La
Bolivia verso una nuova insurrezione
A poco più di tre mesi
dall’insurrezione rivoluzionaria che ha cacciato dalla Bolivia il presidente
“gringo” Sanchez de Lozada detto “Goni”, i lavoratori boliviani riprendono la
strada della mobilitazione. Infatti il 22 gennaio l’assemblea nazionale della Central Obrera
Boliviana (Cob) riunita a Cochabamba ha convocato uno sciopero generale a
oltranza entro venti giorni, con il chiaro obbiettivo di bloccare le principali
arterie del paese se il governo non concederà tutte le rivendicazioni
dell’insurrezione dello scorso Ottobre. L’assemblea nazionale della Cob si è
conclusa “con la decisione di prendere il
potere, attraverso la chiusura del parlamento e la sua sostituzione con una Assemblea
popolare” (El Diario 23 gennaio
2004).
di Jacopo Estevan Renda
Con questa decisone si
conclude la tregua di 90 giorni che le organizzazioni del movimento operaio e
contadino avevano concesso al nuovo presidente Carlos Mesa.
In questi mesi Mesa ha
cercato di conquistarsi un appoggio tra le masse attraverso una serie di
promesse e rivolgendosi più volte all’imperialismo per chiedere aiuti per la
Bolivia.
La realtà però è ben
diversa e si è scontrato con la totale bancarotta del capitalismo boliviano. In
un simile contesto le promesse si sono dileguate e la borghesia boliviana ha
mostrato ancora una volta il suo vero ed unico volto, proponendo nuove misure
di lacrime e sangue per le masse.
I lavoratori boliviani
hanno dovuto imparare sulla loro pelle che nessuna soluzione dei loro problemi
arriverà dalla borghesia.
Per usare le parole del
segretario generale della Cob Jaime Solares “il
governo Mesa non è nient’altro che la continuazione di Goni e, come lui,
difende la politica della Banca Mondiale e dell’Fmi” (El Diario 23/1/04).
Gli stessi dirigenti
sindacali che avevano sparso illusioni nei confronti del nuovo governo,
tradendo le vere ragioni dell’insurrezione di ottobre, sono ora costretti a rivedere
rapidamente le loro posizioni.
Il nuovo governo ha messo
in luce il suo carattere borghese. Mesa ha continuato nella politica di
sradicamento delle piantagioni di coca senza offrire nessuna alternativa ai
contadini, mentre per quanto riguarda il referendum contro la vendita del Gas
la data resta incerta e lo stesso presidente non ne ha fatto menzione nel
discorso alla nazione del 3 febbraio.
Come se non bastasse, il
ministro dello Sviluppo Economico Xavier Nogales ha illustrato un piano di
“lacrime, sudore e sangue” per sanare la bancarotta dello stato boliviano che
ammonta a 700 milioni di dollari cioè l’8,5 % del Pil del paese.
Il governo Mesa in questi
mesi ha elemosinato fondi per evitare una nuova esplosione sociale; ma durante
la riunione del cosiddetto Gruppo di Appoggio, convocata dagli Usa, dei 105
milioni di dollari promessi non ne è arrivato nemmeno uno. La conclusione è che
il governo ha lanciato un piano generale per reperire nei prossimi mesi tra 100
e 120 milioni di dollari, che sebbene insufficienti per rilanciare l’economia
boliviana, sono intollerabili per la già drammatica condizione delle masse.
Il piano prevede, tra le
altre cose, una diminuzione del 10% dei salari dei dipendenti pubblici e una
serie di tagli alle spese, oltre all’aumento del prezzo del gas e della
benzina. Queste misure sono molto simili a quelle che avevano provocato
l’insurrezione contro “l’impuestazo” solo un anno fa.
Un simile scenario ha
spazzato via ogni illusione in Mesa ed ha nuovamente posto all’ordine del
giorno la questione di un’alternativa di potere. Durante il congresso della Cob
di Potosì, una importante città mineraria della Bolivia, il segretario
esecutivo della Cob ha lanciato un appello ad intraprendere: “scioperi, blocchi stradali ed altre misure
che paralizzino l’apparato produttivo del paese per lottare contro il governo
che porta avanti soltanto le ricette economiche degli Usa. La teoria della
rivoluzione -ha concluso Solares- si
metterà in pratica attraverso lo strumento dell’insurrezione” (www.econoticiasbolivia 15/1/04). Queste
dichiarazioni riflettono le pressioni e le aspettative degli operai e dei
contadini che già ad ottobre hanno visto sfuggire dalle loro mani il potere a
causa dell’indecisione e dell’incapacità dei loro dirigenti.
Nel documento conclusivo
dell’assemblea nazionale della Cob la questione di una alternativa di potere
viene posta chiaramente. Per usare ancora una volta le parole di Solares “il popolo vuole la chiusura del parlamento e
la Cob non può fare altro che appoggiare questa decisione” (econoticiasbolivia 23/1/04).
Evidentemente un settore sempre più di massa delle popolazione boliviana non ha
nessuna fiducia nella democrazia borghese che rappresenta solo gli interessi
dei capitalisti e delle multinazionali. In un simile contesto la borghesia sta
utilizzando la rivendicazione dell’assemblea costituente (inizialmente
richiesta dal Mas di Evo Morales e da alcune piccole forze dell’estrema
sinistra) per sviare ancora una volta l’attenzione delle masse e rendere
presentabile la democrazia capitalista senza cambiare gli interessi di classe
che stanno dietro al parlamento borghese. A questa nuova trappola l’assemblea
nazionale della Cob ha contrapposto la richiesta di una assemblea popolare e la
chiusura del parlamento.
La richiesta
dell’assemblea popolare trae spunto dalle migliori tradizioni rivoluzionarie
del paese andino. Infatti nel 1971, in un contesto di grande avanzamento della
lotta rivoluzionaria degli operai e dei contadini, la Cob fece un appello alla
formazione di una assemblea popolare. L’assemblea era composta da
rappresentanti di organizzazioni operaie, contadine, studentesche, dei ceti
medi e dei partiti di sinistra (con l’esclusione del Mnr per il ruolo
controrivoluzionario giocato nel 1952). Questa assemblea aveva alcune
caratteristiche dei soviet che però non vennero mai sviluppate completamente
con una strutturazione a livello locale e soprattutto con l’eleggibilità e la
revocabilità dei delegati che è decisiva per fare in modo che l’assemblea
rispecchi realmente la volontà delle masse nel processo di ascesa della loro
coscienza di classe.
La nuova fase della
rivoluzione boliviana sta mostrando chiaramente un processo di polarizzazione
tra le stesse forze che hanno guidato l’insurrezione dello scorso Ottobre.
Il dirigente del potente
sindacato contadino Csutb Felice Quispe ha dichiarato il suo appoggio alla
richiesta di chiusura del parlamento ed anche gli studenti hanno dichiarato di
essere pronti a partecipare al fianco delle organizzazioni operaie e contadine:
“(i giovani) sono disposti a scendere in piazza con i loro padri, prendere le armi
per l’insurrezione popolare, sconfiggere il capitalismo, il modello neoliberale
e l’imperialismo statunitense. Chiuderemo le porte del parlamento borghese e la
sua democrazia rappresentativa, rifiutiamo il referendum sulla legge degli
idrocarburi e rifiutiamo l’assemblea costituente proposta da Mesa” (appello
firmato da varie organizzazioni studentesche e giovanili econoticiasbolivia
25/1/04).
Per quanto riguarda il
dirigente del Mas (principale partito dell’opposizione, con una forte base tra
i contadini coltivatori di coca)
Evo Morales, ha invece abdicato a qualsiasi opposizione al governo Mesa
dichiarando che “quelli che chiedono la
chiusura del parlamento non accettano la democrazia, vogliono un colpo di
stato, una dittatura, cioè quello che vogliono l’ambasciata Usa e Sanchez de
Lozada” (econoticasboliva
25/1/04).
In realtà negli ultimi
mesi Morales si è staccato sempre di più dalle masse ed ha girato le ambasciate
di tutta l’America Latina per candidarsi come alternativa parlamentare a Mesa.
Come sempre accade nei momenti più acuti della crisi del capitalismo i
dirigenti riformisti sono l’ultima risorsa della borghesia. Morales tiene
talmente a tranquillizzare i capitalisti che in una recente intervista ad un
quotidiano argentino ha dichiarato: “la
mia proposta è costruire il socialismo in Bolivia. Ovviamente rispettando gli
imprenditori onesti e responsabili. Siamo in un processo di profonda
trasformazione nel quale bisogna applicare un’economia mista. Comunque la mia
proposta di socialismo è nel rispetto della proprietà privata” (Pagina 12, 21/1/04).
Malgrado Morales utilizzi
il pretesto del golpe da parte dell’esercito, questa è un’ipotesi molto remota,
almeno per il momento. Infatti, un eventuale tentativo di golpe
radicalizzerebbe ancora di più lo scontro e la borghesia e lo stato maggiore
dell’esercito boliviano hanno ancora ben presente la reazione delle masse
venezuelane di fronte al golpe di Carmona.
La cosa più probabile è
che giochino la carta del nazionalismo per sviare l’attenzione delle masse,
riproponendo la questione dello sbocco al mare per la Bolivia, perso nel 1884
dopo la guerra contro il Cile.
Ancora una volta il potere
potrà essere nelle mani dei lavoratori, ed in questo l’assemblea popolare può
aver un ruolo decisivo. Eleggendo delegati revocabili in ogni momento, in ogni
parte del paese ed affiancandoli con una milizia operaia che lanci un appello
di classe all’esercito per neutralizzare la repressione, la borghesia può
essere sconfitta. Solo un programma che nazionalizzi sotto il controllo operaio
le banche e le principali industrie del paese e che abbia un chiaro
orientamento internazionalista contro il veleno nazionalista, può garantite un
futuro alle masse boliviane.
Se i lavoratori ed i
contadini boliviani non prenderanno il potere, iniziando un processo di
rivoluzione socialista in tutta l’America Latina, prima o poi la borghesia
schiaccerà il meraviglioso movimento rivoluzionario che abbiamo visto negli
ultimi mesi, ritornando alla dittatura feroce e sanguinosa che la Bolivia ha
già conosciuto in passato.