Brasile:
le tante speranze tradite da Lula
È passato oltre un anno
dal giorno in cui Lula vinceva le elezioni presidenziali e veniva presentato
come la nuova speranza della sinistra mondiale.
Le considerazioni
avanzate dal gruppo dirigente di Rifondazione Comunista che parlava della
necessità di “un Lula mondiale” erano condivise da molti a sinistra e
certamente dalle masse brasiliane che aspettavano da oltre 20 anni un tale
momento.
È arrivato però il
momento dei bilanci.
di Alessandro Giardiello
Il presidente proveniente
dalle fabbriche di San Paolo, che aveva dato vita alla fine degli anni ‘70 al
Partito dei Lavoratori (Pt) veniva finalmente eletto. Era logico che si
generasse qualche aspettativa. I primissimi passi di Lula dopo la vittoria
contribuivano a rafforzare queste illusioni.
Lula si faceva vedere in
un incontro pubblico con Castro e Chavez e annunciava il piano “Hambre cero”
(Fame zero) che avrebbe dovuto sollevare dall’indigenza 50 milioni di
brasiliani. Una delle prime decisioni del nuovo governo è stata quella di
aumentare il salario minimo da 200 a 240 real, una misura del tutto
insufficiente se si considera che nel 2002 l’inflazione era stata del 17%, ma
che comunque veniva vista come un ulteriore passo verso una politica di
progresso.
Il giorno
dell’insediamento erano presenti davanti al Palazzo presidenziale 300mila
persone che hanno festeggiato per ore la vittoria del “presidente operaio”. Una
cifra impressionante se si considera che Brasilia è una capitale artificiale
situata nel centro del paese, distante migliaia di chilometri dalle grandi
concentrazioni industriali, dove è più radicata la sinistra brasiliana.
Lula, però, invece di
usare l’enorme consenso di cui godeva per avanzare un programma anticapitalista
e di classe, ha dato vita a un esecutivo che definire di sinistra o persino di
centrosinistra è fargli un complimento. Al tempo delle elezioni, la borghesia
brasiliana si era resa conto che sarebbe stato impossibile sconfiggere Lula
ancora una volta e così decise che piuttosto che combatterlo era più opportuno
allearsi con lui. Hanno messo l’esca e Lula ha abboccato, come, del resto, era
prevedibile considerando la deriva moderata intrapresa dal Pt negli ultimi
anni.
Ed è così che fin dal primo
turno il Pt si è accordato con il Partito Liberale (Pl), la cui natura di
classe è ben rappresentata dall’esponente più in vista, José Alencar,
vicepresidente di Lula, uno degli imprenditori tessili più importanti del paese
con oltre 18mila operai alle proprie dipendenze. Successivamente, a partire dal
secondo turno si sono aggregate altre forze borghesi.
Il nuovo governo è quanto
di più incredibile si sia mai visto nella storia, composto com’è da un arco di
forze che dalla destra militare del Partito del movimento democratico
brasiliano (Pmdb) arriva alle sedicenti correnti trotskiste del Pt, passando
per i principali esponenti della classe dominante.
Tutti i ministeri decisivi
(in particolare quelli economici) sono stati affidati a rappresentanti del grande
capitale. Al ministero dell’industria è andato L.F. Furlan, che era stato
eletto deputato nelle liste del Partito socialdemocratico brasiliano-Psdb (il
partito di Cardoso, che al ballottaggio sosteneva Serra, l’antagonista di
Lula).
All’economia c’è l’ultraliberista
Palocci, all’agricoltura il latifondista Roberto Rodrigues. Alla presidenza
della Banca Centrale, Lula ha messo niente meno che Henrique Meirelles (già
presidente della BankBoston, una delle principali banche che in questi anni si
è arricchita sul debito dello Stato brasiliano) anch’esso eletto deputato nelle
liste del Psdb.
Per garantire
“l’equilibrio”, sono stati affiancati ai rappresentanti diretti del grande
capitale personaggi più presentabili, ad esempio come contraltare al
reazionario ministro dell’agricoltura Rodrigues, è stato messo al ministero
dello “sviluppo agricolo”, il compagno M.S. Rossetto (della corrente Democracia
Socialista del Pt legata alla Quarta Internazionale di Livio Maitan).
La questione agraria
Come al gioco del poliziotto
buono e di quello cattivo, il ruolo di ministri come Rossetto è stato
obiettivamente quello di addolcire la pillola da far ingoiare ai contadini
brasiliani, ai quali non verrà data né la riforma agraria, né alcun tipo di
aiuto.
Delle 500mila famiglie che
dal ’95 al 2002 hanno ricevuto la terra in Brasile, il 90% non ha accesso
all’acqua, l’80% non ha elettricità e strade asfaltate, il 57% non ha accesso
ad alcun credito per costruire la casa e più della metà non dispone di alcun
aiuto tecnico.
Secondo le promesse del
governo nel 2003, doveva essere data la terra a 60mila famiglie (la richiesta
dei Sem Terra era di 180mila) ma alla fine dell’anno meno di 15mila famiglie
l’avevano effettivamente ricevuta.
Dei soldi che erano stati
stanziati in bilancio per l’agricoltura ne sono stati spesi meno del 25%. Lula
ha continuato a fare tagli nel corso del 2003 per rispettare gli accordi con il
Fondo Monetario Internazionale (Fmi). Oltre alla politica rurale si è colpita
la sanità, l’istruzione e il programma Hambre Cero che aveva ricevuto un taglio
di 10 milioni di dollari dopo solo un mese dall’insediamento del governo.
Rossetto può continuare a
parole a battere cassa per portare a termine il suo programma ma il governo
prepara ulteriori tagli di bilancio nel 2004 e così la politica di crediti ai
contadini e di distribuzione della terra si traduce in un nulla di fatto. O
meglio, si traduce nelle chiacchiere di Rossetto che “stabilisce relazioni costruttive con i movimenti contadini e cerca un
ampio dialogo con la società” (secondo le parole di Machado, uno dei
massimi dirigenti di Democracia Socialista) quando nel frattempo il signor
Rodrigues, fa sbattere in carcere centinaia di contadini che occupano le terre
e copre le scorribande delle squadracce paramilitari al soldo dei latifondisti
che assassinano gli occupanti (oltre 50 omicidi nel corso del 2003).
Le occupazioni nell’ultimo
anno si sono triplicate rispetto al 2002 in quanto i contadini pensavano che
con il nuovo governo esistessero condizioni migliori per non subire
rappresaglie. Ma le cose non sono andate così.
Non solo sono stati
criticati da Rossetto, ma il capo-gabinetto di Lula, Jose Dirceu, ha minacciato
l’applicazione di una legge (approvata sotto la presidenza Cardoso) che prevede
la non assegnazione delle terre a tutti coloro che si rendano colpevoli di
occupazioni.
Lo stesso Dirceu, nella
scorsa legislatura aveva presentato un ricorso di incostituzionalità contro
questa legge che oggi pretende di applicare contro il Movimento dei Sem Terra.
E tutto questo in un paese
dove il 10% dei proprietari possiede l’80% delle terre (spesso lasciate
incolte) con 4 milioni di contadini che ne sono assolutamente privi.
Ma dobbiamo segnalare con
tutta la solennità di questo mondo che il compagno Rossetto, per dimostrarci il
carattere di vero progressista quale è, si è opposto duramente alla proposta di
Rodrigues di liberalizzare il transgenico, senza che questo ovviamente
impedisse al governo di liberalizzare, anche se temporaneamente, la
coltivazione dei semi di soia geneticamente modificati. Non si è mai vista una
divisione del lavoro così efficace come quella che esiste tra Rossetto e
Rodrigues. I contadini brasiliani ringraziano commossi.
Un attacco dopo
l’altro
Gli attacchi di Lula non
si sono rivolti esclusivamente contro le popolazioni rurali.
Infatti, se Cardoso aveva
condotto il paese sull’orlo della crisi finanziaria, Lula ha preso il coraggio
a due mani e ha deciso niente meno che di “risanarlo”.
Immaginate quale
entusiasmo è stato profuso dalla borghesia quando è stata resa nota la notizia.
Secondo il capo
dell’associazione degli industriali di San Paolo: “Lula non è un pericolo ma una soluzione”. Come dargli torto.
Maggiore entusiasmo ancora è stato mostrato dal direttore del Fondo Monetario
Internazionale (Fmi), Host Kohler “per i
passi avanti compiuti finora dal presidente Lula”.
L’unico obiettivo di Lula
è stato quello di tranquillizzare i mercati. Su pressione del Fmi si è dato l’obiettivo
di un attivo di bilancio del 4,25% per pagare gli interessi sul debito estero
(Cardoso non si era mai spinto oltre il 3,9%).
Questi soldi che finiranno
direttamente nelle tasche dei banchieri (a cui il debito è stato pagato più
volte nel corso degli anni per effetto degli elevatissimi tassi d’interesse),
sono stati rastrellati tagliando brutalmente la spesa sociale. Gli investimenti
pubblici che nel 2003 sono precipitati al minimo storico dello 0,27% (durante i
governi di Cardoso la media era dello 0,72%!) mentre i tassi d’interesse sono
arrivati ad un astronomico 26,5%.
Non solo Lula non rifiuta
di pagare il debito estero (che era quanto rivendicava il suo partito negli
anni ’80) ma non ha neanche provato a rinegoziarlo come ha proposto il presidente
argentino Kirchner, che infatti si è lamentato perchè su questa questione ha
ottenuto il sostegno di tutti i governi del Sudamerica tranne che quello di
Lula. Un peronista che critica da sinistra un dirigente del Pt!
Sta di fatto che le misure
di austerità applicate dal governo hanno spinto l’economia in una recessione
che si approfondisce ogni giorno di più. Centinaia di migliaia di posti di
lavoro sono andati persi, l’occupazione è calata del 10% in un anno. Il potere
d’acquisto dei salari è precipitato del 15% e i consumi sono calati del 7,1%
nel terzo trimestre del 2003.
La “riforma” delle
pensioni e la lotta dei dipendenti pubblici
Non soddisfatto dei tagli
alla spesa pubblica il governo ha deciso di attaccare anche le pensioni dei
dipendenti pubblici. La reazione dei lavoratori non si è fatta attendere.
Subito dopo l’annuncio della riforma, l’8 aprile, 100mila lavoratori
dell’impiego pubblico hanno manifestato nelle piazze.
Il piano del governo
aumenta l’età minima per andare in pensione, impone una tassa aggiuntiva
dell’11%, abroga l’indicizzazione delle pensioni ai salari e taglia del 30% le
pensioni delle vedove e gli assegni per i figli minori. Tutto questo mentre ai
padroni si fa un bel regalo: 150 miliardi di real (circa 40 miliardi di euro)
di evasione contributiva verranno amnistiati.
Le mobilitazioni contro la
riforma delle pensioni sono continuate per tutta l’estate del 2003: l’11 giugno
40 mila lavoratori in piazza, l’8 luglio la Cnesf (Coordinamento nazionale
degli impiegati statali) ha dichiarato lo sciopero generale indefinito fino al
ritiro del progetto governativo. Il 6 agosto sono scesi in piazza 60mila
lavoratori, 15mila il 19 agosto, canto del cigno della mobilitazione, una volta
che la controriforma viene approvata in Parlamento.
La direzione della Cut (la
Confederazione dei sindacati brasiliani) inizialmente non ha sostenuto la
lotta, limitandosi a fare delle proposte emendative nel Congresso nazionale e
alla fine ha dato un sostegno formale, giusto per chiudere la mobilitazione,
che è rimasta isolata ed è
rifluita per assenza di prospettive e per l’illusione diffusa che
sarebbe bastata un pò di pressione per spingere Lula a rivedere i propri piani.
In fondo, pensavano molti lavoratori, si tratta del “nostro governo”.
Invece, non una, nè più
manifestazioni e scioperi sono stati sufficienti. La maggioranza dei lavoratori
oggi non condivide la politica di Lula (secondo un sondaggio almeno 7 milioni
di elettori del Pt hanno perso fiducia in lui), ma l’orientamento che prevale
ancora è quello di condizionarlo.
La linea di mobilitarsi
per contrastare le pressioni dei ministri borghesi più reazionari continua ad
essere prevalente anche per il ruolo nefasto che viene giocato dalla sinistra del
Pt che sparge illusioni in questo senso. Gli echi di questa linea si sono
sentiti anche nel dibattito di Rifondazione Comunista dove diversi esponenti
della maggioranza bertinottiana, per giustificare l’accordo con l’Ulivo alle
prossime politiche, hanno adottato la parola d’ordine della sinistra del Pt di
“un governo debole con un movimento forte”.
L’assoluta stoltezza di questa concezione è stata dimostrata una volta di più
dagli esiti della lotta degli impiegati pubblici in Brasile.
Il problema che viene
eluso è che una svolta può essere avviata solo con una rottura completa con le
forze della borghesia e con una lotta radicale che ripulisca il Pt da tutti i
burocrati legati a doppio filo con la classe dominante riportando il partito
sotto il controllo dei lavoratori.
Le espulsioni dal Pt
Nel mese di maggio 35
deputati, sui 93 che compongono il gruppo parlamentare del Pt, avevano
sottoscritto una dichiarazione contro la riforma previdenziale di Lula,
dichiarando che si sarebbero opposti strenuamente ad essa. Nella maggioranza
dei casi si trattava di esponenti della sinistra del Pt, una buona parte di
essi eletti con il sostegno decisivo dei sindacati dei dipendenti pubblici.
Di fronte alle minacce di
Lula e Dirceu di prendere misure disciplinari contro coloro che avessero votato
contro la riforma, solo una piccola parte si è mostrata intransigente.
Infatti, al momento delle
votazioni, 24 dei 35 hanno votato a favore della riforma seppur criticandola, 8
si sono astenuti dichiarando che: “non
volevano votare nè contro il proprio partito, nè contro la propria coscienza”
e 3 (Babà, Genro e Fontes a cui si è aggiunta la senatrice Heloisa Helena)
hanno votato contro. Due deputati del Partito comunista (Pcdob) hanno anch’essi
votato contro, e nonostante le pressioni di Dirceu che chiedeva a tutti i
partiti che sostenevano il governo di espellere i militanti che non si
disciplinavano, sono stati per ora perdonati dal loro partito e non verranno
sanzionati.
Nonostante le decantate
tradizioni democratiche del Pt, un partito dove è sempre esistito il diritto di
frazione (all’ultimo congresso c’erano otto piattaforme diverse che
partecipavano al dibattito), la pressione della classe dominante e
dell’apparato dello Stato si è fatta sentire violentemente su Lula e sull’apparato
del Pt, che non hanno fatto nulla per resistervi.
Perciò, dalle parole si è
passati ai fatti e contro i tre deputati e la senatrice dissidente si è avviata
una procedura di espulsione che è stata sancita dal direttivo nazionale del Pt,
il 14 dicembre 2003.
La vicenda delle
espulsioni ha suscitato grande clamore e ha occupato per un periodo le pagine
di tutti i giornali. Gli espulsi hanno organizzato un’assemblea alla quale
hanno partecipato 4-5mila militanti, mostrando le enormi opportunità che si
aprivano per avviare una battaglia all’interno del Pt. Purtroppo, però, questo
potenziale è andato disperso almeno per ora, perché invece di organizzare una
campagna contro le espulsioni che raccogliesse il dissenso accumulato nella
base del Pt e della Cut, i tre deputati hanno prima mantenuto una linea
tentennante di difesa esclusivamente giuridica, poi hanno precipitosamente
fatto appello a una scissione prematura avviando un processo che potrebbe dar
vita a un nuovo partito della sinistra brasiliana.
Alla prima riunione che
doveva dar vita al nuovo soggetto politico, attraverso un processo di
unificazione con il Pstu (una scissione di sinistra del Pt che ha raccolto lo
0,42% dei consensi alle ultime presidenziali) c’erano solo 200 persone e con
posizioni molto distanti tra loro, per cui, come era ipotizzabile le
prospettive per il nuovo partito non sono affatto buone.
Le misure che si
preparano e l’alternativa
Per il 2004 non ci si può
aspettare miglioramenti e riforme, dato che la situazione di bilancio non
lascia margini per investire nella spesa sociale, nell’occupazione e per
combattere la fame e la miseria se non rompendo apertamente con la borghesia.
Se si manterrà sulla linea
attuale di concordare la propria politica con l’imperialismo e il Fmi, Lula
dovrà inevitabilmente continuare gli attacchi al movimento operaio partendo
dalla già annunciata riforma del mercato del lavoro che prevede: l’abrogazione
della tredicesima mensilità nelle piccole e medie aziende, la revisione o
persino l’abrogazione del sussidio di disoccupazione, l’introduzione di
contratti precari. Un’altra “riforma” è in preparazione per limitare i diritti
sindacali.
Lula appare incurante di
tutto e sembra orientato ad andare avanti come un treno. Questo inevitabilmente
aprirà una forte crisi nel Pt che investirà in pieno anche la sua attuale
direzione.
In tutta chiarezza bisogna
dire che anche se decidesse, di fronte alle pressioni della propria base
sociale e all’inevitabile fallimento della sua politica fiscale, di introdurre alcune
timide “correzioni”, queste non avranno alcun effetto sociale significativo,
nella misura in cui non verrà messo in discussione il quadro delle
compatibilità capitalistiche.
Tuttavia, queste misure
potrebbero avere un effetto politico, nel generare la sensazione che si avvia
finalmente quel cambiamento tanto atteso dai lavoratori e dai contadini
brasiliani.
Questo spingerebbe alla
partecipazione milioni di persone e la polarizzazione sociale e politica si
esprimerebbe non più solo sul terreno elettorale ma anche sul terreno della
lotta di classe (che per ora ha visto protagonisti solo gli impiegati statali
ma non la classe operaia industriale).
In un contesto del genere
una genuina tendenza marxista potrebbe ottenere un grande seguito nel Pt e
nella Cut se si battesse per un programma che metta al centro delle proprie
richieste:
- La rottura di Lula e del
Pt con la borghesia e l’imperialismo, con la conseguente espulsione dal governo
di tutti i ministri borghesi.
- L’annullamento del
debito estero.
- L’espropriazione del
latifondo e la distribuzione delle terre ai contadini.
- La nazionalizzazione
sotto il controllo dei lavoratori delle principali leve dell’economia.
- La formazione di un
esecutivo basato sulle assemblee operaie e contadine da convocarsi in tutto il
paese perchè discutano democraticamente il programma e la politica del governo.
Questa è la sola via ed è
la via che conduce al socialismo. Diversamente Lula condurrà il partito e il
proletariato alla disfatta trascinando con sè l’intero popolo brasiliano e
preparando la strada a un ritorno dei militari.
L’intervento del
deputato Babà contro le espulsioni, tenuto al direttivo nazionale del Pt del 14
dicembre, è rintracciabile sul nostro sito www.marxismo.net