Il congresso straordinario della Fiom è stato concepito dal gruppo dirigente come un passaggio rapido nel quale confrontarsi, non tra lavoratori, ma tra settori dell’apparato sindacale.
Per presentare un documento alternativo ai due in discussione sarebbe stato necessario raccogliere in un lasso di tempo di quindici giorni qualcosa come 5.400 firme di iscritti alla Fiom o avere il sostegno di almeno 5 membri del CC.
Tutti i congressi nelle fabbriche si faranno in meno di tre settimane con discussioni volanti (il regolamento congressuale prevede che il 50% del tempo disponibile possa essere utilizzato dai relatori). In moltissime realtà i sostenitori nazionali dei due documenti si sono già accordati sui delegati da spartirsi ancora prima di fare i congressi.
La battaglia condotta da diversi militanti della sinistra con la presentazione dell’emendamento Brini (vedi pagina a lato) è una boccata d’ossigeno in un congresso che è stato concepito dal gruppo dirigente come una formalità burocratica.
Il sostegno che ha ottenuto l’emendamento da lavoratori di importanti realtà è senza dubbio confortante per chi oggi si batte in Fiom e in Cgil per una svolta verso un sindacato democratico, combattivo e di classe.
La sfiducia di Nencini nella classe operaia
Nencini nella presentazione del suo documento, il 23 marzo a Roma, ha sostenuto la necessità di tornare a una “nuova politica dei redditi, unica via per far crescere il potere d’acquisto delle retribuzioni”.
Secondo lui è sbagliato caricare sul Contratto nazionale il compito di recuperare il salario perso negli ultimi anni: “in un conflitto confinato all’interno di una categoria, per quanto importante come quella dei metalmeccanici, c’è spazio solo per la propaganda politica”. “Si tratta di verificare i risultati dell’esercizio, da parte sindacale, dei rapporti di forza” (dal Comunicato stampa della Fiom del 24 marzo 2004).
In poche parole ci dice che:
1) I rapporti di forza sono sfavorevoli ai lavoratori. La politica conflittuale non serve a nulla o quasi.
2) L’isolamento della Fiom rispetto alla linea generale della Cgil conduce inevitabilmente a uno sterile propagandismo politico.
3) Per risollevare i salari non è sufficiente la lotta operaia ma “sono necessarie più leve” e quindi pur registrando la crisi degli accordi di luglio è alla linea concertativa che bisogna tornare.
Non a caso Nencini plaude alle recenti prese di posizione di Epifani che dichiara la necessità di tornare a una nuova politica dei redditi e a una politica unitaria con Cisl e Uil.
Ci si prepara così a chiudere definitivamente la “parentesi cofferatiana” del 2002 con Nencini che diventa ogni giorno di più il rappresentante della segreteria Cgil all’interno della Fiom.
Rinaldini, Cremaschi e l’alternativa
Che cosa oppone Rinaldini alle prese di posizioni di Nencini e compagni?
Una linea redistributiva per affrontare il problema dei bassi salari e l’intervento pubblico per contrastare l’ecatombe di aziende che chiudono, ristrutturano, delocalizzano. Rispetto alla democrazia sindacale si resta sul vago e per quanto riguarda la strategia si dice veramente poco.
È interessante da questo punto di vista vedere quanto è stato sostenuto da Rinaldini e Cremaschi nel seminario della Fiom sulle politiche industriali che si è tenuto il 30 marzo a Napoli.
Nell’introduzione al seminario, Cremaschi, dopo aver segnalato giustamente che siamo “di fronte alla più grave crisi industriale dal dopoguerra” propone al governo e alla borghesia italiana una linea di sviluppo alternativa che verte sostanzialmente sulle seguenti linee:
- Una redistribuzione del reddito a favore del lavoro e delle pensioni che innesti una ripresa della domanda, anche in una dimensione europea.
- Il ritorno della programmazione industriale per settori, nei quali Stato e regioni, definiscano i settori nei quali far convergere risorse e programmi.
- Incentivi alle imprese che crescono e che assumono con contratti a tempo indeterminato.
- Ripristinare l’intervento dello Stato e degli enti pubblici nei settori strategici a partire dall’ampliamento di Finmeccanica e mantenendo centrale l’impegno in Fiat.
Le obiezioni che si possono fare a questo impianto che guida l’attuale maggioranza della Fiom sono molteplici.
In primo luogo sulle ragioni che spingono gli imprenditori ad investire e sulla natura della programmazione economica all’interno di un’economia di mercato.
Un padrone investe per fare profitti. Se speculare sulle borse risulta più conveniente che investire nella produzione industriale chiuderà l’azienda e lascerà per strada i lavoratori. Il sindacato potrà opporsi a questo solo con una lotta che metta seriamente in discussione la sua proprietà e non certo dando buoni consigli alla classe dominante sulle sorti progressive di una politica keynesiana, tanto più in un’epoca in cui non ci sono margini per una politica di questo tipo a causa dell’enorme quantità di debiti accumulati dagli Stati.
Si pone poi il problema del controllo delle risorse pubbliche e più in particolare della necessità del controllo operaio, perché, se programmazione non significa anche nazionalizzazione delle aziende in crisi e controllo operaio, qualsiasi finanziamento pubblico finirà inevitabilmente ai profitti, come si è visto con la Fiat negli ultimi decenni. Questo certamente pone il problema di chi è proprietario delle forze produttive e dell’alternativa da opporre al capitalismo.
E’ utopistico pensare che il mercato possa essere programmato secondo i bisogni della maggioranza della popolazione e in particolare dei lavoratori.
Ci sembra incredibile infine che un sindacato che propone di abolire il precariato e si dichiara contro la legge 30, persegua la via degli incentivi alle aziende che assumono con contratti a tempo indeterminato.
Questo vuol dire che per la Fiom le aziende che rifiuteranno gli incentivi (ammesso che ci siano i soldi per tali incentivi) potranno assumere con contratti precari?
Con queste premesse la Fiom nei prossimi anni non potrà che accumulare nuove sconfitte e continuare a sottoscrivere altri accordi come quello che è stato firmato alla Ducati (dove si accetta di applicare la legge 30).
Programmazione, redistribuzione, incentivi statali, tobin tax, nuovo welfare… ma quando i dirigenti sindacali smetteranno di aggrapparsi alle utopie riformiste e inizieranno a fare il loro lavoro, che in definitiva è quello di difendere gli interessi operai organizzando la mobilitazione operaia nel modo più efficace possibile, prescindendo dalle compatibilità del sistema?
Riprendere una linea conflittuale
La realtà è che in fondo anche Rinaldini e compagni, come Nencini (che lo dichiara apertamente) hanno la stessa sfiducia nella capacità della classe operaia di lottare e vincere.
Il conflitto non serve a niente, pensano, dunque si ingegnano nel trovare un’altra via che giustifichi la loro esistenza.
La Fiom ha già subito due sconfitte di fila negli ultimi contratti.
Se non radicalizza la propria linea sindacale con richieste più avanzate e inasprendo il conflitto sociale è inevitabile che le posizioni di Nencini assumano sempre più forza con il tempo.
A che serve un sindacato che non firma contratti ma che allo stesso tempo non è in grado di contrastarli?
Nel corso della vertenza dei precontratti, nonostante la scorrettezza della linea del gruppo dirigente (che ha diviso il fronte invece di unificarlo), i lavoratori hanno tentato di ribaltare la situazione con un livello di mobilitazione esemplare che ha avuto pochi precedenti negli ultimi 20 anni.
Si sono riviste le lotte dure, “a gatto selvaggio”, a scacchiera e questo fondamentalmente grazie al protagonismo e all’iniziativa dei delegati e dei lavoratori che si sono organizzati anche con coordinamenti dal basso (come è avvenuto a Modena) e che spesso e volentieri venivano frenati dai funzionari sindacali per evitare che andassero fino in fondo.
Queste lotte, che hanno messo in grande difficoltà i padroni, hanno mostrato in piccolo quello che la Fiom avrebbe potuto organizzare a livello nazionale se solo il gruppo dirigente avesse voluto.
Alcuni dei protagonisti di quelle lotte che hanno toccato con mano l’insipienza e la vigliaccheria di un gruppo dirigente che gettava il sasso per poi nascondere la mano sono quelli che hanno intrapreso la battaglia che nel congresso della Fiom si è organizzata attorno all’emendamento “Per un sindacato di classe, democratico e combattivo”.
Una battaglia che a differenza delle accuse che sono state rivolte ai compagni (soprattutto da alcuni esponenti nazionali di Cambiare Rotta) non è quella di chi non fa distinzioni tra Rinaldini e Nencini, ma è sì quella di chi sostiene che con la linea altalenante, incerta e ambigua di Rinaldini alla fine sarà Nencini ad avere la meglio, non tanto negli esiti congressuali, ma nella sostanza della politica sindacale che la Fiom assumerà nei prossimi anni. Per evitare un tale esito l’unica via è partire dall’enorme riserva di conflittualità che risiede nella classe operaia.
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