Congresso Cgil

Ripartire dalle fabbriche per costruire l’alternativa

di Paolo Grassi
(Coordinatore nazionale Alternativa Operaia in Cgil)


Con il direttivo nazionale del 5 settembre si sono conclusi i lavori di preparazione del XV congresso della Cgil. Il congresso inizierà con le assemblee nei luoghi di lavoro a metà ottobre e si concluderà con l’assise nazionale all’inizio di marzo. Per la prima volta dal XII congresso del 1991, ci sarà un solo documento presentato dal segretario generale Epifani, “Riprogettare il paese”, composto da 10 tesi, alle quali il segretario della Fiom Rinaldini, che condivide l’impianto generale, contrapporrà solo due tesi alternative sui temi della contrattazione e della democrazia.

Il congresso cade in un contesto economico e sociale estremamente grave per i lavoratori sia in Italia che a livello internazionale. Da decenni assistiamo a un continuo peggioramento delle condizioni di vita, bassi salari e aumento continuo della precarietà, demolizione dei diritti nei luoghi di lavoro. L’Unione europea ha recentemente approvato una direttiva che prevede l’annualizzazione dell’orario di lavoro con la quale potranno obbligare i lavoratori a lavorare fino a 65 ore alla settimana. Una ancora peggiore è attualmente in discussione, la famigerata direttiva Bolkenstein, che tra le altre cose permette ad un’impresa di assumere i lavoratori in un paese dove i diritti sono più arretrati e trasferirli in un altro stato dell’Unione, mantenendo leggi, contratti e norme di sicurezza del paese d’origine.

C’è una continua pressione nelle aziende per aumentare i ritmi e accettare peggioramenti delle condizioni di lavoro, con la conseguente crescita vertiginosa di infortuni, malattie professionali, stress e disagio mentale. Come se non bastasse a questi peggioramenti va sommata l’erosione, anno dopo anno, di conquiste sociali fondamentali come sanità, pensioni e istruzione pubblica. Oltre 600mila posti di lavoro sono a rischio, oltre 200mila lavoratori sono in cassa integrazione.

Il documento di Epifani

Quali sono le risposte di Epifani di fronte a questo contesto? Ripulito dalle tante frasi di circostanza sulla guerra, sul terrorismo, la costituzione, l’oppressione che subiscono le lavoratrici e gli immigrati, sfoltito delle tante denunce ormai ampiamente
risapute dei tanti danni fatti dal governo Berlusconi ai lavoratori, nel suo documento rimangono ben poche risposte precise su come condurre le prossime
battaglie.

Oggi davanti al fallimento della concertazione la Cgil invece di rilanciare una seria controffensiva con una campagna per conquistare salari e condizioni di lavoro dignitose, continua ostinatamente a perseguire la strada della ricerca di una via concertativa coi padroni, illudendosi, e soprattutto cercando di illudere i lavoratori, che esistono ancora margini di trattativa coi padroni, magari quando a Palazzo Chigi ci sarà Prodi al posto di Berlusconi.

Le proposte per rilanciare la difesa del potere d’acquisto dei salari, la battaglia contro la legge 30 e la precarizzazione, la difesa delle pensioni, tanto per citare alcuni punti, non solo vanno nella direzione opposta a quelli che sono i reali bisogni dei lavoratori, ma si contraddicono anche con quello che la Cgil fa tutti i giorni a livello locale e nazionale.

Si vuole rilanciare la questione salariale e come proposta si chiede di agire sul fisco e sulle tariffe, senza neanche prendere in considerazione l’idea di intaccare i profitti esorbitanti fatti dalle aziende in questi anni.

Si denunciano gli effetti nefasti della legge 30 sulla precarizzazione e si accenna alla sua abrogazione in modo ambiguo senza però spendere una parola su come e perché varie categorie della Cgil hanno firmato accordi che ne prevedono l’utilizzo sia in alcuni contratti nazionali che a livello locale; né sugli effetti disastrosi del pacchetto Treu introdotto dal centrosinistra con il sostegno della stessa Cgil nel 1997.

Mentre il documento ribadisce l’importanza della difesa delle pensioni pubbliche, dall’altra parte la Cgil sta trattando con Governo, padroni, Cisl e Uil per la riforma del Tfr, per convogliare le liquidazioni dei lavoratori nei fondi pensione privati. Si difende dunque a parole la pensione pubblica ma non ci credono neanche gli stessi dirigenti del sindacato che sono responsabili quanto governo e padroni delle tante controriforme passate in questi anni a partire dalla controriforma Dini.

Ovviamente non viene mai citata nessuna delle importanti e numerose lotte a cui abbiamo assistito in questi ultimi anni: evidentemente nell’Italia “progettata” da Epifani non c’è molto posto per le rivendicazioni degli autoferrotranvieri, degli operai di Melfi o dei lavoratori Alitalia, tanto per citare solo alcune delle lotte che hanno messo in discussione la linea concertativa del vertice sindacale.

Quello che vuole il segretario della Cgil e tutto il vertice del sindacato non è un congresso di svolta ma un congresso farsa in cui ottenere un mandato generico per poter fare quello che vuole.

Intanto i padroni preparano nuovi attacchi, vogliono aumenti salariali minimi nei contratti nazionali, addirittura inferiori all’inflazione programmata, costringendo i lavoratori a guadagnarsi il resto nelle singole aziende dove le cose vanno bene e nuove leggi antisciopero più restrittive, perché a loro dire “le imprese non possono permettersi di contrattare in fabbrica orari e condizioni di lavoro quando il mercato chiama.” (Bombassei vicepresidente di Confindustria al Corriere della sera il 12 luglio 2005).

Tracollo della sinistra sindacale

Può sembrare paradossale che davanti a uno scenario di questo tipo e proprio quando il movimento dei lavoratori dà importanti segni di ripresa, quella che per decenni era stata considerata la sinistra della Cgil, rientri nei ranghi della maggioranza. Artefice dell’accordo con Epifani è stato il leader di “Cambiare rotta”, Giampaolo Patta, che tenta poi di salvare la faccia con una tesi alternativa sulla “democrazia sindacale”: bel coraggio per uno che ha contrattato in anticipo, prima ancora che un solo congresso di fabbrica si sia pronunciato col voto, una “quota” del 20% nei futuri organismi dirigenti, a prescindere dall’esito del congresso!

Dall’altra parte, le tesi del segretario della Fiom Rinaldini nella sostanza non mettono in discussione la linea che Epifani ha deciso di portare avanti e pur contenendo alcune proposte sicuramente più avanzate rimangono vaghe e insufficienti.

Le proposte principali sono aumenti salariali slegati dall’inflazione, riduzione d’orario a 35 ore contro l’annualizzazione dell’orario di lavoro, abolizione di tutta la legge 30, e referendum tra i lavoratori su piattaforme e accordi; ma quando si passa dalle definizioni alle rivendicazioni concrete e i metodi con cui ottenerle, anche le tesi alternative si mostrano lacunose e imbevute di illusioni nella concertazione. Ne è prova la piattaforma partorita dalla Fiom con Fim e Uilm per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici. La differenza tra Epifani e Rinaldini sta nel fatto che il segretario Cgil è disposto a ripartire con la concertazione come se in questi dieci anni non fosse successo nulla, Rinaldini invece pur vedendo nella concertazione l’unico strumento possibile cerca di dargli una pennellata di sinistra per renderla più digeribile ai lavoratori e ai delegati sindacali.

Quella parte della vecchia sinistra interna che ha rifiutato la capitolazione di Patta e compagnia, riunita nella “rete 28 aprile”, ha tentato di aprire un percorso verso un documento alternativo. Abbiamo tuttavia toccato con mano, partecipando a questa campagna, come una parte dei dirigenti non ci credesse fin dal principio, mentre chi ha fatto mostra di volerci provare (in primo luogo Cremaschi) non ha certo trasmesso il coraggio e la determinazione necessari per una battaglia che poteva avere successo solo con una massiccia mobilitazione di lavoratori e delegati, considerato che quasi tutto l’apparato si stava gettando fra le braccia di Epifani.

Il documento di Epifani dimostrerà molto velocemente di non rappresentare una prospettiva credibile per i lavoratori. L’esperienza di questi anni ci ha dimostrato che una sinistra sindacale vera non può essere tale se a promuoverla è un apparato burocratico slegato dalle reali necessità della classe. Solo attraverso un coinvolgimento diretto dei lavoratori e dei delegati tramite l’esperienza concreta e le lotte che nel prossimo futuro saremo costretti ad affrontare si creeranno le condizioni per una vera sinistra in Cgil.

Presentare le tesi di Rinaldini nei luoghi di lavoro è l’unico canale che ci resta per poter discutere e confrontarci con quei lavoratori che rappresentano la base fondamentale per la costruzione della futura opposizione nel sindacato. Si tratta di un canale insufficiente, un documento alternativo avrebbe permesso tutt’altra battaglia, ma lo useremo consapevoli come siamo che questo congresso è solo un episodio all’interno di un processo più generale che vedrà emergere dal basso posizioni sempre più radicali indipendentemente dalle mille manovre che verranno messe in campo dalla burocrazia.

Il ruolo dell’Alternativa operaia in Cgil, che si è formata il 18 giugno a Bologna, è proprio quello di favorire queste spinte, per un nuovo protagonismo militante che sia in grado di riportare il sindacato sotto il controllo dei lavoratori.

 


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