FalceMartello n° 174 * 17-03-2004


Resistenza

Le foibe e la lotta partigiana:

una rilettura necessaria

 

(leggi la versione integrale di questo articolo)

 

Dalla Prima guerra mondiale l’Italia emerse vittoriosa e fra il 1920 ed il 1924 i trattati di pace consegnarono allo Stato italiano, oltre all’Istria, a parte importante della Dalmazia, a Zara e a Fiume, anche territori interamente popolati da sloveni e croati.

 

di Gabriele Donato

 

Di fatto, all’interno dei nuovi confini del Regno d’Italia, dopo il 1924 si ritrovarono a vivere circa 500.000 sloveni e croati per i quali l’affermazione degli interessi dell’imperialismo italiano coincise con la negazione più completa del proprio diritto all’autodeterminazione.

 

La guerra contro lo “slavismo”

 

Nel luglio del 1920, con l’incendio del Narodni Dom (la Casa del Popolo), sede delle organizzazioni slovene di Trieste, i fascisti inaugurarono una politica aggressiva di snazionalizzazione ai danni di quanti contraddicevano, con la propria identità orgogliosamente rivendicata, l’italianità della città. “Le fiamme del Balkan (l’albergo che ospitava la Casa del Popolo) purificano finalmente Trieste”, commentò il principale quotidiano della città, “Il Piccolo”.

Gli attacchi alle sedi dell’associazionismo sloveno e croato si moltiplicarono, senza soluzione di continuità con gli assalti agli edifici che ospitavano le strutture organizzate del movimento operaio. Nel settembre del 1920 Mussolini poteva affermare baldanzosamente che “in altre plaghe d’Italia i Fasci di combattimento sono appena una promessa, nella Venezia Giulia sono l’elemento preponderante e dominante della situazione politica”.

Fu così che grazie all’antislavismo e all’antibolscevismo più veementi il cosiddetto “fascismo di confine” riuscì a coagulare attorno a sé l’intera classe dominante della Venezia Giulia, nel nome di un’italianità aggressiva da imporre con la forza.

 La “bonifica etnica” della Venezia Giulia venne perseguita e sul piano culturale e su quello economico. Il tentativo di cancellarne l’identità culturale e linguistica passò attraverso la chiusura sistematica di scuole, centri associativi, società ricreative, case editoriali. Le pubblicazioni in sloveno e croato vennero poste fuori legge e l’uso pubblico delle due lingue venne proibito: il “genocidio culturale” si avvalse pure dell’italianizzazione forzata ed arbitraria dei cognomi, oltre che dei nomi di paesi e città. Contemporaneamente furono in vari modi costretti all’emigrazione, o comunque al silenzio, insegnanti, funzionari pubblici, intellettuali e sacerdoti, quanti cioè consentivano l’espressione e la circolazione dei valori che fondavano la vita politica e culturale delle minoranze.

Alla fine degli anni ’20 l’obiettivo principale del regime divenne l’annientamento degli istituti sui quali si reggeva la vita economica  delle popolazioni slave. Cooperative di acquisto e vendita, casse rurali e artigianali, associazioni professionali, società di mutuo soccorso vennero messe nell’impossibilità di funzionare, e ciò provocò danni gravissimi in particolare alle popolazioni rurali e aumentò a dismisura l’indebitamento verso istituti finanziari italiani di tantissimi contadini, oberati pure da incombenze fiscali particolarmente gravose. Alienazioni e pignoramenti furono utilizzati per favorire l’espulsione di tanti piccoli proprietari dalle proprie terre, che dal 1931 il regime cercò di colonizzare attraverso il passaggio dei terreni espropriati a proprietari italiani da trasferire presso le regioni annesse. Con altrettanta sistematicità venne praticata una vera e propria persecuzione politica: basti ricordare che su 31 condannati a morte dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato e giustiziati dal 1927 al 1943, 24 erano sloveni e croati.

 

L’occupazione dei Balcani

 

L’oppressione nazionale delle popolazioni slave assunse caratteristiche drammatiche all’indomani dell’intervento, il 6 aprile del 1941, dell’esercito tedesco nei Balcani, che provocò il rapido collasso dello Stato jugoslavo. L’Italia fu così messa nelle condizioni di annettersi la provincia di Lubiana e la Dalmazia, di occupare militarmente la Croazia sud-occidentale, d’ingrandire territorialmente le province di Fiume e di Zara e di formare quelle di Spalato e Cattaro.

Il regime di occupazione a cui furono sottoposte le aree annesse o in via di annessione fu durissimo: il problema principale da affrontare fu da subito il controllo del territorio, vista l’estesa presenza di movimenti di resistenza armata all’invasione. Già dall’aprile quello che sarebbe poi diventato il Fronte di Liberazione sloveno (l’Osvobodilne Fronta, OF) portò la lotta armata in territorio italiano, anche se la costituzione dell’ AVNOJ, il Consiglio Antifascista di Liberazione Nazionale della Jugoslavia, avvenne in Bosnia nel novembre. Nell’estate del 1941 l’OF aveva realizzato le prime azioni di guerriglia nei dintorni di Trieste, mentre l’espansione decisiva della lotta di liberazione avvenne a partire dalla primavera dell’anno successivo.

Proprio nei primi mesi del ’42 l’alto commissario italiano per la provincia di Lubiana Grazioli e il generale Mario Roatta impartirono una serie di disposizioni durissime per l’attuazione dei rastrellamenti nelle zone rurali: si ordinava la fucilazione immediata di tutti coloro i quali venivano sospettati di essere partigiani, l’uccisione indiscriminata di ostaggi a discrezione dei comandanti dei reparti italiani, l’internamento in campi di concentramento delle famiglie dei sospetti, la distruzione totale delle abitazioni nelle zone interessate dalle operazioni. Fu l’XI Corpo d’Armata, agli ordini del generale Mario Robotti, ad attuare i rastrellamenti e le rappresaglie, le cui modalità possono essere ricostruite anche grazie alle lettere che i soldati italiani spedivano alle famiglie: “Quando effettuiamo un rastrellamento usiamo i lanciafiamme, non lasciamo in vita niente, bruciamo tutto”.

L’Italia praticò allora nei territori occupati politiche simili a quelle attuate dalla Germania nazista nei territori dell’Europa orientale, politiche che nei fatti rasentarono il genocidio. Lo stesso Robotti, d’altra parte, aveva chiarito la propria opinione: “Non sarei contrario all’internamento di tutti gli sloveni, per rimpiazzarli con gli italiani(…) in altre parole si dovrebbe fare in modo di far coincidere le frontiere razziali e politiche”.

Sulla base dei calcoli effettuati, il tributo di sangue pagato dai popoli della Jugoslavia alla politica aggressiva dell’Italia fascista dall’aprile del 1941 al settembre del 1943 fu di oltre 250.000 vittime, cadute nei campi di concentramento italiani e nelle prigioni, durante i rastrellamenti o in occasione delle rappresaglie.

 

La lotta partigiana

 

Fra gli sloveni e i croati della Venezia Giulia il movimento di resistenza conquistò immediatamente un sostegno molto esteso, anche grazie alle rivendicazioni nazionali che decise di avanzare: gli obiettivi della lotta di liberazione, infatti, incorporarono le istanze tradizionali dell’irredentismo, tese all’annessione alla Jugoslavia di tutti i territori abitati da sloveni e croati, anche di quelli in cui prevalevano altre etnie. Alla fine del 1942, Kardelj, il principale dirigente comunista sloveno, in una lettera a Tito motivò le ragioni di questo slittamento verso posizioni di ispirazione nazionalista: egli era convinto della necessità di rivendicare l’esclusività della sovranità jugoslava sulla Venezia Giulia per non dare argomenti alla propaganda dei seguaci monarchici di Mihajlovic, che accusavano la resistenza di scarso patriottismo.

Si trattava di una revisione importante delle posizioni internazionaliste sulle quali il movimento comunista si era attestato, prima dell’affermazione dello stalinismo sul piano internazionale. Quando infatti Kardelj, sempre alla fine del ’42, chiarì che l’intenzione della resistenza era quella di “includere (…) politicamente tutto il territorio sloveno dal confine croato fino alla Resia e al mare. Anche Trieste, Gorizia e altre città”, moltiplicò i motivi di tensione con i comunisti italiani, già preoccupati per la scarsissima autonomia con cui riuscivano a muoversi, per la riorganizzazione del partito, all’interno dei territori liberati dall’OF.

Grazie ai contatti con la resistenza slovena, tuttavia, già nell’autunno del 1942 i comunisti friulani si attivarono per costituire le prime formazioni partigiane italiane: anche negli incontri iniziali che vennero organizzati, i dirigenti dell’OF posero immediatamente il problema dei confini, pretendendo il sostegno degli italiani alle rivendicazioni annessioniste della Jugoslavia. Le tensioni non impedirono comunque il rafforzamento della resistenza, tant’è che nel febbraio del 1943, grazie innanzitutto alla collaborazione instaurata fra comunisti, venne costituito il primo reparto autonomo composto da elementi italiani, alle dipendenze delle formazioni slovene: il distaccamento Garibaldi.

 

Il crollo del fascismo

 

Il crollo del fascismo nel luglio del 1943 e la confusione in cui sprofondarono gli apparati civile e militare dello Stato italiano consentirono alla resistenza jugoslava di rafforzarsi e all’antifascismo italiano di riorganizzarsi. Tuttavia, fra coloro che traghettarono nelle settimane successive l’Italia fra gli Alleati c’erano proprio quei militari che avevano avuto alcune delle responsabilità più gravi per i crimini di guerra perpetrati nelle campagne militari balcaniche (fra di essi lo stesso Roatta).

Non fu di conseguenza casuale la scelta di non liberare dalle carceri i prigionieri politici sloveni e croati: i generali che sostituirono Mussolini alla testa dell’Italia non avevano alcuna intenzione di allentare la presa militare sui territori occupati. Gli ordini che impartirono erano chiari: “(…) ogni movimento dev’essere inesorabilmente stroncato in origine (…) non si tiri mai in aria, ma a colpire come in combattimento”.

La repressione ai danni delle masse che manifestarono durante i quarantacinque giorni precedenti all’armistizio fu durissima: vittime si contarono a Udine, Gorizia, Cormons, Pola e Fiume, città al centro dei territori che di fatto vennero consegnati ai tedeschi dai capi militari italiani. Nell’Istria interna, invece, le truppe italiane furono costrette a cedere di fronte al moto insurrezionale di cui fu protagonista la popolazione povera della regione: si trattò di una mobilitazione impetuosa che consegnò per alcune settimane il potere ai Comitati Popolari di Liberazione e che spezzò, fino alla controffensiva tedesca di fine settembre, il controllo dello Stato italiano.

I contadini poveri di nazionalità croata riconquistarono la libertà per pochi giorni, e scatenarono tutta la propria rabbia nei confronti del potere dominante italiano; gli insorti si convinsero di essere giunti alla resa dei conti definitiva con i fascisti e nelle campagne si moltiplicarono le violenze ai danni di quanti venivano identificati come collaboratori del regime che si stava disgregando. Caddero vittime dell’insurrezione popolare i gerarchi locali, i notabili dei vari paesi e tanti degli italiani che furono ritenuti corresponsabili dello sfruttamento pluridecennale di quelle terre (proprietari terrieri e commercianti, innanzitutto).

Gli organismi insurrezionali non riuscirono a mantenere un controllo costante del corso, a tratti caotico, della ribellione; non mancarono certo casi di giustizia applicata sommariamente: quello che d’altra parte si manifestava in forme anche arbitrarie era un sentimento di rivalsa nei confronti di un regime che per anni aveva costretto le popolazioni a comprimere le innumerevoli ragioni della propria rabbia. Le stime più accreditate calcolano in circa 500 le vittime di quest’ondata insurrezionale, anche se nelle cavità carsiche esplorate (nelle foibe), furono recuperati i resti di circa 300 corpi.

Nei giorni dell’insurrezione, intanto, il Consiglio di Liberazione croato per l’Istria aveva proclamato, con toni fortemente nazionalistici, l’annessione della regione alla Croazia: si trattò di una decisione unilaterale del movimento partigiano croato, che non teneva in considerazione le preoccupazioni della popolazione italiana; essa pure aveva contribuito alla lotta contro le truppe di occupazione con parecchi volontari unitisi all’insurrezione.

 

Tensioni fra i movimenti di liberazione

 

Questo orientamento della resistenza croata venne confermato dalle decisioni dell’AVNOI di fine novembre: il Consiglio approvò la prospettiva dell’annessione delle province di Gorizia e Trieste e di parte di quella di Udine alla Jugoslavia che sarebbe nata sulle macerie dell’occupazione. Questa strategia aprì contraddizioni  non solo con il debole antifascismo italiano d’ispirazione conservatrice, ma anche con quello più significativo di appartenenza comunista: esse si riflettevano innanzitutto nelle discussioni accese che si svilupparono in relazione all’autonomia operativa delle brigate italiane che si stavano formando, in collaborazione con quelle slovene, per resistere all’offensiva tedesca in corso (che in Istria, è il caso di ricordarlo, ripristinò l’ordine sui cadaveri di 13mila istriani).

Grazie ad essa i tedeschi avevano potuto costituire, sui territori occupati da Udine a Zara, la Zona d’operazione del Litorale Adriatico: presso tale are operarono, con funzione repressiva, le SS, coadiuvate attivamente dal ricostituito apparato poliziesco fascista, in particolare l’Ispettorato speciale di Pubblica Sicurezza. Si trattava di una collaborazione favorita dagli ambienti industriali e finanziari triestini, presso i quali l’esigenza di un blocco patriottico in funzione antislava era considerata decisiva; il timore di un esito rivoluzionario della lotta contro l’occupazione tedesca, considerato una possibilità reale vista la forza militare della resistenza jugoslava, condizionò pure le scelte del Comitato di Liberazione Nazionale di Trieste, che di fatto non svolse attività di massa e si attestò su posizioni attendiste, nonostante i comunisti s’impegnassero al suo interno per contrastare tale orientamento.

Tale attendismo si fondava su una posizione politica di chiaro orientamento nazionalista: il CLN di Trieste, con l’esclusione dei comunisti, rifiutava di mettere in discussione i confini italiani definiti dai trattati del 1920 e del 1924. La difesa intransigente delle annessioni realizzate dall’imperialismo italiano dopo la prima guerra mondiale rendeva di fatto impraticabile l’alleanza con la resistenza jugoslava, che rifiutava del tutto legittimamente di ratificare trattati in cui i diritti delle popolazioni slovene e croate erano stati brutalmente calpestati.

 

La liberazione di Trieste

 

I dirigenti jugoslavi, d’altra parte, non rinunciarono alla polemica, e approfittarono dell’orientamento incerto del Pci, oltre che dell’attendismo del CLN, per procedere nella costruzione, a Trieste, di basi solide per la propria politica: essa stava entrando in rotta di collisione aperta con le intenzioni che gli Alleati avevano in merito alla sistemazione postbellica della regione. Soprattutto dopo la liberazione di Belgrado, avvenuta il 20 ottobre del 1944, gli jugoslavi chiarirono la propria intenzione di non rinunciare a Trieste, denunciando l’arrendevolezza dei comunisti italiani, troppo accondiscendenti verso l’influenza che l’antifascismo conservatore esercitava sulla resistenza italiana.

Negli stessi mesi i dirigenti comunisti di Trieste cadevano, uno dopo l’altro, vittime dei rastrellamenti tedeschi: i comunisti sloveni, pertanto, riuscirono a rafforzare la propria influenza sul proletariato giuliano, a maggior ragione dopo la rottura, avvenuta nel settembre, fra CLN e Pci. La stessa federazione del Pci fu egemonizzata dalla politica degli sloveni, che agli operai della città proponevano di fatto un orientamento rivoluzionario.

Contemporaneamente l’OF riuscì nell’operazione finalizzata ad allontanare da Trieste e da Gorizia le formazioni partigiane italiane: esse vennero definitivamente passate alle dipendenze dell’Armata jugoslava e vennero schierate altrove nei momenti decisivi della liberazione. Il Pci dell’Alta Italia accettò le decisioni dell’OF che prevedevano la subordinazione di tutte le operazioni militari delle unità italiane al comando operativo sloveno, anche se non ne ratificò gli obiettivi annessionistici.

La contesa per Trieste era di fatto aperta: gli jugoslavi, infatti, che già avevano rifiutato di riconoscere la validità degli accordi per la spartizione fra gli Alleati del loro Paese, schierarono le proprie formazioni attorno al capoluogo giuliano (all’insaputa degli stessi comunisti di Trieste) e, dopo che erano fallite le trattative con il CLN per la liberazione della città, vi entrarono con le proprie Divisioni alla fine dell’aprile del ’45, anticipando di alcuni giorni i neozelandesi dell’VIII Armata britannica.

Nei primi giorni di maggio i partigiani procedettero all’arresto di quanti figuravano all’interno degli elenchi dei collaborazionisti compilati in precedenza: coloro che venivano fermati dovevano essere rapidamente processati per poter essere poi trasferiti a Lubiana dove avrebbero dovuto essere sottoposti a procedimenti regolari. Nonostante le direttive esplicite impartite dai vertici dell’Esercito di Liberazione (“Prelevare i reazionari e condurli qui, qui giudicarli – là non fucilare”), non mancarono le esecuzioni sommarie, motivate da un’indignazione popolare difficilmente contenibile.

Il malcontento di operai e contadini, a Trieste come nel resto della Venezia Giulia, raggiunse, nei confronti dei sospetti di collaborazionismo, una furia vendicativa che oltrepassò in più occasioni le pur dure direttive di repressione politica (non nazionale) della resistenza jugoslava.

 

Alcune valutazioni conclusive

 

Una riflessione ragionata sul computo delle vittime, comunque, non può che ridimensionare il clamore drammatico con cui le vicende della liberazione jugoslava della Venezia Giulia sono state trattate: furono infatti circa 600 gli arrestati e i deportati di Trieste che sparirono nelle settimane successive alla cacciata dei tedeschi, 400 circa quelli di Gorizia, e cifre simili possono essere riferite anche agli altri centri principali della Venezia Giulia, dell’Istria e della Dalmazia, per un complesso di circa 2-3 mila dispersi; solo una parte di essi, tra l’altro, finì ingoiata dalle foibe ad esecuzione avvenuta, visto che in parecchi morirono presso le carceri o in campi di concentramento. Se ci si sofferma, inoltre, sulle vicende biografiche dei dispersi, ci si rende conto che nella maggior parte dei casi si trattava di agenti di Pubblica Sicurezza, di finanzieri, di miliziani, di volontari della Repubblica Sociale, di militari e di carabinieri; i civili non rappresentarono che una parte delle vittime.

Non si tratta affatto di “macabra contabilità”: di fronte alle campagne di menzogne che giungono persino a parlare di decine di migliaia di infoibati, definire l’ordine di grandezza del complesso delle vittime delle operazioni di repressione messe in atto dall’Esercito di Liberazione jugoslavo, consente di comprendere che quella fase fu caratterizzata da un tipo di violenza ricorrente nelle situazioni rivoluzionarie. Considerare con orrore, con l’enfasi peraltro utilizzata dal segretario del PRC, il terremoto politico che sconvolse la Venezia Giulia nelle settimane successive alla liberazione, significa chiudere gli occhi sul procedere per forza di cose turbolento di un processo rivoluzionario che convinse parecchi operai e contadini della possibilità di stravolgere finalmente i tradizionali rapporti di forza.

Altri sono i ragionamenti con cui i comunisti devono rileggere queste vicende: c’è bisogno infatti di un impegno nuovo nell’analisi di quei fatti, un impegno in grado di valutare le conseguenze dell’infezione nazionalista da cui non furono immuni le due lotte di liberazione; un impegno in grado di definire i costi della rinuncia, praticata dai movimenti partigiani, alla prospettiva dell’internazionalismo; un impegno capace d’individuare i risultati dell’abbandono dei principi dell’indipendenza di classe da parte delle organizzazioni comuniste segnate dal prevalere dello stalinismo. Un impegno che evidentemente a Bertinotti non interessa, ma a cui i marxisti sono fermamente intenzionati a dedicarsi.


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