Si è concluso a Rimini il 4 marzo il 15° congresso della Cgil. La grande parata mediatica, a un mese dalle elezioni, si è chiusa in modo unitario, secondo gli auspici del generale della Cgil, scongiurando le elezioni degli organismi su liste contrapposte che avevano contrassegnato lo scontro nelle scorse settimane in alcuni congressi tra cui quello della Fiom.
Si è concluso il congresso della più importante organizzazione sindacale, ma i problemi dei lavoratori non hanno trovato le adeguate risposte, il documento di Epifani dimostrerà molto velocemente di non rappresentare una prospettiva credibile e una volta passate le elezioni molte delle aspettative create dal vertice sindacale verranno deluse.
Due i terreni principali su cui si è concentrato il segretario generale: i rapporti col probabile governo di centro sinistra e il futuro modello contrattuale.
Epifani ha proposto a Prodi un patto di legislatura. Un nuovo patto fiscale, capace di reperire risorse da destinare agli investimenti, all’istruzione, allo stato sociale. Un patto che si basa sul principio che chi più ha più paga le tasse e che escluda la politica dei due tempi, prima il risanamento poi il resto. Un patto che sposti le risorse dalla rendita speculativa agli investimenti produttivi.
Sul modello contrattuale ha ribadito la centralità del ruolo del contratto nazionale difendendone l’importanza nella difesa dei diritti e del potere d’acquisto per i lavoratori, rilanciando l’idea di proseguire sulla ritrovata unità con Cisl e Uil per presentarsi nei prossimi incontri con Confindustria con una posizione comune sui nuovi assetti contrattuali. Ricordando che in questa nuova fase l’unità tra i sindacati confederali si è già realizzata in molte categorie coi rinnovi dei contratti, uno su tutti l’intesa degli artigiani.
Epifani propone dunque di scambiare un nuovo patto sociale, di fatto una riedizione degli accordi del luglio ‘93, in cambio della promessa di una politica fiscale più equa verso i lavoratori. Invece di rilanciare una seria controffensiva con una campagna per conquistare salari e condizioni di lavoro dignitose continua ostinatamente a perseguire la strada della ricerca di una via concertativa coi padroni, illudendo i lavoratori che esistano ancora margini di trattativa se al governo ci sarà Prodi invece della destra. Ovviamente non una parola su come e perché gli accordi passati si sono dimostrati un vero e proprio fallimento e quale è stato il ruolo nefasto del sindacato nel portarli avanti.
Così mentre sulla legge 30 si è guardato bene dall’utilizzare la parola abrogazione, ribadendo che bisogna cancellare quelle norme che precarizzano il lavoro e indeboliscono la contrattazione collettiva (senza specificare quali visto che fino a prova contraria tutte le norme sulla flessibilità hanno questo scopo), sul fronte della riforma dei contratti nazionali prima dice che non si toccano, poi cita il contratto degli artigiani che è un lampante esempio di destrutturazione del contratto nazionale, negativo al punto che la Fiom si è rifiutata di firmarlo.
Si vuole rilanciare la questione salariale e come proposta si chiede di agire sulle politiche fiscali, senza neanche prendere in considerazione l’idea di intaccare i profitti esorbitanti fatti dalle aziende in questi anni.
Prodi al congresso
Il più entusiasta del nuovo corso della Cgil non poteva che essere il candidato premier del centrosinistra, al quale il congresso ha riservato un’attenzione veramente speciale. Per darne l’idea basta dire che Carla Cantone, della segreteria nazionale della Cgil, l’ha invitato sul palco presentandolo come “l’uomo che ci porterà alla vittoria”.
Prodi ha incassato con entusiasmo il credito che Epifani gli ha offerto con la proposta del patto di legislatura e, complice l’entusiasmo, si è lasciato andare a una riflessione che la dice lunga su quale concetto ha del rapporto tra il futuro governo e il sindacato. Il tutto dovrà ruotare intorno alle fatidiche parole “concertazione” e “senso di responsabilità”. Forse ispirato dall’intervento che lo aveva preceduto, quello del segretario della Fiom Rinaldini, che si era rivolto a Prodi mettendolo in guardia, in modo alquanto preoccupato, del fatto che nelle fabbriche il clima si sta facendo esplosivo a causa dell’aumento dello sfruttamento e dei salari sempre più bassi, Prodi ha fatto appello alla Cgil a comportarsi, pur nella propria autonomia, in modo responsabile nei confronti dell’interesse generale del paese. Che tradotto significa avere un sindacato che faccia da esecutore materiale delle politiche antioperaie che il governo si appresterà a portare avanti.
Congresso unitario?
Epifani puntava a uscire da questo congresso con una Fiom ridimensionata, ma senza arrivare a liste contrapposte come era accaduto in alcuni congressi intermedi, tra cui quello nazionale della stessa Fiom. Va detto che se l’obiettivo di Epifani è in parte riuscito questo lo si deve anche al fatto che il segretario della Fiom ha abdicato nei fatti su tutte le questioni che lo avevano visto polemizzare con la Cgil.
Epifani non gli ha concesso nulla sia nella sua relazione che nel documento finale, e ne ha anche ridimensionato la presenza nell’organismo dirigente. A fronte di un voto nei congressi di base che dava alle tesi alternative di Rinaldini il 15%, nel direttivo è stato concesso uno striminzito 10,5%, mentre Lavoro Società che con la propria tesi alternativa aveva preso poco più del 10% si è vista riconoscere nel direttivo quasi il 15%.
Nonostante Rinaldini in questi ultimi due anni abbia fatto di tutto per riappacificarsi con la segreteria nazionale Cgil, promuovendo con Fim e Uilm una piattaforma per il contratto dei metalmeccanici più arretrata del passato e firmando un contratto nazionale ancora più arretrato, Epifani non solo non gli ha voluto riconoscere il ruolo che il voto degli iscritti, al di là della stessa Fiom, gli avevano dato, ma si è premurato in più occasioni di ricordargli che essere il massimo dirigente di una categoria pur importante non gli dà diritto di criticare l’operato generale di tutta la Cgil.
In un congresso che non ha offerto emozioni e dove gli interventi controcorrente sono stati molto pochi, una nota di dissenso importante si è potuta registrare nella fase finale sul voto del documento conclusivo. Paolo Brini è stato l’unico a intervenire contro il documento finale con una dichiarazione. Cremaschi, che in questi mesi si era speso come principale candidato a ricostruire una vera sinistra sindacale all’interno della Cgil, non è riuscito ad andare più in la della semplice dichiarazione di astensione sul documento finale, aggiugendo che dal suo punto di vista il documento era accettabile e che la sua astensione era motivata dalla relazione dal segretario generale. Il documento finale ha registrato 27 voti contrari e 48 astensioni.
Per una vera opposizione
Il congresso una cosa chiara comunque l’ha dimostrata: il distacco tra i vertici sindacali e la base in questi anni è aumentato. Il fatto che siano dovuti ricorrere a ogni tipo di sotterfugio per annullare ogni voce critica dimostra che l’autorità del gruppo dirigente è significativamente diminuita rispetto alle mobilitazioni di massa del 2002-2003. Temono chiunque possa mettere in discussione il loro controllo. Questo congresso rimarrà solo un episodio all’interno di una serie di avvenimenti che nel futuro vedranno crescere dai luoghi di lavoro conflitti sempre più radicali.
Come sostenitori di questo giornale e promotori dell’Alternativa operaia in Cgil siamo stati fin dall’inizio tra i sostenitori della necessità di una vera alternativa e siamo determinati, anche ora che il congresso è finito, a costruire una vera sinistra nella Cgil.
Il nostro obiettivo è continuare la battaglia per fare in modo che i lavoratori possano riprendere il sindacato nelle proprie mani. La sinistra sindacale di cui c’è urgente bisogno non potrà che nascere dai luoghi di lavoro, dalle prossime lotte, e sarà lì che si metteranno alla prova non solo le posizioni della maggioranza, ma anche quelle di chi in questi mesi ha mostrato l’intenzione di volersi opporre alla deriva concertativa della Cgil.
La battaglia che ci proponiamo di portare avanti ha questa prospettiva: radunare le forze migliori per preparare questa alternativa. Nonostante le mille trappole, il dibattito soffocato e il trasformismo che ha dilagato in quella che era la vecchia “sinistra” della Cgil, siamo riusciti a far progredire le nostre posizioni. La nostra voce potrà ora farsi sentire in organismi importanti quali i direttivi delle camere del lavoro di Milano, Bologna e Modena, nel direttivo regionale della Cgil Lombardia, nel direttivo nazionale della Fisac, oltre che nel comitato centrale della Fiom, e in numerosi organismi dirigenti di categoria a livello provinciale e regionale. Si tratta di ulteriori strumenti che metteremo al servizio di un sistematico lavoro di costruzione dell’alternativa nei luoghi di lavoro e nelle Rsu.
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