Merita la massima attenzione l’appello per “una svolta profonda della politica economica” lanciato il 6 luglio dalla segreteria nazionale della Fiom. Non solo un allarme contro la prossima offensiva del governo contro i lavoratori attraverso la legge finanziaria per il 2005, ma anche una piattaforma proposta a tutto il movimento sindacale, da rivendicare con una vasta mobilitazione, compreso lo sciopero generale.
I massimi dirigenti della Fiom tentano così di rispondere alle esigenze di un movimento dei lavoratori che nel 2004 ha raccolto una serie di vittorie parziali in grado di determinare, Melfi su tutte, una generale ripresa di fiducia nella possibilità di cambiare le cose a proprio vantaggio.
Mentre Cgil, Cisl e Uil cercano difficili convergenze sulla politica dei redditi con una Confindustria salda sulla moderazione salariale, e con il rinnovo economico del contratto nazionale dei metalmeccanici alle porte, la Fiom ha il merito di riportare al centro del dibattito politico e sindacale gli interessi di lavoratori e pensionati lanciando una vertenza generale.
Ma se per portarla al successo, si afferma correttamente la necessità di una stagione di mobilitazioni, occorre fare la massima chiarezza sugli obiettivi della lotta, quindi nella definizione della piattaforma proposta, al fine di conquistare quel sostegno di massa indispensabile per sconfiggere governo e Confindustria.
Una “svolta” verso quale direzione?
Presentando la piattafiorma, il gruppo dirigente della Fiom, denuncia le responsabilità di del Governo nel aver peggiorato con le sue politiche sbagliate la già grave situazione economica, e rivendica una svolta nel paese. Svolta che parta da una denuncia di chi è il vero responsabile del declino industriale, e che spieghi quale è il vero stato dei conti pubblici. Svolta che ponga fine a dieci anni di attacchi ai lavoratori e ai pensionati, e che indichi una nuova politica economica alternativa a quella del Governo sostenuta dalla mobilitazione dei lavoratori.
Si parte dal fatto inconfutabile che sono stati i lavoratori e i pensionati a pagare i debiti e l’ingresso nell’euro al padronato italiano. In cambio hanno avuto una fetta sempre più piccola del reddito nazionale. Ma definire questo il risultato di politiche sbagliate è fuorviante. La politica di questo Governo è l’unica che i padroni italiani possono sostenere. Rimangono tra i settori più arretrati del capitalismo europeo, agli investimenti tecnologici e sulla produttività hanno sempre preferito la riduzione del costo del lavoro ed i regali statali per accrescere i propri profitti. E quando l’euro ha inceppato il meccanismo, si sono buttati nella speculazione finanziaria o hanno trasferito le fabbriche dove i salari sono più bassi. I fatti stanno dimostrando a tutti i lavoratori che gli attuali Montezemolo, Colaninno e Berlusconi non si distinguono dai Romiti, Agnelli o De Benedetti di ieri. E oggi nel mazzo vanno messe anche le multinazionali straniere.
Se vogliamo parlare di differenze con il passato, vanno ricercate nella profonda crisi economica internazionale che determina l’acuirsi dell’attacco ai lavoratori in tutto il mondo, e le guerre. Da qui le crisi rivoluzionarie che in America latina iniziano a mettere in discussione le basi del sistema economico esistente, dall’imperialismo alla proprietà privata dei mezzi di produzione.
Purtroppo i dirigenti della Fiom rimangono all’interno dei confini di casa, e sebbene la partita vada indubbiamente giocata a partire dal livello nazionale, non c’è lavoratore a cui sfuggono le implicazioni ed i legami internazionali della crisi che vive ogni giorno. Solo che i padroni italiani usano il mondo come caprio espiatorio per le loro nefandezze, mentre per i lavoratori deve rappresentare la conferma che non esistono possibilità di migliorare le proprie condizioni all’interno delle compatibilità del capitalismo.
Se non si inizia a fare chiarezza su questo punto, non si possono che avanzare soluzioni parziali e contraddittorie che rischiano di depotenziare fin d’ora una proposta di vertenza generale che può essere determinante per le sorti del movimento operaio. Alla competizione sul costo del lavoro non basta contrapporre quella basata sull’innovazione di prodotto a cui condizionare formazione e crescita professionale. La forma della competizione può solo momentaneamente rinviare la crisi, nessun settore tecnologico ne è immune.
È tempo di mettere in discussione il ruolo del padrone e il suo diritto al profitto per evitare di compromettere in partenza ogni rivendicazione su salari e pensioni. Non possiamo giustificare l’aumento dei salari reali con il solo rilancio dei consumi di massa, dobbiamo rivendicare la salvaguardia del potere di acquisto di salari e pensioni attraverso la reintroduzione della scala mobile e il contratto nazionale deve diventare lo strumento per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori con aumenti determinati dalle scelte prese a partire dai luoghi di lavoro. Il prossimo rinnovo economico del contratto nazionale dei metalmeccanici può essere il primo banco di prova. E insieme alla questione salariale, oltre alla lotta all’evasione fiscale e contributiva, andrebbero legate le rivendicazioni per sanità, scuole e università pubbliche e gratuite.
Si parla di fermare la precarizzazione del lavoro a partire dalla legge 30. Ma qui non siamo di fronte a processi irreversibili, e un NO netto a tutte le forme di precariato e di flessibilità sarebbe di immediata comprensione. Il contratto di lavoro deve essere solo quello a tempo indeterminato, creando solide basi per difendere i diritti di tutti, precari, immigrati, di grandi e piccole aziende.
La piattaforma andrebbe integrata con una proposta specifica su come combattere la disoccupazione. Ci sono milioni tra i giovani in cerca della prima occupazione, e i sempre più lavoratori espulsi dal mondo del lavoro che pretendono una risposta concreta. Se questo sistema produttivo si è dimostrato incapace di garantire un lavoro e un salario per tutti, allora è necessario rivendicare la progressiva riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario partendo dalle 35 ore settimanali senza scambi con flessibilità, e un reddito a sostegno dei disoccupati a carico dei profitti.
Nel secondo punto della piattaforma, ma forse il principale per le implicazioni politiche, si rivendica un forte intervento pubblico nella gestione delle imprese strategiche, e la necessità di mantenere o riportare le grandi reti di comunicazione e servizi sotto la proprietà pubblica. Qui bisogna specificare quali interessi si vogliono garantire. In un passato non troppo remoto le partecipazioni statali e le aziende pubbliche sono servite ai padroni o per sviluppare settori produttivi e infrastrutture necessarie per i loro profitti, ma che richiedevano capitali iniziali molto superiore alle possibilità di ogni singolo imprenditore (acciaierie, energia, comunicazioni e trasporti), o per risanare aziende private in crisi. Lo stato, attraverso le tasse pagate dai lavoratori, si accollava spese e perdite, oltre al mantenimento di una casta di “dirigenti pubblici”, in realtà gli agenti dei padroni. Poi, ad aziende avviate o risanate, si è passato ad una fase di regali sotto forma di privatizzazioni dei settori più profittevoli.
La proposta della Fiom non evita il rischio di tornare a questa situazione. Si sta proponendo di prendere per mano un padronato che “sbaglia” per garantirne i profitti, o di mettere il sistema economico a servizio dei bisogni di chi lavora e della maggioranza della popolazione? Se l’intento della Fiom è diventare un riferimento per tutto il movimento dei lavoratori, allora dobbiamo affermare chiaramente la necessità della nazionalizzazione e la direzione sotto il controllo dei lavoratori di tutto il sistema economico partendo da un lato dall’esproprio senza indennizzo di tutte le aziende che si dichiarano in crisi e che licenziano, e dall’altro dalla rinazionalizzazione di tutte le aziende privatizzate.
Rompere definitivamente con gli interessi dei padroni
La segreteria nazionale della Fiom si è trovata di fronte ad un ennesimo bivio spinta dallo sviluppo del movimento operaio. Da un lato, si rende conto che allo stato attuale una nuova concertazione tra Cgil, Cisl e Uil, la Confindustria di Montezemolo ed il governo significa un nuovo accordo a perdere per i lavoratori. Dall’altro lato, la proposta di Rinaldini e Cremaschi si basa sull’illusione di conquistare un compromesso sociale meno svantaggioso per i lavoratori senza mettere in discussione le basi del sistema economico.
Non ci sono spazi per alternative credibili, una piattaforma di svolta si può costruire solo mettendo gli interessi concreti di lavoratori e pensionati al di sopra di ogni compatibilità con il capitale. Questa è la principale garanzia per portare al successo una vasta mobilitazione che veda il protagonismo generale del movimento operaio.
Così anche il “caso di elezioni anticipate”, citato nel documento, potrà concretizzarsi perché la cacciata del governo Berlusconi sarà una delle parole d’ordine principali delle lotte.
È compito di tutti i delegati e gli attivisti sindacali lavorare per una Fiom all’altezza della forza che il movimento operaio ha dimostrato di sapere esprimere. Anche per questo è urgente la formazione di una sinistra sindacale in tutta la CGIL per costruire un sindacato in grado di rompere definitivamente con gli interessi dei padroni.
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