra le donne, collegati a ogni comitato di partito a tutti i livelli, dal Cc del partito fino ai comitati cittadini, distrettuali o di zona. Questa decisione è vincolante per tutti i partiti dell’Internazionale comunista.

Il Terzo congresso dell’Internazionale comunista indica che i compiti da svolgersi attraverso questi dipartimenti devono comprendere:

1. Educare le donne alle idee comuniste e attrarle nelle fila del partito;

2. Combattere i pregiudizi contro le donne diffusi nella massa del proletariato maschile e accrescere la coscienza sia degli operai che delle operaie dei loro interessi comuni;

3. Rafforzare la volontà delle donne lavoratrici coinvolgendole in ogni forma e tipo di conflitti civile, incoraggiando le donne nei paesi borghesi a partecipare alla lotta contro lo sfruttamento capitalista, con azioni di massa contro l’alto costo della vita, contro la carenza di alloggi, la disoccupazione e altri problemi sociali, e le donne delle repubbliche sovietiche a prendere parte alla formazione della personalità comunista e del modo di vivere comunista;

4. mettere all’ordine del giorno del partito e includere nelle proposte legislative questioni direttamente legate all’emancipazione della donna, la loro liberazione, difendendo i loro interessi in quanto madri;

5. condurre una lotta ben organizzata contro la forza della tradizione, contro i costumi borghesi e le idee religiose, aprendo la strada a relazioni fra i sessi più sane ed armoniose, garantendo la vitalità fisica e morale della classe lavoratrice.

I comitati di partito dirigono direttamente e sono responsabili per tutto il lavoro dei dipartimenti o commissioni femminili. A capo del dipartimento o commissione deve esservi un membro del comitato di partito. Ovunque possibile, i membri dei dipartimenti o commissioni dovrebbero essere dei comunisti.

Le commissioni o dipartimenti di donne lavoratrici non dovrebbero lavorare indipendentemente. Nei paesi sovietici devono lavorare attraverso gli organismi economici o politici appropriati (dipartimenti dei soviet, commissioni, sindacati); nei paesi capitalisti devono avere il sostegno delle organizzazioni proletarie: il partito, i sindacati, i soviet, ecc.

Laddove i partiti comunisti esistano nell’illegalità o nella semilegalità, devono ugualmente creare un apparato per il lavoro fra le donne. Questo apparato deve essere subordinato all’apparato generale del partito e deve adattarsi alla situazione di illegalità. Tutte le organizzazioni illegali, locali, regionali e centrali, dovrebbero comprendere una compagna responsabile dell’organizzazione della propaganda fra le donne, allo stesso modo delle organizzazioni legali. Nell’epoca moderna i sindacati, le organizzazioni di produttori e le cooperative devono servire come basi per il lavoro del partito fra le donne sia nei paesi nei quali la lotta per il rovesciamento del capitalismo è ancora in corso, sia nelle repubbliche operaie sovietiche.

Il lavoro fra le donne deve essere informato dalla comprensione dell’unità del movimento e dell’organizzazione di partito, ma deve al tempo stesso mostrare indipendenza d’iniziativa e, procedendo indipendentemente dalle altre commissioni o settori del partito, lavorare per la rapida e completa emancipazione delle donne. L’obiettivo non è di raddoppiare il lavoro, ma di mettere in grado le donne lavoratrici di aiutare il partito e le sue attività.

Il lavoro di partito fra le donne nei paesi sovietici

Nella repubblica operaia sovietica il ruolo dei dipartimenti è di educare le donne alle idee comuniste, di coinvolgerle nel Partito comunista e di sviluppare la loro attività autonoma e la loro indipendenza, coinvolgendole nella costruzione del comunismo e educandole ad essere ferme militanti dell’Internazionale comunista.

I dipartimenti devono aiutare le donne a prendere parte a tutte le branche della costruzione sovietica, spaziando da questioni quali la difesa fino ai numerosi e complessi piani economici della repubblica.

Nella repubblica sovietica i dipartimenti devono assicurarsi che le risoluzioni dell’Ottavo congresso dei soviet riguardanti il coinvolgimento delle donne operaie e contadine nella costruzione e nell’organizzazione dell’economia nazionale e sulla loro partecipazione a tutti gli organi che guidano, amministrano, controllano e organizzano la produzione vengano applicate. Attraverso le loro rappresentanti e attraverso gli organismi di partito, i dipartimenti devono partecipare all’elaborazione di nuove leggi e influenzare la riscrittura di quelle leggi che necessitano cambiamenti nell’interesse della liberazione delle donne. I dipartimenti devono mostrare particolare iniziativa nello sviluppo delle leggi a protezione del lavoro delle donne e dei giovani.

I dipartimenti devono coinvolgere il maggior numero possibile di operaie e contadine nelle elezioni sovietiche e assicurarsi che operaie e contadine vengano elette nei soviet e nei loro comitati esecutivi.

I dipartimenti devono lavorare per il successo di tutte le campagne politiche ed economiche condotte dal partito.

I dipartimenti devono promuovere la formazione delle operaie migliorando l’istruzione tecnica e assicurandosi che le operaie e le contadine abbiano accesso alle istituzioni educative appropriate.

È compito dei dipartimenti fare sì che le donne lavoratici vengano incluse nelle commissioni d’azienda che trattano la protezione del lavoro e che le commissioni per l’aiuto e la protezione della maternità e dell’infanzia siano più attive.

I dipartimenti devono contribuire allo sviluppo dell’intera rete delle istituzioni sociali: mense comunali, lavanderie, sartorie, istituzioni di assistenza sociale, case comuni, che trasformino la vita quotidiana su linee nuove, comuniste e sollevino le donne dalle difficoltà del periodo di transizione. Tali istituzioni sociali che contribuiscono ad emancipare le donne nella vita quotidiana, trasformando la schiava della casa e della famiglia in un libero membro della classe operaia, la classe che è padrona di se stessa e creatrice di nuove forme di vita.

I dipartimenti devono incoraggiare l’educazione delle donne sindacalizzate nelle idee comuniste, con l’aiuto delle organizzazioni per il lavoro fra le donne formate da parte delle frazioni comuniste nei sindacati.

I dipartimenti devono assicurare che le operaie partecipino alle assemblee generali di fabbrica e alle assemblee dei delegati di fabbrica.

I dipartimenti devono nominare sistematicamente delle delegate di fabbrica che vengano distaccate per il lavoro nei soviet, nei sindacati e sul terreno economico.

I dipartimenti femminili del partito devono soprattutto lavorare per sviluppare stretti legami con le donne lavoratrici e contatti ravvicinati con le casalinghe, le impiegate e le contadine povere.

I dipartimenti devono convocare e organizzare assemblee di delegate per creare un solido legame fra il partito e le masse, estendere l’influenza del partito sulle masse senza partito ed educare la massa delle donne alle idee comuniste attraverso l’attività indipendente e la partecipazione all’attività pratica.

Le assemblee di delegate sono il mezzo più efficace per educare le operaie e contadine; attraverso le delegate, si può estendere l’influenza del partito sulle masse senza partito e le masse più arretrate di operaie e contadine.

Le assemblee delle delegate devono vedere la partecipazione delle rappresentanti delle fabbriche di una data regione, città o area rurale (dove si tratta di eleggere delegate attraverso assemblee delle contadine) o di quartiere, nel qual caso si devono eleggere delegate delle casalinghe. Nella Russia sovietica le delegate sono coinvolte in ogni tipo di campagna economica o politica, vengono inviate a lavorare nei comitati d’azienda, e, infine, vengono impiegate come praticanti per un periodo di due mesi nei dipartimenti dei soviet (legge del 1921).

Le delegate devono essere elette in assemblee di officina, di casalinghe (di quartiere) o di impiegate secondo le norme stabilite dal partito. I dipartimenti devono condurre propaganda e lavoro di agitazione fra le delegate, per il quale lavoro si devono tenere assemblee non meno di due volte al mese. Le delegate devono fare rapporto sulla loro attività alle proprie assemblee di fabbrica o di quartiere.

Le delegate sono elette per un periodo di tre mesi. Ampie conferenze non di partito delle contadine e delle operaie sono la seconda forma di agitazione fra le masse femminili. Le rappresentanti che partecipano a tali conferenze sono elette nelle assemblee delle operaie nelle fabbriche e delle contadine nei villaggi.

I dipartimenti devono prendere l’iniziativa di convocare e organizzare tali conferenze.

I dipartimenti o commissioni conducono una propaganda ampia e conseguente, sia scritta che orale, per costruire sulla basse dell’esperienza che le donne lavoratrici maturano nel loro lavoro pratico nel partito.

I dipartimenti organizzano incontri e discussioni; organizzano le operaie nelle fabbriche e le casalinghe nei quartieri, dirigono le assemblee delle delegate e conducono l’agitazione casa per casa.

Si devono formare sezioni per il lavoro fra le donne per formare quadri e espandere il lavoro nelle scuole sovietiche, sia a livello centrale che locale.

Nei paesi borghesi-capitalisti

(...)

Le commissioni di donne lavoratrici devono occuparsi dei compiti importanti del proletariato, combattere per gli slogan del partito nella loro interezza, e coinvolgere le donne nell’azione rivoluzionaria che il partito prende contro la borghesia e i collaborazionisti di classe.

Le commissioni devono assicurarsi non solo che le donne si uniscano al partito, ai sindacati e altre organizzazioni di classe e abbiano eguali diritti ed eguali obblighi (devono combattere qualsiasi tentativo di isolare o separare le lavoratrici), ma anche che le donne vengano elette negli organismi dirigenti dei partiti, sindacati e cooperative alle stesse condizioni degli uomini.

Le commissioni devono incoraggiare ampi strati del proletariato femminile e delle contadine ad utilizzare i loro diritti elettorali nell’interesse dei partiti comunisti durante le elezioni al parlamento e in tutte le istituzioni sociali, spiegando allo stesso tempo che questi diritti sono limitati e che poco possono fare per indebolire lo sfruttamento capitalista o far avanzare l’emancipazione delle donne, e che il sistema sovietico è superiore a quello parlamentare.

Le commissioni devono anche vigilare affinché le operaie, le impiegate e le contadine prendano parte attiva alle elezioni di soviet rivoluzionari dei deputati operai, sia economici che politici; devono portare le casalinghe nell’attività politica e spiegare alle contadine l’idea dei soviet. Le commissioni devono in particolare lavorare per realizzare il principio della stessa paga per lo stesso lavoro. Devono anche trascinare operaie e operai in una campagna per un’istruzione gratuita che aiuti le lavoratrici ad aumentare le proprie abilità.

Le commissioni devono fare sì che le donne comuniste prendano parte agli organi municipali e agli altri organi legislativi ovunque le leggi elettorali aprano questa opportunità, introducendole alla tattica rivoluzionaria del loro partito. Partecipando agli organi legislativi, municipali e altri organi degli Stati borghesi, le donne comuniste devono difendere i principi fondamentali e la tattica del loro partito; devono concentrarsi meno sulla realizzazione pratica di riforme all’interno del quadro del sistema borghese e prevalentemente nell’utilizzo delle domande e rivendicazioni che emergono dai bisogni urgenti e dall’esperienza quotidiana delle donne lavoratrici come slogan rivoluzionari per coinvolgere le donne nella lotta per ottenere le loro rivendicazioni attraverso la dittatura del proletariato.

Le commissioni devono mantenere uno stretto contatto con le frazioni parlamentare e nei governi locali e discutere con esse tutte le questioni concernenti le donne.

Le commissioni devono spiegare alle donne che il sistema dell’economia domestica è arretrato e antieconomico e che il metodo borghese di educazione dei bambini è lungi dall’essere perfetto. Devono concentrare l’attenzione delle lavoratrici sulle proposte per il miglioramento della vita quotidiana della classe operaia proposte o sostenute dal partito.

Le commissioni devono coinvolgere le donne iscritte ai sindacati nei partiti comunisti. Si devono nominare responsabili appositi per intraprendere questo lavoro sotto la direzione del partito o delle sue sezioni locali.

Le commissioni femminili di agitazione devono condurre un lavoro di propaganda per persuadere le donne che lavorano nelle cooperative a lottare per le idee comuniste e ad assumere un ruolo dirigente in queste organizzazioni che durante e dopo la rivoluzione dovranno giocare un ruolo molto importante come centri di distribuzione.

L’intero lavoro delle commissioni deve essere rivolto a sviluppare l’attività rivoluzionaria delle masse, affrettando così la rivoluzione sociale.

Nei paesi economicamente arretrati (l’Oriente)

Nei paesi dove l’industria è sottosviluppata i partiti comunisti e i dipartimenti delle donne operaie devono assicurarsi che il partito, i sindacati e le altre organizzazioni delle masse lavoratrici riconoscano che le donne hanno eguali diritti e responsabilità.

I dipartimenti o commissioni e il partito devono combattere tutti i pregiudizi e tutti gli usi, religiosi o laici, che opprimono le donne; devono condurre questa agitazione anche fra gli uomini.

I partiti comunisti e i loro dipartimenti o commissioni devono assumere i principi dell’eguaglianza delle donne nelle sfere dell’educazione dei figli, delle relazioni familiari e della vita pubblica.

I dipartimenti devono cercare appoggio in primo luogo fra gli ampi strati di donne sfruttate dal capitale, cioè quelle che lavorano nelle industrie a domicilio e nelle piantagioni di riso e di cotone. Nei paesi sovietici i dipartimenti devono incoraggiare la creazione di laboratori artigiani. Nei paesi ancora dominati dal sistema borghese il lavoro deve concentrarsi nell’organizzare le donne che lavorano nelle piantagioni e nel coinvolgerle nell’organizzazione sindacale a fianco degli uomini.

Nei paesi sovietici d’Oriente il miglior modo di superare l’arretratezza e i pregiudizi religiosi è l’elevamento del livello culturale generale della popolazione. I dipartimenti devono incoraggiare lo sviluppo di scuole per adulti che siano aperte alle donne. Nei paesi borghesi le commissioni devono condurre una lotta diretta contro l’influenza borghese nelle scuole.

Ovunque possibile, i dipartimenti o commissioni devono condurre un’agitazione casa per casa. I dipartimenti devono organizzare circoli di donne lavoratrici e incoraggiare le donne più arretrate ad unirsi ad esse. I circoli devono essere centri culturali e istituzioni sperimentali modello che mostrino come le donne possono lavorare per la propria emancipazione attraverso l’attività autonoma (organizzazione di nidi, asili, scuole per l’alfabetizzazione annesse ai circoli, ecc.).

Fra le popolazioni nomadi di dovrebbero organizzare circoli viaggianti.

Nei paesi sovietici i dipartimenti devono aiutare gli organi sovietici competenti nella transizione da forme economiche precapitaliste a forme di produzione sociale, convincendo le donne lavoratrici attraverso l’esempio pratico che l’economia domestica e le vecchie forme familiari bloccano la loro emancipazione, mentre il lavoro sociale le libera.

Nella Russia sovietica i dipartimenti devono vigilare affinché la legislazione che riconosce gli eguali diritti di donne e uomini e che difende gli interessi delle donne venga rispettata anche fra i popoli d’Oriente. I dipartimenti devono incoraggiare le donne a lavorare come giudici e a partecipare alle giurie dei tribunali.

I dipartimenti devono anche coinvolgere le donne nelle elezioni sovietiche, controllando la composizione sociale e la presenza di donne operaie e contadine nei soviet e nei comitati esecutivi. Il lavoro fra il proletariato femminile d’Oriente deve essere condotto su basi di classe. I dipartimenti devono mostrare come le femministe siano incapaci di trovare una soluzione alla questione dell’emancipazione femminile. Nei paesi sovietici d’Oriente, quelle donne dell’intelligentsia che simpatizzano per il comunismo (ad esempio le insegnanti) devono essere coinvolte nelle campagne educative. Evitando attacchi semplicistici e rozzi alle tradizioni nazionali e alle credenze religiose, i dipartimenti o commissioni che lavorano fra le donne d’Oriente devono lottare contro il nazionalismo e la forza della religione sulla mente del popolo.

In Oriente, così come in Occidente, l’organizzazione delle donne lavoratrici deve essere inserita non nell’interesse della difesa nazionale, ma dell’unità del proletariato internazionale di entrambi i sessi attorno ad obiettivi comuni di classe.

Metodi di agitazione e propaganda

(...)

Ai fini della propaganda e dell’agitazione, le commissioni devono organizzare assemblee pubbliche, incontri presso singole imprese e riunioni di operaie e impiegate (sia di zona che di settore industriale). Devono anche organizzare assemblee generali di donne, di casalinghe, ecc.

Nei paesi capitalisti le commissioni si devono assicurare che le frazioni comuniste nei sindacati, nelle cooperative e nei consigli di fabbrica nominino delle responsabili femminili; che, in altre parole, esse abbiano rappresentanti in tutte le organizzazioni che contribuiscono a sviluppare l’attività rivoluzionaria del proletariato verso la presa del potere. Nei paesi sovietici le commissioni incoraggiano la nomina di operaie e contadine in tutte le organizzazioni sovietiche che guidano, amministrano e controllano la vita sociale e che servono a sostenere la dittatura proletaria e contribuiscono alla realizzazione del comunismo.

Le commissioni devono inviare in missione le donne comuniste a lavorare nelle fabbriche o negli uffici dove vi sia un gran numero di donne; devono inviare le lavoratrici comuniste nei quartieri proletari e nei centri industriali, come è stato fatto con successo nella Russia sovietica.

Le commissioni per il lavoro fra le donne devono fare uso del grande successo dell’esperienza dei dipartimenti femminili del Partito comunista russo per organizzare assemblee di delegate e conferenze non di partito di operaie e contadine. Devono essere organizzate assemblee di operaie e impiegate di vari settori, di contadine e casalinghe, nelle quali si discutano rivendicazioni concrete e si eleggano delle commissioni. Queste commissioni devono mantenere uno stretto contatto con chi le ha elette e con le commissioni femminili. Le commissioni devono inviare le loro agitatrici ai dibattiti e alle assemblee dei partiti ostili al comunismo. Propaganda e agitazione attraverso assemblee e dibattiti devono essere integrate con un’agitazione casa per casa ben organizzata. Le donne comuniste che conducono questo lavoro devono essere responsabili di non più di dieci nuclei familiari; devono visitarli almeno una volta alla settimana per fare agitazione fra le casalinghe e più frequentemente quando il partito comunista conduce una campagna o si prepara per qualsiasi azione.

Si dà istruzione alle commissioni di usare la parola scritta nel corso del loro lavoro di agitazione, organizzazione ed educazione:

1 Contribuire a pubblicare un giornale centrale sul lavoro fra le donne in ogni paese;

2 Garantire la pubblicazione di "pagine delle lavoratrici" o di supplementi speciali nella stampa di partito, e anche l’inclusione di articoli sulle questioni riguardanti il lavoro fra le donne nella stampa generale del partito e dei sindacati; le commissioni sono responsabili di nominare delle redattrici per le suddette pubblicazioni e di formare le lavoratrici, sia interne che esterne al partito, a lavorare per la stampa.

Le commissioni devono sovrintendere alla pubblicazione di letteratura popolare per l’agitazione e l’educazione sotto forma di volantini e opuscoli e devono contribuire alla loro distribuzione.

Le commissioni devono mettere in grado le donne comuniste di fare il massimo uso di tutte le istituzioni politiche ed educative del partito.

Le commissioni devono lavorare per rafforzare la coscienza di classe e la combattività delle giovani donne comuniste, coinvolgendole nei corsi generali del partito e nelle serate di discussione. Serate speciali di discussione e letture o serie di incontri specificamente dedicati alle lavoratrici devono essere organizzate solo laddove queste siano effettivamente necessarie e opportune.

Al fine di rafforzare la solidarietà fra lavoratrici e lavoratori è auspicabile che non si organizzino scuole e corsi speciali per le donne comuniste, ma che tutte le scuole di partito includano senza eccezione un corso sui metodi di lavoro fra le donne. I dipartimenti devono avere il diritto di nominare un certo numero di loro rappresentanti presso le scuole del partito.

Struttura dei dipartimenti

I dipartimenti e le commissioni femminili sono annessi a ogni comitato di partito, a livello locale, regionale e di Comitato centrale. La dimensione è determinata dal partito e dipende dalle necessità di ogni singolo paese. Anche il numero di funzionari in queste commissioni è determinato dal partito in funzione delle proprie risorse finanziarie.

Il responsabile del settore di agitazione femminile o la persona che presiede la commissione dovrebbe essere un membro del comitato locale del partito. Dove questo non avviene il responsabile del dipartimento dovrebbe essere presente a tutte le sessioni del comitato con pieni diritti di voto su tutte le questioni concernenti il dipartimento femminile e un voto consultivo su tutte le altre questioni.

Oltre a tutto il summenzionato lavoro di carattere generale, il dipartimento o la commissione regionale o provinciale ha le seguenti funzioni addizionali: incoraggiare il contatto fra i dipartimenti di un dato distretto e il dipartimento centrale; raccogliere informazioni sull’attività dei dipartimenti o commissioni della regione/provincia in questione; assicurare che i dipartimenti locali abbiano la possibilità di scambiarsi materiale; fornire la regione/provincia di letteratura; inviare agitatori nei distretti; mobilitare i membri del partito per il lavoro fra le donne; convocare conferenze di regione/provincia non meno di due volte l’anno, nelle quali ogni dipartimento sia rappresentato da una o due donne comuniste; organizzare conferenze non di partito di operaie, contadine e casalinghe nella data regione/provincia.

I componenti del collegio sono nominati dalla responsabile del dipartimento o commissione e sono approvati dal comitato di regione/provincia. La responsabile è eletta allo stesso modo degli altri membri del comitato regionale/provinciale; cioè al corrispondente congresso del partito.

I membri dei dipartimenti locali, provinciali e regionali o delle commissioni sono eletti in conferenze cittadine, provinciali o regionali o sono nominati dai dipartimenti competenti in contatto con i comitati di partito.

Se la responsabile del dipartimento femminile non è un membro del corrispondente comitato del partito, ha il diritto di essere presente a tutte le riunioni del comitato con pieno diritto di voto sulle questioni che concernono il dipartimento e con un voto consultivo sulle altre questioni.

Il dipartimento centrale del partito, oltre alle funzioni elencate per i dipartimenti regionali/provinciali, istruisce anche il lavoro di agitazione femminile sulle questioni del lavoro di partito, sovrintende il lavoro dei dipartimenti, dirige, in contatto con gli organismi competenti di partito, l’assegnazione del personale impegnato nel lavoro femminile, controlla le condizioni e il progresso del lavoro femminile, tenendo a mente i cambiamenti nella situazione economica e legale delle donne, partecipa attraverso i suoi rappresentanti o persone autorizzate alle commissioni speciali che lavorano sul problema di cambiare e migliorare la vita quotidiana della classe operaia, della protezione del lavoro e dell’infanzia, ecc., pubblica una "pagina femminile centrale", pubblica una rivista regolare per le donne lavoratrici, convoca, non meno di una volta all’anno, le rappresentanti di tutti i dipartimenti regionali/provinciali, organizza giri nazionali di conferenze per la formazione sul lavoro femminile, assicura che le donne lavoratrici e tutti i dipartimenti prendano parte in tutte le campagne e le azioni politiche ed economiche del partito; delega una rappresentante presso il Segretariato internazionale delle donne comuniste e organizza attualmente la Giornata internazionale della donna lavoratrice.

Se la responsabile del dipartimento femminile non è membro del Cc, ha il diritto di partecipare a tutte le sessioni del cc con pieno diritto di voto sulle questioni concernenti i dipartimenti e con un voto consultivo su tutte le altre questioni. La responsabile del dipartimento femminile o la presidente della commissione è nominata dal Cc del partito oppure eletta in un congresso. Decisioni e risoluzioni approvate da tutti i dipartimenti o commissioni devono essere in ultima istanza approvate dal corrispondente comitato di partito. La dimensione del dipartimento centrale e il numero di membri con diritto di voto sono stabiliti dal Cc del partito.

Sul lavoro internazionale

Il Segretariato internazionale femminile dell’Internazionale comunista guida il lavoro femminile dei partiti comunisti a livello internazionale, unisce le donne lavoratrici nella lotta per gli obiettivi avanzati dall’Internazionale comunista e coinvolge le donne di tutti i paesi e tutti i popoli nella lotta rivoluzionaria per il potere dei soviet e la dittatura della classe operaia.

 

Donne in Pakistan: vittime dell’oppressione sociale ed economica

di Sadaf Zahra

Il subcontinente indiano è la zona del mondo meno sensibile alla questione di genere. E’ l’unica regione dove gli uomini superano in numero le donne: la divisione per sesso è di 105,7 uomini ogni 100 donne. In Pakistan le donne non sono soggette solo alla discriminazione economica, ma sono vittime anche di costumi inumani e leggi come il Karo Kari, la clausola Hadood, il Qasas, il matrimonio secondo la legge coranica e la legge di stato della mezza testimonianza (per cui in una corte la testimonianza di una donna vale la metà di quella di un uomo).

Nelle zone rurali le donne sono considerate come schiave, sottoposte a fatiche improbe. Esse esistono solo per obbedire ai loro padri, fratelli e mariti. Non hanno il diritto di compiere scelte riguardo a se stesse perché, secondo le norme sociali e culturali dominanti, esse vengono ritenute creature incapaci d’intendere e di volere. Inoltre, il matrimonio è una sorta di commercio tra famiglie differenti, questo sia nelle aree rurali sia in quelle metropolitane.

Le donne sono particolarmente indifese rispetto alle violazioni del loro diritto alla vita. Il loro diritto alla libertà, per esempio, vale meno perché vengono privilegiati valori quali la modestia, la protezione e la prevenzione di atti immorali. Nelle aree agricole il 90% delle donne lavora nei campi; lavorano per tutto il giorno con i componenti maschili della loro famiglia, ma sono comunque costrette a subire la loro collera. I maschi della famiglia controllano con attenzione le donne in nome dell’"onore", ma bisogna comprendere meglio il significato della parola "onore", perché nella nostra società non ha il suo corretto significato. Qui, in realtà, significa possesso delle donne, è una vera e propria forma di proprietà. Non solo esistono restrizioni alla libertà femminile in nome di questo onore (ghairat), ma le donne possono anche essere uccise se perdono il loro "onore".

Karo Kari è il nome dell’omicidio d’onore. Lo scorso anno, 286 donne sono state uccise da uomini della famiglia in nome dell’onore (questi sono solo i casi registrati).

L’11 Giugno del 2000, quattro donne e un uomo sono stati uccisi nel villaggio di Dera Jamali nel Sindh. Lo scorso anno, negli stessi giorni, una ragazza di 13 anni di nome Sara è stata vittima di questo tipo di omicidio nel Goth Khosa. Due giovani ragazzi, Imtiaz e Arshad, sono stati uccisi nel medesimo episodio, ed entrambi non avevano mai incontrato la giovane ragazza nella loro vita; tuttavia, il fratello di Sara ha dichiarato il suo come un omicidio d’onore, per ricevere una pena inferiore. La legge, infatti, è più mite con gli assassini in questi casi. Egli voleva impossessarsi della terra dei due ragazzi e utilizzò quel tipo di accusa per ucciderli con la sorella. Nel villaggio di Morata c’è stato un altro caso di Karo Kari. Il motivo dell’uccisione è stato che l’assassino voleva sposare una donna già sposata; egli ha ucciso il marito della donna e sua sorella, ed è stato rilasciato di prigione dopo pochi mesi.

Molti casi di Karo Kari sono legati al matrimonio d’amore. Recentemente una donna con il figlio di cinque mesi, il marito e quattro parenti acquisiti, sono stati uccisi perché lei aveva commesso il crimine di essersi sposata per amore. Alla maggior parte delle donne in Pakistan non è consentito sposare un uomo liberamente. Ci sono centinaia di casi simili non registrati, ma se andiamo alla radice di questi omicidi d’onore vediamo che sono legati a questioni di terra, acqua, soldi e proprietà. Inoltre solo le donne delle classi povere sono vittime del costume inumano del Karo Kari, mentre è raramente applicato alle donne ricche.

Nel Punjab fratelli, padri e mariti sottopongono a violenza domestica l’82% delle donne. L’incidenza delle percosse sulle mogli è così frequente che non è neanche considerata una forma perniciosa di violenza contro le donne. Anche nei casi in cui le donne riportano ferite gravi e vorrebbero sporgere denuncia, la polizia consiglia loro di riconciliarsi con i mariti, altrimenti una causa matrimoniale le disonorerebbe.

La violenza sulle donne inizia fin dall’infanzia. Non è consentito loro di giocare con gli stessi giochi dei bambini, giochi che aiuterebbero il loro rapido sviluppo mentale e fisico. Un’altra pratica diffusa in Pakistan è il taglio del naso ad una donna sospettata di avere una relazione extraconiugale. L’aggressione sessuale verso le donne, compreso lo stupro, resta uno dei crimini più diffusi; la commissione per i diritti umani stima che venga commesso uno stupro ogni tre ore. Tuttavia, non può essere fatta alcuna stima dei numerosi casi non segnalati.

La legge penale islamica "ordinanza Hadood", del 1979, ha sostituito le clausole del Codice Penale del Pakistan che riguardano i casi di stupro. La legge islamica, per i casi di stupro, richiede la testimonianza di quattro uomini musulmani affinché si possa condannare alla pena Hadood l’accusato. Data la legge della mezza testimonianza, la donna stuprata non può neanche testimoniare contro il crimine che ha subito. In base a queste leggi, la testimonianza della vittima deve essere corroborata da altre per convincere la corte.

Dall’altra parte, quando la relazione sessuale è provata, non può essere provata l’assenza di consenso, e la presunzione che tale relazione sia avvenuta col consenso della donna può esporla al rischio di essere sottoposta a procedura penale. Sia nel caso di stupro che di adulterio la donna è tenuta in prigione in attesa del verdetto della corte. Il 52% delle donne che languiscono nelle prigioni pakistane attendono la loro sorte per queste accuse. Nel caso di matrimonio di una donna senza il consenso della famiglia, il matrimonio può essere invalidato e la coppia può essere accusata dell’offesa di zina (adulterio).

Quando le donne che hanno subito violenze contattano i tutori della legge (la polizia) e le altre agenzie investigative, le donne delle classi oppresse sono soggette alla brutalità poliziesca e a crimini come lo stupro anche durante la custodia. L’incidenza di aggressioni sessuali sulle donne da parte della polizia durante la custodia è aumentata dopo l’applicazione delle leggi islamiche.

Un’altra legge, la Qasas, è utilizzata per colpire le donne. Secondo tale legge, infatti, se una persona uccide qualcuno e la famiglia della vittima trova un accordo con l’assassino, la famiglia di quest’ultimo pagherà una cifra pattuita, offrendo terra e, ovviamente, anche donne.

Il matrimonio secondo il Sacro Corano (il libro sacro dell’Islam) è diffuso anche nel Sindh. In questo caso la donna deve vivere tutta la vita senza marito. Questa legge è applicata solo alle classi latifondiste e viene usata per conservare ed appropriarsi della terra di sorelle e figlie.

Se osserviamo la storia del Pakistan, però, si incontrano vari movimenti di donne contro queste leggi e costumi criminali, ma questi movimenti sono per lo più guidati dalle Ong (organizzazioni non governative) e il grave problema delle Ong è che credono nella giustezza di questo sistema, dello Stato e delle sue leggi. Esse rispettano la magistratura come lo Stato. Non propongono soluzioni, se non quella di convincere la classe dominante ed il suo Stato a far passare leggi che aboliscano la discriminazione femminile nella società. Ma l’oppressione femminile ha le sue radici nella società stessa. In tempi remoti le donne producevano cibo per la famiglia; in quei tempi le donne avevano imparato come coltivare la terra, mentre gli uomini cacciavano solamente. Questo è il motivo per cui le donne avevano un particolare riconoscimento nella società e dopo un dato periodo di tempo esse divennero capifamiglia. Anche in campo religioso le divinità femminili superavano nel numero quelle maschili.

Dopo un certo periodo di tempo, gli uomini impararono le tecniche di coltivazione e divennero dominanti nel processo di produzione. Questo portò alla fine della società matriarcale, una società in cui dominavano le donne, e la nuova forma di proprietà conferì il diritto all’eredità solo all’uomo, stabilendo così il suo dominio. Dopo l’introduzione di questo sistema di proprietà privata, la donna divenne gradualmente un oggetto e un bene di proprietà; queste idee si svilupparono nel tempo e lo sfruttamento femminile continuò con diverse modalità.

E’ solo con il rapido sviluppo della tecnologia che il bisogno può essere abolito e la logica del bisogno e dell’accumulo può lasciare il passo ad un’espressione della coscienza libera dal possesso. In ultima analisi, questo libererà le donne dallo sfruttamento del lavoro domestico e dalla punizione per essere esseri umani inferiori.

Nella fase attuale il capitalismo ha creato una società basata sul bisogno e l’accumulo, in cui gli esseri umani vivono la vita come una competizione all’ultimo sangue per sopravvivere. In paesi come il Pakistan questo sistema ha fallito nel colmare la differenza tra aree urbane e aree rurali, nello sviluppo di differenti regioni e nel far penetrare la modernità tra gli strati contadini della popolazione.

Bisogni primari come istruzione, sanità, infrastrutture, acqua e trasporti non vengono soddisfatti. Contemporaneamente, vi è la penetrazione di tutte le forme dell’ultima tecnologia, come la televisione satellitare, che ha distorto i modi dello sviluppo sociale e culturale di queste aree. Nei villaggi possiamo vedere chiaramente forme di sviluppo diseguale e combinato: Tv e antenna satellitare sono disponibili, ma strumenti e tecniche mediche sono vecchi di millenni. Questi modi di sviluppo deformati hanno ulteriormente aggravato le condizioni di vita delle donne nelle aree rurali. La vita sociale in campagna e nei centri urbani non è quindi migliorata, anzi, è solo peggiorata.

Questa intensa crisi sociale si manifesta nel brusco aumento delle molestie, degli stupri di gruppo e dei crimini violenti nei confronti delle donne, sia nelle zone rurali, sia in quelle urbane.

Troviamo situazioni analoghe nei paesi del terzo mondo, dove il capitalismo ha fallito nel raggiungere tutti i suoi obbiettivi storici. Costumi arretrati sono ancora in voga e non si è riusciti a sradicarli. Nelle città queste usanze superate hanno una minore influenza, perché le donne detengono un ruolo maggiore nella produzione e contribuiscono maggiormente alle entrate familiari. Esse non praticano un "lavoro non pagato", come le donne contadine, ma comunque devono affrontare sfide non invidiabili e vari problemi anche nelle città.

Anche nei paesi sviluppati lo sfruttamento delle donne e le molestie sessuali sono in aumento.

Sorge spontanea la domanda: quanto durerà tutto questo? Il movimento delle donne dovrà confinarsi come mero gruppo di testimonianza e propaganda o dovrà proporsi di cambiare l’ordine esistente?

In questo sistema di proprietà privata dei mezzi di produzione (capitalismo) la donna è ridotta ad oggetto. Il marciume del sistema si vede dal fatto che il sesso è diventato la terza industria più redditizia del mondo. Il doppio sfruttamento della donna non può essere compreso senza analizzare le sue basi storiche, sociali ed economiche; solo allora sarà possibile escogitare una strategia per il suo sradicamento.

Il lavoro domestico delle donne, badare ai bambini, lavare la casa, cucinare, tenere tutto pulito e tante altre forme di lavoro che coinvolgono le donne, sono lavori a tempo pieno, ma questo sistema non prevede alcuna ricompensa per questo. Le radici culturali, sociali, morali ed etiche della società sono dunque organizzate in modo tale che questo sistema prenda gratuitamente il lavoro delle donne, lavoro che contribuisce al suo sviluppo, e lo considera un sussidio. Queste condizioni, per cui le donne non godono del prodotto del loro lavoro, sviluppano una logica di alienazione. Tutto questo indebolisce e deprime ulteriormente le donne.

Utilizzando questa situazione la classe dominante di questo sistema crea leggi, costumi e marce tradizioni culturali per opprimere ulteriormente le donne. Il brutale dittatore militare Zia-Ul Haq impose l’ordinanza Hadood e altre leggi fasciste contro le donne per facilitare ulteriormente il loro sfruttamento da parte del capitalismo. Anche un governo democratico guidato da un primo ministro donna, Benazir Bhutto, non è riuscito ad abolire queste leggi draconiane, perché in linea con il sistema e la sua forma statale.

Queste pressioni sulle donne hanno ulteriormente diminuito la loro volontà, fiducia e determinazione. Questi periodi reazionari hanno sviluppato una logica perdente tra le donne. Per essere fedeli all’etica di questa società, esse vengono lusingate a comportarsi come se fossero un bene di consumo, stimolando un uso eccessivo di cosmetici e trucco, il desiderio di gioielli e la logica dell’imbellettamento.

Questi elementi, presentati come "debolezze" delle donne, sono ulteriormente sfruttati dagli uomini ricchi per soggiogarle ulteriormente. Utilizzando questa insicurezza sociale, questa alienazione e queste pressioni sulle donne, i capitalisti accrescono lo sfruttamento delle donne lavoratrici nelle fabbriche e nei campi. E’ stato generalmente osservato che le donne lavorano con più dedizione e meticolosità degli uomini. In Pakistan, per esempio, le donne sono il 28% della forza lavoro totale, ma generano il 40% della produzione. Allo stesso tempo è regola generale del capitalismo che le donne lavoratrici siano pagate meno della controparte maschile in tutto il mondo. Per esempio, secondo l’Ufficio di Statistiche Nazionali della Gran Bretagna, la media delle entrate annuali per i lavoratori uomini nel 1999 era di 23 mila sterline, mentre lo stipendio medio annuale femminile era di 16 mila sterline. Dunque c’era una differenza del 42% nello stipendio guadagnato. In Pakistan e nel terzo mondo la situazione è anche peggiore.

Allo stesso tempo l’ineguaglianza di genere è così profonda che dalla culla alla tomba le donne sono costrette a condurre una vita di discriminazioni. Ci sono più morti infantili tra le bambine che tra i bambini. Ogni anno, 135 mila donne muoiono di parto in Pakistan. Solo il 21% delle donne ha accesso alle strutture sanitarie per il parto.

Il grave difetto dei movimenti delle donne è che le donne delle classi dominanti, che per lo più li guidano, non devono subire le terribili prove delle donne delle classi oppresse. Le condizioni precarie di settori importanti, come l’igiene pubblica, la sanità e l’istruzione sono avvertite maggiormente dalle donne della classe operaia. La lotta per i diritti delle donne e la loro liberazione, quindi, hanno diverso significato per le diverse classi.

Senza il rovesciamento dello Stato borghese e dello sfruttamento capitalistico, l’emancipazione delle donne della classe operaia (che nella società costituiscono la stragrande maggioranza) è un’utopia. La definitiva liberazione della donna è legata alla lotta di classe dei lavoratori di tutte le religioni, nazionalità, razze, sesso e colore; la vittoria di questa lotta risiede esclusivamente nel successo della rivoluzione socialista.

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