Resistenza
Le foibe e la lotta
partigiana:
una rilettura necessaria
(leggi la versione
integrale di questo articolo)
Dalla Prima guerra
mondiale l’Italia emerse vittoriosa e fra il 1920 ed il 1924 i trattati di pace
consegnarono allo Stato italiano, oltre all’Istria, a parte importante della
Dalmazia, a Zara e a Fiume, anche territori interamente popolati da sloveni e
croati.
di Gabriele Donato
Di fatto, all’interno dei
nuovi confini del Regno d’Italia, dopo il 1924 si ritrovarono a vivere circa
500.000 sloveni e croati per i quali l’affermazione degli interessi
dell’imperialismo italiano coincise con la negazione più completa del proprio
diritto all’autodeterminazione.
La guerra contro lo
“slavismo”
Nel luglio del 1920, con
l’incendio del Narodni Dom (la Casa del Popolo), sede delle organizzazioni
slovene di Trieste, i fascisti inaugurarono una politica aggressiva di
snazionalizzazione ai danni di quanti contraddicevano, con la propria identità
orgogliosamente rivendicata, l’italianità della città. “Le fiamme del Balkan (l’albergo che ospitava la Casa del Popolo) purificano finalmente Trieste”, commentò
il principale quotidiano della città, “Il
Piccolo”.
Gli attacchi alle sedi
dell’associazionismo sloveno e croato si moltiplicarono, senza soluzione di
continuità con gli assalti agli edifici che ospitavano le strutture organizzate
del movimento operaio. Nel settembre del 1920 Mussolini poteva affermare
baldanzosamente che “in altre plaghe
d’Italia i Fasci di combattimento sono appena una promessa, nella Venezia
Giulia sono l’elemento preponderante e dominante della situazione politica”.
Fu così che grazie
all’antislavismo e all’antibolscevismo più veementi il cosiddetto “fascismo di
confine” riuscì a coagulare attorno a sé l’intera classe dominante della
Venezia Giulia, nel nome di un’italianità aggressiva da imporre con la forza.
La “bonifica etnica” della Venezia Giulia venne perseguita e
sul piano culturale e su quello economico. Il tentativo di cancellarne
l’identità culturale e linguistica passò attraverso la chiusura sistematica di
scuole, centri associativi, società ricreative, case editoriali. Le
pubblicazioni in sloveno e croato vennero poste fuori legge e l’uso pubblico
delle due lingue venne proibito: il “genocidio culturale” si avvalse pure
dell’italianizzazione forzata ed arbitraria dei cognomi, oltre che dei nomi di
paesi e città. Contemporaneamente furono in vari modi costretti all’emigrazione,
o comunque al silenzio, insegnanti, funzionari pubblici, intellettuali e
sacerdoti, quanti cioè consentivano l’espressione e la circolazione dei valori
che fondavano la vita politica e culturale delle minoranze.
Alla fine degli anni ’20
l’obiettivo principale del regime divenne l’annientamento degli istituti sui
quali si reggeva la vita economica
delle popolazioni slave. Cooperative di acquisto e vendita, casse rurali
e artigianali, associazioni professionali, società di mutuo soccorso vennero
messe nell’impossibilità di funzionare, e ciò provocò danni gravissimi in
particolare alle popolazioni rurali e aumentò a dismisura l’indebitamento verso
istituti finanziari italiani di tantissimi contadini, oberati pure da
incombenze fiscali particolarmente gravose. Alienazioni e pignoramenti furono
utilizzati per favorire l’espulsione di tanti piccoli proprietari dalle proprie
terre, che dal 1931 il regime cercò di colonizzare attraverso il passaggio dei
terreni espropriati a proprietari italiani da trasferire presso le regioni
annesse. Con altrettanta sistematicità venne praticata una vera e propria
persecuzione politica: basti ricordare che su 31 condannati a morte dal
Tribunale speciale per la difesa dello Stato e giustiziati dal 1927 al 1943, 24
erano sloveni e croati.
L’occupazione dei
Balcani
L’oppressione nazionale
delle popolazioni slave assunse caratteristiche drammatiche all’indomani
dell’intervento, il 6 aprile del 1941, dell’esercito tedesco nei Balcani, che
provocò il rapido collasso dello Stato jugoslavo. L’Italia fu così messa nelle
condizioni di annettersi la provincia di Lubiana e la Dalmazia, di occupare
militarmente la Croazia sud-occidentale, d’ingrandire territorialmente le
province di Fiume e di Zara e di formare quelle di Spalato e Cattaro.
Il regime di occupazione a
cui furono sottoposte le aree annesse o in via di annessione fu durissimo: il
problema principale da affrontare fu da subito il controllo del territorio,
vista l’estesa presenza di movimenti di resistenza armata all’invasione. Già
dall’aprile quello che sarebbe poi diventato il Fronte di Liberazione sloveno
(l’Osvobodilne Fronta, OF) portò la lotta armata in territorio italiano, anche
se la costituzione dell’ AVNOJ, il Consiglio Antifascista di Liberazione
Nazionale della Jugoslavia, avvenne in Bosnia nel novembre. Nell’estate del
1941 l’OF aveva realizzato le prime azioni di guerriglia nei dintorni di
Trieste, mentre l’espansione decisiva della lotta di liberazione avvenne a
partire dalla primavera dell’anno successivo.
Proprio nei primi mesi del
’42 l’alto commissario italiano per la provincia di Lubiana Grazioli e il
generale Mario Roatta impartirono una serie di disposizioni durissime per
l’attuazione dei rastrellamenti nelle zone rurali: si ordinava la fucilazione
immediata di tutti coloro i quali venivano sospettati di essere partigiani,
l’uccisione indiscriminata di ostaggi a discrezione dei comandanti dei reparti
italiani, l’internamento in campi di concentramento delle famiglie dei
sospetti, la distruzione totale delle abitazioni nelle zone interessate dalle
operazioni. Fu l’XI Corpo d’Armata, agli ordini del generale Mario Robotti, ad
attuare i rastrellamenti e le rappresaglie, le cui modalità possono essere
ricostruite anche grazie alle lettere che i soldati italiani spedivano alle
famiglie: “Quando effettuiamo un
rastrellamento usiamo i lanciafiamme, non lasciamo in vita niente, bruciamo
tutto”.
L’Italia praticò allora
nei territori occupati politiche simili a quelle attuate dalla Germania nazista
nei territori dell’Europa orientale, politiche che nei fatti rasentarono il
genocidio. Lo stesso Robotti, d’altra parte, aveva chiarito la propria
opinione: “Non sarei contrario
all’internamento di tutti gli sloveni, per rimpiazzarli con gli italiani(…) in
altre parole si dovrebbe fare in modo di far coincidere le frontiere razziali e
politiche”.
Sulla base dei calcoli
effettuati, il tributo di sangue pagato dai popoli della Jugoslavia alla
politica aggressiva dell’Italia fascista dall’aprile del 1941 al settembre del
1943 fu di oltre 250.000 vittime, cadute nei campi di concentramento italiani e
nelle prigioni, durante i rastrellamenti o in occasione delle rappresaglie.
La lotta partigiana
Fra gli sloveni e i croati
della Venezia Giulia il movimento di resistenza conquistò immediatamente un
sostegno molto esteso, anche grazie alle rivendicazioni nazionali che decise di
avanzare: gli obiettivi della lotta di liberazione, infatti, incorporarono le
istanze tradizionali dell’irredentismo, tese all’annessione alla Jugoslavia di
tutti i territori abitati da sloveni e croati, anche di quelli in cui
prevalevano altre etnie. Alla fine del 1942, Kardelj, il principale dirigente
comunista sloveno, in una lettera a Tito motivò le ragioni di questo
slittamento verso posizioni di ispirazione nazionalista: egli era convinto
della necessità di rivendicare l’esclusività della sovranità jugoslava sulla
Venezia Giulia per non dare argomenti alla propaganda dei seguaci monarchici di
Mihajlovic, che accusavano la resistenza di scarso patriottismo.
Si trattava di una
revisione importante delle posizioni internazionaliste sulle quali il movimento
comunista si era attestato, prima dell’affermazione dello stalinismo sul piano
internazionale. Quando infatti Kardelj, sempre alla fine del ’42, chiarì che l’intenzione
della resistenza era quella di “includere
(…) politicamente tutto il territorio sloveno dal confine croato fino alla
Resia e al mare. Anche Trieste, Gorizia e altre città”, moltiplicò i motivi
di tensione con i comunisti italiani, già preoccupati per la scarsissima
autonomia con cui riuscivano a muoversi, per la riorganizzazione del partito,
all’interno dei territori liberati dall’OF.
Grazie ai contatti con la
resistenza slovena, tuttavia, già nell’autunno del 1942 i comunisti friulani si
attivarono per costituire le prime formazioni partigiane italiane: anche negli
incontri iniziali che vennero organizzati, i dirigenti dell’OF posero
immediatamente il problema dei confini, pretendendo il sostegno degli italiani
alle rivendicazioni annessioniste della Jugoslavia. Le tensioni non impedirono
comunque il rafforzamento della resistenza, tant’è che nel febbraio del 1943,
grazie innanzitutto alla collaborazione instaurata fra comunisti, venne
costituito il primo reparto autonomo composto da elementi italiani, alle
dipendenze delle formazioni slovene: il distaccamento Garibaldi.
Il crollo del
fascismo
Il crollo del fascismo nel
luglio del 1943 e la confusione in cui sprofondarono gli apparati civile e
militare dello Stato italiano consentirono alla resistenza jugoslava di
rafforzarsi e all’antifascismo italiano di riorganizzarsi. Tuttavia, fra coloro
che traghettarono nelle settimane successive l’Italia fra gli Alleati c’erano
proprio quei militari che avevano avuto alcune delle responsabilità più gravi
per i crimini di guerra perpetrati nelle campagne militari balcaniche (fra di
essi lo stesso Roatta).
Non fu di conseguenza
casuale la scelta di non liberare dalle carceri i prigionieri politici sloveni
e croati: i generali che sostituirono Mussolini alla testa dell’Italia non
avevano alcuna intenzione di allentare la presa militare sui territori
occupati. Gli ordini che impartirono erano chiari: “(…) ogni movimento dev’essere inesorabilmente stroncato in origine (…)
non si tiri mai in aria, ma a colpire come in combattimento”.
La repressione ai danni
delle masse che manifestarono durante i quarantacinque giorni precedenti
all’armistizio fu durissima: vittime si contarono a Udine, Gorizia, Cormons,
Pola e Fiume, città al centro dei territori che di fatto vennero consegnati ai
tedeschi dai capi militari italiani. Nell’Istria interna, invece, le truppe
italiane furono costrette a cedere di fronte al moto insurrezionale di cui fu
protagonista la popolazione povera della regione: si trattò di una mobilitazione
impetuosa che consegnò per alcune settimane il potere ai Comitati Popolari di
Liberazione e che spezzò, fino alla controffensiva tedesca di fine settembre,
il controllo dello Stato italiano.
I contadini poveri di
nazionalità croata riconquistarono la libertà per pochi giorni, e scatenarono
tutta la propria rabbia nei confronti del potere dominante italiano; gli
insorti si convinsero di essere giunti alla resa dei conti definitiva con i
fascisti e nelle campagne si moltiplicarono le violenze ai danni di quanti
venivano identificati come collaboratori del regime che si stava disgregando.
Caddero vittime dell’insurrezione popolare i gerarchi locali, i notabili dei
vari paesi e tanti degli italiani che furono ritenuti corresponsabili dello
sfruttamento pluridecennale di quelle terre (proprietari terrieri e
commercianti, innanzitutto).
Gli organismi
insurrezionali non riuscirono a mantenere un controllo costante del corso, a
tratti caotico, della ribellione; non mancarono certo casi di giustizia
applicata sommariamente: quello che d’altra parte si manifestava in forme anche
arbitrarie era un sentimento di rivalsa nei confronti di un regime che per anni
aveva costretto le popolazioni a comprimere le innumerevoli ragioni della
propria rabbia. Le stime più accreditate calcolano in circa 500 le vittime di
quest’ondata insurrezionale, anche se nelle cavità carsiche esplorate (nelle
foibe), furono recuperati i resti di circa 300 corpi.
Nei giorni
dell’insurrezione, intanto, il Consiglio di Liberazione croato per l’Istria
aveva proclamato, con toni fortemente nazionalistici, l’annessione della
regione alla Croazia: si trattò di una decisione unilaterale del movimento
partigiano croato, che non teneva in considerazione le preoccupazioni della
popolazione italiana; essa pure aveva contribuito alla lotta contro le truppe
di occupazione con parecchi volontari unitisi all’insurrezione.
Tensioni fra i
movimenti di liberazione
Questo orientamento della
resistenza croata venne confermato dalle decisioni dell’AVNOI di fine novembre:
il Consiglio approvò la prospettiva dell’annessione delle province di Gorizia e
Trieste e di parte di quella di Udine alla Jugoslavia che sarebbe nata sulle
macerie dell’occupazione. Questa strategia aprì contraddizioni non solo con il debole antifascismo
italiano d’ispirazione conservatrice, ma anche con quello più significativo di
appartenenza comunista: esse si riflettevano innanzitutto nelle discussioni
accese che si svilupparono in relazione all’autonomia operativa delle brigate
italiane che si stavano formando, in collaborazione con quelle slovene, per
resistere all’offensiva tedesca in corso (che in Istria, è il caso di
ricordarlo, ripristinò l’ordine sui cadaveri di 13mila istriani).
Grazie ad essa i tedeschi
avevano potuto costituire, sui territori occupati da Udine a Zara, la Zona
d’operazione del Litorale Adriatico: presso tale are operarono, con funzione
repressiva, le SS, coadiuvate attivamente dal ricostituito apparato poliziesco
fascista, in particolare l’Ispettorato speciale di Pubblica Sicurezza. Si
trattava di una collaborazione favorita dagli ambienti industriali e finanziari
triestini, presso i quali l’esigenza di un blocco patriottico in funzione
antislava era considerata decisiva; il timore di un esito rivoluzionario della lotta
contro l’occupazione tedesca, considerato una possibilità reale vista la forza
militare della resistenza jugoslava, condizionò pure le scelte del Comitato di
Liberazione Nazionale di Trieste, che di fatto non svolse attività di massa e
si attestò su posizioni attendiste, nonostante i comunisti s’impegnassero al
suo interno per contrastare tale orientamento.
Tale attendismo si fondava
su una posizione politica di chiaro orientamento nazionalista: il CLN di
Trieste, con l’esclusione dei comunisti, rifiutava di mettere in discussione i
confini italiani definiti dai trattati del 1920 e del 1924. La difesa
intransigente delle annessioni realizzate dall’imperialismo italiano dopo la
prima guerra mondiale rendeva di fatto impraticabile l’alleanza con la resistenza
jugoslava, che rifiutava del tutto legittimamente di ratificare trattati in cui
i diritti delle popolazioni slovene e croate erano stati brutalmente
calpestati.
La liberazione di
Trieste
I dirigenti jugoslavi,
d’altra parte, non rinunciarono alla polemica, e approfittarono
dell’orientamento incerto del Pci, oltre che dell’attendismo del CLN, per
procedere nella costruzione, a Trieste, di basi solide per la propria politica:
essa stava entrando in rotta di collisione aperta con le intenzioni che gli Alleati
avevano in merito alla sistemazione postbellica della regione. Soprattutto dopo
la liberazione di Belgrado, avvenuta il 20 ottobre del 1944, gli jugoslavi
chiarirono la propria intenzione di non rinunciare a Trieste, denunciando
l’arrendevolezza dei comunisti italiani, troppo accondiscendenti verso
l’influenza che l’antifascismo conservatore esercitava sulla resistenza
italiana.
Negli stessi mesi i
dirigenti comunisti di Trieste cadevano, uno dopo l’altro, vittime dei
rastrellamenti tedeschi: i comunisti sloveni, pertanto, riuscirono a rafforzare
la propria influenza sul proletariato giuliano, a maggior ragione dopo la
rottura, avvenuta nel settembre, fra CLN e Pci. La stessa federazione del Pci
fu egemonizzata dalla politica degli sloveni, che agli operai della città
proponevano di fatto un orientamento rivoluzionario.
Contemporaneamente l’OF
riuscì nell’operazione finalizzata ad allontanare da Trieste e da Gorizia le
formazioni partigiane italiane: esse vennero definitivamente passate alle
dipendenze dell’Armata jugoslava e vennero schierate altrove nei momenti
decisivi della liberazione. Il Pci dell’Alta Italia accettò le decisioni
dell’OF che prevedevano la subordinazione di tutte le operazioni militari delle
unità italiane al comando operativo sloveno, anche se non ne ratificò gli
obiettivi annessionistici.
La contesa per Trieste era
di fatto aperta: gli jugoslavi, infatti, che già avevano rifiutato di
riconoscere la validità degli accordi per la spartizione fra gli Alleati del
loro Paese, schierarono le proprie formazioni attorno al capoluogo giuliano
(all’insaputa degli stessi comunisti di Trieste) e, dopo che erano fallite le
trattative con il CLN per la liberazione della città, vi entrarono con le
proprie Divisioni alla fine dell’aprile del ’45, anticipando di alcuni giorni i
neozelandesi dell’VIII Armata britannica.
Nei primi giorni di maggio
i partigiani procedettero all’arresto di quanti figuravano all’interno degli
elenchi dei collaborazionisti compilati in precedenza: coloro che venivano fermati
dovevano essere rapidamente processati per poter essere poi trasferiti a
Lubiana dove avrebbero dovuto essere sottoposti a procedimenti regolari.
Nonostante le direttive esplicite impartite dai vertici dell’Esercito di
Liberazione (“Prelevare i reazionari e
condurli qui, qui giudicarli – là non fucilare”), non mancarono le
esecuzioni sommarie, motivate da un’indignazione popolare difficilmente
contenibile.
Il malcontento di operai e
contadini, a Trieste come nel resto della Venezia Giulia, raggiunse, nei
confronti dei sospetti di collaborazionismo, una furia vendicativa che
oltrepassò in più occasioni le pur dure direttive di repressione politica (non
nazionale) della resistenza jugoslava.
Alcune valutazioni
conclusive
Una riflessione ragionata
sul computo delle vittime, comunque, non può che ridimensionare il clamore
drammatico con cui le vicende della liberazione jugoslava della Venezia Giulia
sono state trattate: furono infatti circa 600 gli arrestati e i deportati di
Trieste che sparirono nelle settimane successive alla cacciata dei tedeschi,
400 circa quelli di Gorizia, e cifre simili possono essere riferite anche agli
altri centri principali della Venezia Giulia, dell’Istria e della Dalmazia, per
un complesso di circa 2-3 mila dispersi; solo una parte di essi, tra l’altro,
finì ingoiata dalle foibe ad esecuzione avvenuta, visto che in parecchi
morirono presso le carceri o in campi di concentramento. Se ci si sofferma,
inoltre, sulle vicende biografiche dei dispersi, ci si rende conto che nella maggior
parte dei casi si trattava di agenti di Pubblica Sicurezza, di finanzieri, di
miliziani, di volontari della Repubblica Sociale, di militari e di carabinieri;
i civili non rappresentarono che una parte delle vittime.
Non si tratta affatto di “macabra
contabilità”: di fronte alle campagne di menzogne che giungono persino a
parlare di decine di migliaia di infoibati, definire l’ordine di grandezza del
complesso delle vittime delle operazioni di repressione messe in atto
dall’Esercito di Liberazione jugoslavo, consente di comprendere che quella fase
fu caratterizzata da un tipo di violenza ricorrente nelle situazioni
rivoluzionarie. Considerare con orrore, con l’enfasi peraltro utilizzata dal
segretario del PRC, il terremoto politico che sconvolse la Venezia Giulia nelle
settimane successive alla liberazione, significa chiudere gli occhi sul
procedere per forza di cose turbolento di un processo rivoluzionario che
convinse parecchi operai e contadini della possibilità di stravolgere
finalmente i tradizionali rapporti di forza.
Altri sono i ragionamenti
con cui i comunisti devono rileggere queste vicende: c’è bisogno infatti di un
impegno nuovo nell’analisi di quei fatti, un impegno in grado di valutare le
conseguenze dell’infezione nazionalista da cui non furono immuni le due lotte
di liberazione; un impegno in grado di definire i costi della rinuncia,
praticata dai movimenti partigiani, alla prospettiva dell’internazionalismo; un
impegno capace d’individuare i risultati dell’abbandono dei principi dell’indipendenza
di classe da parte delle organizzazioni comuniste segnate dal prevalere dello
stalinismo. Un impegno che evidentemente a Bertinotti non interessa, ma a cui i
marxisti sono fermamente intenzionati a dedicarsi.