Contratto
dell’artigianato
La Cgil firma un accordo
bidone!
La Cgil, insieme a
Cisl, Uil e alle controparti padronali, ha firmato il 3 marzo il rinnovo del contratto interconfederale dell’artigianato che
era bloccato da mesi.
I termini dell’accordo
sono fortemente peggiorativi e lo capiamo anche grazie all’entusiasmo del
fronte padronale: titolo trionfale del Sole
24 ore del 4 marzo: “nasce un nuovo
modello contrattuale”; meglio ancora il sottosegretario al welfare Sacconi
che dice “si tratta di una svolta storica
nelle relazioni industriali. Il baricentro diventa la Regione e in questo modo
si avvia una differenziazione delle retribuzioni tra i vari territori, fermo
restando il ruolo del contratto nazionale come tutela del potere d’acquisto”.
di Stefano Pol (Coordinamento Nazionale
NIdiL-Cgil)
Il contratto
nazionale è il punto centrale
Infatti nelle linee guida
dell’accordo scompare la finalità del contratto collettivo nazionale come
riferimento alla salvaguardia del salario reale e del potere d’acquisto degli
stipendi e si introducono i meccanismi normativi per una differenziazione
salariale su scala regionale, cioè le vecchie gabbie salariali. Gli incentivi
legati alla produttività saranno discussi all’interno della concertazione
regionale e il recupero di eventuali differenze fra le regioni è diluito nel
tempo.
Per una categoria debole e
frammentata come quella dei lavoratori artigiani (1 milione e mezzo) questo
percorso tortuoso che modifica il contratto nazionale serve proprio alla
reintroduzione di questo odioso meccanismo di divisione salariale di base.
Viene introdotto anche il
nuovo concetto normativo della “pari
cogenza” (punto C, comma 2) tra contratto nazionale e regionale che va ben
oltre le diverse competenze tra i due livelli negoziali: determina quella
concorrenza utile ai padroni per i quali, la devolution contrattuale, permette
loro di ridurre o cancellare a livello locale quel poco che si può garantire a
tutti i lavoratori, anche quelli più deboli, a livello centrale.
Il federalismo previdenziale
viene ulteriormente rafforzato, come per gli enti bilaterali che vengono resi
strumenti con maggiori competenze, tanto da costringere la Cgil ad una postilla
finale verbalizzata nell’accordo per cercare di arginare la falla nella diga
dei diritti che comincia a cedere da ogni parte.
Dalle dichiarazioni
imbarazzate della segretaria confederale Carla Cantone fino agli articoli su Rassegna Sindacale è palese e
francamente ridicolo il tentativo di convincerci della bontà “dell’altro lato
della medaglia”. L’aumento del 7,3% del salario, sarà, come al solito, diluito
alle calende greche tanto da essere vanificato; inoltre verrà, come ben sanno
questi compagni, rimangiato nella contrattazione decentrata. Quindi è veramente
impossibile trovare un solo elemento positivo in questo accordo bidone.
Diciamo le cose come
stanno: il modello che è passato è proprio quello della Cisl e Uil e del libro
bianco di Maroni che abbiamo contrastato mobilitandoci e contro il quale
abbiamo raccolto i milioni di firme che i dirigenti del nostro sindacato ci
ricordano essere sempre la loro bussola. Ma la legge 30 non era inemendabile e
andava abolita?
Sull’altare dell’unità di
vertice sulle pensioni con Pezzotta e Angeletti si stanno svendendo quei diritti
che si diceva fossero inalienabili. Accettando le condizioni imposte dal tavolo
aperto recentemente con gli altri sindacati confederali non solo si vuole
emarginare anche quel minimo di conflittualità che la Fiom ha espresso; si
vuole pure elaborare un nuovo modello contrattuale che sostituisca in peggio
quello degli accordi di luglio. Questo viene ottenuto legando in un nuovo patto
di ferro moderato e concertativo i sindacati confederali per arginare la sempre
più diffusa radicalità che si sta diffondendo nel paese.
Il compito dei comunisti
nel sindacato e nella società sarà quello di impedire con tutte le forze che
questa deriva sulla pelle dei lavoratori possa andare in porto e di costruire
un’alternativa alle attuali dirigenze riformiste incapaci di rispondere alle
esigenze inalienabili della classe operaia.