Congresso Fiom

Svolta, ma verso dove?

di Paolo Brini (Comitato centrale Fiom)

Il risultato finale di due mesi di assemblee e congressi ha visto la mozione di Rinaldini conquistare la stragrande maggioranza dei consensi ottenendo l’82% dei voti, relegando Nencini al 18%. All’inizio di questo congresso molti, in particolare il gruppo dirigente di Cambiare Rotta, sostenevano che Nencini rappresentava la unica e pericolosa minaccia alla svolta impressa dalla Fiom alla propria linea negli ultimi 4 anni e che in questo congresso si sarebbe ancor più approfondita la svolta “a sinistra”, combattiva e di lotta dell’organizzazione creando altresì le migliori condizioni per aprire uno scontro politico all’interno dell’intera confederazione Cgil. In questo modo si giustificava la scelta necessaria assunta dalla sinistra sindacale di sostenere un documento unitario di “centro-sinistra”.

La realtà dei fatti è stata purtroppo per Cambiare Rotta di gran lunga meno clemente: Nencini ha dimostrato di avere un seguito minoritario (anche se non insignificante) mentre non solo non c’è stato l’atteso approfondimento della svolta, ma si sono preparate le condizioni per consentire nella prossima delicatissima fase un ritorno “nei ranghi” della nostra categoria. Spetterà ancora una volta ai lavoratori respingere ogni tentazione che in questo senso attraverserà il gruppo dirigente.

Nei tre giorni del dibattito di Livorno si è registrato un grande assente: la concertazione.

Su questa questione tutti gli interventi dei dirigenti dell’area “Rinaldini” hanno pensato bene di glissare abilmente, a partire dal segretario, limitandosi ad alcune semplici quanto vaghe formulazioni di rito. Si è affermato che non può più reggere la politica della moderazione salariale, che le regole del 23 luglio così come sono non vanno più (cose per altro che già Pezzotta in più occasioni ha avuto modo di ripetere), ma senza entrare nello specifico di quali proposte la Fiom avanza sul terreno del modello contrattuale e soprattutto non si è mai nominata la politica dei redditi. Cosa di non poco conto visto che esattamente questo sarà il primo appuntamento cui la Cgil dovrà fare fronte a fine luglio e che Epifani, in forma “nuova”, sta riproponendo.

La carenza non ci sembra casuale, ma è precisamente il riflesso della linea imposta nel documento Rinaldini: un giudizio lusinghiero sulla passata politica concertativa della Fiom ed una vaghezza sul futuro che possa permettere al gruppo dirigente ampi margini di manovra per giungere ad assorbire anche la nostra categoria negli accordi in pieno stile concertativo che la Cgil si sta apprestando a firmare con Cisl, Uil e Confindustria.

A ciò si aggiunga che l’enfasi maggiore è stata invece posta sulla necessità che non si firmino più accordi separati (quasi la cosa sia fine a se stessa e non invece strettamente legata ai contenuti delle piattaforme e dunque alla linea politica sin’ora portata avanti) facendo aperture non irrilevanti a Fim e Uilm. Certo si è posto il vincolo della democrazia, e cioè del referendum vincolante, ma ci siamo già dimenticati del ruolo che durante gli anni ‘90 hanno avuto queste consultazioni quando le piattaforme erano unitarie? Se c’è il referendum ma la linea imposta è sbagliata, si va poco lontano.

Da tutto questo ci pare si possa comprendere che la strada su cui il gruppo dirigente vuole immettere la Fiom nel prossimo periodo, seppur lastricata di buone intenzioni, sarà molto verosimilmente non quella di una più efficace combattività, ma della ricerca di una riappacificazione con Fim, Uilm e Federmeccanica.

Il ruolo della Cgil

È ormai sotto gli occhi di tutti come da alcuni mesi la Cgil stia lavorando per un ritorno all’unità sindacale e a una ricerca di intesa con la Confindustria, e di conseguenza stia seguendo una parabola sempre più orientata verso moderazione e pace sociale. Basta ricordare l’accordo bidone degli autoferrotranvieri avallato dalla Cgil, l’intesa unitaria su pezzi della legge 30 (contratti di inserimento), l’accordo nel settore artigiano che mina alle fondamenta il ruolo del contratto nazionale, l’accordo sul telelavoro ed il caffè preso con Montezemolo per capire il crinale sul quale si sta dirigendo la Confederazione.

In questo contesto è chiaro che l’ostacolo principale per la Cgil ad una nuova stagione di concertazione era rappresentato precisamente dalla Fiom, con le lotte (antitesi della pace sociale concertativa) messe in campo dai metalmeccanici, i due accordi separati ecc. Perciò la Fiom doveva essere riportata “in linea” con il cammino intrapreso dal resto dell’organizzazione. La Cgil ha utilizzato tutto il suo peso perché si aprisse in questo congresso un processo in quella direzione e il gruppo dirigente della Fiom nei fatti è stato reticente. Invece di attingere nuova linfa dalle mobilitazioni di Melfi, dalla Polti, dalle lotte durissime che hanno visto impegnati i metalmeccanici su tutto il territorio nazionale, per opporre questa radicalità operaia alle pressioni che venivano dalla burocrazia della confederazione, i dirigenti della Fiom hanno sempre preferito “smorzare” questa rabbia rinunciando a dare una battaglia seria per una svolta verso un sindacato combattivo e di classe. Prevale la diplomazia.

Non è di certo un caso che Epifani nel suo intervento abbia evitato di parlare di tutte le possibili questioni controverse tra Cgil e Fiom e che Rinaldini nelle sue conclusioni abbia lasciato correre, non facendo nemmeno un accenno critico all’intervento del segretario confederale.

Dobbiamo essere chiari una volta per tutte: questo congresso ha dimostrato che l’attuale direzione della Fiom non è in grado di avanzare una battaglia seria contro la politica concertativa di Epifani e compagni.

Lo scioglimento di Cambiare Rotta

Se la Fiom rappresentava l’ostacolo principale della Cgil per il ritorno alla concertazione, l’ostacolo in tal senso all’interno della stessa Fiom era precisamente Cambiare Rotta in quanto da sempre ostile a quel tipo di accordo. Non siamo per nulla stupiti che a Livorno l’Area abbia deciso, con il solo parere contrario di chi scrive, di sciogliersi. Questa decisione rappresenta la naturale conseguenza della deleteria linea politica di completo appiattimento sulla maggioranza Fiom che la sinistra sindacale ha perseguito in questi anni.

Lo scioglimento si motiva con il fatto che ormai l’organizzazione avrebbe sostanzialmente abbracciato le posizioni sostenute da Cambiare Rotta, almeno in merito ai compiti futuri.

Purtroppo però, come detto, la realtà di questo congresso è stata ben diversa e se qualche esponente in più della sinistra sindacale magari ora potrà guadagnarsi un posto da dirigente, il punto centrale è però che senza una identità politica cui richiamarsi il corpo militante dell’area sarà travolto e sopraffatto dal peso dell’apparato precisamente con la scusa che siamo tutti “maggioranza”. Questo non potrà che creare disorientamento e demoralizzazione tra i tanti bravi e combattivi delegati che si identificavano nell’area.

Si è andati nella direzione opposta a quella che era necessaria. Per imporre un approfondimento della svolta in Fiom c’era precisamente bisogno di una sinistra sindacale forte, strutturata ed intransigente nella critica alla gestione parziale e lacunosa delle battaglie degli ultimi tre anni.

Tutto questo si deve in ultima analisi al carattere burocratico che Cambiare Rotta ha avuto dalla sua formazione. Se la sinistra avesse messo radici profonde nelle fabbriche sarebbe improponibile uno scioglimento perché oggi più che mai i lavoratori sentono il bisogno di collegarsi con gli attivisti più combattivi per organizzare al meglio le propie lotte. Questa scelta dimostra solo quanto la sinistra sia distante dalle aspirazioni che maturano nella base, tra i lavoratori.

Per una sinistra sindacale di classe in Fiom e in Cgil

L’eccellente risultato che ha ottenuto l’emendamento da noi presentato in diverse fabbriche importanti dimostra quanto il clima tra i lavoratori volga verso una maggiore radicalizzazione nel prossimo futuro; le lotte vittoriose delle scorse settimane alla Polti, alla Fincantieri, a Melfi ne sono una prova lampante.

Perciò se la linea della Fiom, come tutto fa presagire, sarà di un ritorno alla moderazione, questo cozzerà inevitabilmente con l’attuale processo di presa di coscienza dei lavoratori, creando contraddizioni al suo interno e creando in tempi brevi tutte le condizioni per costituire una opposizione all’attuale gruppo dirigente capace di fornire una alternativa reale agli occhi dei lavoratori alla linea adottata sin’ora, una linea che sappia cioè guidare i lavoratori fino in fondo nelle lotte del prossimo futuro. A questo obbiettivo devono aspirare e lavorare tutti i militanti combattivi della Fiom.

Per quanto ci riguarda, questo sarà il compito di coloro che hanno fatto la battaglia per l’emendamento: renderne i contenuti le basi politiche per la costituzione di una sinistra sindacale di classe e combattiva in Fiom e in Cgil, la quale ovviamente potrà nascere in futuro solo sotto l’impulso di grandi mobilitazioni di massa, con la formazione di Rsu sempre più combattive e rappresentative che dovranno costituire la colonna verticale di un nuovo sindacato trasformato basato sui consigli dei lavoratori. A questa prospettiva lavoriamo e su questa prospettiva invitiamo tutti i lavoratori ad unirsi a noi.

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