Sostienici
Ultimi articoli
Prossime iniziative
-
-
Per il partito di classe
-
Che succede in Fiat?
-
Assemblea della seconda mozione
-
Assemblea della seconda mozione
Mailing list
| Giovani comunisti, rivoluzionari del XXI° secolo |
|
|
|
| Prc | |||
| Scritto da Jacopo Estevan Renda, Elisabetta Rossi, Dario Salvetti | |||
| Mercoledì 10 Maggio 2006 09:48 | |||
|
Per tutte leinformazioni puoi contattarci ai seguenti recapiti
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. Dario Salvetti 333 5454692 Jacopo Renda 338 3607191 Oppure Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. Tel 02 6480488
Gli avvenimenti in Francia ci danno una nuova dimostrazione del carattere dell'epoca che stiamo attraversando, un periodo di accumulo di contraddizioni e di crescente tensione tra le classi. A livello internazionale la crisi del capitalismo si riflette nelle difficoltà della principale potenza imperialista, gli Us . Il continuo aumento delle spese militari e le continue minacce di intervento armato che rivolgono in giro per il mondo sono tutto fuorchè segnali di forza. In Iraq sono impantanati in una guerra che non possono vincere e proprio per questo stanno lavorando attivamente per dividere quel paese in una guerra civile su basi religiose ed etniche. E proprio nel cortile di casa degli Usa, l’America Latina, torna ad affacciarsi la possibilità di un cambiamento in senso socialista della società. In tutto il continente assistiamo all’ascesa della lotta di classe, basti pensare all’insurrezione boliviana della scorsa estate o al processo rivoluzionario in Venezuela dove irrompe il dibattito sul socialismo del XXI secolo. L'Italia non è rimasta certo estranea a un simile contesto, e a maggior ragione non lo sarà nei prossimi anni. Ciò che è successo in Francia può ripetersi su scala persino maggiore nel nostro paese. Le lotte a cui abbiamo assistito fino ad oggi (Melfi, autoferrotranvieri, no-Tav ecc.) si riproporranno in futuro su grande scala. La domanda non è se ci siano o meno le potenzialità per lo scoppio di movimenti di massa nei prossimi anni, ma semmai se i comunisti saranno attrezzati per intervenirvi. O meglio ancora: con quale strategia, con quali tattiche e con quali programmi simili movimenti potranno giungere ad una vittoria?
Ciò che rimane della Disobbedienza, la proposta chiave dell’attuale gruppo dirigente alla scorsa conferenza nazionale, è sotto gli occhi di tutti: il Laboratorio dei Disobbedienti è imploso su se stesso e il movimento disobbediente si è diviso in un arcipelago di fazioni rivali. Proprio per questo non torneremo sulla questione approfonditamente. Sia sufficiente prendere atto dei danni provocati da quella linea. Invece di orientare la nostra organizzazione nei movimenti reali che pure si sono sviluppati in questi anni, la Disobbedienza ci ha portati sul terreno sterile dei gesti simbolici, d’immagine mediatica. Se un simbolo può essere importante, sono le masse a conferirgli forza. E la lotta di massa è stata in fondo alle nostre preoccupazioni. È ridicolo sentire la critica del nostro gruppo dirigente al concetto di “avanguardia rivoluzionaria”, quando proprio la Disobbedienza univa gesti “avanguardisti” nella forma ad un contenuto spesso moderato nella sostanza politica: “espropri” simbolici nei supermercati uniti ad un silenzio vergognoso sulle misere richieste salariali avanzate dai vertici sindacali nei rinnovi contrattuali, silicone alle porte delle agenzie interinali invece di un intervento nelle lotte e nei processi di sindacalizzazione dei precari che si sono sviluppati in aziende come la Tim, l’Atesia o l’Abacus. Tutta la Disobbedienza era intrisa da uno spirito di “sostituzione” dell’azione di massa con quella di sparuti gruppi di militanti, nel nome della visibilità mass-mediatica.
1. L’Unione non ferma la destra
La necessità di battere Berlusconi ha finora rappresentato un’arma a doppio taglio. È stata la molla che ha spinto milioni di persone alle urne e contemporaneamente lo scudo con cui i dirigenti dell’Unione hanno potuto giustificare il proprio moderatismo. In realtà questo moderatismo si è rivelato la causa principale della rimonta berlusconiana. Per cinque anni questi stessi dirigenti si sono guardati bene dall’avanzare la proposta della caduta del governo nel corso delle profonde mobilitazioni che si sono sviluppate. Temendo più lo sviluppo di una lotta di massa che il permanere della destra, hanno permesso più volte al governo Berlusconi di passare la nottata rimandando la sua caduta alle elezioni. Ma proprio su questo terreno Berlusconi ha impostato una campagna elettorale aggressiva, tesa a mobilitare i settori più arretrati della società con elementi di demagogia e populismo, mentre Prodi con la propria moderazione buonista si preoccupava di non spaventare i poteri forti di questo paese. È una grande ironia della sorte che il nostro partito abbia messo da parte durante la campagna elettorale la propria proposta di abolizione dell’Ici sulla prima casa per non spaventare i moderati, mentre Berlusconi vi si aggrappava demagogicamente all’ultima ora per recuperare consensi. È così che la rabbia accumulata nella società ha potuto ritrovare in parte un’espressione a destra.
Nato debole, il governo dell’Unione userà ancora di più questa debolezza come alibi: la necessità di non perdere l’appoggio dei parlamentari più moderati o addirittura di cercare la sponda dei settori centristi della casa della Libertà verrà utilizzata sistematicamente come freno alle aspirazioni delle masse di questo paese. Ma sarà impossibile trattenere all’infinito la richiesta di un reale cambiamento. Tanto più verrà utilizzato questo freno, tanto più i lavoratori inizieranno a considerare l’alleanza col centro liberale una zavorra intollerabile. È facendo leva su simile contraddizione che i comunisti potranno porsi l’obiettivo di rompere la gabbia dell’Unione. Tanto più tarderemo a preparare una rottura da sinistra dell’Unione, tanto più alto sarà il rischio di renderci complici di un pericoloso ritorno della destra: uscito moralmente galvanizzato dalle elezioni Berlusconi potrà dispiegare a pieno la propria demagogia contro il governo dell’Unione. Solo preparando la rottura con Prodi si può sconfiggere quella che è stata definita la “legge del pendolo”.
Da sempre i fascisti arretrano di fronte allo sviluppo di una mobilitazione di massa. La risposta alle loro provocazioni deve essere fatta coinvolgendo la massa dei giovani e dei lavoratori, collegando il ruolo dei fascisti agli attacchi più generali alle condizioni di vita delle classi oppresse. Solo con una campagna che chieda a collettivi studenteschi, sindacati e partiti di sinistra di dar vita ad una mobilitazione di massa in risposta ad ogni aggressione fascista possiamo ricacciare queste carogne nel luogo che gli spetta. Se quindi organizzare lo scontro fisico con i gruppi di fascisti non può essere una risposta alla loro esistenza, nemmeno può essere eluso il problema dell’autodifesa. Anche su questo terreno difendiamo l’esistenza di “servizi d’ordine” legati alle strutture di massa del movimento studentesco e dei lavoratori, eletti nelle assemblee o comunque collegati a collettivi studenteschi e sindacati, che garantiscano l’agibilità politica per le forze della sinistra.
Nei luoghi di lavoro la rabbia viene accumulandosi sospinta da straordinari, aumento dei ritmi di lavoro, infortuni, precarietà e paghe da fame. Quanto possa essere profonda questa rabbia è stato dimostrato da episodi come la lotta degli autoferrotranvieri, Melfi o la recente mobilitazione del contratto dei metalmeccanici. Ma questa situazione cozza con il nostro livello d’intervento nei luoghi di lavoro, dove la presenza organizzata dei Gc rimane pressochè nulla. Tendiamo a rapportarci al movimento operaio attraverso il dialogo con le sue direzioni, ci compiacciamo dell’adesione della direzione Fiom alle iniziative “del movimento” quando il nostro obiettivo dovrebbe essere collegarci alla classe prima di tutto con la presenza dentro e fuori dalle aziende e con l’organizzazione di un’opposizione all’interno del sindacato.
La battaglia contro la crisi industriale richiede innanzitutto forme di lotta adeguate. Non a caso emergono forme di occupazione, sotto il nome di “assemblee permanenti”, come si è visto alla Delphi di Livorno o alla Star di Parma. Di fronte alle chiusure sono queste le uniche forme di lotta che possno garantire la difesa dallo smantellamento delle aziende o dei reparti. Al tempo stesso, anche la lotta più dura richiede un programma adeguato. Di fronte alle chiusure dobbiamo ispirarci all’esempio che viene dal movimento operaio latinoamericano, dove le lotte e il dibattito avanzano attorno ai seguenti assi: occupazione degli stabilimenti, produzione senza padroni, controllo operaio, nazionalizzazioni. È questa una delle lezioni più preziose che ci viene dall’esperienza argentina, brasiliana, venezuelana, boliviana. Solo una prospettiva anticapitalista può dare uno sbocco alla lotta contro la desertificazione industriale e il declino sociale che ne consegue.
Non solo negli ultimi anni non sono scomparse le industrie, ma semmai si sono massificati e proletarizzati settori che fino a vent’anni fa erano predominio della piccola proprietà. Grosse catene di ristorazione, call-center, ipermercati: si tratta di luoghi di lavoro che possono iniziare a sindacalizzarsi in maniera esplosiva, dove la presenza di scarse tradizioni sindacali rende più difficile iniziare un intervento politico ma può permettere di poterlo iniziare direttamente su basi avanzate. I nuovi “voli” teorici dei nostri massimi dirigenti si concentrano ora sulle frontiere della “precarietà intellettuale”. Se questo termine può significare qualcosa, significa semplicemente che anche settori lavorativi un tempo al riparo da attacchi sono oggi eguagliati a qualsiasi altro lavoro. Ma questo lungi dal creare un nuovo “tipo” di contraddizione, comporta al contrario un livellamento di tutti i settori lavorativi: dalla cassiera di un supermercato arrivando al ricercatore universitario, passando dall’impiegato di banca fino all’operaio metalmeccanico. La precarietà riguarda la metà dei neoassunti sotto i 29 anni: nel 2004 sono stati il 46,4% e nel 2005 il 50%. Sul terreno della lotta alla precarietà l’Unione cerca di riportare l’orologio della lotta di classe indietro di dieci anni, al 1996, quando l’introduzione del Pacchetto Treu venne indorata con l’idea della “flessibilità regolamentata”. Già oggi i dirigenti dell’Unione iniziano a distinguere tra “flessibilità” e “precarietà”, creando una divisione fittizia tra un presunto precariato giusto e regolare e quello selvaggio introdotto dalla legge 30. Ma si tratta di meri giochi linguistici.
Sulla base di un queste rivendicazioni possiamo creare o stimolare la crescita di comitati e coordinamenti di lavoratori precari che si propongano di organizzare le vertenze unendo la capacità di organizzare i precari all’indispensabile costruzione di un solido legame con l’insieme dei lavoratori, contro ogni idea “separatista” che sarebbe deleteria. Va inoltre superata la concezione che ha dominato la nostra organizzazione fino ad oggi che affida la lotta al precariato a grosse scadenze annuali, come la May Day Parade, o alla creazione di reti di precari tutte tese a svolgere iniziative d’immagine. Se fino a qualche anno fa l’idea delle grandi “parate” o delle iniziative d’immagine poteva essere giustificata con la necessità di far uscire il precariato dall’invisibilità, questo problema ci pare completamente superato. Non si tratta di affermare l’esistenza della piaga della precarietà. Si tratta di eliminarla. Anche su questo terreno l’unica via è quella di un paziente e sistematico intervento fuori e dentro i luoghi di lavoro.
Se la quota di disoccupati è nel contempo diminuita rispetto alla popolazione complessiva passando dal 16% al 15% è solo per la ripresa in grande stile dell'emigrazione: 107.000 persone hanno dovuto emigrare nel 2004. Sono cifre che si avvicinano a quelle registrate negli anni '50 e '60. Se allora la tragedia di dover emigrare era alleviata dalla possibilità di poter mandare soldi a casa, oggi non si verifica nulla di tutto questo. Anche al nord i salari da fame uniti agli affitti vertiginosi permettono appena di arrivare alla fine del mese. Indebolito dai flussi migratori ma privo delle rimesse di denaro che ne derivano, il reddito meridionale crolla con rapidità maggiore che nel resto del paese. Torna così a porsi la questione meridionale. Torna tuttavia in condizioni nuove e potenzialmente ancora più esplosive. La creazione di poli industriali, come Melfi o Gioia Tauro, non ha alleviato l’arretratezza meridionale ma ha creato in compenso un giovane e combattivo proletariato che può diventare rapidamente un punto di riferimento per tutti i settori oppressi della società. Le lotte di Melfi, Acerra, Scanzano, si sono poste all’avangurdia nelle mobilitazioni di questi anni.
Le recenti mobilitazioni seguite all’assassinio Fortugno in Calabria dimostrano quali siano le possibilità di sviluppo di una lotta di massa contro la mafia. È necessario intervenire in questo processo con un nostro punto di vista indipendente. Mafia, ‘ndrangheta e camorra non sono mai state e a maggior ragione non sono oggi degli elementi esterni al capitalismo o slegati dall’apparato statale. Il capitale di origine mafiosa è assolutamente indistinguibile dal resto dell’economia. Difendiamo la necessità di confiscare tutti i capitali e le aziende legate alla criminalità organizzata. Ma applicata coerentemente simile rivendicazione non significa altro che la confisca, la nazionalizzazione per porli sotto il controllo operaio, dei principali settori dell’economia.
Nello scorso autunno abbiamo assistito ad un accenno di mobilitazioni in scuole ed università. Un accenno tuttavia significativo delle potenzialità e dei limiti del movimento studentesco in Italia. Non sono state mobilitazioni determinate solo ed esclusivamente dagli ultimi affondi della riforma Moratti, ma dallo stato di sfascio in cui si trova l’istruzione pubblica. Non esiste un solo capitolo dell’istruzione che non sia stato peggiorato come risultato di quasi 20 anni di continui attacchi alla scuola pubblica: condizione salariale e contrattuale dei docenti, tempo pieno, ritmi di studio, costi ecc. La selezione di classe che colpisce i settori più svantaggiati della società continua ad operare, avvalendosi di strumenti nuovi. Oltre all’abbandono scolastico, i percorsi professionalizzanti spingono i figli dei ceti meno abbienti a ritagliarsi un percorso di studi che sempre di più si rivela un semplice avviamento al lavoro. All’università aumenta il numero dei laureati, ma solo perché il vero sbarramento viene spostato alla laurea specialistica. Se si riduce il tempo con cui si consegue la laurea triennale, aumenta il periodo necessario per trovare un’occupazione a causa della necessità di continuare con laurea specialistica e vari master. In compenso il numero degli studenti-lavoratori è in costante aumento: tra il 1998 al 2004 aumentano dal 47 al 68% gli studenti costretti a lavorare per mantenersi agli studi. L’Autonomia Scolastica e Universitaria hanno poi aperto completamente la strada alla differenziazione tra scuole e atenei di serie A e di serie B, con l’entrata in grande stile dei privati all’interno dei percorsi formativi.
Depurata dai suoi elementi accessori, d’altra parte, il nucleo della riforma Moratti è difficilmente distinguibile dalle precedenti leggi del centrosinistra. Se l’Unione ha timidamente promesso di rivedere le leggi vergogna del Governo Berlusconi, per quanto riguarda l’università la legge vergogna non è né più né meno che quella lasciata dal centrosinistra nel 2001: la riforma Zecchino. Di fronte a simile scenario dobbiamo lottare contro l’idea che l’Autonomia Scolastica sia un meccanismo riformabile o utilizzabile per i fini del movimento studentesco attraverso un processo di “autoriforma”. Dobbiamo lottare per il ritiro di tutte le controriforme scolastiche approvate dagli anni ’90 in poi, per un raddoppio dei finanziamenti all’istruzione pubblica e per l’abolizione di qualsiasi forma di finanziamento alle scuole private. Oltre a questi punti generali, è necessario articolare la nostra parola d’ordine di una “scuola pubblica democratica, gratuita, di massa e di qualità!” con una serie di rivendicazioni che entrino nello specifico delle problematiche concrete causate dalla controriforma alle condizioni degli studenti. Un programma che parta dalle condizioni materiali degli studenti stessi e che contenga ad esempio richieste come - il tetto di 20 alunni per classe contro il sovraffollamento - la concessione a tutti gli studenti di libri gratuiti in usufrutto - la gratuità dell’iscrizione a scuole e università, dei mezzi di trasporto per gli studenti - un piano di edilizia scolastica per l’ammodernamento di tutti gli istituti e per la costruzione di alloggi universitari, - l’erogazione di borse di studio per tutte le famiglie sotto il reddito medio che ne facessero richiesta - l’apertura pomeridiana degli istituti per ripetizioni gratuite e gestite da docenti pubblici - la retribuzione di qualsiasi stage e tirocinio secondo le norme contrattuali - la lotta all’autoritarismo con l’introduzione dell’eleggibilità e revocabilità della figura del preside ecc.ecc.
Come in natura, anche nella lotta politica, il vuoto non esiste; in mancanza di un’alternativa credibile queste organizzazioni possono attrarre elementi sinceramente combattivi che, in realtà, poco hanno da spartire con le posizioni di chi dirige quelle organizzazioni. E’ compito dei comunisti far emergere queste contraddizioni attraverso un approccio chiaro ma non settario, in particolare su una questione: nessun governo “amico” risolverà i problemi degli studenti, l’unica strada per fare ciò è quella della mobilitazione di massa. L’alternativa che mettiamo in campo non può essere semplicemente la costruzione di collettivi studenteschi (cosa che peraltro sarebbe un passo in avanti rispetto all’attuale nostro livello di intervento), ma si tratta di formarli e collegarli sulla base di un programma dettagliato e radicale (accennato in precedenza) le cui bussole siano il rifiuto di qualsiasi forma di privatizzazione dell’istruzione e la lotta intransigente contro la selezione di classe.
Solo metodi democratici di coordinamento e organizzazione possono coinvolgere nelle decisioni e nella lotta l’intera massa degli studenti, senza che esse siano solamente in mano al “ceto politico”. Questa è una delle differenze fondamentali che ha permesso che in Francia una mobilitazione partita da qualche centinaio di studenti diventasse di massa, si generalizzasse e proseguisse fino alla vittoria, mentre in Italia, dopo una prima breve fiammata, le mobilitazioni, non riuscendo a coinvolgere la massa degli studenti, sono rientrate senza riuscire ad incidere. E’ necessario trarre le corrette lezioni da quest’esperienza, ricominciando a lavorare per far fare un salto di qualità alle prossime mobilitazioni . 8. Contro l’oscurantismo e il proibizionismo!
Anche la questione della casa è in questo momento un probema gravissimo per i giovani proletari. L’impossibilità di un precario ad accedere ad un mutuo scava sempre di più un solco tra ricchi e poveri. La definitiva liberalizzazione degli affitti, risultato di una legge approvata dal precedente Governo di centrosinistra, ne ha fatto lievitare i costi a limiti impensabili. Non solo per uno studente ma anche per un giovane lavoratore, in mancanza degli aiuti familiari, l’affitto di una stanza diventa una via pressochè obbligata. Nel contempo la speculazione mette le mani su un numero crescente di appartamenti sfitti con cui mantenere alto il costo delle case o garantirsi una larga entrata dagli affitti in nero. Siamo per la requisizione, salvo comprovata necessità, di tutti gli appartamenti sfitti, per l’imposizione di affitti calmierati e per la ripresa di piani di edilizia popolare per la concessione a vita di appartamenti con affitti che non superino il 10% delle entrate.
In un contesto di crisi sociale, l’aumento della repressione da parte dello Stato non si riversa solo sulle libertà politiche ma su ogni aspetto generale della vita. Così la recente campagna della destra contro le droghe raggiunge il picco massimo di ipocrisia in una società che ha nel consumo di massa delle droghe legali, come ad esempio gli psicofarmaci, uno dei suoi principali strumenti di controllo. Dobbiamo batterci per la decriminalizzazione del consumo. Allo stesso tempo non accettiamo l’uso strumentale che il gruppo dirigente ha fatto fino ad oggi di questa battaglia. La questione della droga va inserita all’interno dell’attività complessiva di un’organizzazione giovanile rivoluzionaria. Non può diventare la leva con cui trasformare invece la nostra organizzazione in un gruppo giovanilistico.
Esiste nei Giovani comunisti un obiettivo problema di trasparenza e democrazia. Non esiste alcuna discussione su questioni quali autofinanziamento, apparato, ecc. Tutti questi argomenti devono essere posti in un dibattito democratico a partire dal Coordinamento nazionale. Va rotta una prassi negativa che ha visto sistematici rinvii delle conferenze nazionali dei Gc. La vecchia norma statutaria imponeva una conferenza ogni due anni, poi passati a tre con le modifiche allo statuto approvate al congresso di Venezia; siamo, nei fatti, a quattro anni di distanza dalla scorsa conferenza nazionale (luglio 2002)… Proponiamo di tornare alla scadenza biennale, e in ogni caso a una effettivo rispetto delle norme. Lo stesso valga per il coordinamento nazionale, che dovrebbe riunirsi ogni due mesi, a scadenze certe, abbandonando una gestione discrezionale da parte della maggioranza delle scadenze del dibattito. Ad ogni coordinamento nazionale dovrebbero seguire attivi provinciali o di circolo dei Gc che riportino il dibattito, le decisioni, le informazioni.
Le strutture dei Gc devono sviluppare una effettiva vita democratica e una partecipazione militante. I coordinamenti provinciali devono porsi l’obiettivo di riunirsi regolarmente per discutere sia del proprio intervento che di argomenti politici, internazionali, per fare formazione politica. Al tempo stesso riteniamo utile riproporre l’ipotesi di strutturare i Gc anche a livello di circolo, laddove questo sia praticabile ed efficace, con l’obiettivo di allargare la partecipazione a tutti gli iscritti. Proponiamo di avviare un confronto con Liberazione al fine di aprire maggiori spazi per le riflessioni e gli interventi provenienti dai Gc, non solo quelli, peraltro sporadici, dell’Esecutivo nazionale, e di valutare ulteriori possibilità, come ad esempio la pubblicazione, a scadenze regolari, di un inserto legato alle tematiche giovanili che possa anche essere diffuso in maniera militante.
L’opzione del pacifismo assoluto, che in molti casi confina con la pura testimonianza individuale, rende impossibile una lettura coerente e un’azione efficace di fronte ai conflitti in corso (Iraq, Palestina, Aghanistan…) e a quelli che si preparano (Iran, Siria, Libano…). L’aver oscurato e delegittimato i concetti di imperialismo, resistenza, lotta di classe, l’aver ridotto l’intera analisi dei processi internazionali nel “binomio” (del tutto artificiale) guerra-terrorismo ha contribuito grandemente a questa crisi politica. Questo è tanto più vero a fronte di una martellante campagna mediatica trasversale, tesa a presentare, purtroppo con un certo successo, un vero e proprio “mondo alla rovescia”. Così, ad esempio, Israele, che rifiuta da decenni ogni forma di “legalità internazionale”, che costruisce il muro dell’Apartheid, che alla faccia a qualsiasi trattato di “non proliferazione” possiede centinaia di testate atomiche senza accettare di sottoporsi ad alcun controllo, diventa la vittima minacciata di annientamento e non uno Stato armato fino ai denti che nega anche diritti più elementari a un popolo oppresso. In tempi di “esportazione della democrazia” questo esempio si potrebbe moltiplicare milioni di volte. La realtà è che a dispetto di tutte le belle parole, degli appelli alla pace, al dialogo e alla comprensione, il mondo viene sprofondato in una spirale di conflitti senza soluzione, ognuno dei quali porta in sé i germi della guerra successiva. Di fronte a questa situazione, non si può negare il diritto di un popolo oppresso a lottare contro il proprio oppressore anche con l’uso della forza. Né ci si può limitare a “riconoscere” tale diritto in astratto, salvo poi bollare come “terrorismo” ogni manifestazione di resistenza. Questo non significa appoggiare qualsiasi mezzo di lotta, né tantomeno mettere sullo stesso piano forze reazionarie quali Al Qaeda o altre forze fondamentaliste (che peraltro in Iraq costituscono solo una minima parte delle forze che si oppongono all’occupazione) con movimenti di liberazione di ben altra natura. Nella nostra epoca la lotta per la liberazione nazionale assume una prospettiva credibile se si lega a un programma di emancipazione sociale, di lotta contro l’imperialismo, contro il capitalismo e contro quelle classi dominanti locali corrotte e marce che in particolare nel mondo arabo da mezzo secolo strumentalizzano la causa palestinese mentre dietro le quinte si accordano con le potenze imperialiste per mantenere i propri privilegi. La rivendicazione del ritiro delle truppe italiane che partecipano alle missioni di occupazione rimane per noi pienamente valida non solo per l’Iraq, ma anche per quelle missioni targate Onu (Afghanistan e Balcani) che l’Ulivo ha invece a suo tempo sostenuto e che tutt’ora sostiene.
La nostra risposta alla violenza della guerra e alla “silenziosa” violenza quotidiana di questo sistema sociale, si ispira a quegli esempi: una lotta coraggiosa, intransigente per l’affermazione della prospettiva socialista e rivoluzionaria, l’unica che può davvero sradicare dal mondo l’oppressione e con essa la violenza e la guerra. Nonostante la più che decennale campagna ideologica contro il comunismo, i proclami sulla “fine della storia”, il “pensiero unico” e le abiure di tanta parte della sinistra, il nuovo secolo vede riaprirsi la speranza rivoluzionaria. Di fronte a un sistema che sprofonda in contraddizioni sempre più stridenti sul piano sociale, economico, ambientale, abbiamo il risveglio di grandi movimenti di massa e la ricerca di alternative a questa società.
La nostra generazione è la prima dopo mezzo secolo a veder peggiorare le proprie condizioni di vita rispetto alle generazioni precedenti. La necessità di una rottura rivoluzionaria tornerà ad affacciarsi nella testa di migliaia di persone. Un’organizzazione giovanile comunista può avere un futuro solo se si colloca all’interno di questo processo, condividendo l’evoluzione di migliaia di giovani nel nostro paese e proponendo la prospettiva comunista e rivoluzionaria.
|








