Esplode
la rabbia operaia
Un sondaggio Eurispes mostra come le
famiglie italiane vedono peggiorare drammaticamente la loro prospettiva economica.
Se nel 2003 il 26,8 per cento prevedeva che la situazione sarebbe peggiorata,
nel 2004 si sale al 36,4. Le famiglie costrette a indebitarsi passano dal 2,9
al 4,6 per cento, quelle che stanno consumando i risparmi passati dall’8,2 al
19,2, mentre quelle che risparmiano “qualcosa” scendono dal 35,0 al 20,3 e
quelle che risparmiano “abbastanza” crollano dal 10,5 al 3,1. Infine, se nel
2003 il 23,0 per cento riteneva la propria situazione “nettamente peggiorata” e
il 32,5 la vedeva “lievemente” peggiorata, le percentuali variano come segue
nel 2004: il 29,5 per cento vede un lieve peggioramento, mentre per il 48,2 il
peggioramento è “netto”. (Liberazione,
21 gennaio)
Lunedì 9 febbraio ha visto
l’ennesima esplosione della rabbia operaia, quando oltre 500 lavoratori
dell’Ilva di Cornigliano (Genova) per protestare contro la minacciata chiusura
dell’altoforno hanno invaso il centro cittadino con le ruspe e hanno tentato di
dare l’assalto alla prefettura per poi occupare i binari della stazione Brignole.
Poche ore prima il
chierichetto della Casa delle Libertà Pierferdinando Casini, riferendosi allo
scontro interno al governo, ha dichiarato con preoccupazione che “il paese
rischia di non capirci”. Più drastico Umberto Bossi: “Berlusconi è bollito”. E
in effetti per il governo ogni giorno ha la sua croce, il consenso si erode e
le divisioni fra i quattro partiti della coalizione stanno diventando
esplosive.
A differenza di quanto
pensa Casini, tuttavia, il paese, ovvero milioni di lavoratori, di pensionati,
di precari, capisce benissimo.
Capisce in primo luogo che
si sta andando rapidamente in rovina. Il calo del potere d’acquisto dei salari
si fa sentire, i commercianti denunciano che anche con i saldi le famiglie non
comprano. Le cifre confermano quello che tutti tocchiamo con mano alla cassa
del supermercato. Persino i dati dell’Istat lo confermano. Negli anni ’70 il
lavoro salariato percepiva il 57% del reddito nazionale, nel 2002 la
percentuale era scesa al 45,5%, come negli anni ’50.
Dall’altro lato della
scala, crescono i profitti e le rendite: erano il 25 per cento del Pil nel
1977, sono saliti al 35,5 nel 2002. E nella classifica mondiale dei
super-ricchi (oltre un miliardo di dollari di reddito) gli italiani sono ora
ben 11, contro 4 nel 1999… nonostante Calisto Tanzi sia uscito dalla
classifica!
L’arretramento prosegue da
25 anni, ma gli ultimi due sono stati una vera mazzata, e le lotte di questi
mesi, dai metalmeccanici ai tranvieri, lo dimostrano.
I lavoratori capiscono
benissimo non solo che rischiano di precipitare in un abisso, ma che è
necessario reagire, lottare duramente per arginare il declino e riprendersi
quanto ci hanno tolto.
Al crollo di salari e
pensioni si aggiungono gli attacchi frontali alla scuola, alla sanità (mentre
scriviamo 155mila medici sono in sciopero), le crisi industriali e finanziarie
che devastano o rischiano di devastare intere città e settori produttivi, dalla
Fiat alla Parmalat, dall’Alitalia a Terni. Episodio istruttivo: secondo
l’economista Tito Boeri, con la sola “liquidazione” del manager Fiat Cantarella
si sarebbero potuti pagare per due anni tutti gli stipendi degli operai di
Termini Imerese (Il manifesto, 8
febbraio).
Le mobilitazioni hanno
ormai assunto un carattere radicalmente diverso rispetto agli scorsi anni, la
determinazione nel voler strappare un risultato, la disponibilità ad andare
alla lotta dura, a far saltare le “regole del gioco” imposte dall’avversario,
dimostrano come stia maturando un cambiamento nella coscienza di massa. Una
lotta “chiama” l’altra, dai metalmeccanici a Scanzano, ai tranvieri,
all’Alitalia, alla scuola, a Terni. È un processo che dimostra la
radicalizzazione crescente, ma che mette anche in luce la totale mancanza di
una direzione all’altezza, che punti a unificare le vertenze trasformandole in
una offensiva generale su tutto il fronte che cacci il governo. Chi avrebbe la
forza per proporre il salto di qualità, in primo luogo il vertice della Cgil,
brancola nel buio e lascia i lavoratori soli o addirittura, come nel caso della
lotta del trasporto pubblico, si schiera con l’avversario.
Il dramma della situazione
è che mentre i lavoratori spingono per andare a sinistra, per radicalizzare lo
scontro e vincere, tutti i dirigenti della sinistra politica e sindacale
marciano a tappe forzate nella direzione opposta. I Ds precipitano sempre più
nell’alleanza con il “listone” di Prodi, Bertinotti a sua volta segue a ruota
il centrosinistra, tutti guardano alla loro destra.
Il calcolo del vertice
ulivista è trasparente. Pensano che, quale che sia la loro politica, al momento
del voto potranno raccogliere nell’urna la protesta di milioni di persone e
incanalarla sulla via di una nuova concertazione che riporti la tanto sospirata
pace sociale. Diciamo subito che questo calcolo è destinato a fallire.
Non è una questione di
voti (che peraltro non sono affatto garantiti), ma di un conflitto profondo che
oggi indebolisce il governo, ma che premerà sempre di più nelle fila del
centrosinistra allargandone le divisioni e mostrando l’assoluta incapacità di
rispondere ai bisogni sociali e alle aspirazioni che si manifestano nelle lotte
di questi mesi.
Il vertice ulivista vive
chiaramente in un mondo parallelo “ad atmosfera modificata” (probabilmente
prodotta a Bruxelles), e mentre Bossi e Berlusconi furbescamente aprono la
campagna elettorale attaccando l’Euro che ci ha impoveriti (cosa su cui ben
poche famiglie nutrono dei dubbi), Fassino e D’Alema pensano di stravincere le
elezioni agitando l’icona di Prodi. Non è certo un problema di slogan elettorali,
contraddizioni ben più ampie si preparano ad esplodere nel centrosinistra.
Sulle pensioni Rutelli si
è già smarcato aprendo al governo e contribuendo ad allargare la divisione fra Cgil
e Cisl-Uil; più scottante ancora è la questione della guerra in Iraq. Nei
prossimi giorni il parlamento voterà sul rinnovo della missione italiana e pare
ormai certo che il “triciclo” si asterrà, con l’argomento patetico che
avrebbero potuto anche votare contro la missione in Iraq, se non fosse che il
governo gli ha teso una trappola (cattivoni!) imponendo di votare
congiuntamente tutte le missioni all’estero comprese quelle varate dai governi
di centrosinistra. Questo voto produrrà una divisione nei Ds e nell’Ulivo,
divisione che a sua volta non è che il pallido riflesso dell’abisso che separa
le manovrette parlamentari di D’Alema e Fassino dalle aspirazioni di milioni di
persone che hanno manifestato contro la guerra un anno fa e che oggi vogliono la
fine dell’occupazione dell’Iraq e il ritiro delle truppe.
Esistono sulla carta tutte
le migliori condizioni perché un partito comunista affermi la sua egemonia fra
i lavoratori, mettendo in crisi l’egemonia elettorale dell’Ulivo e chiudendo
una volta per tutte gli anni amari dei compromessi a perdere e delle sconfitte
a ripetizione. Se Bertinotti avesse un decimo della decisione e della
combattività mostrata dai tranvieri o dai siderurgici il Prc potrebbe conoscere
una crescita esplosiva e conquistare una posizione centrale nelle lotte che si
sviluppano ogni giorno di più.
Purtroppo, come riferiamo
in altre pagine di questo numero di FalceMartello, i vertici del nostro partito
hanno tutt’altro per la testa, impegnano tutte le forze del Prc nella ricerca
spasmodica di un nuovo e disastroso accordo con Prodi e con l’Ulivo, si
lanciano in una equivoca operazione di diluizione del Prc all’interno della
“sinistra alternativa”, condita da una serie impressionante di mea culpa e battiture di petto. E
intanto Rifondazione continua a perdere iscritti e militanti, una
contraddizione stridente che vede il partito più a sinistra smarrirsi mentre le
lotte sociali crescono senza sosta. Emergono con chiarezza sempre maggiore i
limiti di un movimentismo amorfo con il quale il gruppo dirigente del Prc, a
partire da Bertinotti, ha rinunciato a lavorare sistematicamente per
indirizzare la militanza a intervenire nelle lotte reali, sostituendo questo
lavoro, oscuro ma indispensabile, con tante proclamazioni vuote di contenuto.
Le lotte operaie non sono
più un momento decisivo per immergere il partito nella classe lavoratrice, ma
un’occasione per articoli di giornale e dichiarazioni che durano lo spazio di
un mattino. Un giorno si lancia la parola d’ordine di nazionalizzare la Fiat,
ma dopo pochi mesi viene abbandonata e di fronte a nuove crisi devastanti
(Ilva, Ast Terni, Parmalat) Bertinotti non rilancia su questo terreno decisivo
e si limita a chiedere una commissione parlamentare d’inchiesta.
A questa contraddizione
dobbiamo dare una soluzione. La serie ininterrotta di mobilitazioni settoriali
dimostra la volontà di lotta che cresce nel paese, ma mostra anche la mancanza
di una direzione che sviluppi un programma complessivo e coordini le lotte.
All’attacco dobbiamo andare tutti uniti, non in ordine sparso!
Il problema non può essere
ignorato o aggirato, lo spontaneismo delle lotte è un elemento prezioso che
dimostra il coinvolgimento profondo dei lavoratori, ma se lasciato a se stesso
urta contro un muro costituito dalla linea tutt’ora concertativa della Cgil. I
tentativi di costruire coordinamenti di varia natura coinvolgendo singoli
attivisti di questo o quel settore non hanno avuto successo, anche quando erano
sostenuti dai cobas o da altre sigle del sindacalismo di base. I lavoratori
hanno in determinati momenti “usato” queste sigle per dare copertura alle
lotte, ma non le hanno considerate in grado di fornire una reale alternativa
alla linea della Cgil; da qui anche momenti di parziale disorientamento fra
alcuni degli attivisti più combattivi.
Una nuova direzione nel
movimento operaio è più che mai necessaria ma non può nascere a tavolino e non
può prescindere da una battaglia sistematica, organizzata e di lunga lena
all’interno delle organizzazioni di massa, in primo luogo della Cgil, né può
sottrarsi dall’intervenire nel dibattito che agita la sinistra italiana, in
particolare i suoi settori più avanzati. Una nuova direzione può essere formata
solo nel vivo delle mobilitazioni, unendo la battaglia nei luoghi lavoro per la
difesa intransigente dei diritti dei lavoratori, alla polemica contro il
“riformismo senza riforme” di D’Alema, Fassino, Epifani e compagnia. È questa
la battaglia che faremo nel Prc, nei Giovani comunisti, nella Cgil, nelle
mobilitazioni di massa, convinti che mai come oggi le condizioni sono
favorevoli per una rinascita delle idee rivoluzionarie dell’autentico marxismo.
10 febbraio 2004
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