Congresso DS

Verso il partito riformista?

di Roberto Sarti

Il congresso dei Democratici di Sinistra che si è svolto a Roma all’inizio di febbraio ha visto prevalere la mozione del segretario Piero Fassino e di Massimo D’Alema, con quasi l’80 per cento dei voti. La sinistra del partito esce invece indebolita dal voto congressuale. La mozione Mussi e quella di Salvi raccolgono insieme meno del venti per cento, mentre rimane poco più del due per cento per la mozione “ecologista” della Bandoli.

Da più parti si suggerisce che questo potrebbe essere l’ultimo congresso dei Democratici di Sinistra, prima di confluire nel “soggetto unico dei riformisti” con Prodi, Rutelli, Boselli e compagnia. Lo scivolamento progressivo verso destra dei Ds sembra proseguire, inesorabile. Questa eventualità deve sicuramente essere presa in considerazione, ma allo stesso tempo crediamo che per un’analisi seria del risultato congressuale sia necessario comprendere come si è arrivati ad esso e in che contesto i Ds si troveranno ad operare nel prossimo periodo.

La fine del “correntone”

Il partito nato dallo scioglimento del Pci è stato attraversato negli ultimi tre anni da sconvolgimenti di grande portata. I movimenti di massa e particolarmente il movimento contro il governo Berlusconi a difesa dell’articolo 18 avevano favorito l’ascesa di Sergio Cofferati, che, per un intero periodo, pareva disporre delle carte in regola non solo per sfidare Fassino alla carica di segretario del partito, ma anche aspirare alla leadership dell’intera coalizione di centrosinistra. Le aspettative nei confronti dell’ex segretario della Cgil erano enormi. Tanti lavoratori vedevano in lui un argine, seppur parziale, allo spostamento a destra della direzione dei Ds, spostamento a cui la direzione del Prc non era in grado di offrire un’alternativa credibile a sinistra.

Il capitale politico accumulato è stato però sprecato da Cofferati in maniera incredibilmente rapida, quando si è rifiutato di ingaggiare una battaglia seria all’interno dei Ds e si è opposto al referendum sull’articolo 18, trovandosi isolato anche rispetto alla grande maggioranza della direzione Cgil.

Queste scelte di Cofferati, culminate nella candidatura a sindaco di Bologna, hanno spiazzato completamente la sinistra interna del partito. Il cosiddetto “correntone”, forte del 33% ottenuto al congresso di Pesaro, si è rapidamente sgretolato, presentandosi diviso a questo congresso. Progressivamente è stato abbandonato prima da Bassolino, poi da Walter Veltroni ed infine dall’attuale segretario della Cgil Epifani.

Perché la sinistra dei Ds ha perso tutti questi consensi? Il problema è solo in parte dovuto alle scelte personali ed è soprattutto legato alle prospettive politiche di quest’area. Cofferati, ma anche Mussi o Salvi, guardano a una prospettiva socialdemocratica “classica”, con un maggior ruolo dello stato nell’economia di tipico stampo keynesiano e il recupero di un legame più stretto del partito con il sindacato e le masse lavoratrici, anche perché sottoposto alle pressioni delle masse stesse. Quest’ottica riformista oggi, però, non trova più spazio di fronte alla crisi del capitalismo e all’attacco del padronato.

Potrebbe sembrare paradossale, ma proprio il declino di Berlusconi ha ulteriormente acuito le difficoltà dell’ex correntone.

Voglia di governo

L’affermazione così ampia della mozione di Fassino si spiega infatti nel desiderio, molto forte fra le masse, di cacciare Berlusconi. Dopo le grandi lotte del 2002-2003, gran parte del popolo di sinistra vede come sia possibile un’affermazione del centrosinistra. Tutti gli slogan congressuali della maggioranza Ds sono rivolti in questo senso: non a caso la mozione si intitola “Per vincere”.

Davanti alla prospettiva governativa diversi burocrati preferiscono tenersi ben strette le loro poltrone, con la speranza di accedere alla famigerata stanza dei bottoni, piuttosto che ingaggiare battaglie di minoranza.

Quale linea alternativa propongono invece le mozioni di sinistra? Mussi già nel titolo della sua mozione spiega che vuole “una sinistra forte, Una grande alleanza democratica.” Anche Salvi non mette affatto in discussione l’alleanza con Prodi, anzi per la mozione “a sinistra per il socialismo” i Ds devono “riaffermare al congresso la propria identità di forza riformista a partire dai contenuti”. La differenza riguarda la costruzione del “soggetto riformista”, che vede le minoranze contrarie. In questo frangente è troppo poco per fermare il progetto di D’Alema e Fassino che assicurano solennemente che il Partito non si scioglierà e che l’intero progetto è funzionale a portare la sinistra a governare il paese.

La strada verso lo scioglimento dei Ds non è però per nulla in discesa. Sono almeno dieci anni che intellettuali più o meno liberal, giornalisti prezzolati e pezzi della classe dominante di questo paese cercano di traghettare la maggioranza dell’ex Pci verso i lidi di un partito democratico all’americana. Non ci sono riusciti perché una mutazione “genetica” di questo genere non si può effettuare sotto la campana di vetro dei laboratori della politica, ma riguarda i rapporti di forza fra le classi e lo scontro fra di esse. Nonostante tutti gli evidenti spostamenti a destra, i Democratici di Sinistra rimangono ancora il partito a cui fanno riferimento milioni di lavoratori e la grande maggioranza dell’apparato del più grande sindacato, la Cgil.

La costruzione del “soggetto unico riformista” si scontrerà con gli eventi tempestosi dei prossimi anni. Sia che vinca o che perda le elezioni, la direzione dei Ds sarà sottoposta alla pressione delle classi lavoratrici. Una sconfitta elettorale porrebbe fine irrimediabilmente alla coalizione. Ma anche una vittoria metterebbe a dura prova il programma utopico della maggioranza Ds. Quando D’Alema nel suo discorso al congresso si pone l’obiettivo “di guidare un new deal italiano, di rivolgerci alle grandi forze produttive del paese, di promuovere la collaborazione, un patto tra impresa lavoro e cultura”, non fa altro che riproporre quel “patto fra produttori” che è sempre stato uno dei sogni dei riformisti di tutte le epoche. Il declino del sistema capitalista italiano colora il sogno con tratti da vero e proprio incubo, quando leggiamo nel contributo dei Democratici di Sinistra al programma di coalizione che “l’Italia ha bisogno di maggiore concorrenza, di un mercato più libero dai vincoli e dagli impedimenti che ancora lo angustiano”, mentre allo stesso tempo bisognerebbe “garantire a tutti la prospettiva di una stabilizzazione del lavoro a tempo indeterminato”.

Il prossimo governo Prodi farà subito comprendere come una maggiore concorrenza sia incompatibile con la tutela dei diritti nei posti di lavoro e come la logica del mercato si scontri con la difesa dello stato sociale. Il progetto riformista crollerà come un castello di carta. Lo scontento si riverserà sulle strutture legate al movimento operaio, con divisioni che si apriranno in tutti i partiti della coalizione.

Oggi non siamo in un clima di pace sociale come nel 1996, bensì di intensificazione delle lotte. Se i comunisti mantenessero oggi una posizione di chiara indipendenza di classe potrebbero organizzare facilmente domani la rabbia che esploderà di fronte alle controriforme del governo dell’Unione. Le illusioni della maggioranza del Prc verso le sorti progressive della futura alleanza di centrosinistra rendono più arduo questo compito. Proprio per questo l’impegno dei compagni che come noi vogliono sostenere un programma rivoluzionario nel Prc e nel sindacato è ancora più importante.


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