Ripresa
in Usa, stagnazione in Europa… e l’Italia va a picco
di
Claudio Bellotti
La ripresa economica in Usa ha cominciato a manifestarsi realmente nella
seconda metà del 2003 e nei primi mesi di quest’anno. Nonostante le
statistiche parlino infatti di 27 mesi di crescita economica, essa è stata così
anemica che i suoi effetti non si sono fatti sentire per lungo tempo. Ora si
vede un calo della disoccupazione e una certa ripresa della produzione e degli
investimenti.
Tale ripresa non ci deve sorprendere. Abbiamo sempre spiegato, infatti, come
l’economia capitalista si sviluppa necessariamente attraverso l’alternarsi
di crescita e recessione, e lo avevamo ricordato anche negli articoli che
analizzavano la crisi del 2001.
Il Pil Usa è cresciuto come segue:
2000: +3,7%
2001: +0,5%
2002: +2,2%
2003: +3,1%
Il dettaglio del 2003 mostra come la crescita si concentri nella seconda
parte dell’anno:
I trimestre: 2,0
II trimestre: 3,1
III trimestre: 8,2
IV trimestre: 4,0
C’è anche un calo della disoccupazione. Nel 2000, all’apice della
scorsa ripresa economica, la disoccupazione era scesa a 5 milioni 692mila. È
risalita in questa crisi sino agli 8milioni e 774mila disoccupati del 2003 (il
picco è stato nel giugno dello scorso anno, con oltre 9milioni e 200mila
disoccupati), scende ora a 8milioni e 170mila.
Tuttavia dire che c’è una crescita in Usa è dire ancora molto poco. È
necessario capire le basi di questa crescita economica, la sua reale portata e
soprattutto il contesto nella quale essa si situa.
La ripresa
ciclica
Il ciclo economico non spiega tutto, anzi. L’attuale ripresa Usa, come
tenteremo di dimostrare, si inserisce in un contesto di generale deterioramento
delle condizioni del capitalismo tanto in Usa come su scala internazionale; le
contraddizioni che da tempo si vanno accumulando nell’economia americana non
solo non sono state risolte dalla crisi del 2001-2002 ma, al contrario, si sono
ulteriormente aggravate. Infine, l’equilibrio economico e politico mondiale è
più che mai instabile, e questo è un fattore decisivo per comprendere le
prospettive, sia sul terreno economico che su quello politico più generale.
Indubbiamente in alcuni settori dell’economia Usa la ripresa ha il
classico carattere ciclico; questo vuole dire che durante la crisi, attraverso i
fallimenti e le ristrutturazioni, è stata distrutta una parte del capitale
produttivo eccedente, e che quelle imprese che sono rimaste in piedi
ricominciano a fare profitti e, di conseguenza, investimenti.
L’utilizzo della capacità produttiva nell’industria è leggermente
risalito e ora si aggira attorno al 76,6% (il punto minimo era stato il 74%
raggiunto nel giugno 2003). Alcuni settori sono a percentuali decisamente più
alte, oltre l’80%: materie prime, prodotti energetici, gomma-plastica e
produzione motoristica. Tuttavia nell’insieme il livello è ancora basso e non
richiede grandi investimenti. Se paragoniamo i dati del 2003 con quelli del
2002, scopriamo la seguente evoluzione:
(I
dati sono in dollari correnti, ossia non depurati dall’inflazione)
Pil: + 4,8%
Esportazioni: +
4,18%
Importazioni: +
7,72%
Disavanzo del commercio estero: + 6,09%
Salari: + 2,97%
Profitti lordi: +18,33%
Investimenti: +
5,12%
Se lette correttamente, queste cifre parlano di un fallimento totale della
politica economica di Bush. Alla fine del 2001, infatti, l’amministrazione
americana ha deciso di lasciar cadere il dollaro per sostenere le esportazioni
americane e proteggere l’industria nazionale. Dal febbraio del 2002 il dollaro
ha perso in media sui mercati internazionali il 12,7% del suo valore, e il 31%
rispetto all’euro. Come vedremo, il dollaro debole ha letteralmente silurato
l’industria europea.
Ma gli effetti sugli Usa sono diversi da quelli sperati. L’integrazione
degli Usa nel mercato mondiale non è qualcosa ci si possa liberare facilmente.
Il protezionismo è una politica insensata anche per la prima economia del
mondo, soprattutto dopo che per due decenni l’industria Usa ha
sistematicamente spostato le proprie produzioni fuori dal paese.
Quello che sta avvenendo è che la crescita Usa affonda l’Europa, ma
beneficia grandemente le economie asiatiche, quella cinese in primo luogo, ma
anche quella giapponese, coreana, ecc.
In altre parole: i consumatori Usa comprano i prodotti asiatici, e per
giunta li comprano spesso a un prezzo più caro, considerato il calo del dollaro
(circa –20% sullo Yen).
Debiti pubblici
e privati
Ma se i salari americani sono al palo e gli investimenti sono modesti, la
crescita da dove salta fuori? La risposta è presto detta: da una montagna di
debiti pubblici e privati, dall’aumento senza precedenti della spesa militare,
del debito pubblico, dei debiti delle famiglie e dalle riduzioni delle tasse
volute da Bush. In altre parole, l’America cresce (per quanto tempo è
un’altra storia) con soldi presi a prestito; prestiti, per giunta, che non
vanno a sostenere investimenti produttivi, allargamento della base industriale,
delle infrastrutture, ecc. ma unicamente spese di consumi e spese militari.
Insomma, è come una famiglia che si indebita non per comprare una casa, o per
avviare un’attività, ma per pagarsi le ferie o il cinema. Gli esiti sono
prevedibili.
Il risparmio delle famiglie Usa scende dal 2,1% del reddito all’1,7. Il
bilancio federale Usa, che nel 2000 aveva un attivo di 236 miliardi di dollari (pari al 2,4% del Pil) ha nel 2003
un passivo di 375 miliardi (pari al
3,5% del Pil), ma l’applicazione delle ultime proposte di Bush potrebbe
portare a un deficit di 521 miliardi di dollari (4,5% del Pil).
La spesa militare nel 2002 era pari a 438,3 miliardi di dollari. Nel 2003
cresce come segue:
(Miliardi
di dollari, proiettati su base annua)
I trimestre: 463,3
II trimestre: 507,3
III trimestre: 507,2
IV trimestre: 511,5
Si tratta del più grande bilancio militare mai visto, e i recenti
avvenimenti in Iraq non faranno che gonfiarlo ulteriormente.
Le famiglie americane si indebitano ulteriormente, grazie al calo dei tassi
d’interesse. In media ogni famiglia è indebitata, fra mutui e credito al
consumo, per il 107% del proprio reddito annuale, e deve destinare al pagamento
oltre il 13% del proprio reddito. Secondo la Banca d’Italia, “questi
livelli di servizio del debito rappresentano un massimo storico”.
Il totale del credito per il consumo delle famiglie Usa ha raggiunto nel
2003 la cifra record di 2001,8 miliardi di dollari. Il calo della Borsa e la
crisi del 2001 avevano rallentato la crescita dell’indebitamento delle
famiglie (+8,1% nel 2001, +4,4% nel 2002), che però ora torna ad accelerare:
+5,2% nel 2003.
Sono queste cifre che spiegano il temporaneo boom dei consumi in Usa. Il
terzo trimestre del 2003 ha visto una fiammata di acquisti, in particolare di
beni durevoli (+28%) tra cui si segnalano gli acquisti di autoveicoli (+39,7%).
C’è stato anche un corrispondente aumento degli investimenti, che però già
nel trimestre successivo è stato molto più contenuto. È appunto una fiammata
sostenuta da una serie di fattori speculativi che non è affatto detto che
continueranno a farsi sentire nei prossimi mesi.
La piramide dei debiti dell’economia americana si regge soprattutto grazie
ai massicci afflussi di capitale, in particolare dall’Asia. I paesi asiatici
continuano a comprare dollari e titoli denominati in dollari. L’Asia detiene
1900 miliardi di riserve in dollari, di cui 660 miliardi in Giappone e 420 in
Cina. C’è qui un rapporto di mutua dipendenza, per cui i paesi asiatici
esportano in Usa, ma devono far convergere negli stessi Usa una parte importante
dei loro profitti per sostenere la domanda in quel paese; a questo si aggiungono
i profitti che rientrano dalle multinazionali Usa, che hanno massicciamente
delocalizzato i loro impianti. È questo gigantesco flusso di capitali che tiene
in piedi tutto l’edificio, e che spiega la parziale ripresa di Wall Street. Ma
è del tutto evidente che l’intero meccanismo è instabile da cima a fondo. Da
circa quindici anni gli Usa si indebitano con l’estero. All’inizio degli
anni ’90 la massa degli investimenti degli Usa all’estero e quelli esteri in
Usa grosso modo si equivalevano. Ora c’è una situazione debitoria netta pari
a circa il 25% del Pil, e cresce senza sosta.
Non può sfuggire come in questa costruzione siano essenziali i fattori
politici. La ripresa Usa ha cominciato a materializzarsi dopo la metà del 2003,
quando pareva che la “vittoria” di Bush in Iraq avesse nuovamente
ristabilito un certo equilibrio su scala mondiale. Lo stesso Bollettino economico della Banca d’Italia da cui attingiamo parte
di questi dati, pubblicato solo poche settimane fa (marzo 2004), esordiva con
una valutazione singolarmente miope: “La
ripresa dell’economia mondiale (…) si è consolidata nell’ultimo trimestre
dell’anno, favorita dall’allentarsi delle tensioni politiche
internazionali”. Evidentemente la ristrettezza di vedute (leggi: la
completa idiozia) di George Bush si trasmette anche alle più sobrie istituzioni
finanziarie…
Più in generale, è necessario tenere presente come la profonda crisi
dell’egemonia mondiale americana non potrà non avere effetti diretti anche in
campo economico. Le contraddizioni del mondo intero, sia politiche che
economiche, scaricano oggi i loro effetti sull’imperialismo americano, proprio
per la dimensione mondiale che esso ha assunto. È questo dato di fondo che
dobbiamo tenere presente nel valutare la reale portata della ripresa economica
oggi in atto: essa non potrà risolvere alcuno dei problemi di fondo che abbiamo
indicato: deficit pubblico crescente, spesa militare fuori controllo, debito
estero, disavanzo commerciale, indebitamento massiccio, instabilità di fondo
dei mercati finanziari mondiali; al contrario, su ciascuno di questi nervi
scoperti potrebbero scaricarsi tensioni insopportabili che soffocherebbero
rapidamente i ridotti effetti positivi della ripresa ciclica.
La stagnazione
europea
Il calo prolungato del dollaro ha significato un disastro per le economie
europee. Le cifre della tabella 1
mostrano la stagnazione europea.
|
Tabella 1 |
|||
|
La stagnazione europea |
|||
|
Prodotto interno lordo: |
2001 |
2002 |
2003 |
|
Area
Euro |
1,6 |
0,9 |
0,4 |
|
Germania |
0,8 |
0,2 |
-0,1 |
|
Italia |
1,8 |
0,4 |
0,3 |
|
|
|
|
|
|
Esportazioni: |
2001 |
2002 |
2003 |
|
Area
Euro |
3,4 |
1,5 |
0 |
|
Germania |
5,6 |
3,4 |
1,2 |
|
Italia |
1,6 |
-3,4 |
-3,6 |
|
|
|
|
|
|
Investimenti fissi lordi: |
2001 |
2002 |
2003 |
|
Area
Euro |
-0,3 |
-5,8 |
-1,2 |
|
Germania |
-4,2 |
-6,7 |
-2,9 |
|
Italia |
1,9 |
1,2 |
-2,1 |
Tutte le voci del commercio estero dell’Unione europea mostrano un
peggioramento più o meno marcato, la Banca d’Italia parla di un
“deterioramento generale della competitività esterna” dell’Unione. Queste
cifre spiegano perché sia saltato il patto di stabilità e quando Francia e
Germania hanno sforato il “tetto” del 3% di deficit pubblico non siano state
sanzionate.
La crescita dell’euro è stata una conseguenza delle scelte di Bush, alle
quali si è sommata una componente speculativa. In realtà l’euro rimane una
valuta minata da una contraddizione di fondo, e cioè dal fatto di reggersi su
un insieme di Stati i cui interessi non sono convergenti. D’altra parte se
l’euro forte ha significato un disastro per l’industria europea (e in
particolare quella italiana, come vedremo in seguito), un euro debole creerebbe
altre contraddizioni altrettanto pericolose: costringerebbe la Banca Centrale
Europea (Bce) ad alzare i tassi d’interesse, causerebbe un innalzamento della
bolletta energetica (già oggi il prezzo del petrolio è a livelli altissimi, ma
in parte questo viene attenuato proprio grazie all’euro forte) e aprirebbe un
forte conflitto interno alla stessa Unione, poiché i paesi “virtuosi”
dovrebbero accettare un forte aggravio del loro bilancio per puntellare il
debito pubblico di paesi come l’Italia, che sarebbe messo a rischio da una
forte svalutazione della moneta europea.
L’unico possibile sbocco delle difficoltà esterne delle economie europee
è un nuovo attacco ai diritti dei lavoratori e ai salari in tutto il
continente. Significativo a questo proposito un accordo sindacale firmato di
recente in una fabbrica tedesca controllata dalla Siemens, accordo che prevede
il ritorno della settimana lavorativa di 40 ore (invece di 35) senza alcuna variazione salariale e la rinuncia alla tredicesima e
alla quattordicesima: una decurtazione salariale di circa il 30%, in cambio
della quale la multinazionale rinuncia a spostare la produzione in Ungheria (Corriere
della Sera, 3 aprile 2004). Lavorare di più, per più anni, per una paga
minore, con meno diritti: questa è l’unica promessa che il più forte
capitalismo europeo, quello tedesco, può fare ai propri lavoratori. È facile
capire cosa si prepara per le economie più deboli.
L’Italia a
picco
L’economia italiana in questo contesto di stagnazione europea si trova una
volta di più nella parte di anello debole. La quota dell’Italia nel mercato
mondiale si riduce dal 4,5% del 1995 al 3% del 2003. L’euro forte mette in
crisi le esportazioni italiane, che in passato si giovavano delle periodiche
svalutazioni della lira. Nei primi undici mesi del 2003, l’export italiano è
calato praticamente in ogni settore, riducendo di quasi la metà l’attivo
commerciale italiano: +14,6 miliardi di euro nel 2002, +8,4 miliardi nel 2003.
Le merci italiane perdono mercato sia nell’Unione europea che fuori, come
mostra la tabella 2.
|
Tabella 2 Esportazioni italiane |
||
|
(variazioni gen-nov 2003 sul 2002) |
||
|
Paese |
valori |
quantità |
|
•
Paesi Ue |
-3,8 |
-5,7 |
|
in particolare: |
||
|
•
Francia |
-3,6 |
-6,6 |
|
•
Germania |
-3,9 |
-6,1 |
|
•
Paesi extra Ue |
-3,1 |
-3,6 |
|
in particolare: |
||
|
•
Cina |
-5,4 |
-3,6 |
|
•
Usa |
-13,9 |
-9,4 |
Emerge in sostanza come l’industria italiana perda terreno verso i paesi
dove la crescita è più forte (Asia, Usa) e senza per questo avvantaggiarsi in
modo particolare del mercato europeo. Da segnalare inoltre il calo dei margini
nell’export verso gli Usa: il calo in valori è maggiore del calo in volume,
poiché i dollari che si incassano valgono meno e/o perché per tentare di
mantenere quote di mercato le imprese devono tagliare i prezzi. In entrambi i
casi, i profitti ne risentono.
Da segnalare che nello stesso periodo l’import dalla Cina aumenta del
15,4% in valori e del 29% in quantità.
Se si guarda indietro agli ultimi due decenni, si vede chiaramente come
l’industria italiana stia sistematicamente sparendo dai settori decisivi:
cancellate l’informatica e la chimica, in crisi profonda l’automobile e la
siderurgia, la cantieristica, i tradizionali settori dell’industria leggera
(tessile, calzature, ecc.) massacrati dalla crisi internazionale e dalla
concorrenza asiatica e dell’Europa orientale, ricerca ridotta al lumicino…
L’entrata nell’Euro significa oggi per l’industria italiana qualcosa di
simile a quello che significò per il Mezzogiorno del paese l’unità
nazionale: non lo sviluppo e il benessere, ma la colonizzazione economica e la
distruzione, generale o parziale, della propria capacità produttiva.
Come è noto i calcoli sul calo reale di salari, stipendi e pensioni sono
quantomai controversi. Il reale livello dell’inflazione viene sistematicamente
sminuito e nascosto dal governo e da gran parte degli osservatori. Riportiamo
comunque alcune cifre della Banca d’Italia che indicano chiaramente cosa è
accaduto con l’introduzione dell’Euro in Italia.
Secondo questa indagine, tra il 2000 e il 2002 il reddito medio annuo delle
famiglie, al netto di imposte e contributi, sarebbe cresciuto dell’1,1%. Ma la
media nasconderebbe una crescita del 4,4% per i lavoratori autonomi e una
stagnazione dei redditi da lavoro dipendente, all’interno del quale operai e
impiegati perdono circa l’1,8%, che diventa un –4,4% per le fasce più
povere. I pensionati perdono circa l’1%. Per quanto chiaramente edulcorati,
questi dati dicono chiaramente la tendenza: i ricchi più ricchi, i poveri più
poveri.
Non a caso cresce senza sosta l’indebitamento delle famiglie italiane, che
raggiunge il 25% del Pil, un dato basso rispetto alla media europea (52%) ma che
per l’Italia rappresenta un massimo. E non a caso numerose inchieste indicano
che le famiglie devono ormai indebitarsi non solo per comprare la casa o
l’automobile, ma anche per sostenere spese (sanitarie, di studio, ecc.) che in
passato venivano coperte col normale bilancio familiare.
Calo dell’export, calo degli investimenti (in particolare in beni
strumentali), impoverimento delle famiglie: su queste basi è inevitabile che la
crisi si avviti su se stessa. E all’orizzonte si profila un nuovo problema. In
dieci anni di privatizzazioni, tagli, e anche grazie al calo dei tassi
d’interesse, il debito pubblico è stato mantenuto sotto controllo. Ma ora la
situazione può sfuggire di mano. La scarsa crescita riduce le entrate fiscali,
le condizioni per altre massicce privatizzazioni non sono presenti, al contrario
lo Stato dovrà in qualche modo farsi carico delle varie crisi aziendali, a
partire da quella Parmalat. I condoni fiscali ed edilizio, che erano comunque
una misura cosmetica e una tantum (oltre
che una colossale porcheria) hanno reso un decimo di quanto il governo si
aspettava. Con queste premesse è probabile che il debito pubblico, che rimane
attorno al 106% del Pil, ricominci a crescere nel prossimo periodo, creando
grosse complicazioni sia economiche che politiche.
Una nuova
concertazione?
È in questo contesto economico che i dirigenti sindacali (compresi quelli
della Cgil) pensano di poter giungere a un nuovo patto sociale, a una nuova
concertazione con la Confindustria di Montezemolo, magari sotto gli auspici di
un governo di centrosinistra. È del tutto evidente che un simile patto sarebbe
una ripetizione di gran lunga peggiorata dei disastrosi accordi di luglio 1992 e
1993.
Quali che siano le intenzioni e le illusioni delle burocrazie sindacali, le
cifre dimostrano come i margini del capitalismo italiano siano stati
completamente erosi negli ultimi anni. Tagli, tagli e ancora tagli: questa è
l’unica base sulla quale il padronato sarà disposto a trattare. Ma oggi il
tentativo di ingabbiare nuovamente i lavoratori per fargli pagare il peso della
crisi cadrebbe in una situazione molto diversa da quella dei primi anni ’90.
La classe operaia italiana, così come quella di molti paesi europei, è in fase
di risveglio. Tante illusioni si sono bruciate, la pazienza che per un decennio
e più i lavoratori italiani hanno dimostrato verso i propri dirigenti è stata
già messa a dura prova.
Le lotte degli ultimi due anni, dalla Fiat, agli autoferrotranvieri, alla
siderurgia, dimostrano quello che si sta preparando: non una nuova stagione di
concertazione e di pace sociale, ma una nuova epoca di aspre lotte nel corso
delle quali si apriranno enormi possibilità per fare emergere nel movimento
operaio in Italia e su scala internazionale le idee e le posizioni del marxismo
e la necessità di un’alternativa alla crisi di un sistema economico ormai
marcio.
Fonti:
Banca d’Italia, Federal Reserve, US Department of Labor, Bureau ef Economic
Analisys
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