La crisi del capitalismo italiano tiene ormai banco sulle pagine dei giornali. I dati delle varie istituzioni economiche, dall’Ocse alla Banca d’Italia, confermano quello che già sappiamo dalla nostra esperienza quotidiana: il capitalismo italiano affonda come un sasso.
Il prodotto interno lordo (Pil) è in calo da due trimestri. Secondo il governo nel 2005 doveva crescere dell’1,2 per cento; secondo l’Ocse calerà dello 0,6. La crisi è particolarmente evidente nell’industria. Secondo l’inglese Economist sarebbe necessario tagliare almeno 500mila posti di lavoro manifatturieri (il 10 per cento del totale) per ridare competitività. Tra il 2000 e il 2004 la produzione industriale è calata del 3,8 per cento.
L’Italia è sempre stata un’economia di trasformazione, fortemente legata ai mercati esteri e alla necessità di esportare. È quindi particolarmente significativo il fatto che la quota italiana sul mercato mondiale che nel 1995 (spinta dalle svalutazioni della lira) era arrivata al 4,6 per cento, sia scesa al 2,9 per cento nel 2004. Contemporaneamente la bilancia commerciale è tornata in passivo (-1,5 miliardi di euro nel 2004).
Il significato di queste cifre è chiaro: l’industria italiana è stata spazzata via dai mercati esteri e ora viene minata anche su quello interno.
Il contesto internazionale
Una breve parentesi va aperta sul contesto di questa crisi. Su scala mondiale il ciclo economico è ascendente. Il 2004 è stato un anno di crescita complessiva del prodotto mondiale e anche del commercio internazionale (+10% circa), trainati in particolare dalla crescita in Usa e in Cina. La crisi italiana pertanto non è semplicemente una normale crisi ciclica, ma la manifestazione di una organica decadenza, di una sconfitta del capitalismo italiano che viene scalzato dalle sue posizioni nei mercati mondiali. Per questo non si è manifestato il cosiddetto “aggancio” alla ripresa internazionale che era al centro dei calcoli di Berlusconi, Tremonti e compagnia quando nel 2001 la destra vinse le elezioni.
D’altra parte non dobbiamo dimenticare che seppure nel mondo è in atto una ripresa ciclica, questa non sta in alcun modo risolvendo e neppure attenuando le contraddizioni di fondo che attraversano l’economia mondiale. Gli squilibri accumulati nell’economia americana, la debolezza intrinseca del dollaro, l’apertura di numerosi fronti di scontro commerciale e diplomatico (Usa contro Ue sull’Airbus, Usa e Europa contro la Cina sul tessile, Cina contro Giappone, ecc.), sono tutte manifestazioni di una malattia profonda che attraversa il capitalismo su scala mondiale e che non è riconducibile al “normale” ciclo economico capitalista.
In altre parole, dobbiamo considerare la crisi che colpisce alcune economie europee e l’Italia in modo particolare come una prima manifestazione di una più generale crisi organica di questo sistema economico. È facile capire che quando il ciclo si invertirà su scala mondiale (e questo può avvenire anche in tempi relativamente brevi), le contraddizioni sopraccennate diventeranno esplosive; in un contesto di recessione internazionale le reti di salvataggio che mantengono a galla l’economia italiana potrebbero anche non bastare. Tracolli che in passato sono stati confinati a paesi più periferici come Messico, Thailandia, Argentina potrebbero manifestarsi anche in un vero e proprio “anello debole” quale è oggi il capitalismo italiano.
Smentiti i miti della propaganda
La crisi italiana mette a nudo i miti e le falsità della propaganda degli scorsi anni (non solo della destra, ma anche del centrosinistra). Primo fra tutti, il mito dell’euro che, si diceva, avrebbe messo l’economia italiana al riparo dagli scossoni dell’economia mondiale. La realtà si è incaricata di smentire questa favola, e oggi anche il CorrierEconomia (16 maggio) scopre che l’Italia all’interno dell’euro rischia di essere strangolata “un po’ come successe al Mezzogiorno dopo l’unità monetaria nazionale”. In passato l’industria italiana difendeva i suoi prodotti attraverso le ripetute svalutazioni della lira che servivano a rilanciare le esportazioni e proteggevano il mercato interno (ovviamente a spese dei consumatori e dei redditi fissi che venivano erosi dall’inflazione). Oggi però la lira non c’è più e la svalutazione non è praticabile. L’abc dell’economia spiega che nel capitalismo se un’economia più arretrata viene aperta alla penetrazione di economie più avanzate, subirà una inevitabile desertificazione produttiva. Gli esempi sono innumerevoli, basta guardarsi attorno o aprire un libro di storia: il Mezzogiorno d’Italia dopo l’unificazione; le economie del terzo mondo che sono state “dollarizzate” (Argentina, Ecuador) e in generale tutti i paesi che in questi anni sono stati sottoposti alle “aperture” decise dal Wto.
Il secondo mito che crolla è quello del “piccolo è bello”, dei “distretti industriali”, che sarebbero stati la spina dorsale e la forza trainante del nuovo miracolo italiano. Oggi si scopre (che sorpresa…) che la grande industria è al tracollo, a partire dalla Fiat, e che le piccole imprese non hanno capitali per fare ricerca, investire, tenere il mercato nei settori ad alta tecnologia, ecc.
Secondo un rapporto di Mediobanca, nel 2003 “l’Italia è sparita dalla hit parade dei primi 12 supercolossi industriali perché la Fiat è scivolata dall’undicesimo al diciottesimo posto (al 27esimo se si considerano anche telecomunicazioni e servizi)”. Fra le più grandi 280 imprese mondiali considerate dalla ricerca, le italiane sono scese da 15 a 12. Ancora: “Il peso delle nostre multinazionali industriali sul Pil è pari all’11%. La media Ue è più che doppia: 25,3%” (Corriere della sera, 27 aprile).
Ora si fa un gran parlare del calo di produttività, cercando di puntare il dito contro i salari “eccessivi” dei lavoratori italiani. Ma le cifre dicono che i primi responsabili sono i padroni, i quali non hanno investito se non per delocalizzare le fabbriche. Secondo Fazio, in Italia i privati destinano all’attività di ricerca e sviluppo lo 0,5% del pil contro l’1,7% della Germania e l’1,4% della Francia. Sono invece 870mila i posti di lavoro spostati all’estero, di quali circa un terzo in Europa orientale e in Asia.
Del resto basta guardarsi attorno per capire quale piega stia prendendo il padronato italiano. Il principale quotidiano italiano è nel mirino di un palazzinaro; la Pirelli si è trasformata in una gigantesca agenzia immobiliare; la famigerata battuta di Tremonti che proponeva di vendere tutte le spiagge italiane per rilanciare l’economia non era poi così eccentrica agli occhi di una classe dominante sempre più dominata da logiche speculative e di breve termine.
La crisi della finanza pubblica
Alla fine del 2004 il debito pubblico ammontava al 106,6 per cento del Pil. Secondo l’Ocse, in assenza di interventi il deficit annuo dello stato sarà pari al 4,4 per cento del Pil (ben oltre la soglia del 3 fissata dal patto di stabilità) e addirittura del 5,1 per cento nel 2006. In altre parole, manovre correttive e vere e proprie stangate saranno inevitabili. È importante capire che a questa situazione si arriva dopo oltre un decennio di tentativi da parte di tutti i governi che si sono susseguiti, di “risanare” la finanza pubblica. In circa un decennio, lo Stato ha rimoborsato 1.090 miliardi di euro in interessi sul debito pubblico. Si tratta di una cifra enorme, attorno al 90 per cento del pil attuale: un gigantesco travaso di risorse verso la rendita finanziaria. Ora per giunta il deficit sta risalendo, e così farà il debito complessivo. Nei prossimi anni verranno meno gli effetti dei vari provvedimenti una tantum (privatizzazioni e dismissioni del patrimonio pubblico, condoni, ecc.) e, come se non bastasse, si manifesta su scala internazionale una tendenza al rialzo dei tassi d’interesse, che non può che peggiorare la posizione italiana.
Oggi tutti fanno gli scongiuri, dicendo che con la moneta unica il tracollo di uno stato membro dell’euro è impossibile, ma sono solo parole. In condizioni di crisi profonda, soprattutto in un contesto di recessione internazionale, il debito pubblico italiano potrebbe essere di oggetto forti speculazioni esattamente come in altre epoche lo era la lira. L’Italia rappresenta il 27,4 per cento del totale del debito pubblico dell’area dell’euro, una percentuale cospicua che in condizioni estreme potrebbe destabilizzare la stessa moneta unica. D’altra parte, i veri padroni dell’euro e della Bce, cioè Francia e Germania, non sono certo disposti a pagare il prezzo delle debolezze italiane. L’euro e il patto di stabilità sono stati creati per costringere l’Italia a disciplinarsi alle regole dettate da questi suoi partners e non certo per trasmettere all’insieme dell’economia europea i malanni del capitalismo italiano.
Pertanto, seppure questa non sia una prospettiva di breve termine, l’ipotesi di un tracollo simile se non peggiore a quello che nel 1991-92 portò la lira a uscire dallo Sme (sistema monetario europeo) e a svalutarsi di oltre il 30 per cento, non può essere affatto esclusa. L’alternativa per l’economia italiana sotto il capitalismo è la scelta fra due strade verso il disastro. Una è quella che propone il centrosinistra e in generale il fronte favorevole all’Europa: gestire il declino sotto la tutela della Banca centrale europea e di Bruxelles: ancora tagli, sacrifici, privatizzazioni e liberalizzazioni, come non si stanca di ripetere Prodi ogni giorno che il buon dio manda in terra. Sull’altro fronte, quello che propone di rompere con l’euro, oggi si schiera apertamente solo la Lega, ma in futuro questa diventerà inevitabilmente la parola d’ordine di tutta destra “sociale” e populista, non solo nel nord. Neppure questa sarebbe una soluzione, un’uscita dall’euro sarebbe paragonabile al default argentino del 2001 che nel giro di una settimana rovinò milioni di persone; inoltre il debito pubblico esploderebbe trasformando in carta straccia i titoli emessi dallo Stato italiano.
Quale alternativa?
Tutti questi fattori ci devono portare a conclusioni drastiche riguardo le prospettive per i prossimi anni e soprattutto sulle risposte che necessariamente il movimento operaio dovrà mettere in campo per non venire massacrato dalla crisi. Questo scenario infatti implica una prospettiva di scontro frontale con il padronato in un termine di tempo assai prossimo.
L’industria italiana è letteralmente macinata dalla concorrenza. Il padronato italiano non ha la forza per scaricare all’esterno le proprie contraddizioni, a spese dei propri concorrenti; saranno pertanto costretti a “risolvere” i propri problemi all’interno, dichiarando guerra ai lavoratori. Seppure è difficile fare un calcolo esatto, possiamo con una certa approssimazione valutare che il loro obiettivo sarà quello di ridurre il tenore di vita complessivo di circa il 25-30 per cento al di sotto dei livelli attuali, per tentare di recuperare la competitività persa in questi anni nei confronti dei propri principali concorrenti. Non si parla quindi di misure marginali, ma di un’offensiva su vasta scala; e non a caso si parla di un nuovo patto sociale paragonabile ai famigerati accordi di luglio (1992-93) che nel giro di pochi mesi privarono la classe operaia italiana di diritti storici quali la scala mobile, avviarono lo smantellamento delle pensioni di anzianità, ingabbiarono i contratti nazionali di lavoro nella concertazione, prepararono la strada all’esplosione del precariato, ecc.
La nostra risposta deve essere all’altezza della crisi. La posizione ufficiale del Prc parla di alzare salari e pensioni e di un nuovo intervento pubblico nell’economia. Sono, va detto con chiarezza, solo sogni. Questo keynesismo fuori tempo massimo non ha la possibilità di essere sostenuto dal capitalismo italiano, considerata la situazione delle finanze pubbliche; chi finanzierebbe una politica espansiva oggi in Italia, con una finanza pubblica al dissesto? Si ripete spesso da parte della maggioranza del Prc che basterebbe colpire la rendita per trovare le risorse necessarie. Ora, indubbiamente la rendita finanziaria e immobiliare in questi anni si è enormemente accresciuta. Il “piccolo” problema è che la rendita non è artificialmente separabile dal profitto; se, per esempio, si decidesse di tassare significativamente i grandi patrimoni o le rendite di chi investe in borsa o sui titoli non per questo ci sarebbe uno spostamento di risorse verso gli investimenti produttivi. Al contrario, i capitali non farebbero altro che prendere il volo, esattamente come prendono il volo gli investimenti produttivi, alla ricerca di una maggiore rimunerazione. Se per esempio lo Stato decidesse semplicemente di portare la tassazione dei Bot allo stesso livello dei conti correnti (cioè dal 12,5 a circa il 27 per cento), la conseguenza immediata sarebbe che per invogliare i detentori dei titoli a non venderli, dovrebbe immediatamente innalzare i rendimenti; in altre parole, quanto entrerebbe dalla porta sotto forma di tasse uscirebbe dalla finestra sotto forma di interessi da pagare.
L’idea di colpire la rendita è ovviamente sacrosanta; è invece ridicola la speranza che si possa farlo senza suscitare uno scontro a tutto campo con l’insieme della borghesia, la quale non distingue affatto tra “rendita parassitaria” e “investimenti produttivi”, ma vede (giustamente, dal suo punto di vista), solo diverse strade verso un unico fine: il massimo profitto.
Riguardo alle speranze riposte nell’Europa (ribattezzate da Bertinotti col nome di “europeismo di sinistra”) è davvero poco credibile che i paesi forti dell’Ue, Francia e Germania, pensino a spendere le loro risorse per risollevare il capitalismo italiano.
Per gli stessi motivi non è affatto sufficiente parlare di alzare i salari, come pure è evidentemente necessario. Il motivo lo ha spiegato chiaramente Montezemolo all’assemblea della Confindustra: se i sindacati non moderano le richieste salariali “esorbitanti”, ha detto, chiuderemo una fabbrica dopo l’altra e invece dei salari più alti avrete la disoccupazione dilagante.
La realtà è che da una crisi come quella attuale si può uscire solo se la lotta per una politica economica alternativa si proietta oltre le compatibilità capitaliste. Altrimenti la via d’uscita, al di là di tutte le belle parole, sarà l’unica che il capitalismo conosce, e cioè quella di tentare di ricostituire un saggio di profitto adeguto per i padroni attraverso un attacco brutale ai salari e in generale alle condizioni di vita dei lavoratori.
Andrea Ricci su Liberazione (25 maggio) ci dice giustamente che si tratta di “cambiare classi dirigenti e cambiare politiche”. Ma cosa vuol dire cambiare classi dirigenti? Se vogliamo prendere sul serio questa affermazione, ci pare che possa significare solo una cosa: i lavoratori devono prendere in mano quello che la borghesia sta lasciando andare in rovina. O forse cambiare classe dirigente significa sostituire Berlusconi con Prodi? Non c’è via d’uscita se non si comincia a dire che:
1) Misure drastiche di controllo dei lavoratori (e anche degli utenti, per esempio nel caso delle aziende che forniscono servizi universali quali acqua, energia, trasporti, telecomunicazioni, ecc.) devono essere applicate in tutte quelle aziende che minacciano chiusure, delocalizzazioni, fuga di profitti, di macchinari e di tecnologie. Tali misure devono comprendere punti quali: apertura dei libri contabili, controllo su assunzioni e licenziamenti, forme di controllo sulla produzione, sulla commercializzazione, sugli investimenti, sull’orario di lavoro, ecc.
2) Laddove questo non sia sufficiente, il controllo operaio deve portare all’esproprio vero e proprio delle aziende, senza indennizzo se non verso i piccoli azionisti. Di fronte a crisi come quella della Fiat, o a delocalizzazioni che lasciano il deserto produttivo, espropriare l’azienda prima che venga ridotta a una scatola vuota è una misura difensiva indispensabile per potere costruire qualsiasi proposta alternativa sul piano industriale. Lo stesso vale per quei settori industriali strategici che sono stati fatti a pezzi con le privatizzazioni per essere poi chiusi o svenduti ai privati.
3) La crisi della finanza pubblica e la camicia di forza costituita dai vincoli di Maastricht imporranno inevitabilmente misure drastiche anche sul piano della finanza pubblica. Nei prossimi anni ci verrà presentato un conto assai salato per l’ennesimo “risanamento” delle finanze statali. L’unica alternativa è non riconoscere i diritti della grande rendita capitalista che negli ultimi dieci anni ha incassato 1.090 miliardi di euro spremuti dalle nostre tasche, con la svendita del patrimonio pubblico e con l’attacco ai servizi sociali. Un governo di sinistra, che voglia fare una politica autenticamente alternativa dovrà necessariamente rompere con queste compatibilità, rendendo nominativo il possesso dei titoli di stato e prospettando anche l’eventualità di non ripagare una parte del debito in mano alle grandi istituzioni finanziarie, tutelando ovviamente il risparmio delle famiglie.
4) Per una politica economica alternativa sarà indispensabile riprendere in mano leve decisive di controllo finanziario che oggi sono in mano alla Banca centrale europea e alle altre istituzioni dell’Unione europea. Come già detto, di per sé la rottura con l’euro non risolverebbe alcuno dei problemi di fondo del capitalismo italiano. Il problema non è scegliere fra integrazione o protezionismo su basi capitaliste. Il cuore del problema è la lotta per il controllo sull’economia; in questo quadro, è chiaro che un governo che voglia realmente difendere gli interessi dei lavoratori e dei settori popolari si troverebbe inevitabilmente in un conflitto frontale con le istituzioni finanziarie europee, dovrebbe disconoscere il patto di stabilità e rifiutare l’applicazione delle varie normative europee che impongono flessibilità, privatizzazioni, ecc. Se questo significhi anche rompere con l’euro, (ammesso che questo non si rompa prima sotto il peso delle contraddizioni di cui abbiamo parlato), saranno solo gli avvenimenti a dirlo, ma certo non può essere escluso a priori come invece fa tutta la sinistra riformista, schiava della religione europeista, mentre la sinistra che si definisce alternativa, a paritire dalla maggioranza del Prc, su questo mantiene un imbarazzato quanto assordante silenzio.
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