Umberto Eco su La Repubblica cita lo slogan di una pubblicità immaginaria per ben sintetizzare il limite per assurdo della retorica quale tecnica di persuasione: “mangiate merda, milioni di mosche non possono sbagliarsi”. È precisamente quanto Bush e il suo fido valletto Berlusconi stanno da mesi tentando di venderci a sostegno delle magnifiche e progressive sorti della loro avventura irachena.
Il problema per questi signori è il crescente divario tra propaganda e realtà quotidiana. Gli infortuni sotto questo profilo sono ormai quotidiani. Si sono inventati di essere stati accolti come liberatori, di aver portato per la prima volta assistenza e democrazia ad un popolo così sfortunato, poi hanno contrabbandato il saccheggio sistematico delle ricchezze del paese occupato per un progetto di ricostruzione a fini umanitari, infine continuano a sostenere che la resistenza contro le forze d’occupazione sarebbe costituita da pochi terroristi, folli e assetati di sangue, mentre la maggioranza (molto silenziosa) degli iracheni sarebbe a favore della permanenza delle truppe della coalizione.
Difficile dunque spiegare come l’insurrezione sciita esplosa oltre un mese fa abbia potuto costringere i militari della Coalizione a fuggire precipitosamente da cinque importanti città. Se pochi cecchini avessero questo potere, la tanto sbandierata potenza militare alleata ne uscirebbe alquanto ridimensionata.
La rivolta contro gli occupanti ha il sostegno della massa della popolazione. Il conto dei civili uccisi per “errore” dalle truppe di occupazione assomma ormai a migliaia di donne, uomini e bambini inermi. I militari si difendono accusando ogni vittima di fiancheggiare i terroristi, come nel recente episodio della strage di Ramadi, dove un missile lanciato da un elicottero americano ha assassinato quarantacinque pericolosi guerriglieri… che festeggiavano un matrimonio, tra cui una dozzina di bambini e i musicisti della banda nuziale.
Il piatto cucinato da questa rivoltante accozzaglia di briganti, torturatori ed assassini risulta però sempre più indigesto a chi dovrebbe ingoiarlo, così la retorica di guerra comincia a suonare falsa ed ottiene il risultato opposto di quello prefisso, allo stesso modo in cui gli spot e i cartelloni elettorali con cui Berlusconi ha tappezzato l’Italia per convincerci che grazie al governo stiamo tutti meglio, ottengono ormai solo il risultato di ricordare ai più che le cose vanno ben diversamente.
Nel quadro dei patetici tentativi di accreditare le truppe d’occupazione della “Coalizione dei volenterosi” come “liberatori” dell’Iraq si collocano le celebrazioni del sessantesimo anniversario della Liberazione di Roma dal nazifascismo, che ricorre il prossimo 4 giugno; ospite principale delle cerimonie ufficiali sarà proprio George W. Bush, trepidamente scortato dall’ineffabile Berlusconi che farà gli onori di casa con il suo solito stile impeccabile.
Accade così che un’importante ricorrenza a memoria del sacrificio di centinaia di militanti antifascisti, una goccia nel pesante tributo di sangue pagato da decine di migliaia di partigiani morti nella Resistenza, venga trasformata in una smaccata occasione di propaganda a sostegno di un’occupazione neocoloniale sempre più brutale contro cui milioni di iracheni stanno ribellandosi sempre più apertamente.
La plateale provocazione della presenza di Bush a Roma il 4 giugno, se non altro, offre lo spunto per alcune riflessioni sul ruolo delle truppe Alleate nella guerra di Liberazione e per affrontare alcuni miti che negli ultimi anni sono stati diffusi ad arte da tutto un filone di storici e intellettuali revisionisti sul ruolo della Resistenza partigiana nella lotta di Liberazione dal nazifascismo.
Gli Alleati e la Liberazione
In questo grottesco balletto avviene un ribaltamento dei ruoli, dove il lupo si traveste da agnello, quasi fossimo di fronte ad un rigurgito di Carnevale.
Siamo consapevoli delle differenze tra la lotta di Resistenza contro il nazifascismo e quella che si sta sviluppando in Iraq contro l’occupazione angloamericana, ma dato che è lo stesso Berlusconi ad istituire un parallelo tra le due vicende non possiamo non rilevare alcune somiglianze.
Per i nazifascisti i partigiani erano da considerarsi banditi e terroristi e la popolazione civile era ritenuta loro complice. Ciò giustificava ai loro occhi ogni tipo di violenza e rappresaglia sui civili. Le reclute delle formazioni partigiane erano principalmente operai, intellettuali, soldati sfollati e contadini. Nel loro antifascismo istintivo si orientarono ben presto verso il settore maggiormente organizzato, quello delle brigate garibaldine egemonizzate dal partito comunista.
Molto si è detto in questi mesi per accreditare la tesi secondo cui nella Liberazione il ruolo dei partigiani fu secondario e che la parte da leone la giocarono le truppe alleate. Basterebbe per rispondere citare i 35mila morti, 21mila mutilati e 9mila deportati della Resistenza tra i circa centomila combattenti partigiani. Il loro ruolo decisivo nella cacciata dei nazifascisti venne riconosciuto anche dalla commissione governativa britannica Hewitt.
Al contrario, tutta la lotta partigiana tra il settembre 1943 e la primavera del 1945 fu pesantemente condizionata dall’ostilità e dalla diffidenza degli Alleati, particolarmente da parte britannica, verso i partigiani. Centinaia di partigiani hanno reso ampia testimonianza del trattamento di favore riservato dai comandi alleati ai settori non garibaldini (ovvero non comunisti o socialisti) della resistenza, sia nei rifornimenti sia nella copertura logistica e militare.
Churchill era stato a suo tempo un acceso sostenitore di Mussolini, ritenendolo la migliore garanzia per arginare l’espansione della rivoluzione socialista in Europa. Durante la guerra era letteralmente ossessionato dalla prospettiva dell’avanzata dell’Armata Rossa in Europa e si risolse all’apertura di un fronte in Italia e nei Balcani solo quando divenne chiaro che l’esercito sovietico avrebbe potuto piegare la resistenza della Germania nazista da solo. A ciò accompagnava un aperto disprezzo nei confronti della popolazione italiana, ritenuta incapace di autogovernarsi.
L’aperta repressione da parte delle truppe britanniche della resistenza partigiana egemonizzata dai comunisti in Grecia e l’atteggiamento ambiguo verso la resistenza italiana dimostrarono il carattere reazionario della politica dei comandi alleati; laddove si trovarono ad amministrare direttamente il potere nelle zone liberate, ricorrevano ad ogni mezzo (inclusa la repressione aperta) per consolidare il potere nelle mani delle oligarchie che avevano “scaricato” il fascismo ed impedire che sorgessero organismi che potessero rappresentare l’aspirazione delle masse a sfidare l’autorità dei vecchi padroni compromessi con il regime.
Le conseguenze sociali dell’amministrazione alleata del mezzogiorno furono
particolarmente pesanti per la scelta consapevole di scaricare i costi della
propria permanenza interamente sulle spalle delle masse meridionali tramite l’emissione
di una quantità spropositata di Am-lire (la moneta d’occupazione) tale da
provocare una spirale inflattiva di cui fece le
spese il settore più povero della popolazione.
La mancata liberazione di Roma e il “Proclama” di Alexander
Due episodi su tutti rivelano quanto l’atteggiamento ambiguo dei comandi alleati condizionò in negativo lo sviluppo della guerra di Liberazione. Il primo fu proprio la mancata liberazione di Roma (nonostante le condizioni favorevoli) dopo lo sbarco degli Alleati ad Anzio il 24 gennaio del 1944. Il comando alleato decise di non marciare sulla città nonostante le deboli difese e un clima seminsurrezionale nella capitale che portò la resistenza a scoprirsi parzialmente in attesa dell’avanzata angloamericana; il mancato arrivo degli alleati permise ai tedeschi di riorganizzarsi e di assestare un durissimo colpo alla resistenza scatenando una gigantesca caccia all’uomo di cui restarono vittime migliaia di antifascisti ed ebrei arrestati e immediatamente deportati nelle settimane successive. Da questo colpo la resistenza romana non riuscì più a risollevarsi completamente, favorendo il settore attendista del CLN sostenuto dal Vaticano e dalla burocrazia romana, sfavorevoli alla prospettiva di una insurrezione contro gli occupanti. Roma, il 4 giugno del 1944, infatti fu per questi motivi l’unica tra le maggiori città italiane ad essere liberata senza un’insurrezione, restituendo il potere intatto nelle mani della stessa oligarchia che si era fatta scudo del regime fascista fino a quando era durato.
Il secondo episodio fu il famigerato “Proclama di Alexander” del 13 novembre del 1944, nel quale si dichiarava la fine dell’offensiva alleata e si consigliava ai partigiani di ripiegare sulle proprie posizioni per superare l’inverno. L’effetto demoralizzante di questo proclama sui gruppi partigiani fu enorme e il messaggio per i nazisti fu altrettanto chiaro: mano libera fino alla primavera successiva. L’inverno del 1944 fu durissimo per i partigiani che persero la vita a migliaia nei rastrellamenti.
I comandi angloamericani si dimostrarono fin dal principio più preoccupati di assicurare all’Italia una transizione dal regime fascista su linee conservatrici e preferirono appoggiarsi sulla monarchia, la borghesia (perfino la mafia), le gerarchie ecclesiastiche e militari, nonché la burocrazia statale che fino ad un minuto prima del 25 luglio 1943 (data dell’arresto di Mussolini) erano infarcite di zelanti sostenitori del regime.
Pur essendo collocate in periodi e contesti storici molto diversi vediamo come sia nella lotta di liberazione italiana sia nella vicenda irachena i popoli di tutto il mondo abbiano più di una ragione di diffidare delle motivazioni di chi si erge a difensore della democrazia per nascondere i propri interessi imperialistici.
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