FalceMartello
n° 172 * 8-01-2004
Continua la resistenza in
Iraq
La cattura di Saddam
Hussein, avvenuta la mattina del 13 dicembre, ha dato agli angloamericani una
piccola boccata d’ossigeno, ma lo scenario non diventa per questo più
favorevole all’imperialismo e sarebbe un errore scambiare le manifestazioni di
giubilo di pochi (in alcuni casi - documentati - pasturate da qualche dollaro
distribuito ai passanti per gioire davanti alle telecamere), per l’inizio di
una luna di miele fra le masse irachene e l’Amministrazione coloniale.
di Francesco Merli
Bush e Blair hanno tentato
di giocarsi la carta della cattura di Saddam soprattutto in chiave interna, per
controbilanciare le crescenti critiche alla loro gestione (a dir poco
disinvolta) della vicenda irachena, ma anche su questo fronte i risultati non
sono stati che effimeri.
Dal primo maggio 2003,
data in cui Bush ha dichiarato finita la guerra, ad oggi, la situazione è
andata peggiorando di giorno in giorno e nei dibattiti televisivi e sui
giornali nordamericani fa capolino con insistenza lo spettro del Vietnam, che
molti credevano da tempo esorcizzato - una parola densa di significati sinistri
per la classe dominante statunitense, sinonimo di sconfitta e di catastrofe.
Come abbiamo sottolineato
più volte, con la guerra all’Iraq, l’imperialismo ha tentato di risolvere la
sua difficoltà ad imporre la propria egemonia sul mondo con mezzi “normali”
(potere economico, finanziario, diplomazia, ecc.). Lo ha fatto con una fuga in
avanti, senza aver preparato adeguatamente la guerra, ma soprattutto senza
avere chiaro un piano per il dopoguerra.
Sconfiggere un regime ed
un esercito o sottomettere un intero popolo, però, non sono la stessa cosa.
L’arroganza con cui gli imperialisti hanno imposto il loro tallone di ferro
calpestando ogni sentimento delle masse, e il saccheggio quotidiano delle
risorse del paese, hanno rinfocolato l’odio antimperialista in tutto il Medio
oriente.
Il vero volto
dell’occupazione
A dispetto delle tante
parole spese da Blair e Bush sulla democrazia e sulla liberazione degli
iracheni, il regime d’occupazione ha mostrato dal principio il suo vero volto
di dittatura oppressiva ed arbitraria.
I casi di abuso delle
truppe di occupazione documentati sono migliaia: rastrellamenti notturni casa
per casa, posti di blocco, retate perfino nelle scuole (per esempio il 22
dicembre alla Amriyeh High School 100 soldati americani in tenuta da
combattimento, protetti da carri armati e scortati da poliziotti iracheni,
hanno fatto un blitz per arrestare pericolosi quindicenni colpevoli di aver
manifestato la propria rabbia sventolando qualche ritratto di Saddam); violenze
brutali al minimo cenno di reazione, arresti arbitrari con migliaia di persone
internate per settimane o mesi in campi di concentramento, ammassati al freddo
come bestie solo sulla base di un sospetto o di una carta d’identità siriana o
palestinese. A novembre sono stati addirittura bombardati interi quartieri per
il sospetto che vi si annidasse la guerriglia.
Tutto ciò non avviene per
fare la “guerra ai terroristi”, ma per tenere soggiogata e sottomessa una
popolazione che sta letteralmente morendo di fame a causa della disoccupazione
(oltre la metà dei 7 milioni di lavoratori iracheni) e delle distruzioni
portate dalla guerra.
Decine di migliaia di
famiglie sono rimaste senza casa per i bombardamenti (70mila solo a Saddr City,
un distretto di Baghdad). In questi mesi la carenza di alloggi ha comportato un
rincaro sensibile degli affitti. La decisione dell’amministrazione coloniale di
“liberalizzare il mercato” abolendo i sussidi precedentemente erogati, ha
gettato sul lastrico altre migliaia di famiglie.
Le manifestazioni e le
proteste di massa della popolazione contro gli abusi o per rivendicare la
soluzione dei problemi più pressanti sono frequenti e spesso duramente represse.
Ai casi più eclatanti che “fanno notizia” come la rivolta in ottobre di
un’intera città, Baiji (200 km da Baghdad, sede della più grande raffineria
irachena), si sommano uno stillicidio di proteste alimentate dalla miseria
generalizzata e dall’oltraggio. Queste lotte esplodono ovunque, non solo nel
famigerato “triangolo sunnita”. Manifestazioni di massa nella città sciita di
Hillah hanno portato alle dimissioni del governatore della regione. Oggetto
della protesta anche l’applicazione delle leggi antisindacali del regime di
Saddam da parte dell’Amministrazione coloniale.
Transizione
dell’Iraq agli iracheni?
I soldati americani
reagiscono con sempre maggior violenza agli attacchi, incuranti (a volte anche
incapaci) di distinguere tra civili e guerriglieri, come nel caso della strage
di Samarra a dicembre; hanno paura perché cominciano a sentirsi pedine
sacrificabili in un gioco più grande di loro. Migliaia sono entrati
nell’esercito per ottenere la cittadinanza, come il primo soldato “americano” morto
nella guerra. Sentono l’ostilità generale della popolazione. I loro compagni
uccisi sono ormai centinaia, migliaia i feriti (ma per ogni militare Usa morto,
le vittime civili di questa “pace” sono dieci volte superiori). Logoramento
psicologico e stress emotivo legati alla permanenza in Iraq sono alla base di
migliaia di rimpatri di soldati della coalizione.
Le crescenti difficoltà
hanno portato Bush a promettere una “transizione” del potere agli iracheni entro
il primo luglio 2004, chiarendo che comunque le truppe angloamericane non
avrebbero lasciato per diversi anni il paese. Questo obiettivo sembra essere
oggi del tutto irraggiungibile.
Fulcro della strategia
dell’imperialismo è la costituzione di un apparato di polizia irachena, ma
secondo il Dipartimento della difesa al 15 di dicembre gli obiettivi di
reclutamento e formazione erano stati rispettati per uno scarso 50% - 12.600 su
27.500 e solo 100 in addestramento, con un problema di defezioni significative
dal primo contingente e di difficoltà a reperire nuove candidature.
Gli “aiuti” economici sono
serviti solo a foraggiare il lauto banchetto della “ricostruzione”, una torta
da 500 miliardi di dollari su cui ingrassano multinazionali come Halliburton (ora
inquisita per aver gonfiato le note spese per 100 milioni di dollari) e Bechtel
Corporation, che riforniscono l’Apc di ogni cosa (dalle gomme da cancellare, ai
carburanti ai mitra, ai corsi di formazione per amministratori e poliziotti), a
cui sperano di aggiungersi anche i “pacifici” capitalisti francesi, russi e
tedeschi, destinando agli iracheni solo le briciole che cadono dal tavolo.
Dall’amministrazione
coloniale (chiamata eufemisticamente “Autorità provvisoria di coalizione”, Apc)
si dipana una rete clientelare di prebende ai capi tribù e ai potenti locali,
capace di alimentare una spirale di corruzione più che di comprare consenso.
L’economia, ad otto mesi
dalla “fine” della guerra, stenta a ripartire. Un rapporto del Dipartimento
della difesa Usa del 15 dicembre rivela che l’Apc sta fallendo tutti i suoi
obiettivi nella produzione di combustibili (per esempio la produzione di
gasolio è solo il 54% della produzione attesa). La produzione di energia è a
3.500 Megawatt (su un obiettivo di
5mila), precipitando l’Iraq in una crisi energetica paradossale per il
secondo paese per riserve petrolifere al mondo, un vero mistero se non fosse
che le imprese incaricate di rimettere in sesto la produzione energetica del
paese sono le stesse che forniscono a prezzi esorbitanti i combustibili e
l’energia mancanti.
La rete telefonica
danneggiata dalla guerra non è ancora stata ripristinata, ma in compenso sono
già pronti i bandi per l’appalto a tre compagnie di telefonia cellulare,
dimostrando il più completo disprezzo per le necessità primarie della
popolazione. Gli ospedali infatti sono privi di mezzi e medicinali e sono
accessibili solo a pochi privilegiati.
Solo 1.812 scuole su
11.939 danneggiate sono state riparate, ma un controllo su un campione di 20 ha
rivelato che “il lavoro fatto è orribile”, secondo le parole di Linda Scharf, funzionaria statunitense adibita ai
controlli.
Resistenza nazionale
o rivoluzione socialista?
Nella stampa occidentale
quando si parla di “Resistenza irachena” si tende a parlare solo delle
formazioni armate guerrigliere protagoniste degli attacchi alle truppe
occupanti e alle forze collaborazioniste (polizia, istituzioni locali, leader
politici di partiti che sostengono l’Apc), dimenticandosi spesso e volentieri
che l’aspetto prevalente non è quello militare, ma l’attiva partecipazione
delle masse alla lotta contro l’occupazione. Un’ulteriore mistificazione viene
fatta confondendo i militanti nazionalisti iracheni con i fondamentalisti di
al-Quaeda, che opera separatamente e in cui la guerriglia d’ispirazione
prevalentemente laica non si riconosce.
L’occupazione americana
spinge sempre più l’Iraq in un baratro di miseria e conflitti, ed è trasparente
l’intenzione degli occupanti di frantumare il paese su linee etniche e
religiose, creando un caos sanguinoso sul quale possano continuare impunemente
a dominare.
A questa barbarie il
movimento di resistenza potrà fare fronte solo unendo la lotta per la cacciata
degli invasori alla prospettiva rivoluzionaria e socialista, l’unica che può parlare
a tutte le masse irachene senza distinzione tra kurdi, sciiti e sumiti, e
aprire un aprospettiva per l’intero mondo arabo.