Imparare
dalla lotta degli autoferrotranvieri
Cgil-Cisl-Uil hanno
sciolto la riserva sull’ipotesi di accordo sottoscritta il 20 dicembre sul
rinnovo del biennio economico per gli autoferrotranvieri. Dopo la più grande lotta
dei lavoratori del settore del trasporto pubblico locale degli ultimi 20 anni,
il vertice sindacale ha svenduto la mobilitazione e lasciato i lavoratori a se
stessi, senza che ci sia stata una risposta da parte del movimento di lotta
paragonabile a quella del mese precedente. Come è stato possibile il recupero
dei sindacati confederali?
di Fortunato Lania (Atm Milano)
Vuoto di direzione
Nel corso dei mesi di
dicembre e gennaio, era evidente a tutti come l’autorità dei dirigenti
sindacali avesse toccato un punto mai così basso. In diversi depositi i
delegati sindacali che non sostenevano la mobilitazione, particolarmente della
Cisl, sono stati giustamente allontanati per il ruolo nefasto che hanno tentato
di giocare sin dallo sciopero del 1° dicembre. Il completo distacco tra
direzione sindacale e lavoratori è stato evidente al momento della firma
dell’Ipotesi di accordo: Epifani, Pezzotta ed Angeletti pensavano che i
lavoratori “avrebbero capito” ed avrebbero ripreso il servizio il giorno
successivo, ma la mobilitazione non solo è continuata ma si è estesa a molte
altre città.
Anche lo sciopero del 9
gennaio proclamato dai sindacati di base, ha visto una adesione ben più ampia
delle forze che tradizionalmente vi fanno riferimento (Sult-Tpl, Sin.Cobas, Fltu-Cub, Slai Cobas, RdB-Cub
Trasporti, Conf. Cobas) con punte di adesione oltre il 90% in diverse città
(Bologna, Treviso, Brescia, Venezia, ecc.).
Si è manifestato, nel
corso di tutta la mobilitazione, un vuoto di direzione evidente che nessuno è
stato in grado di colmare pienamente. Il malessere e la rabbia dei lavoratori,
che ha trovato nel rinnovo del biennio economico la possibilità di emergere, ha
travolto tutte le organizzazioni sindacali: la lotta ha rotto tutti gli argini
costruiti dalla politica della concertazione, ha superato le indicazioni del
sindacato, sconfessato le burocrazie sindacali, e colto di sorpresa anche i
sindacati di base.
In ogni deposito, a Milano
come in altre città, ci sono stati diversi “capipopolo” iscritti ai Cobas o
altri sindacati di base, ma spesso non iscritti ad alcun sindacato o iscritti
ai sindacati confederali stessi. In alcune città, anche organizzazioni come la
Faisa-Cisal (ufficialmente “apolitica”) hanno potuto giocare un ruolo, seppur
marginale, nelle mobilitazioni. Un elemento che ha caratterizzato gli scioperi
è stato certamente la spontaneità che, sebbene sia stato decisivo nella prima
fase per superare le indicazioni della burocrazia sindacale, ha messo in luce
la mancanza di un vero coordinamento della lotta, eletto democraticamente in
ogni deposito e che puntasse ad un coordinamento prima locale e successivamente
nazionale sulla base delle migliori tradizioni del movimento operaio: tutti
elettori, tutti eleggibili, delegati revocabili in qualsiasi momento dall’istanza
che li ha eletti, nessun posto garantito per nessun sindacato o componente
sindacale.
Con un coordinamento che
fosse realmente l’espressione della volontà dei lavoratori avremmo potuto
tutelarci al meglio dalle voci e dalle notizie false fatte girare ad arte dalla
burocrazia sindacale, o dalle aziende stesse, che avevano l’obiettivo di
fiaccare la resistenza dei lavoratori e creare frustrazione tra le nostre fila.
Inoltre, avremmo potuto discutere francamente di quale strategia il movimento
dei lavoratori dovesse dotarsi per il raggiungimento degli obiettivi
prefissati.
Il ruolo della
burocrazia sindacale
Nonostante il movimento
abbia scalzato i vertici sindacali dalla direzione della lotta, ha commesso un errore
chi pensava che il sindacato confederale avesse completamente perso ogni
possibilità di giocare ancora un ruolo nel corso della mobilitazione stessa. In
realtà i vertici sindacali non sono stati a guardare e, dopo la firma
dell’Ipotesi di accordo del 20 dicembre, hanno intrapreso trattative con
aziende ed istituzioni per firmare accordi locali in diverse città: Milano,
Torino, Parma, Roma, ecc. Quasi tutti gli accordi firmati (almeno una ventina)
monetizzando un aumento di produttività a vantaggio delle aziende, ossia,
scambiano un aumento di salario con il peggioramento delle condizioni di
lavoro.
Si è trattato per lo più
di aumenti minimi e, come detto, non senza contropartita, ma che hanno
raggiunto l’effetto desiderato di dividere la categoria e la lotta su base
locale, facendo leva sulla inevitabile stanchezza (dopo due mesi di lotta) e
sulla mancanza di una organizzazione e di una strategia alternativa che fosse
capace di reggere la prospettiva della continuazione della mobilitazione.
Aziende, istituzioni e sindacati (in alcuni casi non solo confederali) hanno in
questo modo raggiunto l’obiettivo di indebolire la mobilitazione nazionale,
esponendo i lavoratori al ricatto di perdere gli aumenti ottenuti localmente se
l’accordo nazionale fosse stato rimesso in discussione.
L’insieme di questi
elementi ha reso possibile l’arretramento della mobilitazione, fotografato
dalla minore azione allo sciopero del 30 gennaio rispetto ai precedenti.
Tuttavia questo sciopero ha testimoniato la volontà di una parte significativa
della categoria di esprimere il proprio disappunto sull’accordo nazionale
sottoscritto nonostante a Milano, ed in una decina di altre città, si sia
cercato in tutti i modi di farlo fallire.
L’illusione
referendaria
Molti a sinistra, a cominciare
dalla sinistra della Cgil, ma anche diversi esponenti dei sindacati di base, si
sono spesi nella richiesta di un referendum vincolante sull’ipotesi di accordo
tra i lavoratori. Abbiamo sempre difeso e continueremo a difendere in futuro
ogni proposta che possa far esprimere ed emergere chiaramente la volontà dei
lavoratori. Tuttavia, nelle condizioni date era evidente che non c’era alcuna
volontà di organizzare un vero referendum tra i lavoratori.
Infatti, poiché la
mobilitazione ha completamente sconfessato i vertici, sarebbe stato per la
burocrazia sindacale come tirarsi una zappa sui piedi… e non è certo da
dirigenti di questa pasta che possiamo aspettarci gesti di questo tipo, che
avrebbero potuto solo sancire la loro completa bancarotta su tutta la vertenza.
Cisl e Uil si sono completamente defilate dall’idea e solo la Cgil ha tenuto un
referendum confinandolo però solo ai propri iscritti.
La modalità di svolgimento
della mobilitazione ha ostacolato la partecipazione al voto dei conducenti, poiché
non sono stati pochi i casi in cui le urne si sono tenute aperte solo alcune
ore, privilegiando la partecipazione al voto di operai ed impiegati, meno
coinvolti dalla mobilitazione. Inoltre, il quesito è stato scritto per pilotare
la risposta e rendere scontata la vittoria del SI.
Il quesito citava “Approvi la decisione di chiudere il secondo
biennio contrattuale, nelle condizioni date, di avviare il confronto con il
governo sullo stato del settore del trasporto pubblico locale e di presentare
la piattaforma per il prossimo contratto che tenga conto delle insufficienze
registrate con la sigla del 20 dicembre?”, come dire: è vero che non volete
che vi tolgano anche gli 81 euro che siete riusciti a strappare e che volete
più soldi? Non c’è dubbio, un bell’esempio di democrazia! Non stupisce che al
voto abbia partecipato il 74% degli iscritti e che il SI abbia ottenuto il 71%
dei consensi. Al contrario, nell’unica città dove ci risulta ci sia stato un
referendum unitario sull’intesa, a Reggio Emilia, il contratto è stato respinto
dal 67% dei lavoratori!
Tutto finito?
Nonostante non siano stati
raggiunti gli obiettivi iniziali, la lotta non si è chiusa con una sconfitta.
Una mobilitazione non deve essere giudicata soltanto per i risultati che
raggiunge, ma anche per il livello di coscienza che esprime, per i passi in
avanti che comporta nella comprensione politica della classe operaia nel suo
complesso. I metodi di lotta utilizzati rappresentano un salto qualitativo
rispetto agli scioperi puramente dimostrativi cui ci aveva abituato il vertice
sindacale. Se non fosse stato per noi lavoratori, che abbiamo rilanciato la
mobilitazione prendendola nelle nostre mani, non avremmo ottenuto nemmeno il
rinnovo del biennio economico.
La battaglia più grande
che ora dobbiamo vincere, è la costruzione di una alternativa agli attuali
dirigenti del movimento operaio. È mancata nel corso della lotta una corrente
realmente di classe, che potesse mettere in contraddizione la politica nefasta
seguita dai vertici della Cgil con le reali esigenze dei lavoratori.
Ci auguriamo che la
mobilitazione possa servire da stimolo all’impegno ed alla militanza per
sviluppare questa prospettiva, l’unica capace di evitare che la inevitabile
prossima mobilitazione finisca su un binario morto.