La nuova linea di Montezemolo

Dialogo con i vertici sindacali stangate per i lavoratori

di Paolo Grassi

 

Dal 27 maggio Confindustria ha un nuovo presidente. Luca Cordero di Montezemolo, già presidente della Ferrari e neo presidente della Fiat.

Montezemolo, presentato da stampa e giornali come l’immagine del capitalismo italiano sano, l’uomo che racchiude in se tutte le qualità dell’imprenditore di successo, audace, innovativo e sempre pronto al dialogo, si è presentato sulla scena pubblica proponendo una rottura con la strategia perseguita da Confindustria e dal suo presidente uscente. Montezemolo nella sua relazione e nelle tante interviste che gli sono state concesse ha voluto chiarire che la strategia del muro contro muro, perseguita dal suo predecessore, deve essere messa alle spalle e che si deve aprire una nuova era di dialogo, di disponibilità al confronto dove tutti, con spirito di responsabilità (perché alla fine l’interesse comune è il bene della nazione), possano collaborare per un nuovo patto sociale che prepari il rilancio dell’economia e quindi della crescita del paese.

Il capitalismo italiano, da anni ormai in difficoltà, ha tentato con D’Amato di recuperare competitività a livello internazionale attaccando frontalmente una classe operaia, messa già a dura prova dagli accordi di luglio (1992 e 1993) che hanno dimostrato nella pratica quello che erano: un patto sociale tra padroni e vertici sindacali dove i lavoratori pagavano per tutti.

Ma questa strategia ha avuto un effetto non preventivato dai padroni, dalla famosa convention di Parma del marzo 2001, occasione in cui il Governo Berlusconi e la Confindustria guidata da D’Amato suggellarono la loro santa alleanza, a oggi, si è aperto un processo di radicalizzazione della classe operaia in continua crescita. Sono state le mobilitazioni dei lavoratori contro l’attacco allo Statuto dei lavoratori, contro gli accordi separati, e quelle degli autoferrotranvieri, dell’Alitalia o della Fiat di Melfi a costringere i padroni a ricercare una strategia differente.

Le aperture al dialogo dei padroni sono semplicemente il frutto della loro paura che la classe operaia cominci a percorrere il solco tracciato dalle vertenze di questi mesi in modo ancora più diffuso e determinato.

Ma la proclamata svolta nei rapporti coi sindacati non è altro che la solita polpetta avvelenata. Montezemolo nella sua relazione sintetizza perfettamente qual é il bilancio che i padroni fanno degli accordi di luglio che hanno governato i rapporti coi sindacati negli ultimi dieci anni: “Noi, come parti sociali, veniamo da una stagione lunga di concertazione, che ha dato grandi frutti, ma ha generato talune incomprensioni. Noi intendiamo ripartire dai primi. Il patto sociale del 1993 è tuttora valido ed è soprattutto valido nello spirito con cui esso venne firmato. Ha consentito al paese di fermare i processi inflattivi. Ha garantito ai lavoratori una difesa del potere d’acquisto delle loro retribuzioni ed una crescita dell’occupazione. Ha permesso alle imprese di affrontare una stagione di stabilità dei cambi.

Per lui i salari sono cresciuti, la precarizzazione e l’aumento forsennato dei ritmi sono da considerarsi un miglioramento e il conflitto che si è aperto sulla legge 30, o nei metalmeccanici sono semplici incomprensioni.

Una volta esaurita la sbornia dell’investitura, accolta purtroppo con grande entusiasmo anche dai dirigenti della Cgil, Epifani per primo, ecco quali sono le prime cose urgenti da fare per il neo presidente.

Riformare il sistema pensionistico, contenere le rivendicazioni salariali, abbassare le tasse alle imprese.

Del resto è proprio questo quello che Confindustria si può permettere di dare: niente, se non nuovi attacchi e peggioramenti. Se questo lo può fare con la collaborazione del sindacato invece che esasperandone il conflitto, tanto di guadagnato.

Confindustria non può offrire assolutamente nulla ai lavoratori se non nuovi sacrifici. Sono le prospettive economiche che lo dicono. Le stime più ottimistiche parlano di una crescita del Prodotto interno lordo per il 2004 di uno striminzito 1,3%, e di un altrettanto poco entusiasmante 2% per i prossimi due anni (dati del centro studi di Confindustria).

Voglia di concertazione?

I vertici della Cgil vogliono credere nelle aperture di Montezemolo perché l’alternativa che gli si prospetta davanti è quella di dover organizzare le lotte dei lavoratori. Prospettiva che non li entusiasma per nulla perché lottare significa anzi tutto partecipazione attiva dei lavoratori agli scioperi, ma soprattutto alle assemblee dove si discute di quali piattaforme e metodi di lotta si ha bisogno per vincere. In una parola lottare significa partecipazione, partecipazione significa coinvolgimento e di conseguenza riduzione del potere decisionale dei vertici.

Epifani da tempo sta cercando di imporre alla Cgil questa svolta. Rivendica una rinnovata unità con Cisl e Uil (che hanno un gran bisogno di tornare a fare accordi con la Cgil consideato il vistoso crollo di fiducia dei lavoratori a causa della subordinazione ai padroni di questi anni), e si spende il più possibile per convincere chi nel sindacato si mostra ancora scettico nei confronti di Montezemolo.

La paura che angoscia Epifani è che lotte come quella di Melfi (che il segretario aveva dato per persa se dopo i primi giorni i lavoratori avrebbero continuato a portare avanti gli scioperi ad oltranza) diventino un esempio per tutti i lavoratori. Esempio che anzi tutto ha mostrato una cosa, che la lotta è stata gestita e parzialmente vinta dai lavoratori nonostante i dirigenti e non grazie a loro.

Alcuni giorni fa la commisione di garanzia che regola le leggi antisciopero ha assolto i sindacati per aver convocato all’Alitalia due giorni di sciopero (il 28 e 29 aprile) senza i dovuti giorni di preavviso. Nella sentenza di assoluzione si spiega che i sindacati non possono essere punibili per questa mancanza perché stavano perdendo del tutto il controllo dei lavoratori. Se non avessero convocato quelle due giornate di sciopero molto probabilmente i lavoratori li avrebbero scavalcati e la situazione sarebbe stata fuori controllo da ogni punto di vista. Padroni e vertici sindacali temono proprio che situazioni del genere possano generalizzarsi.

Ma il fatto che Epifani e i vertici sindacali stiano lavorando per la prospettiva di nuovi patti sociali, non significa assolutamente che questo sarà possibilie. Sia per la situazione economica che attraversiamo, ma soprattutto per il processo di radicalizzazione incorso nella classe operaia. Non dimentichiamoci che anche nel 1992, quando furono firmati i primi accordi di luglio, i vertici sindacali subirono una dura contestazione della base.

Per cosa lottare

Dobbiamo opporci a qualunque illusione venga fomentata su un nuovo patto sociale, pensato solo ed esclusivamente per tornare a legare mani e piedi ai lavoratori. Alla prospettiva di una pace sociale di cui beneficerebbero solo padroni e vertici sindacali dobbiamo opporre, come delegati, attivisti sindacali, lavoratori, una battaglia per una piattaforma generale che difenda tutti i lavoratori.

Gli autoferrotranvieri sono nuovamente da sei mesi col contratto scaduto, e la vertenza già si presenta in un vicolo cieco. Nel commercio la situazione è ancora più esasperata. Dopo 18 mesi di inutili trattative il 25 giugno si sono rotte le trattative ed è stato convocato un pacchetto di 16 ore di sciopero che vede tutti e tre i confederali uniti. Convocazione unitaria che non sappiamo quanto reggerà visto che in più occasioni Cisl e Uil si sono mostrate disponibili verso il padronato a chiudere con il solito accordo bidone.

Ma anche nelle altre categorie le cose non vanno meglio. L’impiego pubblico ha il contratto scaduto da sei mesi e il governo non sembra disposto a cedere su nulla. In autunno i metalmeccanici si avvieranno nuovamente verso il rinnovo contrattuale. Se a questo si aggiunge che il Governo entro luglio vuole portare a termine l’ennesima controriforma delle pensioni, come sollecitato da Montezemolo, e che la crisi industriale continua a creare migliaia di esuberi, vediamo che le condizioni per una battaglia generalizzata di tutti i lavoratori diventa più indispensabile che mai.

Lotte contro la precarizzazione, potere d’acquisto dei salari, scala mobile, riduzione d’orario a parità di salario, pensioni, sanità devono essere al centro della nostra piattaforma che va preparata con assemblee, iniziative, manifestazioni locali per preparare un vero sciopero generale di tutte le categorie per far cadere questo governo e preparare la riscossa del movimento operaio su tutti i fronti.

 

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