Congresso Fiom-Cgil
La parola deve tornare ai
lavoratori
Il Comitato centrale
della Fiom del 12 marzo ha licenziato i documenti definitivi del congresso
straordinario. A fine marzo prenderanno il via i congressi nelle fabbriche, per
concludersi con l’assise nazionale di Livorno del 3-5 giugno.
di Paolo Brini (Comitato centrale della Fiom – delegato
Smalti Modena)
A dire dei vertici della
Fiom questo doveva essere il congresso di svolta che aveva il compito di aprire
una battaglia per spostare a sinistra l’asse politico della Cgil. Leggendo i
documenti congressuali, quello di Rinaldini (segretario uscente) a cui ha
aderito la sinistra sindacale e quello di Nencini che rappresenta la destra
nella Fiom si capisce bene che non sarà così.
Mentre Nencini la minestra
concertativa vuole farcela ingoiare tutta assieme, candidandosi ad essere il
principale referente di Epifani nella Fiom, Rinaldini vuole somministrarcela in
piccole quantità. Ma la direzione di marcia è la stessa.
Il sostegno al documento
di Rinaldini da parte della sinistra è un passo ulteriore verso l’abisso per
un’area che sta perdendo ogni contatto con le lotte reali che pure si stanno
sviluppando in ogni angolo del paese.
Non un contratto, non una
vertenza, non un accordo, non una lotta negli ultimi anni ha visto gli
esponenti nazionali di Cambiare Rotta distinguersi dagli altri dirigenti della
Cgil.
Emblematico a tale
proposito che anche la destra dell’Emilia Romagna che fa riferimento a Naldi ha
aderito al documento di Rinaldini, vedendo accolti tutta una serie di
emendamenti nel Comitato Centrale del 12 marzo.
Eppure niente sarebbe più
necessario per la Fiom di un congresso che faccia un bilancio onesto delle
lotte degli ultimi tre anni. Dal 2001 ad oggi sono stati firmati due contratti
nazionali sulla testa dei lavoratori che correttamente la Fiom non ha
sottoscritto, ma che allo stesso tempo non è stata in grado di contrastare.
Per questa ragione chi
scrive difenderà al congresso (assieme ad altri delegati riunitisi a Bologna il
2 marzo) un testo che pur presentandosi a tutti gli effetti per i suoi
contenuti come un documento alternativo sarà formalmente presentato nei
congressi di fabbrica come un emendamento al documento Rinaldini-Cremaschi,
essendo questa l’unica via consentita da un regolamento congressuale poco
democratico.
Un bilancio critico
Nel 2001 la Fiom ha
reagito in maniera assolutamente insufficiente allo scontro che si preparava.
Ha convocato uno sciopero nell’estate del 2001, ha portato oltre 50mila lavoratori
alla grande manifestazione di Genova per poi aspettare cinque mesi per
convocare un altro sciopero generale! Il tutto su una piattaforma che prevedeva
solo 20mila lire di aumento rispetto all’accordo firmato. In quella occasione
la determinazione mostrata dai lavoratori è stata frustrata da una direzione
sindacale assolutamente esitante, incerta e inadeguata. Il sostegno dei
lavoratori era ampissimo e la possibilità di inasprire la mobilitazione c’era
ma la direzione della Fiom ha lasciato cadere la cosa e ha utilizzato le
mobilitazioni in difesa dell’articolo 18 per mandare il contratto dei
metalmeccanici nel dimenticatoio.
Se possibile la linea
sindacale nel contratto del 2003 è stata ancora peggiore. Dopo la firma
separata e uno sciopero generale convocato il 16 maggio, la Fiom ha proposto la
linea dei precontratti. Pomposamente il gruppo dirigente della Fiom proponeva
di riconquistare il contratto fabbrica per fabbrica, disarticolando (niente di
meno!) il fronte avversario.
Se é vero che circa 100mila
lavoratori (in oltre 500 aziende) hanno ottenuto un qualche tipo di
precontratto, é anche vero che oltre un milione e mezzo di lavoratori sono
rimasti senza accordo e senza una prospettiva a breve termine.
Quello che fin dall’inizio
era un pericolo di “aziendalizzazione” delle lotte, e dunque di divisione del
nostro fronte, anziche di quello dei padroni, é divenuto realtà. Come se ciò
non bastasse alla fine di gennaio la direzione della Fiom ha scelto di passare
dalla lotta sui precontratti a quella dei contratti integrativi. Minando
definitivamente ogni prospettiva di riconquista del contratto nazionale.
Di quale piattaforma
abbiamo bisogno
I tre punti fondamentali
della nostra piattaforma non possono che riguardare il salario, la lotta al
precariato e la democrazia sindacale.
La richiesta di aumenti
legati al “vero andamento dell’inflazione
e della ricchezza complessiva del paese”, come si legge nel documento di
Rinaldini, è in continuità con la tanto deprecata politica dei redditi che si
dice di voler abbandonare. L’unico criterio che per noi deve valere è quello di
avere aumenti che corrispondano al recupero del potere d’acquisto perso in
questi anni dai lavoratori.
Per questo è necessario
rivendicare aumenti salariali di almeno il 20%, uguali per tutti. Occorre
inoltre garantire il potere d’acquisto dell’intero salario contrattato
attraverso un meccanismo di adeguamento automatico all’inflazione reale con
rivalutazioni trimestrali, la scala mobile.
Per quanto riguarda il
precariato l’obbiettivo deve essere quello di eliminare e non di arginare il
problema: non la revisione delle percentuali previste per l’insieme dei
contratti temporanei a qualsiasi titolo o l’inserimento di “paletti”. Dobbiamo
batterci per l’abolizione della legge 30 e di tutte le leggi sulla flessibilità
precedenti. Chiedendo la trasformazione dei contratti precari in contratti a
tempo indeterminato. A parità di mansione, parità di salario.
È necessario sviluppare
inoltre rivendicazioni che rispondano alle numerose crisi aziendali in atto. Se
crolla la produzione non possiamo accettare, come fanno i vertici sindacali,
che il problema si risolva con la cassa integrazione o coi contratti di
solidarietà (contratti che prevedono una diminuzione dell’orario di lavoro e di
salario). Per le aziende che denunciano uno stato di crisi grave dobbiamo
rivendicarne la nazionalizzazione sotto il controllo operaio.
Potremmo inoltre
aggiungere alla piattaforma rivendicazioni come il salario minimo
intercategoriale di 900 euro, 35 ore a parità di salario (32 per i turnisti),
fine del lavoro notturno per le donne, ecc.
Solo così possiamo
conquistare quel consenso tra i lavoratori che è necessario per battere la
controparte.
La democrazia sindacale
La questione della
democrazia sindacale è uno dei punti su cui, giustamente, la Fiom ha più
insistito in questi mesi, proponendo un maggiore coinvolgimento della base
nell’elaborazione delle piattaforme. Tutto ciò è senz’altro un passo avanti
rispetto alle posizioni di Cisl e Uil; ma è coerente la direzione della Fiom
con quanto dice? Dubitiamo che sia così e ce lo dimostra l’atteggiamento
burocratico, incurante della volontà dei lavoratori, avuto da molti funzionari
Fiom nella gestione delle vertenze sui precontratti.
A questo proposito ci
sentiamo di avanzare una proposta concreta. La partecipazione attiva dei
lavoratori deve essere assicurata nelle vertenze dalla costituzione di delegati
di trattativa in tutti i luoghi di lavoro e a tutti i livelli (di zona,
provinciale, regionale e nazionale). Ogni delegato verrà eletto in assemblea
tra tutti i lavoratori, iscritti o meno al sindacato, e sarà revocabile da chi
lo ha eletto, in qualsiasi momento della vertenza. Sarà un’assemblea nazionale
dei delegati di trattativa a definire la piattaforma generale che verrà
sottoposta a Federmeccanica. Il mandato dei delegati cessa con la chiusura del
contratto ed a quel punto un referendum ratificherà l’accordo sottoscritto
dalla commissione trattante, che verrà eletta dall’assemblea nazionale.
Una battaglia dal
basso
Il fatto che Cambiare
Rotta abbia deciso di intraprendere una battaglia a dir poco di retroguardia,
non significa che tra i lavoratori ed i delegati non covi una profonda
insoddisfazione per come i dirigenti della Fiom hanno condotto le battaglie di
questi mesi. In molti hanno avvertito una guida non sicura, poco affidabile e
soprattutto priva di quella prospettive e quella chiarezza che di certo il
documento di Rinaldini non fornisce.
Se nel Comitato Centrale
oltre al sottoscritto vi fossero stati altri quattro compagni disposti a
sottoscrivere un documento di sinistra (il regolamento prevede che documenti ed
emendamenti nazionali abbiano il sostegno di almeno cinque membri del CC),
quella sarebbe stata la via migliore per intercettare il malessere della base e
dare una prospettiva alla battaglia per una Fiom che si prepara alle lotte
future.
Ma in qualunque caso non
rinunceremo alla nostra battaglia.
È nostra intenzione
continuare a batterci per un sindacato basato sui consigli, combattivo e con una
politica di classe. Solo così potremo preparare una vera alternativa alla
politica concertativa che persegue la direzione della Cgil.
L’appello che facciamo a
tutti i lavoratori, ai delegati che condividono questa impostazione è di unirsi
a noi per dare una battaglia comune, difendendo nelle fabbriche il contributo
che abbiamo preparato per il congresso.
È una battaglia tutta in
salita, ce ne rendiamo conto, ma assolutamente necessaria per il futuro della
Fiom e della classe lavoratrice nel suo insieme.
Per contatti e adesioni: nostravoce@yahoo.it. telefono:
340-5041453