ST Microeletronics

Prepariamo la difesa del posto di lavoro

di Davide Lissoni, Nicola Ala (Rsu Fiom-Cgil ST Microeletronics Agrate)

AGRATE BRIANZA (MI) - Il 16 maggio a New York la ST Microletronics (STM) ha comunicato agli analisti di Borsa che dopo anni di utili significativi il primo trimestre del 2005 si è chiuso con un saldo negativo di 31 milioni di dollari.

STM ha voluto assicurare che la situazione è sotto controllo: è già stata elaborata la ricetta per riportare gli utili in attivo. La soluzione non poteva essere che tagliare 3mila posti di lavoro entro la metà del 2006, e non importa se a pagarne il prezzo saranno 3mila famiglie che dall’oggi al domani non avranno più un salario con cui sostenersi.

STM è una delle aziende più importanti a livello internazionale, conta stabilimenti in tutto il mondo (49.500 dipendenti), è inserita in uno dei settori più floridi, quello dei semiconduttori (settore in continua espansione), con alle spalle tra i principali proprietari lo Stato francese e italiano. Ha macinato per anni profitti da capogiro grazie a salari da fame in Asia e turni massacranti nei paesi occidentali. A prima vista quindi un’azienda in cui molti lavoratori speravano di poter lavorare senza l’incubo di ristrutturazioni e licenziamenti.

Di questi 3mila esuberi, 1.200 saranno in Italia. 1.000 nella provincia milanese, 200 a Catania. Un attacco pesante quindi che richiede contromisure adeguate che non possono essere quelle di rivendicare più investimenti o contributi a fondo perduto dallo Stato per superare il difficile momento. Gli esempi di come queste soluzioni non abbiano condotto a nulla sono note. In Francia lo Stato ha concesso a STM contributi per “sviluppare” la microelettronica, ma solo dopo aver visto chiudere lo stabilimento di Rennes lasciando a casa 600 lavoratori.

Come lavoratori STM si pone quindi il problema del da farsi. In primo luogo il sindacato, e in particolare la Fiom-Cgil non deve accettare nè oggi, nè nei prossimi mesi un tavolo di trattativa che abbia come oggetto la discussione di quanti esuberi rendere effettivi. Sarebbe un grave errore accettare questo terreno di trattativa e poi dichiarare vittoria se al posto di 1.200 lavoratori ne sono stati espulsi “solo” qualche centinaio. Ogni posto di lavoro va difeso, compresi gli interinali e quelli a tempo determinato.

Bene ha fatto il sindacato a partire immediatamente con una serie di mobilitazioni appena saputo della decisione di STM. Uno sciopero europeo, e poi a seguire quello dei metalmeccanici del 10 giugno che ovviamente in STM, ma più in generale nell’industria metalmeccanica brianzola, ha assunto il carattere di protesta in difesa dei posti di lavoro (nella Brianza si stimano circa 11mila posti di lavoro in pericolo). Ottima è stata la risposta dei lavoratori STM, dopo molti scioperi convocati in passato con adesioni che non superavano il 30%, il 10 giugno si è superato l’80%.

A dimostrazione che la disponibilità a fare sul serio da parte dei lavoratori c’è.

Ma questi scioperi sono stati importanti per cominciare a carburare e verificare l’attenzione dei lavoratori al problema ma una volta appurato che la risposta c’è la strategia di lotta doveva fare un salto qualitativo. Non è stata questa la via intrapresa.

Per questo la giornata di protesta battezzata action-day del 23 giugno è risultata alla maggioranza dei lavoratori non degna di attenzione. Anche le assemblee non retribuite ad Agrate sono state poco partecipate. A che serve convocare iniziative di questo tipo senza aver chiarito gli scopi della mobilitazione e il percorso che si propone? Molti lavoratori se da un lato sono disponibili a mobilitarsi, dall’altro vogliono avere certezze che la lotta sia seria e non si sprechino ore in scioperi che non incidono affatto.

La sensazione generale è che non ci sia da parte sindacale un piano per opporsi agli esuberi e che ci si mobiliti con la speranza che l’azienda riduca i numeri e che un po’ di lavoratori escano volontariamente. La ricerca del male minore non fa che preparare la strada a nuovi peggioramenti.

Solo con una lotta decisa ed efficace potremo contrastare questo attacco. Per fare ciò è necessario che i lavoratori abbiano la possibilità di discutere e decidere su ogni aspetto della vertenza. Questo coinvolgimento va ricercato, non con convocazioni dall’alto. Lavoratori e delegati devono decidere nelle assemblee quale mobilitazioni adottare per rendere gli scioperi il più efficaci possibile. Scioperi che non devono rimanere circoscritti ai singoli stabilimenti. Come non devono rimanere separati dal problema della crisi più generale.

È necessario porsi l’obbiettivo di coordinare le aziende in crisi, l’unità di tutti i lavoratori ci offre le risorse necessarie per poter sconfiggere la linea padronale. La loro forza consiste nel tenerci divisi e passivi. Con un programma avanzato, che torni a parlare di riprenderci il profitto fatto sulla nostra pelle, per ridurre l’orario di lavoro e ridistribuire il lavoro che c’è tra i vari stabilimenti, questa volta possiamo vincere noi.

 


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