FalceMartello
n° 172 * 8-01-2004
Dove sono i Giovani
Comunisti?
L’organizzazione
giovanile di Rifondazione Comunista sta attraversando una crisi politica e
organizzativa profonda. Diverse federazioni oggi non hanno più una struttura giovanile
funzionante in grado di intervenire nelle lotte sociali che stanno
attraversando il paese. L’apice di questa situazione è indubbiamente Milano,
dove, nonostante i numerosi iscritti, i Giovani Comunisti sono praticamente
sciolti.
di Alessandro Riatti (coordinamento dei GC della Lombardia)
L’Italia negli ultimi due
anni è stata percorsa da continue mobilitazioni. Da Genova a Firenze, dagli
scioperi generali sull’articolo 18 alla lotta dei metalmeccanici, dalla lotta
Fiat a quella dell’Atm, il nostro paese ha visto un risveglio della lotta di
classe. Nonostante il clima sociale sia stato quindi potenzialmente favorevole
alla diffusione delle idee comuniste, l’organizzazione giovanile del partito è
in questo momento in grosse difficoltà. Perché accade ciò?
Le ragioni stanno
principalmente nella linea politica portata avanti negli ultimi anni dal
partito e poi dai Giovani Comunisti. Fin dalla nascita dell’organizzazione nel
1995 avevamo riscontrato dei grossi limiti nel programma e nelle concezioni su
cui si sarebbe dovuta costruire la struttura organizzativa dei GC. Come non
ricordare che durante la prima conferenza nazionale la direzione della nostra
organizzazione si era spesa in una battaglia in difesa della partecipazione al
governo Prodi e dei provvedimenti anti-operai che il centrosinistra con
l’appoggio di Rifondazione stava portando avanti. Il tanto odiato Pacchetto
Treu che ha dato il via alla flessibilità nel mondo del lavoro, contro cui oggi
inveiscono milioni di lavoratori, veniva difeso a spada tratta dai nostri
dirigenti.
L’uscita di Rifondazione
dal governo veniva vista da migliaia di giovani militanti comunisti come
un’occasione per rigettare la collaborazione di classe e per tornare a
radicarsi nelle lotte sociali.
La prima vera grossa
occasione di riscatto è arrivata col movimento anti-globalizzazione che ha
percorso il pianeta e che in Italia ha visto uno dei suoi sviluppi più
importanti. L’attenzione che la manifestazione di Genova aveva nutrito fra
migliaia di giovani apriva delle autostrade per la penetrazione delle idee e di
un programma rivoluzionario fra questa fascia di persone. Ma ai giovani
radicalizzati che contestavano il sistema, fonte di guerra e miseria, i Giovani
Comunisti, con qualche eccezione, sono andati a parlare di Tobin Tax e non di
esproprio delle multinazionali, di disobbedienza e non di trasformazione
rivoluzionaria della società.
Veniva palesato in quelle
giornate un atteggiamento che sarebbe stato la costante
dell’organizzazione
nell’intervento nei movimenti: sciogliersi nelle manifestazioni senza
fare un lavoro politico di paziente spiegazione di un programma di classe. La
teoria della “contaminazione” secondo cui i giovani comunisti dovevano
abbracciare le proposte organizzative e programmatiche che uscivano dai social
forum e dalle altre strutture dei no-global, in sostanza significava rinunciare
alle idee comuniste e rivoluzionarie per sposare un programma riformista.
La rinuncia a portare
avanti una lotta politica contro l’ala moderata nel movimento anti-globalizzazione
ha di fatto reso inefficace il nostro intervento e difficile la nostra
crescita. Davanti ad una struttura giovanile di partito che teorizza e pratica
la piena coincidenza di metodo e di programma con le altre organizzazioni
no-global, perché un giovane deve iscriversi e militare nei Giovani Comunisti
se può fare le stesse cose che fanno i nostri attivisti in un social forum o in
un centro sociale?
Quando poi nel 2002 la
Cgil ha portato in piazza milioni di lavoratori, la nostra organizzazione è
rimasta totalmente spiazzata. Dopo aver teorizzato per anni la fine della
classe operaia e della centralità dei lavoratori nella lotta al capitalismo, i
Giovani Comunisti si sono limitati ad accodarsi alle manifestazioni e agli
scioperi generali senza mai incalzare da sinistra le burocrazie sindacali. Cofferati
e la Cgil, nonostante la disponibilità alla lotta dei lavoratori italiani, si
sono dimostrati incapaci di sconfiggere Berlusconi. Il nostro compito in queste
mobilitazioni era quello di partecipare criticamente alle mobilitazione del
sindacato, distinguendoci nelle parole d’ordine, ponendo ai lavoratori la
questione della caduta del governo Berlusconi. Anche dal punto di vista dei
metodi avremmo dovuto denunciare il fatto che le manifestazioni e gli scioperi
si trasformavano spesso in parate convocate ogni tre o quattro mesi dal leader
della Cgil, senza un coinvolgimento dal basso dei delegati e dei lavoratori.
Nulla di tutto questo è
stato fatto. Ci si è limitati ad organizzare delle azioni simboliche per
cercare di ottenere una qualche visibilità. Come abbiamo scritto nello scorso
numero di FalceMartello la pratica della disobbedienza è stata incapace di
aprirci la strada alle masse. La nostra organizzazione sta pagando queste
scelte.
Il 2001 era l’anno della
“disobbedienza civile”, il 2002 la disobbedienza è diventata “sociale”, oggi
visto il livello di vitalità della nostra organizzazione verrebbe da dire che
stiamo praticando la “disobbedienza fantasma”.
L’esempio di Milano
Sono ormai passati 20 mesi
dall’ultima conferenza dei Giovani Comunisti. La maggioranza che è stata eletta
all’ultima conferenza ha portato i giovani alla totale impasse. Nel corso di
due anni non è stato portato avanti un chiaro intervento in nessuna delle lotte
significative che hanno attraversato il paese e la nostra città. Il
coordinamento eletto all’ultima conferenza non viene più convocato. A quasi due
anni dalla conferenza non è mai stato eletto neppure il coordinatore e non è
mai stato convocato nemmeno un attivo degli iscritti. Questa gestione indecente
della nostra organizzazione ci ha portato, come rappresentanti del quarto
documento alla conferenza, a protestare vivamente contro l’attuale situazione. Durante
la festa di Liberazione e poi nei comitati politici federali abbiamo cercato di
portare la nostra denuncia sullo stato dei Giovani Comunisti.
Le risposte che più volte
ci sono arrivate dalla segreteria sono state sempre vaghe ed evasive. Perciò il
23 Novembre abbiamo convocato un’assemblea pubblica aperta agli iscritti e ai
simpatizzanti per cercare di intercettare quella fascia di militanti che non
accettano la totale impasse in cui sono caduti i Giovani Comunisti a Milano che
di fatto sono sciolti.
Durante l’assemblea
abbiamo cercato di evidenziare come il momento politico in cui viviamo ci può
aprire grosse possibilità di crescita e di radicamento a patto che sappiamo
rimettere in piedi la struttura dopo aver fatto i conti con gli errori politici
che la maggioranza dei GC ha commesso negli ultimi anni.
Ma nell’ultimo periodo i
giovani militanti di FalceMartello nonostante la paralisi dei Giovani
Comunisti, voluta da altri e non da noi, non sono certo stati fermi a guardare
lo sfascio della nostra organizzazione restando con le mani in mano. Durante
l’assemblea abbiamo evidenziato il lavoro svolto nei diversi campi
d’intervento. Dall’intervento dei nostri compagni nel collettivo Pantera nella
lotta dell’Alfa Romeo e dell’Atm, al paziente lavoro per costruire nelle scuole
del milanese i Comitati in Difesa della scuola pubblica, fino alle lotte
sindacali che i nostri giovani compagni hanno portato avanti come delegati in
alcune importanti realtà produttive della città come l’Aci, la Direct Line o
l’Amisco.
Spesso siamo stati
accusati di voler distruggere e dividere l’organizzazione e di manovrare contro
il partito. Ebbene oggi a Milano siamo l’unica area che cerca di tenere in
piedi la struttura dei Giovani Comunisti.
La disobbedienza a Milano,
come in molte altre parti d’Italia, ha portato alla liquidazione dei Giovani
Comunisti. Non prenderne atto significa voltare le spalle alla realtà. Stiamo
in queste settimane raccogliendo delle firme su una petizione che chiede ai
giovani della nostra federazione di esprimersi per una convocazione di una
conferenza straordinaria dei Giovani Comunisti a Milano per porre fine alla
crisi in cui la maggioranza ci ha trascinato.
La parola deve tornare
alla base e ai militanti. Non dobbiamo permettere che l’organizzazione muoia
per gli errori della direzione. Niente è perduto se i Giovani Comunisti
sapranno riorientarsi politicamente dopo la sbronza movimentista e
abbracceranno una prospettiva rivoluzionaria. Potranno in breve tempo
risollevarsi e cogliere le opportunità che la nuova fase politica oggi offre
per la diffusione delle idee comuniste nella nostra battaglia per il
socialismo.