Nel turbine della campagna elettorale sembra passato in secondo piano il problema chiave delle elezioni stesse, ossia lo stato comatoso dell’economia italiana. Fa comodo a tutti dimenticarsene. A Berlusconi, perché striderebbe con l’ottimismo fiabesco dei suoi spot, al centro-sinistra perché dovrebbe spiegare come vi porrà rimedio.
Tuttavia, se parlando di programma non si parte da quel tema, si discute essenzialmente di aria fritta. Su FalceMartello abbiamo di recente più volte analizzato le tendenze di fondo dell’economia italiana, qui ci limiteremo a sottolineare alcuni punti, alla luce della più recente evoluzione dell’economia mondiale.
Negli ultimi mesi, la crescita dell’economia internazionale ha cominciato a declinare; questo vale soprattutto per gli Stati Uniti, dove il Pil è salito dell’1,1% nell’ultimo trimestre del 2005, contro il 4,1% del terzo, soprattutto per il rallentamento dei consumi privati. Tale crescita è avvenuta accentuando gli squilibri di fondo più volte evidenziati; in particolare, la posizione debitoria netta statunitense nei confronti del resto del mondo va peggiorando e supera ormai un quarto del Pil. Dal canto suo, l’area dell’euro stenta a crescere, particolarmente nell’ex zona del marco. Infine, in Italia si vede la situazione peggiore. Non si era nemmeno usciti dalla recessione 2004-inizio 2005 che è tornata la crisi. Nel primo semestre del 2005 il Pil italiano ha subito una flessione dello 0,8%, in tutto il 2005 la crescita è stata esattamente zero. Va male l’export, vanno male gli investimenti. È la ricaduta finale di problemi che vengono da lontano. Negli ultimi quattro anni, l’economia è cresciuta in media dello 0,9% l’anno, mentre nel quinquennio precedente la crescita media era stata del 2%. Particolarmente male vanno le esportazioni, tanto che la quota italiana del commercio mondiale, calata dal 4,6% nel 1995 al 3,5% nel 2000, si è ulteriormente ridotta lo scorso anno al 2,9%.
Questo ha condotto a un grave peggioramento della bilancia dei pagamenti: un buco di 10 miliardi nel 2002, saliti a 17, poi 12 nel 2004 e infine 20 miliardi nel 2005, una tendenza che dimostra come il problema non si possa ridurre al prezzo del petrolio.
La crisi della domanda…
La stagnazione deriva, ci spiegano gli economisti, dalla stagnazione della domanda. E in effetti basta analizzare i dati dei consumi delle famiglie, aumentati nell’ultimo quinquennio meno dell’1% annuo, un quarto del decennio precedente. Per i lavoratori italiani la crescita dell’inflazione (23,7% negli ultimi 4 anni secondo l’Eurispes) si unisce all’aumento dei debiti (il credito alle famiglie cresce del 15% annuo), con una riduzione del potere d’acquisto del 15-20% per impiegati e operai. Detto diversamente, la stagnazione della domanda riflette l’enorme ridistribuzione del reddito a favore dei profitti che si è avuta negli ultimi anni. Gran parte delle famiglie è più povera di dieci o vent’anni fa, c’è una parte crescente degli italiani che sta entrando nella vera e propria fascia di sottoproletariato: secondo l’Istat, vivono in condizioni di povertà relativa oltre 7 milioni e mezzo di persone, il 13,2% della popolazione; molti di questi hanno un lavoro. All’altro estremo, per “furbetti del quartierino” e consimili le cose vanno benissimo. Non si spiegherebbe altrimenti la crescita dei consumi cosiddetti vistosi (ville, macchine sportive, motoscafi) e in generale la crescita dei risparmi, che non provengono certo dal lavoro dipendente che anzi si indebita sempre di più.
…e dell’offerta
Se il mercato interno ristagna per via del crollo dei salari, ciò a sua volta è determinato dalla situazione critica del sistema produttivo, sintetizzata dal crollo della competitività delle merci italiane. Nel suo complesso, la perdita di competitività fra il 2000 e il 2004 è stata dell’11%, mentre nel periodo 1996-2000 si era registrato un guadagno del 4% grazie al ciclo di investimenti connesso anche alla svalutazione.
Dato che il consumo interno ristagna e l’export peggiora, la produzione declina. Mentre la produzione industriale europea è aumentata del 4,6% dal 2000, quella italiana è diminuita del 4% (nel 2005 il calo è stato dell’1,8%), mantenendo un basso grado di utilizzo degli impianti, attorno al 75%, particolarmente nei rami in cui maggiore è la quota del fatturato esportato. Da qui il crollo degli investimenti. Nei primi sei mesi del 2005 gli investimenti fissi lordi si sono contratti dell’1,4%, facendo seguito al calo del 3,9% del semestre precedente. La flessione più ampia dell’accumulazione si è avuta nel comparto dei macchinari e delle attrezzature. Si noti che il calo degli investimenti avviene in un contesto di tassi d’interesse reali negativi, che ha comportato un boom del settore delle costruzioni. Nel prossimo periodo l’aumento dei tassi potrebbe peggiorare ulteriormente le cose.
Ovviamente, poiché l’industria non investe, la produttività non aumenta. Sulla base dei calcoli dell’Ocse, il costo del lavoro per unità di prodotto nel settore manifatturiero è aumentato dal 2000 al 2004 del 23% in Italia, del 2% per il Regno Unito ed è sceso dell’11% per gli Stati Uniti. Il problema certo non sono i salari, che invece si mantengono bassi, ma l’aumento della produttività. Nel decennio ’86-’95 in Italia l’aumento medio annuo della produttività è stato del 2%, è calato allo 0,4% nel 1996-2000, e da allora è rimasto negativo. Se negli anni ’90 la produttività cresceva meno di quella dei concorrenti (ad esempio la metà di quella francese), negli ultimi anni la divaricazione è stata drammatica. Questa divergenza è spiegata dalle caratteristiche dell’industria italiana: imprese di ridotte dimensioni, non innovative, che risentono della scarsa dotazione di infrastrutture.
L’Italia è indietro sia nel processo di internazionalizzazione, sia nell’innovazione tecnologica. Il problema non è solo il peso preponderante dei comparti tradizionali. La realtà è che anzi, lo scarto è maggiore nelle industrie a più alto contenuto tecnologico. Le aziende italiane non investono nemmeno per sostituire le macchine che hanno, figurarsi se investono in innovazione. Nel decennio 1994-2004 la spesa per la ricerca in Italia non ha superato l’1% del Pil contro il 3,1% del Giappone, il 2,5% di Stati Uniti e Germania e oltre il 4% dei paesi scandinavi. In Europa, gli unici paesi che depositano meno brevetti dell’Italia sono la Grecia, il Portogallo e la Spagna e la media è doppia di quella italiana. Dal canto suo, lo sbandierato miracolo della crescita dell’occupazione, come noto dovuto alla regolarizzazione dei lavoratori immigrati, è già finito. Nel 2005, si sono persi oltre 100.000 posti di lavoro.
In questa situazione la manovra anticiclica classica sarebbe un aumento della spesa pubblica. Ma non è facile. Da anni, il dissesto delle finanze pubbliche ha costretto tutti i governi italiani a manovre restrittive. Per la gioia degli esperti del centro-sinistra, il buco si è ridotto, ma per una breve stagione. Nonostante il massacro della spesa sociale e l’orgia di privatizzazioni, la stagnazione dell’economia si sta riflettendo anche sui conti pubblici. Il deficit 2005 è stato del 4,1%, il debito pubblico è tornato a crescere per la prima volta dal 1994, riportandosi sul livello del 2002 (il 108% del Pil). Anche gli altri paesi europei non se la passano bene, se consideriamo che la procedura per disavanzo eccessivo è tuttora in corso nei confronti della Francia, della Germania e della Grecia e nel 2005 è stata avviata anche per l’Italia e il Portogallo. L’Italia parte tuttavia da una situazione molto più deteriorata. Non è un caso che il programma dell’Unione non faccia alcun accenno a misure keynesiane, che sarebbero state l’asse portante di un programma socialdemocratico decenni addietro. Difficilmente, dunque, dal settore pubblico potranno arrivare molti aiuti all’economia.
Quali prospettive
Negli ultimi anni la borghesia italiana si è comprata a saldo le migliori aziende pubbliche lucrando enormi profitti su quelli che sono monopoli naturali o di fatto. Sperava davvero che la riserva di caccia fosse sicura e che da lì potesse partire per attaccare i mercati altrui. I recenti casi delle Opa bancarie e della porta sbattuta in faccia all’Enel dalla Francia dimostrano che non è così, che questa strategia ha vita corta. Gli spazi di profitti facili si ridurranno sempre più. Lungi dal cacciare nei territori altrui, i capitalisti italiani vanno perdendo spazi in settori una volta ritenuti inattaccabili.
Ovviamente, la borghesia italiana non potrà subire indefinitamente il declino, e vi opporrà tutto quello che sarà possibile, essenzialmente attaccando salari, diritti, spesa sociale per tirare avanti, come d’altra parte succede da vent’anni. Venderanno nemmeno cara la nostra pelle. La vaghezza fumosa del programma dell’Unione dimostra che una soluzione basata sulle magiche paroline riformismo ed Europa non è nemmeno pensabile. Si apre una inevitabile stagione di conflitto sociale.
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