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| Scritto da Dario Salvetti Coordinamento nazionale GC | |||
| Mercoledì 31 Maggio 2006 08:00 | |||
Terza conferenza dei GCSi è aperta ufficialmente la terza conferenza nazionale dei Giovani Comunisti (Gc), il congresso della struttura giovanile del Prc. Per la prima volta da Venezia almeno una parte del partito viene chiamata a trarre un bilancio della linea fin qui adottata. Pur essendo una parte minoritaria (i Gc sono 15.000 circa, a fronte di un dato complessivo di 90.000 tesserati al partito), si tratta comunque di una verifica significativa. Se i vertici nazionali dei Gc si sono sempre distinti in particolare per essere i più fieri anticipatori e sostenitori della linea del partito, l’organizzazione giovanile è il terreno dove nel complesso queste politiche mostrano in maniera più evidente le proprie conseguenze negative. Sballottati dall’abbraccio disastroso con Casarini e i Disobbedienti a quello pieno di contraddizioni con Prodi e l’Unione, i Gc rischiano di essere allontanati inesorabilmente da quella che dovrebbe essere la ragione fondamentale della propria militanza: costituire un punto di riferimento organizzato per tutti quei giovani che attraverso l’esperienza delle recenti e future mobilitazioni cercheranno insistentemente un’alternativa rivoluzionaria al capitalismo. All’interno della Conferenza si confronteranno cinque documenti diversi: il primo sottoscritto dalla maggioranza dell’attuale gruppo dirigente, il secondo dai compagni dell’Ernesto, il terzo dai compagni di Erre, il quarto da noi, sostenitori della rivista FalceMartello, e il quinto dai compagni dell’area napoletana di Progetto Comunista che da tempo si era scissa dall’omonimo gruppo di Ferrando. Se esiste un abisso tra i punti di vista delle opposizioni e quello della maggioranza, è anche vero che gli stessi documenti dimostrano quanto significative siano le differenze tra le diverse minoranze. Pur considerando nostra priorità muovere una critica frontale al documento della maggioranza uscente, accenneremo anche a quelli che consideriamo i limiti delle altre opposizioni. Si tratta di una critica fraterna ma chiara, tanto più che questi limiti possano diventare una stampella a cui si aggrapperà la maggioranza.
La realtà è che tutte le concezioni teoriche, tutti i campi d’intervento che l’attuale gruppo dirigente aveva individuato come le future frontiere “del movimento” si sono rivelati inadeguati proprio di fronte allo sviluppo stesso dei movimenti di massa. Esiste una frase di Rosa Luxemburg che i vertici dei Gc hanno usato strumentalmente come bandiera: “preferisco i mille errori del movimento reale che una giusta risoluzione di un comitato centrale”. Ma, aggiungiamo umilmente, preferiamo ancora di più le mille cose giuste fatte dal movimento reale che tutti gli errori dell’Esecutivo Nazionale dei Gc. Mentre dopo le giornate di Genova l’Esecutivo Nazionale incensava i social forum, la pressione delle masse tornava ad esprimersi attraverso i canali classici del sindacato e delle organizzazioni di massa. Mentre si dava la patente di “movimento” al Laboratorio dei Disobbedienti e si teorizzava la fine della centralità del conflitto capitale-lavoro, il movimento reale dei lavoratori esplodeva con forme estremamente radicali con le lotte degli autoferrotranvieri, dell’Alitalia, delle acciaierie di Terni e degli stabilimenti Fiat a Termini Imerese, Termoli e Melfi. Mentre si concentrava il fuoco demolendo categorie marxiste come l’imperialismo, la presa del potere, e l’esproprio dei mezzi di produzione, una nuova ondata della lotta di classe e antimperialista in America Latina tornava ad esprimersi per le vie più classiche: con scioperi generali, insurrezioni e lotta per il controllo operaio delle fabbriche. E pazienza se la maggioranza ci tiene a ribadire che “leggere questi passaggi con schemi classici per tant* di noi è semplicemente impensabile”. Lo sviluppo degli avvenimenti sembra curarsi poco di cosa per noi sia pensabile o meno.
Il documento di maggioranza si limita ad esorcizzare simili rischi alternando affermazioni scontate a voli teorici privi di alcun significato. Ma tanto più si sforza di dimostrare la propria indipendenza dalla linea di Governo, tanto più ciò che ne esce è lì a dimostrare il contrario. Viene affermato con grande solennità che il Governo è solo una variante tattica e non il fine ultimo. Ma dovrebbe trattarsi di una verità elementare: fino a prova contraria il fine ultimo di un partito comunista è l’abbattimento dell’attuale sistema economico. Il punto è comprendere se la partecipazione al Governo Prodi ci aiuti o meno a svolgere questo compito. Si continua dicendo che “nessun Governo ci può essere totalmente amico”. Della serie: ma sono amici Prodi, Mastella, Bonino, Capezzone e Padoa Schioppa? Totalmente amici è una parola grossa, diciamo conoscenti.
La realtà è totalmente opposta. L’Unione non è stata il prodotto “necessario ma non sufficiente” dei movimenti contro il Governo Berlusconi, ma semmai ne è stata il figlio illegittimo. Non è il compimento finale di un ciclo di mobilitazioni, ma semmai l’indice della loro incompiutezza. Tutto volevano i protagonisti delle lotte di questi anni tranne che ritrovarsi Padoa Schioppa all’economia e Mastella alla giustizia. E simili personaggi difficilmente avrebbero trovato spazio se il Governo Berlusconi fosse stato fatto cadere dal movimento di massa, piuttosto che per via elettorale. Scenario che è stato reso impossibile non dai limiti di forza delle lotte, ma dai limiti delle loro direzioni.
La questione europea torna in diversi punti del primo documento. Secondo i compagni, “l ‘Europa politica mostra tutti i difetti ed i limiti delle burocrazie, delle tecnocrazie che sono gli attori di questa nozione dirigista ed antidemocratica di società”. Il problema fondamentale quindi cessa di essere la natura di classe dell’Unione Europea, il fatto che essa non sia altro che un’unità tra paesi capitalisti a discapito degli stessi lavoratori, ma il metodo con cui avviene simile unione. I “cittadini” sarebbero poco coinvolti dai processi europei. A questo dovremmo rimediare con “progetti di cooperazione dal basso, associazioni che ottengono finanziamenti locali ed europei”, “nuove pratiche di eurocittadinanza attiva”, tra cui “seminari di formazione su associazionismo e opportunità di finanziamento (…), europrogettazione per realizzare riviste”.
Sia detto di sfuggita che in realtà i lavoratori sono stati più che coinvolti dai processi di unificazione europea: con 10 anni di attacchi allo stato sociale, con un peggioramento costante delle proprie condizioni di vita. Questa è l’unica forma di coinvolgimento che ci può riservare un’Europa unificata su basi capitaliste. L’unica altra Europa è quella che saprà creare la lotta di classe unita delle masse europee, un’Europa socialista. Per quel che ci riguarda continueremo ad essere eurocittadini piuttosto passivi ma militanti estremamente attivi nelle mobilitazioni sociali internazionali e nazionali.
Per anni gli sviluppi in Venezuela o in Bolivia sono stati ignorati. Ora che è impossibile ignorarli, li si svuota di contenuto affogandoli nella retorica. E’ la stessa tattica usata da Liberazione che affoga negli elogi Chavez e Morales (molte volte tra l’altro elogia proprio quelli che sono i loro limiti) e dall’altra parte nega con astuti editoriali che in America Latina si possa parlare di processi rivoluzionari. Per quale motivo tutto questo? Come si fa ad ignorare un movimento che ha riguardato decine di migliaia di uomini come l’insurrezione boliviana della passata estate? La ragione è semplice: nessuno degli avvenimenti latino-americani corrisponde allo schema partorito dai nostri dirigenti. In Sud America riemerge la lotta di classe con scioperi e insurrezioni. Riemerge la lotta per il potere e la necessità di difendersi dalla violenza imperialista e dello Stato. Riemergono proposte di armare il popolo. Tutto ciò che il nostro partito ha confinato nel ‘900, riemerge nella discussione sul socialismo del XXI secolo. Per quanto ci riguarda non chiediamo alla realtà di adattarsi ai nostri schemi, ma viceversa la analizziamo per intervenirvi. Chavez non è di formazione marxista e non ne abbiamo mai nascosto i limiti e gli errori. Questo non ci ha impedito dal 2001 di vedere le potenzialità della rivoluzione venezuelana e di costruire una rete di appoggio internazionalista come il comitato Giù le mani dal Venezuela. I nostri dirigenti erano troppo impegnati a trastullarsi con Casarini nei vari forum internazionali per cogliere le potenzialità della situazione venezuelana. Oggi nei forum internazionali Chavez partecipa, come a Vienna, ad una riunione con 5.000 giovani organizzata dal comitato internazionale Giù le mani dal Venezuela, dove si dibatte di lotta per il socialismo.
Tuttavia non crediamo, come affermano in seguito i compagni, che tutto questo sia grave perché così “si è scelto di perpetuare le differenze che ci avevano diviso in passato. (…)Ci troviamo – dicevamo - nella paradossale situazione di presentare una proposta alternativa, ma alternativa non sappiamo a cosa”. Le nostre differenze con il gruppo dirigente non derivano dal fatto che non sia stato presentato anticipatamente un documento o dall’atteggiamento con cui ha affrontato questa conferenza. Negli ultimi anni la direzione del partito, e a rimorchio quella dei Gc, si è resa protagonista dell’incredibile svendita del partito alle ragioni dell’Unione, di un attacco viscerale alle principali idee del marxismo e di uno smantellamento complessivo del nostro interevento nel movimento studentesco e operaio. Come si fa ad affermare di fronte a tutto questo che fosse necessario attendere la presentazione di un documento per sapere a che cosa opporsi? Le nostre divisioni con l’attuale gruppo dirigente derivano da effettivi punti di vista alternativi e non dalla loro scelta di “perpetuare le differenze”. A tutto ciò che ci “divideva in passato”, si è semplicemente aggiunto quello che ancora di più ci divide nel presente.
Se tutto questo ha un effetto è semplicemente quello di non chiarire i termini del dibattito e le enormi differenze che lo attraversano. Una confusione che non crediamo giovi prima di tutto al corpo militante dello stesso Ernesto. L’idea che qualche limatina sia sufficiente a firmare un “armistizio” con la direzione tranquillizzerà forse le componenti più burocratiche (le quali, per altro, sembrano già in grado di garantirsi da sole una pace separata con la maggioranza) ma disorienterà i militanti più combattivi. Non crediamo sia casuale che dalla scorsa conferenza nazionale dei Gc l’unica componente che abbia perso un compagno del coordinamento nazionale a favore della maggioranza sia proprio quella dell’Ernesto. Il documento continua rivolgendo anche una critica alle minoranze per non aver raggiunto un’intesa unitaria. Ma crediamo che proprio il testo del secondo documento dimostri a posteriori quanto fossero fragili le basi politiche per simile unità.
Un comunista ha prima di tutto il compito di interrogarsi sullo stato concreto delle mobilitazioni, sui loro limiti e su come risolverle. I compagni si producono a parole in questo sforzo. Il quadro che ne esce però è tutt’altro che gratificante. Vengono presentate le difficoltà, senza mai spiegare quali ne siano state le cause. Tutto si dice fuorché quale sia stato il principale elemento di freno delle recenti mobilitazioni: il ruolo delle direzioni delle organizzazioni del movimento operaio. Così riferendosi alla crisi industriale viene scritto: “Ad oggi l’aggravarsi esponenziale della crisi non ha però prodotto una significativa protesta proprio in ragione dell’estrema parcellizzazione del sistema economico-lavorativo che ha permeato così in profondità il tessuto sociale da mettere i lavoratori nelle condizioni di anteporre il proprio utile individuale (la salvaguardia del proprio posto di lavoro) alla ricerca dell’unità e della lotta comune. Manca un vero sostegno dello Stato, un intervento pubblico che si ponga l’obiettivo di uno sviluppo sostenibile e moderno” e più avanti il concetto viene reso ancora più catastrofico: “La classe lavoratrice è divisa, spezzettata, segmentata in mille figure contrattuali diverse, privata di contratti nazionali di riferimento: dunque strutturalmente incapace di trovare linguaggi universali e luoghi di sintesi politica ed organizzativa”.
E’ in primo luogo falso dire che non ci sia stata una risposta operaia alla crisi industriale. Con tutta la propria generosità i lavoratori hanno cercato di rispondere allo stillicidio di ristrutturazioni aziendali. E’ stato così a Termini Imerese, alle acciaierie di Terni, alla Ciatti, alla Matec, alla Gkn a Firenze, alla Delfi di Livorno, alla Star di Parma e così via. Se queste mobilitazioni non hanno vinto, non è a causa della “parcellizzazione del sistema economico-produttivo”. Se così fosse, chi avrebbe potuto farci qualcosa? La realtà, invece, è che queste mobilitazioni sono state sistematicamente limitate nella propria estensione e nel proprio programma dalle direzioni sindacali. Stretti tra la morsa dell’attacco padronale e la moderazione delle direzioni sindacali, i lavoratori si sono trovati di fronte al classico ricatto: o ingoi quest’accordo oppure ti trovi per strada. La principale colpa dei Gc è quella di non aver saputo costruire una presenza organizzata prima dello scoppio di queste mobilitazioni, in modo da poter indicare una direzione alternativa una volta che queste fossero scoppiate.
La vera minaccia a qualsiasi imperialismo è costruita oggi dal riemergere delle mobilitazioni di massa in America Latina e in altre parti del mondo. Nostro compito sarà fornire una prospettiva internazionalista a simili lotte, senza legarle a nessun carro imperialista, indipendentemente che si tratti di quello forte degli Usa, di quello zoppicante europeo, di quello in ricostruzione della Russia o di quello regionale del Brasile.
Avremmo molto da dire sulle concezioni che emergono nei vari paragrafi del terzo documento, tuttavia ci limiteremo ad osservare qual’è il principale limite che lo attraversa. Come dice, in maniera eufemistica, lo stesso documento: “molti di noi si riconobbero nella scorsa conferenza nel primo documento, soprattutto per la priorità assoluta data all’impegno dei/delle Giovani Comunisti/e alla costruzione del movimento antiliberista”. Nel caso dei dirigenti attuali di quest’area, sarebbe meglio trasformare il “molti” in “tutti”. I compagni aderirono al primo documento nel 2002, quando la politica della Disobbedienza era al proprio apice e mostrava in maniera sintomatica i propri limiti. Vi aderirono apparentemente senza riserve. Non ricordiamo né un emendamento, né un intervento particolarmente critico pronunciato nella scorsa conferenza nazionale. Si misero a disposizione della Disobbedienza in termini teorici e pratici, facendosene promotori dovunque ne avessero le possibilità. Se poi abbiano espresso le loro critiche nei corridoi o nelle segrete stanze non c’è dato di saperlo e poco ci interessa.
Falsa in primo luogo perché l’attuale gruppo dirigente dei Gc non ha mai avuto un orientamento al “movimento”, ma semmai si è sempre orientato a corteggiare parte del ceto politico che componeva le mobilitazioni, tralasciando completamente l’azione verso le masse che entravano in lotta con propri metodi e sui propri terreni. Non potendo riconoscere questo il terzo documento è costretto a dividere la Disobbedienza in periodo buono e periodo cattivo. Da una parte ci viene detto che “crediamo che questo percorso sia stato fecondo: dal laboratorio dello stadio Carlini di Genova fino alle azioni contro i treni della morte. Dall’investimento nella costruzione dei movimenti i Gc hanno tratto vantaggi anche per sé stessi, con una fase di crescita significativa di militanti e iniziativa politica in molte nostre realtà territoriali”. Dopo poche righe la rotta cambia: “Ma soprattutto nel procedere delle nostre relazioni di movimento abbiamo teso a privilegiare la costruzione dei Disobbedienti, con la D maiuscola, come soggetto politico definito, in cui –tra l’altro- il programma era proposto da una specifica area politica, quella che fa riferimento a Toni Negri e alle teorie moltitudinarie – di fatto assunte dalla maggioranza del nostro gruppo dirigente. Dinamica che ci ha portato a trascurare l’intervento nei luoghi di studio e di lavoro”. La realtà è che proprio il periodo in cui i compagni di Erre erano in maggioranza era il periodo della sbornia delle idee moltitudinarie. Non c’è nulla da salvare di quel periodo. Ma anche se così fosse, non avrebbero allora ragione i compagni del primo documento a trarre un bilancio tutto sommato positivo, a dirci che la Disobbedienza è andata bene fino ad un certo punto? I compagni di Erre non propongono questo. Non lo propongono perché simile lato buono non esiste e non è mai esistito.
Il quinto documento è presentato dai compagni napoletani dell’area programmatica Progetto comunista, scissasi dall’associazione marxista rivoluzionaria (Amr) Progetto comunista la quale in seguito ha subito la scissione di Progetto comunista, rifondare l’opposizione dei lavoratori (Rol). L’Amr Progetto si sta per scindere dal partito, Progetto-Rol si è già scissa. Area programmatica ha invece deciso di continuare la propria battaglia interna. Ne siamo lieti, a patto che questo non sia semplicemente un altro capitolo della trilogia della saga dei Progetti. Eppure l’impostazione non ci sembra molto lontana da un documento di Ferrando. Tutto il testo viene pervaso da una riaffermazione continua della propria purezza e durezza. Come ci è toccato vedere tante volte con i passati documenti degli altri Progetti, l’affermazione implicita è: “siamo noi i veri oppositori, il resto è imitazione”. Siamo contenti che i compagni lo pensino, più desiderosi che lo dimostrino. Visto che il documento è pieno di frasi generiche sull’opposizione comunista, il movimento proletario e l’opposizione a Prodi (frasi che per altro condividiamo) i compagni potrebbero iniziare a spiegarci in che cosa si differenzia la loro proposta del “Blocco autonomo di classe” da quella del “Polo autonomo di classe” di Ferrando? L’impostazione generale, in realtà, ci sembra mantenere il solito limite: se da una parte si ribadisce la giusta contrarietà all’entrata nell’Unione, si nega il legame che i settori di sinistra dell’Unione hanno con il movimento operaio organizzato attraverso gli apparati sindacali e non solo. Se non si vede questo fenomeno, non lo si può combattere. La lotta per liberare i lavoratori dalla gabbia dell’Unione diventa così solo una questione propagandistica. Basta dire ai lavoratori: venite da noi che siamo il blocco più duro e più puro. La storia finisce qui. Se poi è proprio necessario dimostrare nella pratica la propria durezza basta ribadire posizioni come “la distruzione dello Stato d’Israele”, l’antifascismo militante o concetti simili. Chiunque si ponga oggi l’obiettivo di riempire il vuoto di Ferrando, dovrebbe chiedersi come mai prima di tutto Ferrando abbia creato questo vuoto. 31/05/2006
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