FalceMartello
n° 172 * 8-01-2004
L’Europa incagliata
Il fallimento del
progetto di Costituzione europea
Il fallimento della
Conferenza Intergovernativa (Cig) mette a nudo la crisi del processo di
integrazione europea. Esso segue altre profonde divisioni che hanno
attraversato l’Ue in questi mesi, a partire da quella apertasi all’inizio del
2003 quando Francia e Germania hanno capeggiato il fronte contrario
all’invasione dell’Iraq mentre Gran Bretagna, Spagna e Italia si sono schierate
con gli Usa. I paesi minori si divisero allora fra i due fronti ed emerse come
i candidati ad entrare nell’Ue, Polonia in testa orbitassero nel fronte
filoamericano.
di Claudio Bellotti
Una seconda importante
frattura si è creata in novembre, quando il Consiglio dei ministri economici
europei (Ecofin) sotto la presidenza di Tremonti ha rifiutato di sanzionare
Francia e Germania per il loro sfondamento del deficit pubblico previsto dal
patto di stabilità, respingendo così la linea proposta da Prodi e dalla
Commissione europea. Ultima puntata, la rottura della Cig che doveva
pronunciarsi sul progetto di Costituzione europea e che si è arenata sul punto
decisivo dei meccanismi di voto quando Spagna e Polonia si sono rifiutate di
aderire a una proposta che riduceva il loro peso nel meccanismo di presa di
decisioni a maggioranza, mentre Francia e Germania hanno a loro volta rifiutato
di mantenere il vecchio meccanismo deciso alla conferenza di Nizza (2001).
Il signifcato
dell’integrazione europea
La divisione europea si
inserisce in un più vasto processo in corso nel mondo che vede l’acutizzarsi
dei conflitti internazionali e di conseguenza la crisi di tutti gli organismi
sovranazionali che dovrebbero mediare fra gli interessi dei diversi stati:
l’Onu in primo luogo, ma anche il Wto, l’Unione europea, la stessa Nato. La
crisi europea si inserisce in questo quadro generale, ma ha anche le sue cause
specifiche.
Nella prima metà del ‘900
i paesi europei hanno perso la loro supremazia mondiale. La Seconda guerra
mondiale costituì una sconfitta rovinosa per il capitalismo europeo, che si
trovò ridotto a territorio di frontiera nel confronto fra le due superpotenze
Usa e Urss. La Germania fu il principale sconfitto, ma anche Francia e Gran
Bretagna, formalmente vincitori, entrarono in un declino inarrestabile e persero
i loro imperi coloniali e il loro antico ruolo mondiale. Il processo di
integrazione europea, avviato nel 1949 e sancito dai Trattati di Roma del 1957,
avveniva con l’approvazione e sotto la tutela degli Usa, che vedevano in esso
un modo di aiutare l’Europa capitalista a sostenere la pressione del blocco
sovietico. L’integrazione europea si compiva grazie agli investimenti
americani, sotto lo scudo nucleare americano e in una condizione di sostanziale
impotenza dei paesi europei.
Con il crollo dell’Urss
nel 1989-91 il quadro è cambiato; la riunificazione tedesca, la possibilità di
penetrare nuovamente in aree come i Balcani e l’Europa centrorientale, la fine
dello spauracchio sovietico hanno fatto rinascere nelle principali borghesie
europee, e in particolare in quella tedesca, l’ambizione di poter tornare a
giocare un ruolo di primo piano nell’economia e nella politica mondiale. Da
allora il progetto di integrazione europea ha assunto un carattere parzialmente
differente, ed è stato sempre più inteso come una leva per rendere il
capitalismo europeo non solo concorrenziale rispetto agli Usa, ma anche
indipendente sul piano diplomatico, militare, strategico.
Gli Usa sono passati da
una posizione di appoggio a una di sospetto che spesso sconfina nell’aperta
ostilità. Con il lancio dell’Euro il sogno di un “Superstato” europeo, con una
propria moneta e un proprio esercito, sembrava più vicino (e molti anche a
sinistra vi hanno creduto).
Ma le cose sono ben più
complicate. L’unificazione dell’Europa da un punto di vista storico, economico
e sociale sarebbe non solo razionale ma anche indispensabile. Le frontiere che
oggi dividono gli Stati europei sono altrettanto superate delle frontiere che
dividevano gli staterelli italiani o tedeschi prima dell’unificazione di questi
paesi. Ma non si tratta qui solo di una razionalità astratta. Il problema
concreto è: quale forza sociale potrebbe condurre a termine l’unificazione
europea?
Gli europeisti hanno
sempre amato dipingere questa unificazione come un processo pacifico,
democratico, negoziale. Ma la storia ci insegna ben altro. Gli Stati Uniti
nacquero dopo una guerra di indipendenza e dopo mezzo secolo dovettero
affrontare una sanguinosa guerra civile per continuare a esistere come
federazione; la Germania si unificò attraverso due guerre che seguirono il
fallimento della rivoluzione del 1848-49; l’Italia analogamente raggiunse
l’unità attraverso tre guerre, anch’esse seguite al fallimento delle
insurrezioni del 1848. La differenza abissale tra allora e oggi è che 150 anni
fa le guerre di unificazione nazionale si inserivano nella fase di ascesa
storica del capitalismo, e attraverso di esse si creavano le condizioni di una
colossale ascesa economica e sociale di quesi paesi.
Oggi, al contrario, le
velleità di unificazione europea si inseriscono in un quadro di declino storico
di questo sistema: sotto il capitalismo l’unificazione europea non è uno
strumento di emancipazione e progresso sociale, ma un tentativo di conquistarsi
un posto in prima fila nel saccheggio imperialista del mondo intero.
Perché è fallita la
Cig
Il fallimento della Cig
mostra come le diverse borghesie non siano disposte a mettere da parte i loro
interessi nazionali in nome del “comune ideale europeo”. Al contrario, ciascuno
difende con le unghie e coi denti i propri privilegi, e non a caso i terreni su
cui si mantiene l’accordo sono quelli legati alle misure protezionistiche più o
meno mascherate. Francia e Germania, in questa fase alleate, mantengono
ovviamente la loro egemonia ma è impossibile tradurla in un linguaggio legale e
costituzionale che presume una uguaglianza di diritti fra i paesi europei che
non esiste e non può esistere.
Alla difesa dei diversi
interessi si aggiunge il ruolo dei grandi conflitti internazionali. La
pressione Usa nei confronti dell’Europa si fa sempre più forte. La guerra in
Iraq è stata anche un schiaffo ai paesi europei che si erano opposti; il calo
del dollaro colpisce l’economia europea che fatica a uscire dalla recessione e
si vede chiudere il mercato americano. Gli Usa agiscono sui loro alleati in
Europa per creare contraddizioni. Non a caso poche settimane fa il presidente
polacco Kwasnewiesky rivendicava uno speciale legame con gli Usa in virtù dei
milioni di immigrati polacchi e dei loro discendenti che vivono in quel paese,
e proprio ora la Polonia si ritrova ad essere uno dei capofila
dell’ostruzionismo che ha fatto saltare la Cig.
Le borghesie europee alla
resa dei conti si dimostrano incapaci di unire l’Europa, e non a caso la
Commissione europea, pilastro delle politiche di integrazione, si trova spesso
a dover contare soprattutto sull’appoggio dei paesi più piccoli e impotenti.
Al tempo stesso è
impossibile coinvolgere ed entusiasmare la classe lavoratrice nel progetto
europeista. Per quanto una gran parte dei partiti socialdemocratici europei
(soprattutto la loro ala destra, oggi maggioritaria) e delle burocrazie
sindacali si sbraccino per dimostrare che l’Europa unita va nell’interesse dei
lavoratori, dello Stato sociale, ecc., la realtà è ben diversa. Decine di
milioni di lavoratori in tutta Europa identificano giustamente il processo di
integrazione con le politiche di lacrime e sangue, i tagli alle pensioni, la
precarizzazione, le privatizzazioni. Divisi su tutto, i capitalisti europei
ritrovano immediatamente la loro unità quando si tratta di fare ingoiare queste
politiche antipopolari, naturalmente in nome dell’Europa, ma questo significa
che sempre di più l’opposizione alle politiche di massacro sociale si rivolgerà
anche contro Bruxelles, l’Euro e le istituzioni comunitarie.
Le conseguenze
future
A medio termine le
conseguenze di queste crisi ripetute nell’edificio europeo saranno pesanti. Dopo
un decennio di propaganda ossessiva sulla necessità dei sacrifici per l’Europa,
appare oggi chiaro come in realtà sia lecito mettere da parte la retorica
europeista quando sono in gioco altri e più corposi interessi. I famigerati
parametri sono stati ripetutamente violati da diversi paesi, ma mentre il
piccolo Portogallo viene multato, Francia e Germania la fanno franca (a patto
che i loro governi attacchino duramente le pensioni e i diritti dei
lavoratori).
Il messaggio è fin troppo
esplicito, e non solo i diversi governi si sentiranno sempre più autorizzati a
ignorare le prediche di Bruxelles, ma soprattutto milioni di lavoratori,
pensionati, disoccupati ai quali si è detto per anni che i sacrifici per
l’Europa erano necessari e inevitabili, vedranno sempre più chiaramente la
realtà dietro la propaganda europeista.
L’idea dell’“Europa a geometria variabile” che ora viene invocata come il toccasana, non porterà altro che ulteriori divisioni e conflitti. Dopo il fallimento della Cig, Francia e Germania si sono messe a capo di un fronte di sei paesi che si oppone all’aumento (sia pure modestissimo) dei fondi a disposizione della commissione europea (ora pari allo 0,98% del Pil e che si propone passi all‘1,24), fondi che in gran parte sostengono l’agricoltura e che guarda caso finirebbero sopratutto a Spagna e Polonia.
Le divisioni europee a lungo termine mineranno non solo i tentativi di ulteriore integrazione, ma anche la stessa moneta unica, la cui forza attuale non corrisponde né allo stato reale delle economie europee, né alla solidità dell’accordo fra gli Stati dell’area dell’euro.