Resistenza
A 60 anni dagli scioperi
del marzo 1944
Quando la classe operaia
si ribellò al fascismo
Il 1° marzo del 1944 i
lavoratori delle fabbriche del nord Italia, che si trovava ancora sotto l’occupazione
delle truppe naziste, scendono in sciopero. Fino all’8 marzo tutta la grande
industria si ferma, assestando un colpo decisivo al regime fascista. Torino e
Milano furono gli epicentri di uno sciopero che, per grado di partecipazione e
determinazione, ha pochi paragoni nella storia della Resistenza. Si calcola che
1 milione e 200 mila lavoratori prenderanno parte a quello che rimarrà il più
grande sciopero mai visto nell’Europa occupata dai nazisti.
di Beppe Lania
Lo sciopero nel
milanese
Gli scioperi di marzo
furono preceduti da un intenso lavoro preparatorio durato mesi. Di giorno nelle
grandi fabbriche si era costretti a turni oltre le 10 ore di lavoro, a
sopportare la fame, i salari ridicoli, il pericolo continuo dei bombardamenti.
Di sera bisognava sfidare il coprifuoco per stampare i volantini, portare
messaggi e parole d’ordine, con l’angoscia continua di essere scoperti dai
nazisti. In tutte le fabbriche si formavano cellule di agitazione, in
maggioranza di orientamento comunista. Il Pci della federazione milanese era
riuscito a stampare un giornale clandestino, “La fabbrica”, distribuito in migliaia di copie, che faceva appello
alla lotta armata e allo sciopero generale. Davanti alle fabbriche la tecnica
era quella dei comizi lampo: al momento del cambio turno un operaio saliva su
un muro all’ingresso della fabbrica, oppure su un camion, e faceva un discorso
contro il regime fascista, mentre gli altri compagni stavano di guardia e
distribuivano la stampa clandestina. Tutto si svolgeva a tempo record, quando
arrivava la milizia erano già tutti mischiati tra la massa dei lavoratori.
Il 1° marzo tutto era
pronto, ogni aderente al comitato di agitazione aveva il suo compito. La
polizia segreta aveva notato un aumento del movimento, ma le autorità non
capirono assolutamente nulla. A Milano e provincia si calcolano 300mila
scioperanti fin dal primo giorno. Decisivo fu l’apporto del bacino industriale
di Sesto San Giovanni, che all’epoca contava 50mila lavoratori, concentrati nei
settori decisivi dell’industria bellica. Qui, alla Magneti Marelli, alle 10 in
punto la fabbrica entra in sciopero compatta: è un operaia di 18 anni che si
prende il compito di abbassare, sotto gli occhi delle milizie naziste, la leva
per l’interruzione dell’energia elettrica nello stabilimento. Tutto si ferma
anche alla Breda, alla Falck, alla Pirelli, fino al deposito ferroviario di
Greco. Si calcola che più del 95% dei lavoratori ha aderito allo sciopero.
Dalle fabbriche non esce proprio niente, neanche un chiodo. Il danno per
l’economia di guerra del regime fascista è pesantissimo. Accanto agli operai
delle fabbriche (Alfa Romeo, Innocenti, Borletti, Radaelli, ecc.) si fermano
per 3 giorni anche i tranvieri, che paralizzano completamente i trasporti a
Milano. In sciopero anche gli operai del “Corriere
della Sera”, che per 3 giorni di seguito non esce in edicola, e gli
impiegati della Edison e della Montecatini.
Lo sciopero si conclude il
pomeriggio dell’8 marzo su indicazione del comitato di agitazione
interregionale, egemonizzato dal Pci; questo nonostante che in diversi reparti
si volesse andare avanti ad oltranza. Il comitato di agitazione era timoroso
della prevedibile reazione nazifascista. In realtà fu proprio il venir meno del
movimento, che fece scattare la repressione su grande scala. Nei giorni
immediatamente successivi allo sciopero scatta la vendetta: prelevati in casa
di notte non furono solo gli antifascisti di vecchia data, ma anche i giovani
operai sospettati di far parte del movimento, e persino gente che durante la
lotta era in malattia, che non era coinvolta in alcun modo. Nella sola città di
Sesto le cifre accertate dagli storici parlano di 230 arrestati; di questi 220
furono spediti nei campi di concentramento tedeschi e 165 non faranno più
ritorno. Si trattava di pura e semplice rappresaglia da parte di un regime
ormai completamente screditato e in preda al panico. Il terrore e il sangue,
però, non sarebbero bastati al regime per salvare il proprio potere. Ormai era
chiaro: i lavoratori uniti potevano sconfiggere il regime fascista.
L’importanza di una
direzione rivoluzionaria
Il periodo 1943-45 vede il
ripresentarsi di un’occasione rivoluzionaria per la classe operaia italiana. La
borghesia era divisa e in crisi, la piccola-borghesia si orientava alla classe
operaia e sosteneva le occupazioni delle terre e le insurrezioni popolari
(specie nel sud Italia), la classe operaia dimostrava la sua volontà a lottare
contro il sistema, ergendosi come l’unica vera forza esistente nel paese. Abbattuto il regime fascista si poneva
il problema di che tipo di sistema sociale sostituire, se quello della
borghesia o quello della classe operaia. Il Pci aveva una forza e un’autorità
enorme. Nel movimento partigiano, che cresceva in corrispondenza del crescere
delle lotte operaie, le brigate “Garibaldi” guidate dal Pci sono nettamente le
più numerose e meglio organizzate. Nel gennaio del 1944 si contano 10 mila
partigiani armati, nell’estate dello stesso anno sono già 100 mila. La base del
PCI nel mentre lottava contro il fascismo lottava anche per farla finita con i
capitalisti, lottava per un sistema che ponesse fine allo sfruttamento del
sistema capitalista, lottava per la rivoluzione. Il problema era che la
direzione del Pci non voleva la rivoluzione e fece tutto il possibile per
impedirla. La tragedia di quel periodo era che agli occhi della base i
dirigenti del Pci rappresentavano ancora la Rivoluzione d’Ottobre e l’Urss era
vista come la patria del socialismo. Nulla si sapeva dei crimini dello
stalinismo, della burocrazia che si era insediata alla guida dell’Urss,
eliminando l’intera vecchia guardia bolscevica, schiacciando nel sangue le
tradizioni dell’Ottobre. Anche in Italia, si era proceduto ad espellere e ad
isolare gli elementi rivoluzionari, per trasformare il partito in un docile
esecutore delle direttive di Stalin. E se le manovre burocratiche non
bastavano, si arrivava ad uccidere chi era rimasto fedele alle idee
rivoluzionarie (su tutti l’omicidio di un dirigente comunista come Pietro
Tresso compiuto nell’ottobre del 1943 in Francia dagli stalinisti).
Quando Togliatti tornò in
Italia da Mosca, alla fine del marzo 1944, avrebbe avviato la famosa “svolta”
di Salerno, che null’altro era se non l’approdo finale di un percorso di
abbandono delle idee marxiste, per abbracciare gli interessi della burocrazia
di Stalin, che in quel periodo sosteneva la politica riformista dei Fronti
Popolari con la borghesia. Chi non accettava di svendersi ai propri nemici di
classe, era ovviamente accusato di settarismo. Riferendosi ad una risoluzione
della federazione milanese del Pci dubbiosa sulla “svolta”, Amendola, altro
massimo dirigente del partito, argomentava: “Nella risoluzione si denunzia un pericolo opportunista che dovrebbe
esistere nella direzione del partito, di sottovalutazione della funzione
dirigente del partito e della classe operaia, prima ancora di denunziare il
settarismo che è oggi il maggiore ostacolo che impedisce al partito di svolgere
una larga politica di unità nazionale”. L’unità nazionale con la borghesia,
appunto!
La grande autorità che
aveva Togliatti di fronte ai lavoratori, fu usata per convincere che non
bisognava lottare per la distruzione dello Stato borghese e per il socialismo,
bensì per “creare in Italia un regime democratico e progressivo” entrando in un
governo di coalizione insieme alle forze borghesi “democratiche”. L’attuazione
della “svolta” portò il 21 aprile all’ingresso del Pci nel governo del
maresciallo Badoglio, con Togliatti come ministro della giustizia e con altri
dirigenti nei ministeri e come sottosegretari. Con l’autorità del Pci la
borghesia fu in grado, nelle fasi successive, di consolidare lo Stato borghese,
disarmare i partigiani, subordinare il paese al volere delle truppe alleate,
per finire con lo scaricare senza tanti complimenti il partito comunista quando
non le serviva più.
I lavoratori protagonisti
degli scioperi del marzo 1944 hanno dimostrato di quale forza è capace la
classe operaia quando lotta unita. Hanno dimostrato come è possibile trovare la
strada dell’organizzazione, anche nelle condizioni più difficili che possano
esistere. Il coraggio straordinario di tanti lavoratori comuni che hanno
trovato la dignità di dire basta a una vita di oppressione, deve essere un
esempio per l’oggi. Ma se vogliamo imparare dalla storia, dobbiamo anche
affermare che il movimento rivoluzionario del 1943-45 fu deragliato - a causa
della mancanza di una direzione rivoluzionaria - su un binario innocuo, che
porterà al regime democristiano e alle persecuzioni anticomuniste del dopoguerra. Spetta soprattutto a una nuova
generazione di giovani saper imparare da questa esperienza e costruire quella
direzione che, finalmente, porterà i lavoratori a porre fine allo sfruttamento
capitalista.