Cacciare Berlusconi

Poco più di tre anni fa Berlusconi si sedeva per la seconda volta sulla poltrona di Palazzo Chigi; non erano pochi allora nella sinistra quelli che dipingevano un quadro a tinte fosche spiegando che la destra avrebbe per un lungo periodo egemonizzato la società italiana. Quando all’epoca spiegavamo come l’insediamento delle destre avrebbe inevitabilmente portato a un’esplosione delle lotte sociali, non erano poi molti quelli disposti a concordare con noi.

La storia degli ultimi tre anni parla invece chiaro: è la storia di una serie ininterrotta di lotte, un’ondata dopo l’altra, un settore dopo l’altro, una regione dopo l’altra. Da Genova 2001 alle manifestazioni oceaniche in difesa dell’articolo 18 nel 2002, alla lotta degli operai Fiat contro i licenziamenti, alla lotta contro la guerra, con milioni di persone in piazza e con i blocchi ferroviari in tutta Italia. E poi le manifestazioni di massa dei girotondi, di insegnanti, studenti e genitori in difesa della scuola pubblica, gli scioperi della Fiom per un degno contratto nazionale, la rivolta popolare in Basilicata, a Scanzano, lo scorso autunno, per finire con l’esplosione di rabbia operaia che nei primi sei mesi di quest’anno ha cominciato a sgretolare il muro dell’intransigenza padronale e a scuotere il pantano della routine burocratica sindacale: prima gli autoferrotranvieri, poi i siderurgici di Terni e Genova, i lavoratori Alitalia, e da ultimo (per ora!) la lotta esemplare degli operai Fiat di Melfi: l’inizio del riscatto operaio, una lotta che mette la parola fine a un’intera fase di arretramenti durata oltre vent’anni!

Ognuna di queste lotte ha avuto una causa immediata e scatenante. Questi tre anni sono stati una vera e propria grandinata per i lavoratori, i pensionati e in generale le fasce deboli della società. Il peggioramento delle condizioni di vita è sensibile, il crollo del potere d’acquisto dei salari, la precarizzazione dilagante, le crisi industriali e finanziarie, l’attacco sistematico allo stato sociale. Ma sarebbe sbagliato pensare che tutto si riduca a questo, a una semplice reazione difensiva di fronte alle provocazioni della destra. C’è una percezione crescente, fra milioni e milioni di persone, della crisi generale di questa società, c’è una coscienza sempre più forte di come i singoli attacchi non siano accidentali, ma si inseriscano in qualcosa di più grande, in una crisi che coinvolge l’intera società.

A creare questo sentimento ha contribuito in misura decisiva la situazione internazionale, e in particolare l’impantanamento dell’imperialismo Usa e dei suoi alleati nel conflitto iracheno. Milioni, anzi miliardi, di persone misurano ogni giorno il contrasto stridente e insopportabile fra le menzogne di guerra e la realtà dei fatti, fra le parole che Bush, Blair e Berlusconi continuano a ripetere come un disco rotto (guerra al terrorismo, missione di pace per la democrazia, liberazione dell’Iraq) e la realtà delle torture, del massacro indiscriminato di civili (fino al bombardamento di una festa di matrimonio pochi giorni fa), dei duemila morti iracheni solo in queste ultime settimane di scontri.

Ma non possono nascondere la realtà: non solo l’imperialismo si sta macchiando di crimini orrendi, ma è in crisi anche sul piano militare. Nonostante bombardamenti selvaggi e un assedio durato settimane che ha fatto almeno 900 morti, gli Usa non sono riusciti a riprendere il controllo di Falluja, né gli italiani di Nassiriya. Intanto le truppe occupanti hanno perso oltre 900 uomini, dei quali più di 800 sono americani. Si preparano a mandare altri soldati, altre armi (c’è un dibattito fra il governo e i militari italiani: ci si domanda se per una missione di pace siano più appropriati i carri armati, i blindati o gli elicotteri d’attacco), ma il risultato sarà solo quello di inasprire ulteriormente il conflitto che comunque non possono vincere.

Ne sono coscienti quei generali americani che parlano ormai apertamente di un nuovo Vietnam. Persino il “viceré” americano in Iraq, Paul Bremer, lo ha detto, con un capolavoro di involontario umorismo surrealista: “Se non ci vogliono (!!) possiamo anche andarcene!”

Bisogna dirlo chiaramente: se oggi si comincia a parlare di una “strategia d’uscita” per gli Usa, se il candidato democratico alla presidenza Kerry promette che se verrà eletto entro la fine del suo mandato ritirerà le truppe, tutto questo avviene solo ed esclusivamente per la resistenza accanita del popolo iracheno e per il timore che il costo crescente della guerra, economico e umano, rilanci l’opposizione di massa alla guerra anche in occidente, e anche in forme più radicali di quanto già non si vide lo scorso anno.

Tutto questo si deve riversare anche nelle urne del 12-13 giugno, il voto può e deve confermare l’opposizione di massa a questo governo e alla sua politica sia interna che internazionale. Il nostro impegno per un forte risultato di Rifondazione comunista ha precisamente questo significato.

Ma certo non può sfuggire che con ogni probabilità a livello elettorale le forze dell’Ulivo raccoglieranno una parte maggioritaria del voto di opposizione. Il paradosso è evidente: Prodi, D’Alema, Fassino e compagnia non solo non hanno avuto alcun merito nel suscitare i movimenti di massa che hanno minato il governo di destra, ma hanno agito costantemente come un freno, giungendo a volte a un vero e proprio sabotaggio delle mobilitazioni di massa. Si sono costantemente smarcati dalle mobilitazioni dei lavoratori; quando scioperavano gli autoferrotranvieri c’erano dirigenti dei Ds che invocavano l’intervento dell’esercito per sostituire gli scioperanti; quando la Cgil convocava gli scioperi per l’articolo 18, si spendevano in prediche sulla necessaria unità sindacale proprio nel momento in cui Pezzotta e Angeletti firmavano col governo il famigerato (e fallimentare) “patto per l’Italia”; ai loro occhi la Fiom è un sindacato estremista, gli operai Fiat una banda di scalmanati (e a Melfi non si è vista una sola faccia del gruppo dirigente della maggioranza Ds), e potremmo continuare a lungo.

Ma è sulla questione della guerra che abbiamo potuto misurare fino in fondo il ruolo di queste forze. Per mesi e mesi si sono rifiutati di avanzare la parola d’ordine del ritiro delle truppe italiane; neppure gli avvenimenti spagnoli, la sconfitta di Aznar e la decisione di Zapatero (presa sotto la pressione di una gigantesca mobilitazione di massa) di ritirare il contingente spagnolo, erano stati sufficienti a convincere Fassino.

Solo all’ultimo minuto, posti in una posizione impossibile, hanno deciso di fare buon viso a cattivo gioco e rimangiandosi tutto quello che avevano detto fino a pochi giorni prima, hanno presentato in parlamento la mozione unitaria per il ritiro dall’Iraq.

Viene da dire: poverini! Per mesi sono stati presi in giro perché non erano mai d’accordo su nulla, e la prima volta che finalmente si presentano uniti, lo fanno su una posizione che in realtà nessuno di loro condivide: né Rutelli, né Prodi, né D’Alema, né Fassino. E infatti meno di 24 ore dopo il voto sono subito cominciati i distinguo. Anzi, già in parlamento i settori più a destra si erano dissociati dal voto uscendo dall’aula: Giuliano Amato, Franco Marini, esponenti della destra diessina come Debenedetti, ecc. Come se non bastasse, ecco poi rispuntare il fantasma dell’Onu, rianimato per l’occasione da Bush e Blair. All’improvviso, è tutto un fiorire di meravigliose promesse. Un governo iracheno! La transizione alla democrazia! Addirittura le libere elezioni! L’Onu torna in campo! E così i dirigenti dell’Ulivo ricominciano a soffrire: “Non vorremo mica regalare l’Onu a Berlusconi, proprio noi dell’Ulivo, che invochiamo l’Onu almeno cinque volte al giorno!” C’è da presumere che il povero Fassino dorma sonni molto agitati… La loro speranza è che pur di votare contro Berlusconi, gli elettori saranno pronti a perdonare tutte le contraddizioni, gli opportunismi e a turarsi il naso. Ma questi episodi dimostrano chiaramente quale sia l’abissale distanza che separa la politica e le prospettive dei vertici del centrosinistra dalle aspirazioni di milioni e milioni di persone che voteranno contro il governo nella speranza di una svolta radicale.

Lo stesso si può dire dei vertici della Cgil. Da circa un anno Epifani tenta di riportare la situazione nella “normalità” e di accreditarsi come interlocutore ragionevole, disposto a chiudere una volta per tutte la fase “anomala” inaugurata dagli scioperi del 2002 in difesa dello Statuto dei lavoratori. Il calcolo è trasparente: Berlusconi è al capolinea, Cisl e Uil, scottate dalla cattiva esperienza fatta con questo governo, torneranno all’unità sindacale, alla Confindustria sale un padrone come Montezemolo, che si dichiara disposto a tornare alla concertazione, insomma, con l’aiuto del buon dio fra poco si tornerà al tran tran quotidiano e la finiremo con tutti questi scioperi. Così ragionano i burocrati sindacali, tra un sospiro e l’altro.

Ma la realtà qual è? La concertazione non ha basi per risorgere, la crisi verticale dell’industria italiana significa che i padroni non hanno nulla di nulla da offrire; soprattutto, i lavoratori non ne vogliono più sapere di sacrifici e concessioni: al contrario, vogliono cominciare a riprendersi quanto hanno perso in questi anni. E così, ogni volta che Epifani tenta di dare sostanza alla sua politica, gli cade qualche nuova tegola sulla testa. Si ricuce l’unità di vertice con Cisl e Uil sulle pensioni? Scoppia la lotta dei tranvieri. Passata la lotta dei tranvieri, si ritorna a parlare di unità e concertazione? Partono gli operai Fiat. Finita quella lotta, Epifani convoca un’assemblea nazionale dei “quadri” della Cgil, una di quelle passarelle nelle quali oratori selezionati ribadiscono sempre il loro accordo con la linea della segreteria. Ma, colmo della sfortuna, si alza una delegata della Rinascente di Milano ed esordisce con molta semplicità: “Dobbiamo fare come gli operai di Melfi!”. Poche parole che riassumono alla perfezione lo stato d’animo di ampi settori
della classe operaia e della base sindacale.

Questa è la reale prospettiva in Italia nei prossimi mesi ed anni: non il ritorno alla pace sociale sotto la cappa di una nuova concertazione, ma nuove mobilitazioni, nuove esplosioni di lotte, sia offensive, come a Melfi, sia difensive: perché volenti o nolenti i padroni e il governo dovranno tornare alla carica su tutti i terreni: glielo impongono la crisi economica, il crollo di competitività dell’industria italiana, il debito pubblico che torna a crescere.

In sintesi, la politica dei vertici Cgil vuole andare sempre più a destra, ma la situazione obiettiva annulla i margini di manovra e i lavoratori sono ormai in pieno risveglio e spingono verso sinistra.

Per lo stesso motivo le contraddizioni che hanno lacerato il campo del centrosinistra non solo non si chiuderanno, ma sono destinate ad approfondirsi sempre più. Il tentativo di formare il partito unico dell’Ulivo, di subordinare definitivamente la base operaia dei Ds e della Cgil alle componenti borghesi del centrosinistra, non può andare in porto. O si divideranno prima di esserci riusciti, oppure se andranno fino in fondo, causeranno una scissione profonda all’interno dei Ds. In una fase di scontro di classe sempre più acuto sarà impossibile conciliare in un solo partito la rappresentanza di settori borghesi come quelli della Margherita e della destra liberal dei Ds con la sopravvivenza di un apparato, quello dei Ds, che nella sua gran parte deve ancora in un modo o nell’altro fare i conti con la pressione che sale dal basso, dai lavoratori. D’altra parte, la stessa borghesia ulivista potrebbe raffreddarsi non poco sul progetto: un conto, infatti, era la loro prospettiva di sciogliere i Ds in un partito democratico all’americana, pienamente controllato da loro. Un altro è avventurarsi in un progetto del genere in una fase di forti mobilitazioni sociali, le quali non possono non far sentire i loro effetti sulla Cgil in primo luogo, ma tramite essa anche sugli stessi Ds. La borghesia, anche quella che oggi sostiene il centrosinistra, non ha alcuna intenzione di rafforzare il partito dei Ds, ma al contrario vuole indebolirlo e se possibile scioglierlo. Non vogliono affatto consegnare a Fassino le chiavi del centrosinistra, tanto più in una prospettiva di governo, ma al contrario vogliono legare ancora più strettamente il vertice Ds al loro carro. A Prodi, a Rutelli e a chi li sostiene non è piaciuto molto il voto in parlamento contro la guerra anche se sono costretti a far buon viso a cattivo gioco. E quel voto è stato determinato, in ultima analisi, da una decisione del vertice dei Ds che non poteva più tollerare di esporre il fianco sinistro alla pressione sempre più forte in favore del ritiro dall’Iraq.

Questi minuetti parlamentari non sono altro che una rappresentazione estremamente distorta ed edulcorata degli antagonismi e dei conflitti sempre più acuti che maturano nella società. La lezione che dobbiamo trarne è molto chiara: non solo la destra non è invincibile, ma anche l’Ulivo sarà sottoposto a una pressione lacerante. L’Ulivo rischia di trovarsi a governare l’Italia nella fase più turbolenta da almeno trent’anni a questa parte, e i Ds saranno il partito nell’occhio del ciclone. Da un lato ci sarà una forte spinta proveniente dall’alto, dalla classe dominante, dalla borghesia italiana e internazionale. Dall’altro, milioni di lavoratori che nel giro di dieci anni hanno provato prima il centrosinistra di Amato e Ciampi, poi il primo governo Berlusconi, poi di nuovo l’Ulivo e ora nuovamente la destra, sono alla ricerca di una svolta radicale nelle loro condizioni di vita e non si accontenteranno di un voto, non daranno nessuna cambiale in bianco come in parte era avvenuto nel 1996, all’epoca del primo governo Prodi. Proprio per questo ci sembra particolarmente grave e pericoloso che Bertinotti impegni nuovamente il Prc in una politica di alleanza con queste forze, quando invece si potrebbero creare tutte le condizioni per fare avanzare rapidamente l’alternativa comunista.

Lo scontro tra queste due opposte pressioni porterà infine a frantumare questa camicia di forza che è stato il centrosinistra, a mettere in crisi le politiche concertative e la collaborazione di classe. Sarà per questa via che i lavoratori italiani, che in questi tre anni hanno ampiamente dimostrato la loro capacità di mobilitazione e di lotta contro la destra, si conquisteranno finalmente il diritto a parlare con la loro vera voce. L’aspirazione a un cambiamento fondamentale, a una svolta rivoluzionaria, che oggi matura lentamente in maniera ancora embrionale e confusa, emergerà con chiarezza sempre maggiore; la determinazione che in questi mesi abbiamo misurato a Melfi o nella lotta dei tranvieri diventerà patrimonio comune; il sentimento crescente di critica e opposizione al sistema aprirà la strada alla rinascita della prospettiva rivoluzionaria anche nel nostro paese.

25 maggio 2004

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