Il dibattito sulla gestione operaia in Venezuela

Il testo che segue è la sintesi di un articolo che è stato pubblicato circa un anno fa dai marxisti venezuelani del Topo Obrero-Militante. Pensiamo che mantenga intatto il suo valore intervenendo su una questione decisiva per il movimento operaio internazionale, e cioè sulla alternativa da opporre al capitalismo e sui tentativi di controllo operaio che si sono prodotti in Venezuela negli ultimi anni.

La redazione

Il processo rivoluzionario è a un bivio, è necessario per questo definire il progetto economico della rivoluzione bolivariana, in un parola superare il modo di produzione capitalistico.

di Luis Primo (redattore del Topo Obrero e membro della Corrente marxista rivoluzionaria)

Il dibattito è cominciato. Da una parte gli esponenti del governo e dei partiti politici che appoggiano la rivoluzione parlano di un ‘Progetto per il Capitalismo Nazionale” che dovrebbe sviluppare una borghesia nazionale che insieme allo Stato industrializzerebbe il paese. Tutta la storia del processo socioeconomico venezuelano dimostra però che non esiste una borghesia nazionale interessata allo sviluppo economico del paese. È impossibile pensare che si possa costruire una borghesia progressista nella fase imperialista e di massima concentrazione del capitalismo a livello mondiale.

Dalla base dei partiti, dei movimenti, dalle organizzazioni sindacali e più in generale dai lavoratori viene la richiesta di forme di gestione veramente rivoluzionarie, che trasformino i rapporti di produzione capitalistici. Spesso questi settori popolari sono confusi e incoerenti, ma hanno un istinto di classe che ha permesso di vincere due volte contro la reazione.

Un progetto rivoluzionario, realmente emancipatore, deve fondarsi su un cambiamento dei rapporti di proprietà e di produzione che permetta ai lavoratori e al popolo in generale di gestire da una parte l’uso delle risorse e dei mezzi di produzione e dall’altra di organizzare il lavoro per sviluppare le forze produttive in modo collettivo e autonomo.

Possedere i mezzi di produzione non significa solo averli materialmente o averne la proprietà giuridica, significa controllare le leve del potere per sviluppare la produzione sociale, attraverso la partecipazione democratica di tutti i lavoratori.

I lavoratori si domandano per quale ragione le macchine e le imprese devono essere possedute da altri che non siano quelli che le fanno funzionare ogni giorno e perché la forza lavoro in questa società è sminuita al livello di una merce.

Ed è proprio nei momenti di crisi quando esiste uno scontento accumulato per decenni, che i lavoratori passano istintivamente da una messa in discussione potenziale a una messa in discussione effettiva del sistema capitalista. Il livello di coscienza cambia, c’è un salto qualitativo e gli operai tentano di modificare e trasformare i rapporti sociali di produzione.

Con questo gran salto verso una coscienza sindacale, rivendicativa e politica, i lavoratori si dirigono a livello aziendale contro l’organizzazione del lavoro, le tecniche di produzione e la divisione del lavoro.

In Venezuela abbiamo assistito a due fatti fondamentali che hanno scosso la coscienza dei lavoratori, trasformandola in coscienza anticapitalistica:

a) Il controllo sull’industria petrolifera da parte dei lavoratori e il ripristino della sua attività durante la serrata del dicembre 2002.

b) la riapertura di alcune imprese private che erano state abbandonate, chiuse o fallite, sotto il controllo operaio.

Il presidente Hugo Chavez Frias ha recentemente sostenuto l’idea di “trasformare il sistema economico e sociale” attraverso la creazione di cooperative. Questo ha generato un forte dibattito tra i lavoratori, non privo di confusione, sul modo di gestire le imprese garantendo la partecipazione dal basso.

Quello che si è verificato è che anche i lavoratori venezuelani, in linea con quanto nella storia hanno fatto i lavoratori in tutto il mondo hanno sviluppato cooperative, forme di autogestione, cogestione e di controllo operaio.

Ma quali di queste sono quelle che rompono realmente con la logica del capitalismo? Quali servono nell’odierna lotta per la trasformazione della società in senso socialista?

Le cooperative: prima esperienza operaia di gestione collettiva

La cooperazione si sviluppa con la nascita della classe operaia all’inizio del XIX secolo. La creazione delle società di mutuo soccorso è precedente alla formazione dei sindacati. Le cooperative e le mutue rispondevano al bisogno di migliorare la qualità della vita e di sviluppare la solidarietà di tutti gli associati.

Le cooperative operaie di consumo o di produzione ebbero il loro apice nel XIX secolo, specialmente in Inghilterra e in Francia. I principi fondamentali del cooperativismo, in quell’epoca si basavano sulla democrazia interna, “una testa un voto”, l’adesione libera, la proprietà comune dei fondi e la “neutralità dalla politica”.

Marx, analizzando questa tendenza del capitale, spiegò come le cooperative erano anticipazioni della nuova società all’interno della vecchia e che pertanto non sarebbero potute sopravvivere come isole felici all’interno di un’economia capitalista. Potevano sopravvivere solo se si estendevano a tutti i settori produttivi coordinandosi a livello nazionale, che in ultima analisi non sarebbe altra cosa che l’articolazione di un’economia pianificata di tipo socialista.

Il cooperativismo si divise in due correnti: una rivoluzionaria, orientata alla prospettiva del superamento dello sfruttamento, l’altra riformista, che rafforzerà il sistema capitalista e favorirà lo sfruttamento dei lavoratori. Quest’ultima tendenza si è chiaramente affermata in seguito.

Il marxismo rivoluzionario non rifiuta in assoluto la cooperativa come forma di partecipazione democratica dei lavoratori ma si orienta chiaramente verso altre forme di gestione (il controllo operaio) che comportano una rottura con la logica capitalista, e che sono di insegnamento per la coscienza politica e rivoluzionaria della classe operaia.

La cooperativa è una forma collettiva di appropriazione. La proprietà non è privata ma sociale, si tratta di una socializzazione che opera nel quadro capitalistico e non rompe con la logica del mercato e risulta quindi contradditoria. In pratica l’associazione dei lavoratori è padrona di sé stessa, il che in una logica capitalistica significa che i lavoratori aumentano i propri ritmi di autosfruttamento per “competere”con le altre imprese private.

Nella cooperativa dovrebbe essere collettiva, non solo la proprietà ma anche l’organizzazione del lavoro e le tecniche di produzione. I lavoratori devono avere un potere reale per evitare che si riproducano i rapporti di produzione capitalistici e le stesse forme di sfruttamento.

Le cooperative necessitano di finanziamenti e aiuti da parte dello Stato, non solo per iniziare la propria attività ma anche per investimenti in nuove tecnologie; questi aiuti però non devono determinare una perdita di autonomia.

Come diceva Marx, le società cooperative avranno valore nella misura in cui rimarranno realtà autonome dei lavoratori e non siano protette dal governo e dalla borghesia. Per garantire però la sopravvivenza delle cooperative è fondamentale la statalizzazione del sistema bancario e creditizio che possa fornire crediti accessibili alle stesse.

I miglioramenti prodotti dalle cooperative saranno insignificanti fino a quando i mezzi di produzione resteranno nelle mani dei capitalisti e le cooperative, di per sé, non sono organizzazioni per la lotta di classe, al contrario, possono dare l’illusione che attraverso di esse si possa impedire lo sfruttamento senza espropriare la borghesia.

Controllo operaio: gestione rivoluzionaria nella produzione

Il controllo operaio è una proposta di gestione collettiva dell’impresa che ha un suo sviluppo a partire dal primo decennio del XX secolo e che si sta riproponendo recentemente come abbiamo visto in America Latina.

In questo momento in Venezuela la lotta dei lavoratori travalica gli obiettivi immediati, strettamente sindacali, e si propone di lottare per la gestione operaia delle imprese organizzando la produzione secondo i propri interessi.

Siamo di fronte a un cambiamento qualitativo della coscienza di classe. Si passa da una coscienza sindacalista a una rivoluzionaria che mette in discussione l’intero sistema capitalistico.

Dalle esperienze storiche di controllo operaio possiamo trarre la conclusione che la spinta verso il controllo operaio si determina solo quando un paese si trova in una congiuntura politica ed economica di crisi e di conflitto tra le classi in lotta, ancora di più se in presenza di un governo popolare e rivoluzionario, che si appoggia sui lavoratori e sui settori popolari, contro la borghesia che non vuole rinunciare ai propri privilegi e per questo organizza il sabotaggio economico.

Questo sabotaggio è diretto ad indebolire artificialmente la produzione, mediante la riduzione del numero di giornate di lavoro, con chiusure, fallimenti e licenziamenti di massa.

Il controllo operaio ha come obiettivo la regolazione pianificata dell’economia da parte dei lavoratori organizzati in comitati a cui partecipano anche impiegati e tecnici.

Ma una volta che il controllo operaio si stabilisce sulla produzione, deve estendersi oltre la singola impresa e i lavoratori devono intervenire nelle decisioni sull’organizzazione del lavoro, le tecniche di produzione e di comando nell’organizzazione produttiva di tutta la società.

Il controllo operaio come si è visto storicamente è un fenomeno transitorio. Per sua natura, si presenta solo in periodi di convulsione politica ed economica. Generalizzandosi con la presa di coscienza dei lavoratori creerà le condizioni favorevoli per la conquista del potere politico, l’instaurazione del socialismo, con le forme di autogestione operaia per lo sviluppo del lavoro collettivo e produttivo.

La strategia del controllo operaio deve essere un mezzo che permetta di accelerare la lotta di classe nel suo insieme preparando la classe operaia a governare una volta che si impadronisca del potere politico.

La lotta per la nazionalizzazione sotto il controllo operaio delle imprese in crisi, che chiudono o che sono occupate è l’unica via che può garantire il mantenimento di queste imprese. Si tratta di una forma transitoria di lotta rivoluzionaria contro lo Stato capitalista.

Stato, nazionalizzazioni, statalizzazione

e rapporti con le forme di gestione della produzione

Lo Stato capitalista venezuelano si è sviluppato a partire dal secondo decennio del XX secolo, con la scoperta e la crescita dell’industria petrolifera. Questo renderà particolarmente dinamico lo sviluppo economico venezuelano, e lo Stato promuoverà la formazione di imprese statali. Queste sono forme collettive di proprietà capitalista, infatti anche se vanno oltre la proprietà privata si mantengono all’interno del sistema capitalistico.

Ma se lo Stato e le sue imprese formano una proprietà collettiva, perché continuano ad essere capitaliste? In primo luogo perché questo Stato risponde agli interessi del capitale nazionale e internazionale e dunque orienta la produzione e lo sviluppo delle imprese in questa chiave. Inoltre perché i rapporti di produzione che esistono a livello dell’organizzazione gerarchica del lavoro sono profondamente segnati dalla struttura del capitale.

La proprietà capitalistica non si basa sul lavoro personale ma piuttosto sull’appropriazione del lavoro alienato. È l’appropriazione capitalista dei mezzi di produzione, distribuzione e del potere che comporta la proprietà dei capitalisti sul lavoro alienato.

La statalizzazione delle imprese è stata considerata come una riforma di struttura e dunque un duro colpo alla proprietà privata e al capitalismo, però nella pratica storica questo non è mai stato così. Il passaggio dalla proprietà privata alla proprietà statale non stabilisce di per sé un nuovo modello economico differente al capitalismo, né di per sé conduce al socialismo.

Questo perché lo Stato e le sue imprese vanno analizzate in funzione di due fattori che consideriamo fondamentali: i rapporti di forza e le leve del potere, cioè quali sono le classi sociali che controllano i poteri pubblici e il contesto nazionale e internazionale per il quale, nonostante le nazionalizzazioni, continua ad esserci un mercato mondiale che mantiene la divisione internazionale del lavoro.

Questo possiamo vederlo bene nella nazionalizzazione dell’industria petrolifera negli anni ’70. La proprietà privata divenne collettiva o pubblica ma si mantenne intatta l’organizzazione gerarchica del lavoro e le tecniche di produzione, che rappresentano un aspetto fondamentale che riproduce i rapporti di produzione capitalistici. Quello che avvenne è che si creò una tecnoburocrazia che si è alleata alla borghesia nazionale e al capitale internazionale, fino al dicembre del 2002, quando questa casta fu sconfitta ed espulsa dalla Pdvsa.

Ma attenzione, se non c’è una gestione operaia e il controllo dei lavoratori per cambiare i rapporti sociali di produzione capitalista questa tecnoburocrazia si riprodurrà nuovamente in futuro.

In Venezuela il processo rivoluzionario e il ruolo totalmente reazionario della borghesia ha messo in braghe di tela il modello di organizzazione capitalista dell’economia.

L’unica maniera di avanzare e difendere il processo rivoluzionario è promuovere tutte le forme di gestione operaia e popolare possibili.

Allo stesso tempo iniziare una forte trasformazione che comporti la partecipazione e la presa
di decisioni dei lavoratori in tutte le sfere e che sostituisca lo Stato dei capitalisti con uno Stato dei lavoratori.

Proposte per sviluppare una politica di gestione operaia in Venezuela

Detto questo, in base all’esperienza storica delle forme di gestione operaia dobbiamo sviluppare dei lineamenti che servano per la discussione e il dibattito tra i lavoratori, i loro sindacati e le organizzazioni popolari, che permettano di generare una politica di gestione operaia e popolare in Venezuela.

La situazione congiunturale nel nostro paese è stata prodotta dal sabotaggio petrolifero della chiusura o il fallimento di imprese, che hanno prodotto in due mesi la perdita di 553.515 posti di lavoro. Ora è in corso da parte della borghesia un sabotaggio di bassa intensità con lo smantellamento di determinate linee di produzione, la chiusura di imprese e lo sviluppo di un mercato nero di valuta.

Questa situazione esige da parte delle organizzazioni politiche, sindacali e sociali un approfondimento della coscienza dei lavoratori e dei settori popolari che permetta il consolidamento della Rivoluzione Bolivariana. Pensiamo che per arrivare a questo deve svilupparsi una politica di partecipazione e gestione operaia e popolare.

Pensiamo inoltre che le organizzazioni sindacali e la nuova centrale Unt debbano sviluppare una piattaforma politico-sindacale basata su tre assi fondamentali: una strategia socio-politica ed economica, una strategia di gestione operaia e popolare nella produzione e una strategia per lo sviluppo del paese.

Nel quadro di un Piano produttivo nazionale, il governo deve potenziare, promuovere e proteggere tutte le forme di gestione operaia e popolare. Ma queste non devono restare sotto il controllo dello Stato, ma piuttosto sotto il controllo dei lavoratori e del popolo.

Il controllo operaio deve essere la politica fondamentale nell’asse strategico della gestione operaia e popolare e deve essere sostenuto dai sindacati di base.

Devono essere promossi i Comitati dei lavoratori sulle seguenti basi:

1) rivedere l’organizzazione gerarchica del lavoro per crearne una nuova, democratica e partecipativa

2) esercitare il controllo sulla divisione del lavoro a livello dell’impresa e nei diversi settori dell’economia

3) controllare le finanze, la contabilità e gli investimenti dell’impresa

4) mantenere il controllo contro i licenziamenti e la chiusura delle imprese

5) controllare le leve decisionali all’interno dell’azienda.

Devono essere occupate tutte le imprese private abbandonate, chiuse, fallite o semiparalizzate, creando comitati di lavoratori che impediscano lo svuotamento dell’impresa da parte del padrone e mettendole in funzione sotto il controllo operaio.

Nelle imprese statali, principalmente nei trasporti e nell’industria petrolifera, si promuoveranno i Comitati dei lavoratori che eserciteranno il controllo operaio a diversi livelli, combinandolo con la partecipazione maggioritaria dei lavoratori.

Questo permetterà di contrastare il potere della tecnoburocrazia nelle imprese statali.

Si formerà un’Assemblea dei comitati dei lavoratori di tutte le imprese statali allo scopo di articolare una politica socioeconomica che favorisca la qualità della vita dei lavoratori e promuova forme di gestione operaie e popolari a livello nazionale.

I Comitati dei lavoratori si articoleranno in Coordinamenti regionali di Controllo operaio fino alla formazione di un Coordinamento nazionale del controllo operaio. Questi organismi promuoveranno politiche nazionali e regionali.

Infine dobbiamo tenere in conto che senza trasformare la proprietà ma solo la gestione restiamo nei limiti del sistema capitalista e delle sue logiche.

Solo rivoluzionando i rapporti di proprietà e le forme di gestione nella produzione e nella società apriremo la strada a un nuovo modo di produzione e saremo a un passo da una emancipazione definitiva del genere umano.

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