In cinque anni e mezzo il progetto bolivariano incarnato dal presidente Chavez si è presentato ben otto volte davanti agli elettori. Ebbene, lo scorso 15 agosto - come ha dovuto riconoscere lo stesso Carter, l’expresidente Usa che “controllava” che il voto fosse democratico - un 59% (circa 6milioni di elettori) hanno votato a favore di Chavez, mentre un 41% votava contro.
Il No alle dimissioni del presidente ha vinto in 22 dei 24 stati del Venezuela. Il corpo elettorale è aumentato di 3 milioni di persone rispetto alle ultime votazioni. Finora nessun governante venezuelano aveva ottenuto un numero di consensi così alto.
Anche se il cosiddetto Coordinamento Democratico (che aveva voluto il Referendum“revocatorio” per costringere Chavez a dimettersi alla metà del suo mandato) ha denunciato subito “una gigantesca frode” promettendo prove schiaccianti per dimostrarlo, oggi a 15 giorni dal voto è evidente che le “prove” non ci sono e perfino il governo Usa e il Vaticano (malgrado si siano mobilitati contro Chavez in tutti questi anni) sono costretti ad ammettere che egli ha vinto il referendum.
Si può non essere d’accordo con Hugo Chavez, ma sicuramente non lo si può considerare un autoritario, come anche recentemente hanno fatto esponenti dei Ds e dei Verdi. A dicembre si compiranno i sei anni del suo governo e l’appoggio di cui gode nella popolazione non solo non è calato ma è raddoppiato in termini di voti assoluti.
I mezzi di comunicazione italiani e internazionali con poche eccezioni, hanno trattato la questione con un misto di ironia, sarcasmo e pressappochismo proponendo un insieme di luoghi comuni e vere e proprie bugie (regime autoritario, attacchi alla libertà di espressione, populismo) e prendendo spesso come oro colato le trionfalistiche dichiarazioni dell’opposizione al governo bolivariano. Dopo i risultati gli articoli di approfondimento non ci sono stati e in pochi giorni è tornato il silenzio informativo.
La notte del 15 agosto nel suo primo discorso dopo le elezioni Chavez ha parlato con grande moderazione e ha fatto ripetuti appelli alla riconciliazione e all’ “unità nazionale”. Ha criticato il “neo liberalismo selvaggio” ma non ha menzionato il capitalismo e ha sostenuto l’idea di costruire un modello di sviluppo bolivariano.
Allo stesso tempo ha parlato di una nuova tappa “di rivoluzione nella rivoluzione” nella quale si devono consolidare le conquiste sociali delle misiones (missioni) e approfondire la lotta contro la povertà.
Dichiara di voler arrivare a questi obiettivi senza mettere in discussione la proprietà privata delle grandi aziende, banche e catene di distribuzione. Lancia un’appello a tutti i venezuelani per costruire una “patria migliore”.
Insiste che “nel Venezuela ci stiamo tutti” ma allo stesso tempo vuole mantenere la struttura delle pattuglie e le Ube (Unità di battaglia elettorale) che hanno permesso di contrastare il potere mediatico dell’opposizione (circa l’80% di tutti i mass media) e vincere il referendum.
Queste strutture di base che organizzano circa un milione di persone non sono dei gregari ubbidienti e in occasione delle prossime elezioni comunali hanno già mandato a dire che vogliono decidere democraticamente nelle assemblee i loro candidati, che in molti casi sono diversi da quelli che propone il Movimento per la V Repubblica di Chavez.
La “rivoluzione nella rivoluzione”
Fare la “rivoluzione nella rivoluzione” per settori sempre più estesi delle masse significa cambiare buona parte dei dirigenti “chavisti”, a tutti i livelli e sostituirli con autentici rivoluzionari eletti nelle assemblee di quartiere e nelle fabbriche e che rispondano alle stesse.
In ultima istanza le masse cercano a tentoni la trasformazione rivoluzionaria della società e dell’economia che giustamente capiscono essere l’unico modo per farla finita con la disoccupazione e i lavori precari, la mancanza di case, le cattive condizioni sanitarie, le carenze educative ecc.
Questa è la principale contraddizione del processo rivoluzionario. Chavez ha proclamato ancora una volta l’obiettivo di abolire la povertà, ma non ha avviato la trasformazione economica del paese e più volte ha dichiarato che ciò si può realizzare mantendendo il sistema capitalista.
Nei cinque anni di “chavismo” si sono fatte molte dichiarazioni positive e alcune realizzazioni concrete. È importante che le famiglie dei “ranchitos” abbiano ora un titolo di proprietà della propria casa “abusiva” e che sia garantito loro l’attacco della luce, una assistenza sanitaria di base, la possibilità di imparare a leggere e scrivere e che i loro bambini vadano a scuola dove vengono serviti tre pasti caldi al giorno.
Tutte queste misure hanno determinato una rottura chiara col passato e assieme al senso della acquisita dignità spiegano l’appoggio di cui gode il chavismo.
Sono misure necessarie e fondamentali, ma non sufficienti a trasformare definitivamente la realtà del Venezuela. Servono i mercati “alternativi” del governo per ridurre i prezzi del 20-30%, ma il problema è mettere fine al controllo oligopolistico del settore alimentare con poche grandi aziende che preferiscono importare il 70% del fabbisogno del paese piuttosto che produrlo in loco, che decidono i prezzi e gli articoli che si trovano negli scaffali in base agli interessi dei loro azionisti e non di certo sulla base dei bisogni della popolazione. Lo stesso possiamo dire del vecchio modello sanitario, copiato da quello Usa, con la differenza che mentre in quel paese il 20% circa della popolazione è fuori da qualsiasi copertura sanitaria in Venezuela questa cifra arrivava al 40%!
Queste positive iniziative del governo hanno soddisfatto molti bisogni urgenti e sono state possibili per un insieme di circostanze favorevoli che non si manterranno per sempre. La sconfitta della serrata padronale del 2002-2003 ha permesso un maggior controllo delle finanze di Pdvsa (l’azienda pubblica del petrolio e il gas). Assieme all’aumento dei prezzi del crudo negli ultimi 18 mesi tutto questo ha messo a disposizione del governo somme importanti che hanno permesso di “quadrare il cerchio”.
Il Venezuela paga il debito estero con facilità e allo stesso tempo lancia un piano ambizioso di opere pubbliche e di aiuti sociali (case popolari, assistenza sanitaria, educazione, crediti agevolati ecc.). Per inciso è stato divertente vedere come “giornalisti indipendenti” delle più importanti testate italiane si scandalizzavano perché il “populista” Chavez spendeva i soldi del petrolio… nel miglioramento delle condizioni di vita dei più poveri, che “caduti nell’inganno” avrebbero poi ricambiato nell’urna.
Ma come lo stesso Chavez ha dovuto riconoscere per realizzare le “misiones” nel terreno dell’educazione, della sanità, della lotta al caro vita non ha potuto usare le strutture ministeriali e comunali, ma ha dovuto organizzarne di nuove. Una dimostrazione evidente, di come non basta avere la maggioranza nel Parlamento e vincere 8 votazioni in 5 anni per poter usare le strutture statali nell’interesse della maggioranza del paese!
Boicottaggio palese o nascosto, appelli al golpe di Stato e alla insubordinazione dei militari, serrate e accaparramento di merci… questo ha ricevuto la rivoluzione bolivariana da tanti funzionari statali e dalla Fedecameras (la Confindustria locale).
Come marxisti abbiamo appoggiato in Venezuela e internazionalmente la rivoluzione bolivariana non perché “avevamo illusioni in Chavez” ma perché risultava evidente che lui era il prodotto e la concausa di una rivoluzione che si palesava nella crescente partecipazione nella vita politica di milioni di venezuelani.
Fin dall’inizio abbiamo sostenuto che non esisteva una “terza via” tra capitalismo e socialismo, una via “bolivariana” che permettesse di risolvere i problemi della maggioranza della popolazione senza togliere alla minoranza il controllo sull’economia del paese. Abbiamo sostenuto che i risultati elettorali dimostravano l’appoggio alle idee rivoluzionarie, ma che essi non bastavano a piegare la reazione, abbiamo anticipato che essa avrebbe usato tutti i mezzi a disposizione (legali e illegali) per rovesciare il processo. Continuiamo a dirlo oggi, quando l’abbondanza petrolifera e la schiacciante sconfitta del referendum hanno lasciato l’opposizione delusa, confusa e demoralizzata.
È sicuramente giusto fare un appello a tanti che hanno votato SI ingannati dalla propaganda, ma bisogna assolutamente distinguere tra l’impiegato di banca e il banchiere, il lavoratore a giornata nella piantagione di cacao e il latifondista, il camionista che guida i camion di Cisneros ed egli stesso che guida un gruppo miliardario che dalle proprie TV e radio incita all’odio contro i diseredati che decidono di lottare per cambiare la propria condizione.
Spostamento a sinistra
La massiccia partecipazione della popolazione in cortei e manifestazioni, l’ambiente militante nelle strade, l’atteggiamento vigilante che regna tra le masse, assieme a sintomi di un’spostamento a sinistra tra settori dei ceti medi, sicuramente sono stati un severo avviso per i controrivoluzionari.
L’opposizione ha speso ingenti somme nella campagna per il SI, ma non aveva con sè le masse. I manifesti del SI erano collocati da gente pagata per farlo, erano sicuramente più belli e colorati, ma non potevano competere coi graffiti fatti da centinaia di migliaia di persone che avevano deciso di partecipare attivamente nella campagna per il NO.
Le “Missioni”
Le Missioni, come “Robinson”, “Barrio Adentro”, “Ribas” e “Sucre”,
hanno sradicato l’analfabetismo che pativano oltre un milione di venezuelani,
permettendo che la popolazione vada a scuola, e che coloro che avevano
abbandonato gli studi, ai licei e all’università possano servirsi dell’Universidad
Bolivariana, in molti casi con borse di studio offerte dal governo.
La missione “Mercal” permette l’acquisto di alimenti a buon mercato e di
prima qualità alla popolazione. La “Misión Guaicaipuro”, si propone di
migliorare le condizioni sociali ed economiche delle comunità indigene. La rete
di banche popolari concede crediti personali a imprese familiari e a piccoli e
medi imprenditori.
Il bilancio per l’istruzione e la sanità è il più elevato del continente.
È stata creata dal nulla una rete di assistenza medica preventiva nei settori
urbani poveri e in quelli rurali, in virtù di un accordo d’interscambio
(petrolio per medici e medicinali) con Cuba. Per quella parte preponderante
della popolazione esclusa dal sistema sanitario, è la prima volta che
dispongono di un medico in ogni quartiere.
In questo momento, il 30% della popolazione è impegnata negli studi, sia nel
ciclo di scolarizzazione normale, come nelle campagne di alfabetizzazione e per
completare il ciclo pre-universitario. Molti dei partecipanti ricevono una borsa
di studio equivalente ad un salario minimo. Si tratta di una sfida organizzativa
condotta al di fuori delle inefficienti istituzioni scolastiche tradizionali.
Per garantire il diritto allo studio a tanta gente, è stato indispensabile
creare una rete ex novo. La politica salariale del governo si è sinora
contraddistinta, per l‘integrazione dell’inflazione al salario minimo.
In un solo anno un milione e mezzo di persone hanno imparato a leggere e a
scrivere, si sono concesse 200mila case e 2 milioni e mezzo di ettari di campo
ai braccianti senza terra, mentre i crediti ai poveri sono triplicati.
Diversi gruppi di operai pagati hanno riempito in due settimane interi quartieri di Caracas con manifesti per il SI. I Chavisti sono usciti due notti e li hanno sommersi. Anche in zone dove prima la gente aveva paura a dichiararsi chavista ora si potevano vedere striscioni con il NO sui balconi delle case. Tutto ciò ha sorpreso e demoralizzato l’opposizione di destra.
La borghesia venezuelana e internazionale, ha dimostrato ancora una volta che la “democrazia” è utile solo se serve a mantenere i propri privilegi. In occasione del referendum i loro piani consistevano nel vincere usando la potenza mediatica a loro disposizione o almeno arrivare a una situazione di sostanziale parità che permettesse di deligittimare il governo e continuare nel lavoro di demolizione del consenso della rivoluzione bolivariana. Solo alcuni lunatici come l’ex-presidente Carlos Andres Perez, ancora un mese fa facevano appello all’assassinio di Chavez, senza capire che con gli attuali rapporti di forza ciò avrebbe portato ad una reazione rabbiosa delle masse e all’approfondimento della rivoluzione.
Quali erano i piani dell’opposizione?
La maggioranza della borghesia dentro e fuori il paese ha capito che deve guadagnare tempo e usare (per ora) mezzi legali aspettando che si creino le condizioni politiche per un rovesciamento di Chavez. Che questo accada per via elettorale o mediante mezzi illegali o in una combinazione dei due metodi è poco importante per loro. La questione decisiva è togliere di mezzo la determinazione, la combattività, la decisione di lottare per i loro diritti di milioni di venezuelani.
Finora in ogni scontro decisivo le masse rivoluzionarie si sono rafforzate, hanno visto come la loro mobilitazione otteneva dei risultati, hanno capito che lottando possono migliorare il loro presente e cambiare il loro futuro. Contro questa forza immensa non valgono i colpi di Stato e neanche i marines. La rivoluzione va prima sconfitta politicamente, erodendo la fiducia delle masse diseredate nelle proprie forze e solo dopo cancellando le loro illusioni con la repressione “democratica” o “golpista”, poco importa.
La OEA (organizzazione degli stati americani) e il Centro Carter erano “osservatori” al servizio dell’opposizione in queste elezioni sarebbero stati disponibili a premere sul governo di Caracas e perfino ad avallare una frode a favore della prima.
Ma con la schiacciante valanga di NO, sia il Centro Carter che la OEA, hanno dovuto accettare il risultato. Sia chiaro che si tratta solo di tattica. Che nessuno pensi che abbiano cambiato - colpiti dall’esito referendario - la loro opinione di fondo su Chavez. Tutti quelli che nell’aprile del 2002 salutarono il golpe di Carmona come “un ritorno alla democrazia” sanno che per ora devono accettare Chavez. Con un’opposizione allo sbando, settori della borghesia si stanno orientando ad utilizzare esponenti dell’elite chavista più moderata. Per tutelare i propri interessi - sperano che in un secondo tempo possano ricreare uno schieramento abbastanza forte per schiacciare la rivoluzione - nel frattempo prendono tempo usando tutti i mezzi a loro disposizione (e sono molti) per lavorare ai fianchi la rivoluzione bolivariana.
La società venezuelana è fortemente polarizzata. Questa polarizzazione non sparirà, ma si acutizzerà. In questo senso il referendum ha rappresentato solo un’occasione persa per la borghesia e un rafforzamento della fiducia dei lavoratori; ma non assicura che la controrivoluzione non userà qualsiasi mezzo per boicottare l’azione del governo fino alla fine del mandato. Lo stesso possiamo dire rispetto al piano internazionale; negando l’evidenza, continueranno a parlare delle tendenze autoritarie del chavismo, nascondendo accuratamente la realtà e i dati economici e sociali del paese.
I nemici interni ed esterni della rivoluzione venezuelana saranno soddisfatti solo quando questa sarà sconfitta. È un esempio troppo pericoloso per l’America Latina e il resto del mondo. Toccherà alle avanguardie lavorare per costruire quel partito rivoluzionario che è necessario per organizzare i lavoratori e permettergli di trasformare le assemblee di base che sono sorte in ogni angolo del paese (patrullas, comitati di terra, comitati bolivariani, comandi Maisanta) in veri e propri organismi di un nuovo potere socialista che apra la strada all’abbattimento del capitalismo che è all’origine delle sofferenze delle masse venezuelane.
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