Bertinotti completa
la “svolta”
Il Prc entra nella
Sinistra europea
Resoconto del
Comitato politico nazionale del 6 - 7 marzo 2004
Con un voto di misura
(67 favorevoli su 120 votanti) il Comitato politico nazionale del Prc ha
confermato la scelta di adesione al futuro Partito della sinistra europea (Se).
Chi ha seguito il dibattito interno ed esterno al Prc negli scorsi mesi sa che
questa svolta è stata accompagnata da una vasta opera di revisione ideologica
con la quale Bertinotti ha approfondito le posizioni assunte allo scorso
congresso, sulla quale abbiamo già ampiamente riferito nello scorso numero
della nostra rivista. Ne richiamiamo quindi solo per sommi capi i punti
principali. Scelta non violenta “integrale” in nome del rifiuto della presa del
potere, ripetute aperture al cattolicesimo, rottura con principi cardine del
marxismo e del leninismo quali la teoria dell’imperialismo, la teoria marxista
dello Stato e del partito, (il tutto raccolto sotto l’etichetta di comodo del
“superamento del Novecento”), critica della Resistenza, sempre in nome del
rifiuto della lotta per il potere, ecc.
di Claudio Bellotti
Il dibattito nel Cpn non
ha aggiunto molto sotto questo profilo, poiché tutti gli argomenti fondamentali
di Bertinotti e delle altre posizioni erano già stati ampiamente espressi nei
mesi scorsi. Semplicemente si è confermato come in questa opera di revisione,
sia Bertinotti che altri sostenitori delle sue tesi dipingano una versione del
tutto “particolare” e a nostro avviso inesistente di quelle che furono le reali
posizioni di Marx, Lenin, Trotskij, del partito bolscevico. Inoltre nelle
conclusioni del dibattito Bertinotti ha fatto delle parziali marce indietro (in
fondo la rivoluzione d’Ottobre andava fatta, abbiamo appreso) che però più che
rettificare o equilibrare le precedenti prese di posizioni ci paiono
semplicemente aggiungere ulteriore confusione.
È importante invece vedere
più da vicino i due testi che saranno alla base del congresso costitutivo della
Sinistra europea, che si terrà a Roma al principio di maggio, ossia il
manifesto (pubblicato su Liberazione il
22 febbraio) e la proposta di Statuto (pubblicata il 4 marzo)
Il manifesto della
Sinistra europea
Il Progetto per un’altra Europa, sottoscritto al vertice di Atene,
illustra nella maniera più chiara il carattere opportunista dell’intera
avventura della “sinistra europea”. L’intero testo è intriso della retorica
dell’“Europa sociale”, i vaghissimi riferimenti al “superamento del
capitalismo” non sono che maldestri abbellimenti di un testo che esprime una
completa adesione all’europeismo borghese più o meno verniciato di
progressismo. Si parla non a caso di “carattere
originale del modello sociale europeo”, di “difendere gli interessi dei lavoratori e della democrazia, di una
società europea con le sue organizzazioni e istituzioni, compreso il Parlamento
europeo”. E non a caso nella proposta di Statuto si parla di un’opera che “sostenga attivamente lo sviluppo di
un’identità europea secondo i nostri valori e obiettivi” valori e obiettivi
che nel Progetto per un’altra Europa vengono
così nebulosamente indicati: “Alternative
solidali, democratiche sociali ed ecologiche”, e più oltre “un modello di sviluppo sociale, ecologico e
sostenibile ed una ristrutturazione dell’economia basata sulla difesa
dell’ambiente e del clima, fondata sul principio di precauzione, attraverso
l’utilizzo di tecnologie ambientali, della solidarietà sociale, per la
creazione di nuovi lavori e il sostegno alle regioni svantaggiate del pianeta”.
Quando poi da queste timide
e perbenistiche affermazioni si scende ai nodi politici del giorno, si scopre
che sul progetto di esercito europeo, il manifesto introduce una formulazione a
dir poco ambigua: “Vogliamo un’Europa che
rifiuti (…) qualsiasi modello di esercito europeo che punti ad aumentare la
conflittualità nel mondo e la corsa al riarmo”. Segue l’immancabile
richiamo alle Nazioni unite. Sulla futura Costituzione europea, poiché i
partiti firmatari hanno opinioni diverse (come sull’esercito europeo), si
decide di non decidere: “Oggi, qualsiasi
possa essere il nostro parere definitivo sul “Trattato costituzionale” in
discussione, ci opponiamo a un direttorato dei poteri forti”.
Per riassumere: un
manifesto completamente estraneo a qualsiasi concezione di classe (non diciamo
già comunista), in cui si parla di costruire una “sinistra alternativa, radicale, femminista e ambientalista”, che
in nessun punto va al di là delle concezioni dell’attuale sinistra
socialdemocratica.
Cosa vi sia di
“antagonista” e “alternativo” in tutto ciò, è un mistero tutt’ora inspiegato.
Non è affatto un mistero,
invece, il fatto che questa operazione della sinistra europea è un grimaldello
attraverso il quale si punta a scardinare definitivamente l’ancoraggio di
classe del Prc, già seriamente compromesso dalle teorizzazioni e dalle pratiche
movimentiste di questi anni. La conferma viene dal dibattito sullo Statuto.
La proposta di
Statuto
Tra le proposte sostenute
ad Atene dalla rappresentanza del Prc, la più significativa ci pare essere quella
di permettere l’adesione individuale alla Sinistra europea. Immaginiamo le
conseguenze. In Italia il Prc sarebbe la forza che rappresenta la Sinistra
europea. Tuttavia, esisterebbe un tesseramento separato e distinto di persone
che pur non aderendo al Prc, aderiscono al partito europeo, e quindi
partecipano alle sue decisioni, decisioni che poi ricadono sullo stesso Prc.
Nella relazione al Cpn Bertinotti ha spiegato che ci sarebbero molte forze
entusiaste di aderire in questa forma al nuovo partito. Possiamo immaginare che
qualche orfano della sinistra Ds, che i vari Agnoletto, i vari generali senza
esercito della “società civile” che si troverebbero troppo stretti all’interno
di Rifondazione, che trovano troppo ingombrante la falce e il martello e il
nome comunista, sarebbero ben contenti di aderire a una struttura del genere.
Tutti i vantaggi, nessun obbligo! Liberi di seguire la politica che vogliono,
liberi dal condizionamento dei militanti di base, e con un canale privilegiato
per accedere alle candidature europee, nonché ai fondi che l’Unione europea
destinerà al nuovo partito.
Nel giro di pochi anni le
conseguenze sarebbero disastrose. Il Prc diventerebbe di fatto il “recinto dei
giochi” di quei poveri nostalgici che ancora amano trastullarsi con i simboli
comunisti, mentre la Sinistra europea sarebbe il luogo delle vere decisioni
politiche, e in quell’ambito si salderebbe un patto di ferro tra i settori radical-chic e i settori più moderati
del Prc.
L’esperienza spagnola di
Izquierda Unida conferma la nostra analisi: Iu ormai non è in alcun modo
riconoscibile come una forza alternativa al sistema capitalista, è una
formazione che si definisce ecosocialista, al cui interno il partito comunista
è pressoché dissolto, al punto che non ha neppure presentato un proprio
candidato alla presidenza di Iu nell’ultimo congresso.
Il dibattito sulla
Sinistra europea
Nel Cpn il dibattito
sull’adesione alla Sinistra europea ha visto andare al voto cinque documenti.
La maggioranza congressuale si è scomposta in tre posizioni: Bertinotti (67
voti), Grassi (area Ernesto, 30 voti)
e Malabarba (ex Bandiera rossa, 7
voti), mentre due documenti sono emersi dalla minoranza: Ferrando (12 voti,
incluso chi scrive e il compagno Giardiello) e Izzo (4 voti).
Per la verità era nostra
intenzione votare a favore di entrambi i documenti della minoranza congressuale
alla quale apparteniamo e avevamo preparato una dichiarazione scritta in tal
senso, ma un cambiamento dell’ultima ora sulla normale procedura di voto (di
cui diremo dopo) ce lo ha impedito. Abbiamo così scelto di votare il documento
Ferrando-Grisolia unicamente per ragioni di rappresentatività. Ci sembrava
innecessaria una divisione della minoranza nel Cpn che sanciva la svolta di
revisione ideologica e politica impressa dal compagno Bertinotti, ma alla fine
sono prevalse le logiche di piccolo cabotaggio.
La moltiplicazione delle
piattaforme presentate non deve tuttavia oscurare un fatto rilevante; al di là
della durezza di questo o quell’intervento, ci pare che il comportamento dei
dirigenti delle diverse aree oggi all’opposizione (includendo Ferrando) non
dimostri affatto quella reazione che sarebbe invece necessaria considerata la
natura della “svolta” e i pericoli che essa comporta per il Prc.
Esemplare a questo proposito
l’intervento del compagno Grassi, che è stato percorso non dalla volontà di
fare chiarezza, ma dalla preoccupazione di delimitare il più possibile la
portata delle divergenze, di limitarsi a dire lo stretto indispensabile; lo
stesso si può dire del documento della sua area, che invece di prendere di
petto il pericolo liquidazionista si limita a riserve di metodo e di tempi, si
abbandona a esercizi bizantini di esegesi delle tesi congressuali e,
soprattutto, non pronuncia una sola parola di critica su quel deprecabile
manifesto programmatico di cui più sopra abbiamo parlato, né sullo Statuto.
Circoscrivere il più
possibile le divergenze può essere (non necessariamente e in ogni circostanza)
un metodo corretto in una discussione che muova da posizioni di fondo
sostanzialmente omogenee, e in cui la divisione è magari di natura tattica. Ci
pare invece un grave errore nel momento in cui il dibattito riguarda le
fondamenta stesse della concezione di un partito comunista, la lotta contro la
rimozione della concezione marxista e classista, in sostanza la natura più
profonda del partito. Rivendicare tutti i punti in comune con la maggioranza in
un momento in cui il corpo del partito è scosso, disorientato (e in alcuni casi
infuriato) per la svolta e per il metodo verticista con cui è stata imposta, è
un abbandono imperdonabile di quello che dovrebbe essere il ruolo di chi
partecipa a un organismo dirigente.
Sul versante opposto, le
critiche dell’area Erre (fu Bandiera rossa – a proposito, ma chi
glielo ha fatto fare mai di cambiare il nome della loro rivista, che ora
nessuno capisce più di chi si sta parlando?!?) sono state improntate dalla
preoccupazione (per non dire l’ossessione) di non apparire in qualche modo
propensi a creare un blocco di opposizione a Bertinotti. Cannavò e Malabarba si
sono premurati di rivendicare la propria posizione come la reale e coerente
applicazione delle tesi bertinottiane dello scorso congresso. Erre è stata l’unica area, oltre a
quella bertinottiana, ad accettare di far parte della delegazione al congresso
fondativo della Sinistra europea il prossimo maggio.
La questione della
delegazione ha avuto una parte non secondaria nel dibattito, poiché su precisa
indicazione di Bertinotti è stato chiarito che i componenti avrebbero avuto un mandato
imperativo di votare a favore della fondazione del nuovo partito, fatta salva
poi la loro facoltà a partecipare liberamente al resto del dibattito. Tale
pretesa senza precedenti è stata giustificata dal segretario con il seguente
paragone: se si va in parlamento su una posizione importante, i deputati non
votano secondo la loro opinione, ma secondo le decisioni dei gruppi dirigenti
del partito. Questa presa di posizione illustra in modo piuttosto crudo la
concezione che Bertinotti e la maggioranza hanno sviluppato riguardo la natura
del partito e della sinistra europea: una concezione appunto parlamentaristica,
una caricatura della diplomazia borghese della quale non a caso si assume anche
il linguaggio.
L’opposizione di sua
maestà
Prima del voto finale sui
documenti, la presidenza del Cpn con un vero e proprio colpo di mano ha fatto
approvare un cambiamento nel metodo di voto.
Se in passato ogni
documento presentato veniva posto al voto separatamente, e ogni compagno poteva
quindi esprimersi su ciascuna delle posizioni presenti, è stato invece proposto
(e poi approvato a maggioranza) di votare i documenti in modo contrapposto,
limitandosi a chiedere i voti favorevoli per ciascuno di essi. La motivazione
di questa scelta è soprattutto una logica di puro prestigio: a Bertinotti
evidentemente non è piaciuto che sui giornali apparisse dopo l’ultima direzione
nazionale che la sua proposta era passata con 21 favorevoli e 17 contrari, e
non piaceva neppure l’idea che il riassunto di questo Cpn fosse pubblicato in
questi termini: Bertinotti prevale 67 a 53.
Da qui il piccolo “golpe
di maggioranza”, che non solo lede il diritto dei membri del Cpn di esprimersi
col voto su tutte le posizioni presenti, ma che, cosa anche più grave, apre la
strada alla possibilità che un documento di maggioranza relativa venga
considerato comunque approvato anche se non ha la maggioranza effettiva dei
votanti. Come detto, tale decisione è stata messa ai voti a sorpresa a fine
lavori e senza permettere un vero dibattito, ma il compagno Grisolia ha trovato
lo stesso il modo di dichiararsi favorevole fornendo a questa scelta
inaccettabile la legittimazione di un’area di opposizione. Il solito bel
regalino a Bertinotti da parte dei compagni di Progetto comunista, che non a
caso vengono ormai vezzeggiati in numerosi interventi della maggioranza
bertinottiana che vedono in questa “opposizione di sua maestà” un utile
ornamento che, per un prezzo tutto sommato ragionevole, fornisce una patente di
democrazia a un gruppo dirigente che la democrazia se la mette sotto i piedi
con disinvoltura crescente.
È sotto gli occhi di
tutti, infatti, come ormai gli organismi dirigenti (Cpn, Direzione nazionale)
vengano sempre riuniti a tempo scaduto. Le varie svolte vengono annunciate in
pompa magna su stampa e Tv, le “innovazioni” ideologiche vengono sancite in
convegni nei quali la parola è preclusa alle posizioni critiche presenti nel
partito (mentre si fanno ponti d’oro per i vari Revelli) poi, alla fine del
festino, si riunisce l’organismo “dirigente” per timbrare le decisioni già
prese e applicate.
Questa involuzione del
dibattito interno non è casuale, e corrisponde pienamente alla natura della
svolta in atto, il partito leggero, elettoralista e radicaleggiante verso il
quale ci si muove è insofferente nei confronti di ogni forma di controllo
democratico dalla base, di costruzione di una militanza organizzata e
cosciente, ed è invece schiavo della politica d’immagine.
Verso il congresso
Con questo Cpn si è
sancito un passaggio di qualità. Ora il dibattito di fatto resterà congelato,
poiché tutte le componenti considerano decisivo il voto delle prossime elezioni
europee come banco di prova delle diverse tesi. Tuttavia è chiaro che dopo il
voto, avvicinandosi scadenze importanti fra cui quella del congresso, che
statutariamente ricadrebbe nella primavera del 2005, il dibattito si
riaccenderà più aspro che mai.
Si aggiunga che il partito
arriva a questo dibattito in uno stato di difficoltà organizzativa. Ci sono stati
4000 iscritti in meno nel 2003, le strutture periferiche sono in forte crisi di
militanza e soprattutto il corpo militante appare sempre meno motivato alla
partecipazione attiva, c’è un’evidente sfiducia nella reale possibilità che il
Prc conquisti un serio radicamento anche in quei settori operai e popolari che
pure si stanno mobilitando impetuosamente in tutto il paese.
Sarà pertanto, quello che
ci porterà al prossimo congresso, un dibattito nel quale ogni posizione, ogni
componente e ogni singolo militante sarà costretto a scelte forse decisive; la
“furia” revisionista della maggioranza bertinottiana toglie ogni credibilità ai
vari tentativi di condizionare la linea attraverso mediazioni e compromessi di
vertice; le smarcature millimetriche, le opposizioni a giorni alterni non
possono essere la risposta di fronte a un processo come quello in corso.
Il nostro obiettivo deve
essere quello di lottare tenacemente a tutti i livelli, da quelli dirigenti
fino ai circoli, per suscitare quell’allarme, quel sussulto e quella reazione
indispensabili affinché in un dibattito fin qui sostanzialmente viziato possa
irrompere la voce del corpo militante del partito.
Questo compito ricade in
primo luogo sulla sinistra del partito; da questo punto di vista, la lotta contro
scelte francamente opportuniste come quella che abbiamo segnalato non è un
lusso o un nostro vezzo polemico nei confronti dell’area di Ferrando, ma una
necessità imprescindibile di coerenza fra le dichiarazioni, largamente
condivisibili, che si scrivono nei documenti, e le scelte reali che si assumono
quando si tratta di uscire dal terreno delle generiche dichiarazioni di
principio.
Mai come ora ci sono
possibilità di dialogare con migliaia di compagni che cercano una spiegazione
della crisi del partito; ma per conquistare quella fiducia e quel rispetto la
sinistra del partito deve liberarsi di quel carico di ambiguità (espresso in
episodi quali quelli citati) e di formalismo che le hanno impedito fin qui di
essere quel punto di riferimento che tanti compagni cercano in questa
congiuntura così complessa. Questa sarà la nostra battaglia nella prossima
fase.