Accordi
di Ginevra
Svenduti i diritti dei
palestinesi
Nelle ultime settimane
si è fatto un notevole clamore massmediatico sugli accordi sottoscritti a
Ginevra da una delegazione di laburisti israeliani ed esponenti ufficiosi
dell’Autorità nazionale palestinese sotto gli auspici dell’Unione Europea.
Perché tanto chiasso?
Le principali potenze imperialiste europee, se da un lato gongolano
nell’assistere alle difficoltà di Blair e Bush in Iraq, dall’altro sono
spaventate dalla possibilità d’esplosione di un nuovo conflitto in Medio
Oriente che metterebbe a repentaglio la stabilità della regione già scossa
dall’avventura militare alleata.
di Francesco Merli
Inoltre questa ingerenza
europea nei piani nordamericani di “pacificazione” dell’area fino a ieri
sostenuti (la “Road Map” di Bush) può essere facilmente letta come un’azione di
interdizione, espressione del crescente antagonismo esploso su molteplici
terreni tra Unione Europea (e in particolare Francia e Germania) e Stati Uniti.
La conferenza è stata
organizzata convocando al tavolo i rappresentanti di quel settore della classe
dominante israeliana preoccupato che la crescente tensione tra arabi ed
israeliani possa sfociare in conflitto aperto. Tra gli altri, l’ex candidato
premier laburista, Mizna, e Yossi Beilin, ex ministro degli esteri del governo
Barak (nonché uomo di fiducia di Shimon Peres). Per evitare illusioni sul loro
“pacifismo” basterebbe ricordare che l’attuale “eroe” del “processo di pace”,
Beilin, negli anni ’80 collaborava attivamente con il regime razzista
sudafricano dell’apartheid per architettare una soluzione “definitiva” del
problema palestinese sul modello delle Riserve indiane o dei Bantustan.
L’allegra brigata di
squali con passaporto israeliano è stata fronteggiata, in serrate trattative,
da noti “paladini” della causa palestinese tra cui Abed Rabbo, personalità
spesso usata da Arafat per incursioni diplomatiche disinvolte, altri due ex
ministri dell’Autorità palestinese e uno stuolo di “rappresentanti” privi di
alcuna reale autorità nei confronti delle masse per conto delle quali
vorrebbero decidere.
Il piano è stato dato in
pasto all’opinione pubblica mondiale come la prova finale che esisterebbero
margini per una soluzione negoziata che accontenti tutti e che trattative
condotte da uomini di “buona volontà” non accecati dall’egoismo possano
sfociare in un accordo che assicuri la convivenza pacifica e garantisca una via
d’uscita negoziata dal conflitto Mediorientale.
La realtà è ben diversa.
Il mastodontico (e costoso) marchingegno della “conferenza di pace” ha
riproposto una versione rimasticata di piani (sostanzialmente quelli alla base
dei colloqui di Camp David collassati nel luglio 2000) che hanno trovato da
anni adeguata sistemazione nelle pattumiere delle diplomazie mondiali.
Unica differenza nel copione è il cedimento su tutta la linea della
delegazione palestinese: in cambio di concessioni simboliche i “rappresentanti”
palestinesi hanno rinunciato a una delle rivendicazioni centrali storiche della
questione palestinese, cioè il “diritto al ritorno” dei profughi, oltre a
riconoscere di passata Israele quale stato del popolo ebraico.
Termini dell’accordo
Come abbiamo detto,
secondo il testo dell’accordo i
“palestinesi rinuncerebbero al diritto al ritorno dei profughi” alle loro
terre. Si tratta di uno dei nodi centrali della questione palestinese. I
profughi sono attualmente oltre 5 milioni; famiglie espropriate di ogni cosa e
cacciate dai loro villaggi nel 1948 all’atto della nascita dello stato
israeliano e dopo la guerra del 1967. La metà di essi vivono ancora oggi
ammassati in condizioni subumane in campi profughi disseminati per la
Cisgiordania, Gaza, il regno di Giordania, la Siria, l’Egitto e il Libano. Una
parte di loro dovrebbe restare negli attuali paesi ospitanti, un’altra verrebbe
accolta nei territori dell’Anp. Escluso anche ogni automatismo di risarcimento
o compensazione monetaria per le perdite e le sofferenze patite.
“I palestinesi inoltre riconoscerebbero Israele come Stato del popolo
ebraico e si impegnerebbero a disarmare ogni milizia e reprimere chi volesse
proseguire la lotta armata.”
In cambio “Israele si ritirerebbe entro i suoi confini del 1967”, con
alcune parziali eccezioni a tutela della sovranità israeliana sugli insediamenti
coloniali che circondano la città araba a Gerusalemme Est e di alcuni
insediamenti in Cisgiordania, mentre altri verrebbero smantellati, in
particolare Ariel, Efrat e Har Homa finirebbero sotto la giurisdizione
palestinese. Israele manterrebbe anche l’insediamento di Halutza a Gaza. La
spianata delle moschee di Gerusalemme sarebbe assegnata all’Anp, ma presidiata
da una forza internazionale.
Opposizione di massa
tra i palestinesi
Rispetto ai colloqui di Camp
David del luglio 2000 sono cambiate molte cose. Le condizioni di vita delle
masse palestinesi sono drasticamente peggiorate. Secondo il rapporto
dell’inviato speciale dell’Onu Jean Ziegler, pubblicato ad ottobre dello scorso
anno, la morsa dell’esercito d’occupazione israeliano che sta strangolando Gaza
e la Cisgiordania ha portato ad una catastrofe umanitaria. I tassi di
malnutrizione grave a Gaza sono equivalenti a quelli dell’Africa subsahariana:
il 22% dei bambini sotto i 5 anni (a fronte del 7,6% del 2000) soffre di
malnutrizione acuta o cronica; il 15,6% è affetto da anemia acuta che in molti
casi ne pregiudicherà lo sviluppo fisico e mentale. Il consumo di generi
alimentari è crollato del 30% pro capite. Oltre la metà delle famiglie
palestinesi mangia una sola volta al giorno e il 60% (75% a Gaza) vive in
condizioni di povertà acuta. A causa del blocco, gli spostamenti sono quasi
impossibili (strade interrotte da blocchi di cemento o trincee, oltre a
numerosi check point che costringono ogni volta a trasbordare le merci su
camion provenienti dall’altro lato), la disoccupazione dilaga (100mila solo
quelli che hanno perso il lavoro in Israele) e il prezzo dell’acqua di cisterna
(quando arriva) è salito dell’80%.
Meno dell’1% del raccolto
di olive del 2002 è stato venduto sul mercato mondiale a causa delle
restrizioni imposte da Israele alle importazioni ed esportazioni dell’Anp.
L’agricoltura è in
ginocchio a causa della carenza d’acqua e delle distruzioni dell’esercito di
occupazione che si accanisce sulle cisterne, le reti idriche e le coltivazioni
di ulivi ed agrumi (rispettivamente 2,5 milioni ed 1 milione di piante
sradicate), oltre ad impedire i raccolti ed ostacolare sistematicamente il
lavoro dei contadini.
Nonostante la popolazione
sia letteralmente stremata da oltre tre anni di resistenza e di lotte
durissime, l’opposizione a questo accordo è quasi unanime, tanto da spingere
addirittura il Consiglio legislativo palestinese a chiedere ad Arafat di
prendere posizione contro l’accordo e tanto da portare il rappresentante
dell’Olp per i rifugiati Abdallah Hourani a dichiarare che se la sua
organizzazione dovesse sacrificare il diritto al ritorno dei profughi,
cesserebbe di essere la “sola e legittima
rappresentante del popolo palestinese”.
L’opposizione di massa
all’accordo ha reso evidente che, pur avendo un tacito appoggio da parte di
Arafat la posizione espressa dal capo delegazione Abed Rabbo rifletteva
esclusivamente gli interessi di una ristretta élite palestinese disposta a
tradire la lotta di liberazione per consolidare una propria posizione di
privilegio.
Crescenti tensioni
nella società israeliana
Sull’altro fronte la
reazione isterica di Sharon alla firma di un accordo pur privo di qualsiasi
ufficialità riflette una crescente divisione nella classe dominante israeliana.
Sharon vuole inasprire lo scontro con i palestinesi per distogliere
l’attenzione delle masse israeliane dai problemi interni. La crisi economica
che attanaglia Israele è resa ulteriormente esplosiva dai tagli alle spese sociali
per le ingenti spese militari, ormai fuori controllo. Un settore ampio della
classe dirigente teme un’esplosione sociale.
I crescenti attriti fra la
direzione della centrale sindacale Histadrut
e il governo, che potrebbero portare ad una rottura degli equilibri interni
alla società israeliana, sono la più chiara espressione delle tensioni profonde
che si stanno accumulando tra le masse. I lavoratori israeliani stanno
sperimentando livelli di disoccupazione senza precedenti e drastici tagli al
potere d’acquisto dei salari, mentre il ministro dell’economia Netanyahu
abbatte la sua scure su previdenza, sussidi e amortizzatori sociali. Gli
attacchi congiunti del governo e dei padroni alle condizioni di vita della
maggioranza dei lavoratori israeliani si esprimono in una crescente pressione
sulle organizzazioni sindacali che hanno già portato ad alcuni scioperi e alla
minaccia di uno sciopero generale.
La tanto declamata
“alternativa dal volto umano” alla Road Map di Bush ha dimostrato in poche
settimane di non essere altro che un piano infarcito di cedimenti degli
esponenti palestinesi e formulazioni del tutto avulse dal reale contesto,
contribuendo ad evidenziare la fragilità degli equilibri raggiunti da Israele e
dall’imperialismo americano, dopo tre anni di crescente repressione sui
Territori. Dopo la farsa di Ginevra è più che mai vero che non vi sia una
soluzione possibile del conflitto arabo israeliano senza toccare le fondamenta
stesse del capitalismo.