In 30mila a Lamezia Terme 
contro la mafia e per lo sviluppo

di Giampiero Palermo

Il corteo del 21 maggio si è fermato a più riprese davanti una scuola elementare di Lamezia, per ascoltare bambini di 6 o 7 anni che chiedevano, ad alta voce, di poter crescere “liberi”. Ognuno di noi, in quell’istante, si è potuto rendere conto di quale livello di putrefazione abbia raggiunto il sistema capitalistico in Calabria.

Poco più di un mese fa, mentre in tutta la penisola scendevano in piazza centinaia di migliaia di uomini e donne per ricordare la liberazione dal fascismo, a Nardodipace (VV), il più povero paese d’Italia, un attentato mafioso inceneriva una piccola fabbrica dolciaria, aperta da un mese e diretta da una cooperativa di giovani. Le immagini delle donne lavoratrici che nelle interviste gridavano la loro rabbia contro l’oppressione mafiosa ha fatto il giro del paese. Una di loro dichiarava al giornalista: “altro che liberazione, la nostra libertà è tutta da conquistare. Noi non ci arrendiamo”.

Negli ultimi 15 anni la ‘ndrangheta calabrese è stata capace di trasformarsi da organizzazione dedita ai sequestri di persona a principale intermediario europeo dei grandi cartelli del narcotraffico colombiano. Secondo i dati forniti dalla Dia (Direzione Investigativa Antimafia, nel solo 2003, gli introiti che la ‘ndrangheta ha ottenuto con lo “smistamento” della droga sono stati simili alla finanziaria varata nello stesso anno (oltre 5 miliardi di euro).

Le organizzazioni criminali hanno perfezionato la loro capacità di immettere nel mercato il denaro sporco; fiumi di soldi arrivano dal traffico delle armi, dei rifiuti, dagli appalti pubblici e privati. Di quei “montanari dell’Aspromonte”, dediti ai rapimenti, è rimasto un lontano ricordo!

Possiamo affermare che nella società meridionale è presente una vera e propria “borghesia mafiosa”. I boss non sono più al soldo dei signorotti locali, come accadeva nel secolo scorso, sono diventati i prepotenti padroni del territorio e di grandi fette dell’economia.

Il sistema politico è spesse volte lo specchio di tale situazione e nelle istituzioni troviamo rappresentanti diretti degli interessi mafiosi. Proprio in questi giorni, per appropriazione indebita di 200 milioni di euro dalle casse regionali, hanno ricevuto un avviso di garanzia il presidente uscente della regione Calabria ed un ex assessore. I rappresentanti politici del “centro”, con i loro continui trasformismi, sono sicuramente i migliori interpreti di un agire politico che mira ad ingabbiare le aspirazioni di cambiamento delle masse calabresi, riproducendo le vecchie logiche clientelari e di collusione.

Per queste ragioni il corteo del 21 maggio acquista per tutti noi un significato particolare, che va ben al di là di una semplice dimostrazione di piazza. È il grido sdegnato di un popolo che non ne può più di vivere nel sottosviluppo, con salari da fame, lavoro nero, disoccupazione dilagante. Ogni persona presente a Lamezia era cosciente che le condizioni di arretratezza rendono sempre più forti le organizzazioni criminali, che il “cancro” della mafia, invece di essere estirpato, si riproduce a ritmi vertiginosi nella crescente povertà.

Noi condividiamo questo sentimento, ma allo stesso tempo siamo coscienti che per combattere la mafia, organico strumento del capitalismo, bisogna trasformare radicalmente la società. Anche noi, come la giovane operaia di Nardodipace, non ci arrendiamo e pensiamo che la lotta per il socialismo sia l’unica alternativa alla barbarie attuale.

 


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