No alle provocazioni
fasciste e alle pressioni dell’imperialismo
Il socialismo è la sola
via per la rivoluzione in Venezuela!
Si vivono giorni
decisivi in Venezuela. Le forze di opposizione al governo del Presidente Chavez
hanno lanciato una nuova offensiva dopo il fallimento dei due precedenti
tentativi controrivoluzionari, il colpo di Stato dell’aprile 2002 e la serrata
padronale nel dicembre 2002 e il Gennaio 2003.
di Roberto Sarti
Le organizzazioni reazionarie
hanno negli scorsi mesi provato a percorrere la via delle urne per rovesciare
Chavez. La nuova costituzione venezuelana, promulgata dall’attuale governo,
prevede la possibilità di revocare tramite referendum ogni carica pubblica
eletta a metà del mandato. Sono sufficienti il venti per cento delle firme
dell’intero corpo elettorale per convocare un referendum revocatorio. Una
procedura così democratica non esiste in nessun altro paese al mondo. Vi
immaginate che succederebbe se qualcuno proponesse una cosa del genere in
Italia? Dalla destra alla sinistra moderata si griderebbe “alla prevaricazione
violenta delle istituzioni democratiche” e al “golpe populista”.
Il referendum
Appoggiata da una campagna
mediatica di enormi dimensioni, l’opposizione nel dicembre scorso ha cercato di
raccogliere le firme necessarie per un referendum contro il Presidente. La
commissione elettorale nazionale (Cen) ha controllato le firme raccolte, ed ha
annunciato a fine febbraio che solo 1 milione e 800mila degli oltre tre milioni
di firme consegnate dall’opposizione, erano effettivamente valide. Per indire
il referendum ne occorrevano 2 milioni e 400mila. La casistica dei brogli
perpetrati dall’opposizione sfiora il ridicolo: più di 377mila firme sono state
direttamente annullate poiché appartenenti a minori, a persone private dei
diritti elettorali o addirittura decedute! Decine di migliaia di firme sono
state apposte con la stessa calligrafia. La Cen non è poi riuscita a provare la
validità o meno di ben 870mila firme ed ha disposto che i firmatari debbano
confermare la propria volontà nuovamente alla presenza di rappresentanti del
governo, della Cen e dell’opposizione. Sarà praticamente impossibile che
l’opposizione riesca a convalidare l’oltre mezzo milione di firme di cui ha
ancora bisogno. La sua sconfitta è stata chiara, ma i suoi dirigenti,
spalleggiati dall’Organizzazione degli Stati Americani e dagli osservatori del
Centro Carter (dal nome dell’ex presidente Usa), hanno rifiutato il verdetto
della Cen e incitato alla “disobbedienza civile” nei confronti del governo.
La realtà è che per i
leader dell’opposizione il responso della Cen era del tutto secondario. La
raccolta di firme rappresentava una scusa per guadagnare tempo e serrare le
fila dei propri sostenitori. È molto improbabile poi che Chavez oggi possa
perdere una consultazione elettorale come un referendum sulla sua persona. I
sondaggi più sfavorevoli danno il Presidente al 60% di appoggio fra la
popolazione. A Giugno ci sarà una nuova tornata elettorale ed è probabile che
la destra possa perdere una serie di amministrazioni locali, inclusa la
capitale Caracas.
L’ultimo anno è stato
infatti testimone di un indebolimento costante delle forze antichaviste, che
non si sono riprese dai due tentativi controrivoluzionari falliti. I loro
sostenitori sono demoralizzati e le piazze in occasioni dei loro cortei sono
sempre più vuote. I dirigenti dell’opposizione avevano dunque bisogno di un
collante che coagulasse la loro base e mantenesse alta la tensione. Se il referendum
fosse stato celebrato e fossero stati sconfitti, avrebbero comunque gridato
alla frode davanti a tutta la comunità internazionale.
Provocazioni
fasciste
Infatti, questo è proprio
quello che sta succedendo in questi giorni. Già nei giorni precedenti al 29
febbraio, data prevista per la decisione del Cen sulla validità delle firme, si
è scatenata una ondata di terrore per le strade di Caracas e delle maggiori
città del paese. Assalti tipici delle squadraccie fasciste a lavoratori,
studenti, sostenitori di Chavez, si sono susseguiti e continuano tutt’ora.
Mentre scriviamo, nove sono i morti e decine i feriti. Sono stati attacchi
preordinati e simultanei in diversi luoghi e città, fatto che dimostra come
esiste una regia centrale dietro le quinte. Lo scopo è quello di destabilizzare
il paese nella logica del “tanto peggio, tanto meglio” mantenenedo aperta la
possibilità di tentare un nuovo colpo di stato.
Gli appoggi a una
soluzione del genere non mancano. Istituzioni statunitensi hanno finanziato con
milioni di dollari Sumate, l’organizzazione che ha organizzato la raccolta di
firme per il referendum. Non dimentichiamo che Washington ha aiutato con
numerosi consiglieri militari i golpisti nell’aprile 2002, riconoscendo subito
il loro capo, Pedro Carmona, come presidente al posto di Chavez.
La particolarità del
Venezuela è proprio che, dal giorno seguente alla vittoria di Chavez nel 1998,
l’intera classe capitalista ha discusso e pianificato il suo rovesciamento. In
sé il programma dell’ex Colonnello non è che un insieme di riforme democratico
borghesi, da effettuarsi all’interno del sistema capitalista. Il rafforzamento
dell’economia nazionale, così da creare sufficiente ricchezza per tutta la
popolazione, costituisce l’obiettivo principale dell’attuale governo. Ma tale è
la degenerazione della classe dominante venezuelana ed il suo asservimento
all’imperialismo nordamericano che non si trova un imprenditore disposto ad
appoggiare il progetto politico di Chavez.
Lo deve ammettere anche il
Presidente in una recente intervista: “L’oligarchia mi ha assediato. Oggi ho
visto una foto mia del ’99 e mi sono spaventato. Da una parte c’era Peña
(sindaco di Caracas, ora feroce antichavista, ndr). Dall’altra Cisneros (leader
miliardario dell’opposizione) che è riuscito a collocare propri uomini in
posizioni di governo. Sono stato circondato da infiltrati.(…) Hanno fatto
moltissimi danni.” (Liberazione,
09/03/2004).
In queste frasi possimo
trovare il nocciolo del problema: Chavez che si circonda di borghesi che considera
propri alleati e questi ultimi che tramano contro di lui senza un attimo di
sosta.
Il comportamento della
borghesia venezuelana non é però imputabile a una cattiveria d’animo di natura
genetica. Nell’epoca odierna di crisi capitalista, in tutto il mondo il
padronato non vuole fare alcuna concessione alle masse. Se ciò lo proviamo
tutti i giorni sulla nostra pelle nei paesi più ricchi dell’Europa Occidentale,
possiamo solo immaginare quale margine di manovra ci sia in America Latina per
migliorare le condizioni di vita delle masse all’interno dell’economia di
mercato.
Così i capitalisti non
possono permettere che esista un luogo dove, come in Venezuela, si aumentino i
finanziamenti all’istruzione e alla sanità, non si privatizzino i servizi
sociali e la compagnia petrolifera nazionale e si mantenga una politica estera
indipendente da quella degli Stati Uniti.
Ad esempio, grazie ai
progetti del governo, 680.000 persone hanno potuto terminare la scuola
elementare ed ottenere un’educazione di base. La sanità è diventata un diritto
e nel solo mese di gennaio più di sei milioni di persone hanno avuto accesso
gratuito alle cure sanitarie. L’economia si sta riprendendo dal duro colpo
infertole dalla serrata padronale di quattordici mesi fa. La produzione industriale
nel 2003 è cresciuta del 18% mentre la disoccupazione è scesa dal 20 al 16%.
Rimangono gravi problemi
perché misure radicali, come il calmierare i prezzi dei prodotti basilari,
convivono con la struttura dell’economia che è ancora essenzialmente capitalista.
Tuttavia è in questi provvedimenti e nel protagonismo crescente delle masse che
possiamo rintracciare le ragioni dell’appoggio di massa a Chavez.
Un nuovo colpo di
stato?
L’arroganza
dell’imperialismo ha portato quindi a una spostamento a sinistra delle
posizioni di Chavez e del suo movimento Quinta Repubblica. La pressione delle
masse è formidabile. La sua stessa elezione alla Presidenza è un sottoprodotto
del processo rivoluzionario in Venezuela.
È l’espressione, per quanto distorta e confusa, della radicalizzazione
di milioni di lavoratori e di sfruttati che hanno respinto gli attacchi feroci
della reazione più e più volte. Anche in queste giornate la risposta delle
masse alle provocazioni della destra è stata entusiasmante. Domenica 29 febbraio
un’ennesima manifestazione oceanica ha invaso le piazze e le strade della
Capitale. Qui Chavez ha si espresso in maniera molto dura contro Bush. Lo ha
invitato a non interferire più con gli affari interni del Venezuela,
minacciando di tagliare i rifornimenti petroliferi agli Stati Uniti. Ha
denunciato correttamente come tutta la campagna dell’opposizione sia
orchestrata direttamente da Washington, paventando il rischio di un intervento
militare diretto degli Stati Uniti.
Quest’ultima possibilità
appare però a breve termine poco probabile, così come un nuovo colpo di stato.
I rapporti di forza fra le classi sono oggi sfavorevoli alla destra. Inoltre
l’opposizione ha molto meno sostegno nell’apparato delle forze armate rispetto
al golpe dell’aprile del 2002: la maggior parte degli alti ufficiali mantiene,
per il momento, l’appoggio a Chavez. Il problema è quanto potrà durare questo
appoggio e quali sono le basi della lealtà alla rivoluzione bolivariana?
Dobbiamo ricordarci che
l’esercito venezuelano è stato sì influenzato dal processo rivoluzionario, ma
rimane comunque un esercito borghese, creato e organizzato dalla classe
dominante a difesa dei propri
interessi. Fino a che una rivoluzione è in ascesa, spesso le forze armate sono
divise o inutilizzabili per scopi reazionari. Ma quando il processo
rivoluzionario entra in una fase di riflusso o di confusione, sovente prodotta
dall’atteggiamento ondivago e conciliante della direzione del movimento
operaio, si possono aprire scenari pericolosi. Una parte o la maggioranza della
cupola militare può fare ritorno all’ovile della borghesia. Questo è cio che
successe in Cile al tempo del governo di Unidad Popular. Allende aveva grosse
illusioni nella natura “democratica” delle Forze Armate. Pensava che fosse vero
quello che è scritto nelle Costituzioni borghesi, che l’Esercito ha il compito
di difendere le istituzioni democratiche e il governo in carica. Così Allende
nominò Pinochet, fino ad allora convinto democratico, a comandante in capo
dell’Esercito e fu sinceramente sbalordito alla notizia che proprio Pinochet si
era posto alla testa del golpe. Le Forze dell’ordine infatti difendono i
rapporti di proprietà capitalisti e non una Costituzione che, in ultima
analisi, è un pezzo di carta che può essere tranquillamente stracciato in mille
pezzi quando è in pericolo l’esistenza stessa della propria classe di
“riferimento”, la borghesia. Questo è quello che è successo in Cile e questo
può accedere ancora in Venezuela.
Le probabilità a favore di
una svolta reazionaria aumenteranno quanto più il governo di Chavez si mostrerà
indeciso e tentennante, facendo concessioni alle multinazionali, non sferrendo
colpi decisivi alla controrivoluzione. In una situazione così polarizzata non
ci si può fermare a metà strada. Oggi molti generali e altri alti funzionari
statali appoggiano il cavallo vincente, vale a dire Chavez, ma davanti al caos
e all’instabilità politica, provocate dalla strategia del terrore della destra
e dalle indecisioni del governo, potrebbero stancarsi. Dopo diversi mesi di
stallo e di confusione potrebbero emergere elementi che impongono una soluzione
militare per ripristinare l’ordine in una società divenuta “ingovernabile”.
Non possiamo escludere che
settori dell’opposizione scelgano subito questa strada, appoggiandosi sulle
forze che già ora li sostengono. Nello stato di Zulia il governatore
antichavista sta utilizzando la polizia locale contro il governo centrale, minacciando di
dichiarare l’indipendenza della regione. L’intento è quello di provocare un intervento
dell’esercito. Qui entrerebbe in gioco l’esercito colombiano, con cui Zulia
confina, che correrebbe in soccorso della regione “ribelle” e della democrazia.
Democrazia di cui, come si sa, il governo colombiano è un noto campione.
La prospettiva più probabile
nel breve termine per l’opposizione, consigliata anche dall’amministrazione
Bush, è di provocare un aumento continuo della tensione. Ciò significa sul
versante interno provocazioni, attacchi e attentati continui come quelli di
questi giorni. Più voci parlano di
un possibile embargo economico internazionale nei confronti del Venezuela, per
richiedere il “rispetto dei diritti umani violati”. Una mossa del genere però
potrebbe portare a un’accelerazione del processo rivoluzionario. Come a Cuba
dopo la rivoluzione del 1959, potrebbe essere il boicottaggio statunitense a
spingere Chavez al di là delle proprie intenzioni e a rompere con il
capitalismo.
Nella rottura con le
logiche di mercato risiede l’unica salvezza per la rivoluzione bolivariana. L’opposizione
trae la propria forza dalle fabbriche, le televisioni, i giornali che possiede.
I principali mezzi di produzione devono essere nazionalizzati e posti sotto il
controllo dei lavoratori. Chavez di fronte alla serrata un anno fa incitò i
lavoratori ad assumere il controllo delle aziende i cui proprietari
ostacolavano il processo rivoluzionario. Questa proposta deve essere ripresa
oggi di fronte a un nuovo grave pericolo. Solo impossessandosi delle leve della
produzione sarà possibile sconfiggere le forze reazionarie.
La mancanza di chiarezza
da parte di Chavez sui passi che la rivoluzione deve intraprendere per
consolidarsi, ha rappresentato finora il limite più evidente del processo.
Chavez ripete che in Venezuela “I poveri stanno prendendo il potere”
(Liberazione, 09/03/2004) La cosa è vera solo in parte. Le masse in Venezuela
hanno dimostrato che sono l’unica forza che può fermare la reazione: sono entrate nella scena politica e
vogliono decidere in prima persona il proprio destino. La volontà delle masse è
essenziale per la presa del potere da parte della classe operaia ma non basta.
Si deve tradurre in atti concreti. Le masse devono strappare le leve del potere
economico dalle mani della borghesia ed organizzarsi in assemblee popolari, in
consigli all’interno dei luoghi di lavoro, in poche parole in soviet, per
gestire questo potere.
Il problema
dell’autodifesa
La rivoluzione oggi però
deve affrontare una nuova minaccia: i gruppi di chiara matrice fascista che,
armati, vogliono destabilizzare il paese. A questi non si può rispondere che
con l’autodifesa organizzata delle masse. Su questo il movimento operaio
internazionale non può assumere una posizione ambigua o, peggio, di finta
imparzialità. Ci riferiamo alle corrispondenze dell’inviata di Liberazione:
“A Caracas Est, la Caracas dei ricchi, la polizia metropolitana (il cui
controllo sfugge completamente al governo) spara sulla guardia nazionale. È in
questo Far West, più che nelle segrete stanze del Cen, che Chavez si gioca la
presidenza. Se riuscirà a sottrarsi alla trappola della repressione violenta
avrà vinto la partita più difficile. (…)
Dalle baracche chaviste e dai quartieri popolari del centro escono squadre
di uomini in borghese. Sono le ronde autorganizzate che da giorni scalpitano. (…)
Gruppi armati che sostengono il chavismo dai bassifondi della metropoli.
Sbarrargli il passo, nelle prossime ore, non sarà impresa semplice” (Liberazione,
4 marzo 2004)
Questo è il riflesso
concreto della svolta “nonviolenta” del segretario del Prc, Bertinotti. Secondo
i suoi sostenitori, in Venezuela non è in atto una provocazione di stampo
fascista da combattere. Siccome ambedue le parti utilizzano metodi “violenti”
sarebbero da condannare, senza nemmeno considerare quali interessi di classe
esprimano le due parti. Che dovrebbero fare allora i lavoratori in Venezuela?
Farsi massacrare dai provocatori a braccia alzate, sperando al massimo
nell’intervento di una forza di interposizione internazionale? Quella dei
dirigenti del nostro partito è una posizione astratta, che sembra negare nei
fatti la contrapposizione fra le classi. Ma siccome le classi ancora esistono,
come esiste tuttora la scontro fra di esse, rifiutare qualunque opzione
“violenta” di cambiamento sociale significa porsi in pratica in una posizione
di accettazione dell’esistente, dell’ordine capitalista. In Venezuela la
restaurazione del normale ordine capitalista avrebbe come risultante una
dittatura spietata e sanguinaria.
Ma per fortuna le masse si
stanno organizzando e rispondendo colpo su colpo all’offensiva del padronato.
Noi siamo orgogliosi di schierarci dalla parte di lavoratori e giovani che
resistono alle ignobili provocazioni fasciste. La resistenza e la straordinaria
voglia di lottare del popolo venezuelano deve però essere coordinata ed
organizzata. Per questo sempre più vasti settori di avanguardia, tra cui
spiccano i marxisti della Corrente Marxista Rivoluzionaria di cui parliamo
nelle pagine di questo giornale, stanno discutendo e promuovendo una serie di
rivendicazioni che oggi assumono un ovvio carattere d’urgenza.
Le principali riguardano
la creazione di comitati e squadre di autodifesa che devono presidiare i
quartieri popolari e i luoghi di lavoro. Il governo deve provvedere al loro
armamento e all’addestramento necessario. I comitati devono essere eletti da
assemblee in ogni quartiere e luogo di lavoro Questi comitati devono essere
collegati ai settori dell’esercito leali alla rivoluzione. La democratizzazione
dell’esercito è un obiettivo prioritario per impedire l’infiltrazione di
elementi controrivoluzionari. Consigli di soldati devono essere creati a tutti
i livelli col potere di elezione e di revoca degli ufficiali. La rivoluzione
venezuelana è entrata, come spiegato, in un momento decisivo. Mai come ora
l’espressione di Karl Marx “la rivoluzione e la controrivoluzione marciano a
fianco” è attuale. Lo sbocco dello scontro a cui stiamo assistendo può essere
la più inebriante delle vittorie o la più terribile delle sconfitte. Perché
prevalga il primo scenario, non basta l’eroismo delle masse di Caracas. È
necessaria la costruzione di un partito rivoluzionario di massa che raccolga
attorno a sé le forze migliori del proletariato e delle masse che appoggiano
Chavez e assicuri il successo della rivoluzione socialista. E un Venezuela
socialista potrebbe essere costituire quella scintilla che infiamma un
continente sudamericano già in rivolta.