Il protagonismo operaio 
nella rivoluzione venezuelana

di Alessandro Riatti

A distanza di un anno dalla vittoria di Chavez nel referendum, emerge sempre più chiaramente nel paese la spinta al cambiamento della classe operaia che diventa il fattore chiave del processo rivoluzionario in Venezuela.

Sul nostro giornale avevamo già riportato la lotta degli operai della Venepal, una delle più grosse fabbriche di carta del Venezuela, che dopo una lunga occupazione fu infine nazionalizzata sotto controllo operaio dal governo di Chavez. Un altro passo in avanti nel percorso di emancipazione dei lavoratori è stata la recente nazionalizzazione della Cnv, la più grossa azienda di valvole del paese, che produce fra l’altro per gli stabilimenti della Pdvsa, il colosso statale del petrolio venezuelano.

Al corteo del Primo Maggio a Caracas, l’argomento più dibattuto nel corso della manifestazione è stata la questione della “Cogestione” delle fabbriche, cioè una forma di amministrazione comune nelle aziende fra i manager ed i lavoratori. Nonostante la sua formulazione confusa il fatto che si discuta questa proposta dimostra come gli operai stanno seriamente pensando di inserire forme di controllo operaio per contrastare il potere della borghesia venezuelana.

La compagnia elettrica statale Cadafe e l’impresa pubblica Alcasa, la più grande fabbrica di alluminio del paese, sono le prime realtà che stanno facendo partire concretamente la cogestione.

È evidente che queste esperienze sono ancora una minoranza rispetto a quella che è la totalità delle aziende venezuelane e che la forma di cogestione esprime ancora delle illusioni pericolose di poter conciliare, attraverso una gestione paritaria delle aziende, gli interessi contrapposti fra i padroni e i proletari. Tuttavia non ci sfugge l’importanza che ha in primo luogo il fatto che questa discussione, che nella sostanza vuole indebolire il potere della borghesia nella produzione, è oggi patrimonio di migliaia di lavoratori che si pongono concretamente il problema della cogestione, del controllo operaio e in alcuni casi (Venepal e Cnv) addirittura dell’esproprio.

Va inoltre sottolineato che in un contesto di ascesa rivoluzionaria, anche proposte confuse e parzialmente pericolose come la cogestione, possono avere comunque un effetto positivo, perché i lavoratori potranno verificare coi loro occhi che i padroni mai accetteranno di concedere reali poteri decisionali agli operai e che quindi sarà necessario un approfondimento della lotta per decidere chi comanda effettivamente in fabbrica. Il controllo operaio potrebbe essere il passo successivo, lo sbocco naturale delle prime forme di cogestione.

Tale controllo consisterebbe in primo luogo nell’elezione di un comitato che controlli quotidianamente i ritmi e le condizioni di sicurezza sul posto di lavoro; l’apertura dei libri contabili ai fini del controllo sugli investimenti e sul pagamento dei salari; infine una vigilanza politica sul padrone o sui manager che non deve poter utilizzare la fabbrica per fini controrivoluzionari, come invece è avvenuto durante il golpe del 2002 e poi con la successiva serrata contro Chavez.

La borghesia lavora

per la rivincita

Comunque sia la borghesia è tremendamente preoccupata per queste prime esperienze che aprono davanti ai suoi occhi lo spettro della democrazia operaia in Venezuela, ed è per questo che il padronato non rinuncia a contrastare violentemente il processo rivoluzionario, con ogni mezzo possibile, a partire dal sabotaggio economico. Nell’ultimo periodo i capitalisti venezuelani non stanno utilizzando appieno gli impianti e contemporaneamente stanno limitando gli investimenti nell’economia del paese.

Gli imprenditori venezuelani, legati mani e piedi agli imperialisti americani, non rinunciano alla loro campagna controrivoluzionaria contro il governo bolivariano. Recentemente Condooleza Rice ha lanciato un attacco feroce a Chavez, dicendo che il governo di Caracas rappresenta una “forza negativa nella regione”. Washington sta pensando ad una ripresa in grande stile della campagna contro il governo venezuelano. Nonostante la debolezza attuale dell’ opposizione reazionaria venezuelana, il movimento operaio internazionale non può stare tranquillo fino al giorno in cui l’opposizione non verrà definitivamente sconfitta. Chavez nell’ultimo periodo ha cercato di rompere l’isolamento che gli americani cercano di costruire attorno al Venezuela. Dall’intesa sempre più stretta con Cuba, agli accordi tattici con Lula e Kirchner, in funzione antiamericana, il presidente venezuelano si rende conto che la guerra politica con gli Stati Uniti è in atto e che sarà difficile ricucire un rapporto anche solo di parziale tregua.

Basta prestare attenzione alle ultime sue dichiarazioni per capire come lo scontro con l’imperialismo sarà lungo e senza esclusione di colpi. Nel discorso pronunciato in occasione della nazionalizzazione della Venepal, Chavez ha detto: “a Washington sono nervosi perché noi vogliamo liberarci del capitalismo…il capitalismo vuole annullare i lavoratori mentre qui invece compiamo un percorso di liberazione dei lavoratori, ed ancora una volta ecco perché a Washington non sono d’accordo… in Venezuela noi siamo in guerra, una guerra che non invade territori altrui o intacca sovranità di alcuno, qui siamo in guerra contro la miseria.”

Anche le ultime dichiarazioni a favore del socialismo di Chavez, che ha fatto autocritica sul fatto che fosse possibile cercare una terza via tra capitalismo e socialismo, devono aver fatto venire dei brutti incubi ai gangster dell’entourage di Bush.

Il problema

del burocratismo

Ma sulla via del socialismo l’ostacolo non è solo rappresentato dai tentativi golpisti della borghesia, dal momento che il pericolo della burocrazia all’interno dello stato venezuelano è altrettanto pericoloso. Lo stato venezuelano è ancora un’istituzione borghese, anche se la borghesia non possiede il controllo totale della sua macchina statale. Non solo all’interno dei ministeri, nell’esercito e nella polizia si annidano ancora migliaia di controrivoluzionari (si parla concretamente di un piano della Cia per infiltrare i palazzi del potere). Ma anche fra chi si dichiara apertamente difensore della rivoluzione bolivariana vi sono parecchi uomini corrotti o che semplicemente vogliono difendere i loro privilegi e le loro carriere. È il caso pure di qualche ministro, specie quelli legati all’economia e alle risorse energetiche, che vogliono arrivare ad un accordo coi privati e con gli Usa. È il caso dei manager della Pdvsa, che stanno cercando, in combutta con gli americani, di formare una nuova tecnocrazia per sabotare la leva fondamentale dell’economia venezuelana. Il petrolio rimane la risorsa fondamentale per le casse dello Stato, perciò si capisce perfettamente come la partita che si gioca per il controllo della suddetta azienda petrolifera statale, sia fondamentale per la vittoria dell’uno o dell’altro schieramento. Ed è per questo che il movimento operaio deve porsi come compito urgente e prioritario l’introduzione del controllo operaio sulla Pdvsa, recuperando le tradizioni del 2002: quando cioè durante la serrata padronale che voleva rovesciare Chavez, gli operai presero in mano la produzione in alcuni stabilimenti del colosso petrolifero, dimostrando nei fatti di essere perfettamente in grado di far funzionare un’azienda di dimensioni enormi e con un livello di tecnologia elevatissimo e all’avanguardia.

Per la “rivoluzione

dentro la rivoluzione”!

Come si lega la necessità di togliere dalle mani dei borghesi le leve del potere economico con la necessità di combattere la burocrazia e il carrierismo nello Stato venezuelano? Abbiamo salutato con entusiasmo le recenti nazionalizzazioni, così come i primi tentativi di imporre forme di controllo operaio in alcune aziende venezuelane. Appoggiamo pienamente questo processo, ma al contempo diciamo che i lavoratori devono percorrere ancora importanti passi per raggiungere la loro piena emancipazione. Il controllo operaio è una misura di transizione verso la nazionalizzazione dell’economia. Non possono esistere singole fabbriche nazionalizzate o cogestite in un contesto generale che vede il permanere di rapporti di produzione capitalisti. Se queste esperienze non vogliono essere schiacciate dal ritorno dell’offensiva padronale devono allora essere prese da esempio dalla totalità della classe lavoratrice, che le deve considerare come un modello da seguire. Allora affinché si sviluppi effettivamente un movimento che porti all’esproprio finale della borghesia è necessaria una strutturazione dei comitati di fabbrica, degli organismi consiliari e delle assemblee popolari che stanno fiorendo e che si svilupperanno in futuro nel paese.

Abbiamo riconosciuto le evoluzioni positive dell’operato di Chavez. Ma sarebbe un errore mantenere un atteggiamento passivo aspettando fiduciosi i provvedimenti del presidente. L’esperienza del golpe del 2002 insegna che senza l’iniziativa attiva delle masse i golpisti avrebbero potuto rovesciare il governo. La classe operaia sta capendo che deve avere un ruolo da protagonista negli avvenimenti politici del paese. Ed è in primo luogo da questo protagonismo operaio che si sta formando una corrente marxista all’interno della sinistra del movimento politico e sindacale: un processo politico che dovrà concludersi con l’affermarsi del carattere socialista della rivoluzione.

 


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