La morte di Yasser Arafat ha coinciso, non a caso, con la ripresa dell’offensiva diplomatica dell’imperialismo in medio oriente. Il vertice di Sharm el Sheik è stato lo sfondo ideale per intervenire nella crisi della direzione palestinese, con l’abituale leggerezza da elefanti in una cristalleria.
L’attuale strategia dell’imperialismo s’impernia su due cardini fondamentali:
(a) Appoggio sostanziale a qualsiasi rivendicazione israeliana purché possa essere inscritta formalmente nel percorso stabilito dalla “Road map”, che dovrebbe portare, secondo proclami ormai putrescenti, alla creazione in cinque anni di uno stato palestinese a fianco di quello israeliano; poco importa che il piano di Sharon per il disimpegno da Gaza sia in realtà un piano per l’annessione di una buona parte della Cisgiordania (da notare che mentre tutti parlano di pace, la costruzione del muro di Sharon procede inesorabilmente stritolando interi villaggi palestinesi).
(b) Sponsorizzare il consolidamento ai massimi vertici dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) di una cricca disponibile a tradire definitivamente la causa palestinese in cambio di qualche briciola. Questo sulla base della parola d’ordine della “democratizzazione” dell’Anp e della “lotta al terrorismo”.
Il tutto per giungere alla formazione di uno stato fantoccio, dipendente economicamente e militarmente dall’assistenza dell’imperialismo, che assicuri di mantenere sottomesse la popolazione palestinese e garantisca al capitalismo israeliano una riserva di mano d’opera a buon mercato, provvedendo alla repressione di qualsiasi tentativo di ribellione da parte delle masse palestinesi.
Chiunque fra i dirigenti palestinesi sia disposto ad entrare in questa logica si candiderebbe automaticamente ad essere carnefice del proprio popolo.
Scontro aperto in Fatah per la successione
La morte di Arafat ha esposto impietosamente la debolezza politica della direzione dell’Olp, gettandola nella confusione e modificando equilibri a lungo consolidati tra le varie fazioni della resistenza palestinese.
Di tali equilibri Arafat era allo stesso tempo chiave di volta e garante. La sua scomparsa ha scatenato una vera e propria lotta per la successione, senza esclusione di colpi, in particolare all’interno di Fatah, il partito da lui stesso fondato.
Nessuno tra gli attuali dirigenti dell’Olp ha sufficiente autorità per affermare la propria supremazia sulle diverse fazioni e per contrastare la crescente influenza di Hamas e in misura minore della Jihad islamica, particolarmente nella striscia di Gaza. La possibilità di raggiungere un punto d’accordo durevole è quasi inesistente, considerata la crescente pressione dell’imperialismo angloamericano sull’Anp, la disastrosa situazione economica e sociale in cui versa la maggioranza della popolazione e la continua ingerenza delle truppe d’occupazione israeliane.
Il quadro della crisi della direzione palestinese è complesso e soggetto a continui rovesciamenti di fronte. Da un lato emerge un settore, raccolto intorno al neoeletto presidente dell’Olp Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e al primo ministro dell’Anp Ahmed Qureia (Abu Ala). Essi si atteggiano a partner affidabili per l’imperialismo ed hanno ricevuto in cambio un’aperta investitura da Bush e soci, che vorrebbero Abbas o Qureia ai massimi vertici dell’Anp. Questo settore è ampiamente rappresentato nelle alte sfere, ma l’appoggio di cui gode tra la popolazione è scarso.
Per colpire i propri avversari hanno imbracciato demagogicamente una campagna “moralizzatrice” per la rimozione di alcuni esponenti della “vecchia guardia”, una serie di dirigenti locali legati ad Arafat e da lui stesso imposti alle strutture locali di Fatah e dell’Anp.
Una prima reazione è stato il recente attentato alla vita dello stesso Abbas e di Mohamed Dahlan (ex responsabile dei servizi di sicurezza dell’Anp a Gaza, da anni finanziato e sponsorizzato dal servizio segreto britannico), nel quale hanno perso la vita due agenti della loro scorta, organizzato e personalmente condotto dal segretario di Gaza di Fatah, Ahmed Helles, vicino al generale Musa Arafat, contestatissimo capo dell’intelligence militare nonché nipote di Yasser. Secondo quanto riporta Michele Giorgio su Il Manifesto, Dahlan ha sapientemente costruito un sistema di tangenti sull’import-export da e per Gaza che varrebbe milioni di dollari per finanziare la sua scalata (contro Helles) di Fatah a Gaza. Questo gli permette addirittura di stipendiare i suoi sostenitori.
Gli attentatori hanno rivendicato il senso politico della loro azione: “Avvisiamo i pretendenti all’eredità di Arafat, non importa se essi siano o no dei veterani, perché non pensino di poter fermare l’intifada e tradire la memoria di Arafat”.
Dall’altra parte della barricata, Abu Ali Shaheen, deputato palestinese e membro del consiglio rivoluzionario di Fatah, ha commentato la sparatoria sul Guardian: “Arafat ha paracadutato a livello locale personaggi come Helles. Non venivano dal lavoro di base. Non erano combattenti. A nessuno piacciono. Si è deciso di rimpiazzarli… Siamo in una nuova era ed alcuni che temono di essere esclusi dalla spartizione della torta volevano mandare un messaggio per ricordare che ci sono anche loro. In passato ricevevano soldi e protezione da Arafat. Ora non più.”
Mentre è in corso questo scontro, emerge con forza la figura di Marwan Barghouti, leader dei Tanzim (l’organizzazione giovanile di Fatah) e dirigente di Fatah e dell’intifada in Cisgiordania, incarcerato nelle galere israeliane gravato da cinque condanne all’ergastolo.
Barghouti è senza ombra di dubbio in questo momento la figura più popolare di Fatah tra le masse palestinesi (un recente sondaggio lo vede, con il 51% dei consensi, sopravanzare di gran lunga Abu Mazen e Abu Ala); in questi giorni ha avanzato la propria candidatura alle elezioni presidenziali che dovrebbero tenersi entro fine gennaio.
Alcuni tra i più intelligenti strateghi dell’imperialismo si sono resi conto che Barghouti potrebbe forse essere l’unico in grado di far accettare ai palestinesi nuove rinunce, per questo stanno avanzando la proposta di liberarlo per permettergli di partecipare alle elezioni, con il desiderio segreto di trasformarlo in una sorta di “Mandela” palestinese, ma nel caso egli accettasse di seguire questa linea è facile prevedere che perderebbe in poco tempo ogni appoggio.
Hamas
Nonostante l’assassinio per mano israeliana dei due massimi dirigenti di Hamas (lo sceicco Yassin e il Dr. Rantisi) la scorsa primavera, da mesi era evidente uno spostamento di Hamas su posizioni più moderate.
Hamas nel medio periodo è destinata a capitalizzare la sua opposizione agli accordi di Oslo e Madrid e la forza della sua rete di opere di assistenza sociale cresciuta in questi anni soprattutto a Gaza a fronte della totale inefficienza dell’Anp.
Suo obiettivo è soppiantare Fatah a Gaza come forza egemone. Per raggiungere questo obiettivo Hamas si è dichiarata disponibile a partecipare ad eventuali elezioni generali (ma non a quelle presidenziali). La nuova tattica viene confermata da Ismail Haniya, leader di Hamas a Gaza: “Non permetteremo alcun caos o divisione. La cosa migliore sarebbe formulare una direzione nazionale unitaria per dirigere il popolo palestinese mentre si preparano elezioni a cui tutti i palestinesi possano prendere parte”. Paradossalmente questo cambiamento è dovuto alla prospettiva dell’attuazione del piano di ritiro unilaterale da Gaza del nemico Sharon. Hamas vuole entrare nella trattativa che determinerà l’assetto del potere in previsione del ritiro israeliano. Un ingresso di Hamas in un governo palestinese a Gaza dopo il ritiro israeliano è sostenuto anche dal governo egiziano, con il quale Hamas ha sottoscritto un patto alcuni mesi fa.
Bilancio fallimentare degli accordi di Oslo
La stella di Arafat ha continuato a brillare nella mente e nei cuori di una buona parte del suo popolo, nonostante i frutti velenosi delle sue politiche sbagliate gravino interamente sulle spalle delle masse palestinesi.
Il bilancio degli ultimi dieci anni è amaro per la grande maggioranza. L’Anp è poco più di un semi-stato fondato su basi clientelari che riesce a reggersi esclusivamente per concessione israeliana. Su basi capitaliste, la classe dominante israeliana non è disposta a permettere l’esistenza di uno stato palestinese se non in condizioni di completa dipendenza. Le condizioni di vita sono precipitate verticalmente negli ultimi anni fino a divenire intollerabili, soprattutto a Gaza. L’esplosione della nuova intifada quattro anni fa aveva rivelato al mondo il fallimento degli accordi di Oslo che avevano dato vita all’Anp.
La politica di Arafat nell’ultimo decennio ha oscillato tra un’aperta collaborazione con l’occupante israeliano contro il suo stesso popolo e svolte repentine, per riconquistarne il consenso, grazie alla speciale abilità di Arafat nel saper interpretare i sentimenti più profondi delle masse.
In ossequio al loro leader, per oltre dieci anni, le masse palestinesi hanno tollerato l’insultante corruzione della cupola dirigente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), ma ciò non sarebbe stato possibile se non per il carattere peculiare della personalità di Arafat, indifferente ai fasti e al lusso che si rimprovera al dorato esilio parigino della moglie Suha o di cui si circondava la sua corte, la cosiddetta “vecchia guardia” dello Stato Maggiore dell’Olp, i dirigenti rientrati con lui dall’esilio per insediarsi nei posti chiave dell’Anp.
Scomparso Arafat, la popolazione palestinese sarà sempre meno incline ad accordare un assegno in bianco nelle mani di qualsivoglia direzione; compito dei marxisti sarà sostenere quanti cercheranno di recuperare le migliori tradizioni di lotta di massa della prima intifada.
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