Per un vero sciopero
generale
Per il 26 marzo è stato
convocato lo sciopero generale contro l’ennesimo attacco alle pensioni. Quattro
ore di sciopero generale, che diventano otto per scuola, poste, impiego pubblico
e commercio. Si fermeranno anche i trasporti aerei, ferroviari, portuali e
marittimi, il trasporto pubblico locale e i lavoratori delle autostrade.
di Paolo Grassi
Tutto ciò, hanno detto i
segretari nazionali di Cgil, Cisl e Uil, all’assemblea nazionale dei 5mila
delegati a Roma il 10 marzo, solo per iniziare. A questo sciopero infatti
bisogna aggiungere le manifestazioni della scuola, dei pensionati, il 25 aprile
e il primo maggio a cui il sindacato darà ampio sostegno.
Insomma, a parole, una dichiarazione
di guerra a governo e padroni. Ma è proprio così? Il percorso e le
rivendicazioni sostenute dai segretari di Cgil, Cisl e Uil corrispondono
realmente alle esigenze dei lavoratori?
La politica
antioperaia del Governo
La riforma delle pensioni ha
l’obiettivo di ridurre dello 0,7% quello che lo Stato assegna alla spesa
pensionistica. Per fare ciò la proposta del governo è di fare una riforma
netta: dal 2008 si andrà in pensione con 60 anni di età (prima erano 57), e con
almeno 36 anni di contributi, che diventano 61 anni di età e 38 anni di
contributi nel 2010, poi 62 nel 2012, per arrivare a 65 per gli uomini e 60 per
le donne nel 2014, con 40 anni di contributi.
L’ennesima controriforma
per far pagare ai lavoratori il prezzo della crisi economica che da oltre tre
anni attanaglia il paese, come era stato con la precedente riforma Dini, nel
1995, sostenuta in quel frangente dai sindacati e dal centrosinistra. Quella
riforma alzò l’età pensionabile, diminuì l’ammontare delle pensioni e aprì
definitivamente la strada al sistema pensionistico privato.
Ma la controriforma delle
pensioni è solo uno degli aspetti della politica antioperaia del governo. La
legge 30, varata a luglio, incrementa la precarizzazione del lavoro nel paese e
incomincia ad essere applicata.
In sempre più luoghi di
lavoro si stanno inserendo nei contratti le modifiche che permettono ai padroni
di applicarla. Allo stesso tempo nella scuola l’autonomia scolastica e le
riforme della Moratti stanno mostrando il loro vero volto contro gli interessi
dei lavoratori.
A tutto ciò va aggiunto
l’aumento stratosferico dei profitti a spese dei lavoratori; questi ultimi invece hanno visto diminuire di oltre
il 15% il loro potere d’acquisto in 10 anni e pagano tutti i giorni la crisi
economica causata dal padronato italiano. Sono oltre 1.500 le aziende in crisi
e oltre 200mila i posti di lavoro
a rischio.
Quale strada
persegue il sindacato
Se l’attacco è di questa
portata è chiaro che dichiarare lo sciopero di quattro ore è del tutto
insufficiente.
Del resto non è nelle
intenzioni del vertice sindacale quella di lanciare un’offensiva nel vero senso
della parola. Ai proclami di lotta, infatti, non fa seguito una piattaforma che
vada incontro ai bisogni dei lavoratori e di conseguenza neanche un percorso
adeguato. Quello per cui i sindacati si stanno battendo è in realtà il diritto
a sedersi ad un tavolo di trattative come nel periodo d’oro della
concertazione, quando gli accordi di luglio a sentir loro funzionavano.
Dedurre ciò è abbastanza
semplice, sia dai giudizi che i sindacati confederali hanno espresso rispetto
alla riforma Maroni, sia più in generale, rispetto a quanto successo in queste
settimane con la firma di accordi e contratti nazionali.
Pezzotta e Angeletti, per
esempio, giudicano positivo ma non sufficiente lo sforzo fatto dal governo per
accogliere, almeno in parte, alcune proposte di cambiamento sull’iniziale
progetto di riforma delle pensioni. Secondo loro, non aver inserito la
destinazione obbligatoria della liquidazione nei fondi pensione o il fatto che
il governo non abbia voluto abolire le trattenute per le aziende sui nuovi
assunti, rappresentano un passo avanti. Ma allora di quale battaglia stiamo
parlando? Di una battaglia perchè venga ritirata questa controriforma o per modificarla?
Purtroppo per il vertice sindacale la battaglia non ha l’obbiettivo di far
rimangiare questo attacco al governo, ma più semplicemente costringerlo ad
accettare alcune modifiche.
Il fatto che i padroni
debbano pagare i contributi dei neo assunti o che per aprire un fondo pensione
ai lavoratori serva l’assenso scritto non cambia in alcun modo lo stato delle
cose: è comunque un ulteriore passo per smantellare le pensioni pubbliche già
misere e costringere i lavoratori ad investire i pochi soldi che hanno nella
roulette russa delle pensioni private. E che dire degli accordi firmati dai
sindacati, compresa la Cgil, in
queste settimane?
Tre sono particolarmente
significativi.
- La vertenza degli
autoferrotranvieri, dove anche la Cgil ha firmato nonostante la contrarietà
evidente dei lavoratori che volevano continuare la lotta fino al raggiungimento
dell’aumento dovuto e concordato con la controparte due anni prima.
- L’accordo sui contratti
d’inserimento della legge 30 firmato il 12 febbraio. Cedimento grave non solo
perché si sostituiscono i Contratti di Formazione Lavoro con contratti
decisamente peggiori ma anche perché con un solo tratto di penna si cancella la
mobilitazione del 2002 contro l’attacco all’articolo 18, e quella dello scorso
autunno con assemblee e scioperi contro la legge 30. In un solo colpo è stata
vanificata anche la campagna di raccolta firme della Cgil sui diritti, che era
stata sottoscritta da 5 milioni di lavoratori.
- Infine il contratto
degli artigiani, firmato il 5 marzo, che spalanca le porte ai contratti
regionali, mettendo una forte ipoteca al contratto nazionale. L’accordo prevede
che a livello nazionale verrà coperta l’inflazione patteggiata a priori (cioè
concordata tra sindacati e padroni), mentre la contrattazione regionale, oltre
a redistribuire eventuali aumenti di produttività (il condizionale è d’obbligo
vista la fase di crisi), servirà a ripianare anche le eventuali differenze tra
inflazione pattegiata e inflazione reale.
Tutto ciò dimostra una
cosa sola: la direzione in cui vuole andare la Cgil è quella di mettersi alle
spalle gli ultimi due o tre anni per tornare alla vecchia e cara concertazione.
Si predilige l’unità di vertice a qualunque costo e quanto detto o fatto (per
la verità poco) in questi anni viene rimangiato. Con tanti saluti a chi, come
la Fiom, da tre anni non firma i contratti nazionali perché estremamente
peggiorativi delle condizioni dei lavoratori. O facendo finta di niente davanti
a rotture importanti come quelle sul Patto per l’Italia dello scorso luglio.
Non importa come si
chiamerà questa nuova alleanza di vertice, l’importante per la direzione della
Cgil è ottenere un nuovo accordo di pace sociale coi padroni, anestetizzando il
conflitto sociale.
Lottiamo fino alla
caduta del Governo
È necessario avviare una
svolta, unificando la lotta per le pensioni con una estensione del conflitto a
fianco di tutte le categorie impegnate nelle vertenze contrattuali.
È necessario partire dalla
radicalità mostrata negli ultimi mesi dai lavoratori, dai metalmeccanici agli
autoferrotranvieri, dai lavoratori dell’Alitalia a quelli delle acciaierie di
Terni e di Genova, per promuovere una vertenza generale su tutte le questioni
che colpiscono i lavoratori. Lotta alla precarizzazione del lavoro, salari dignitosi,
ripristino della scala mobile, abrogazione delle leggi anti-sciopero, difesa di
tutti i posti di lavoro a tutti i costi impedendo che la crisi economica ricada
come sempre sulle spalle dei più deboli.
Per fare ciò non è
sufficiente la convocazione di uno sciopero di quattro ore, o riempire il
calendario dei prossimi due mesi di manifestazioni al sabato. L’esperienza
delle recenti lotte dimostra che per ottenere risultati devi recare un danno
alla controparte.
Dobbiamo indurire lo
scontro, radicalizzandolo, in tutte le aziende e per farlo è necessario creare
coordinamenti di delegati a livello locale e nazionale. È possibile vincere,
solo con il coinvolgimento attivo, diretto e cosciente dei delegati, degli
iscritti e dei militanti nella gestione delle vertenze e delle lotte.
Solo così uno sciopero
generale non sarebbe un atto isolato e rituale, ma potrebbe diventare il punto
di approdo e allo stesso tempo di rilancio di una mobilitazione diffusa che
punta a colpire i punti deboli della produzione capitalistica.
Senza democrazia e senza
il coinvolgimento spontaneo e creativo dei lavoratori tutto questo è
impossibile e questo governo continuerebbe a fare il bello e il cattivo tempo,
mentre è arrivata l’ora di mandarlo a casa.