FalceMartello
n° 172 * 8-01-2004
Questione meridionale
L’arretratezza del sud:
crimine storico del capitalismo italiano
“L’aggravamento del divario di produttività rispetto al resto del Paese
– che ha raggiunto nel 2002 i 20 punti percentuali, con un peggioramento di quasi
3 punti rispetto al 1995 – continua, dunque, a rappresentare uno dei principali
fattori di ritardo strutturale del Mezzogiorno”. Rapporto Svimez 2003.
di Dario Salvetti
Alla fine degli anni ’70
gli intellettuali borghesi hanno dichiarato ufficialmente chiusa la questione
meridionale. In realtà il divario tra nord e sud non si era né chiuso né
attenuato, ma semplicemente mantenuto stabile lungo un decennio. Tale risultato
era determinato da un’equazione ben precisa. L’economia italiana usciva da una
crescita economica senza precedenti. 4 milioni di persone emigrano dal nord al
sud tra il 1951 ed il 1971 tanto che in questa data il 17% della popolazione
residente al nord risulta nata al sud. Con le rimesse derivanti dall’emigrazione
ed una sensibile riduzione della popolazione, il Pil procapite del Meridione
raggiunge il “rapporto record” del 65% rispetto al Pil procapite del nord. La
Cassa per il Mezzogiorno elargisce 12mila miliardi di investimenti solo tra il
1966 ed il 1975, garantendo una qualche forma di sviluppo economico e
soprattutto i margini per ingrassare le reti clientelari. Venuti meno i fattori
di questa equazione, ne è cambiato anche il risultato. L’eccezione ha fatto di
nuovo spazio alla norma.
Di nuovo la
questione meridionale
Tra il 1983 ed il
1988 il Pil procapite meridionale
si riattesta al 57% di quello del nord e la quota dei disoccupati supera
nuovamente il 50% del totale nazionale. Nel 1988 la spesa pubblica diretta al
Mezzogiorno scende attorno ad un
misero 25% del totale
nazionale.
Se la politica di lacrime
e sangue degli anni ’90 è stata deleteria per tutto il proletariato italiano,
per quello meridionale è stata devastante. Nel 1993, ad esempio, i chilometri
di ferrovia attivi scendono sotto il livello del 1938 (7.598 km contro 8.871).
La Svimez, associazione
per lo sviluppo dell’industria meridionale, dopo aver celebrato i 242mila nuovi
posti di lavoro creati tra il ’99 ed il 2000 (di cui il 60% precari), deve ammettere a denti stretti “la
persistente gravità del dualismo territoriale italiano”: il 75% delle famiglie
povere si concentra al sud, la disoccupazione è al 18% contro la media
nazionale del 4% e tocca il 49% per i giovani sotto i 24 anni, mentre 450mila
famiglie meridionali non vedono nemmeno un occupato tra le proprie fila. Nel
2002 l’emigrazione dal sud verso il nord ha raggiunto di nuovo la punta di
180mila persone.
La stessa questione
su basi diverse
Ancora oggi il sud
d’Italia è condannato a subire sia i mali del capitalismo sia quelli del suo
sviluppo ritardato. Ma l’attuale situazione non è una semplice ripetizione
delle condizioni di 30 anni fa. Ne è una ripetizione ed allo stesso tempo un
approfondimento. Se nel 1951 l’agricoltura costituiva il 34% del reddito meridionale,
nel 1989 arriva a costituirne appena l’8%. Tra il 1951 ed il 1962 solo il 15%
degli investimenti industriali nazionali è rivolto al sud, mentre nel 1973
questa cifra si aggira attorno al 44%. Il meridione è stato industrializzato. Ma
questo, lungi da attenuare o risolvere la questione meridionale, l’ha posta su
basi più esplosive. Da una parte lo sviluppo industriale ha legato intere zone
alle sorti di pochi enormi stabilimenti industriali, dall’altra ha cancellato
potenziali sbocchi lavorativi alternativi. Il tessuto di piccole e medie
imprese su base familiare che costituiva la rete sociale di salvezza per
migliaia di famiglie, soffre una crisi perenne sempre più acuta. Questa rete di
aziende vende e compra prodotti a livello locale potendo così mantenere basso
il prezzo di alcuni prodotti. Venendo meno tale rete, vengono meno anche i
prezzi bassi. La forbice tra salari e prezzi si allargherà più rapidamente che
nel passato.
I luoghi comuni
della borghesia
“È noto quale ideologia
sia stata diffusa in forma capillare dai propagandisti della borghesia nelle
masse del Settentrione: il Mezzogiorno è la palla al piede che impedisce i più
rapidi progressi allo sviluppo civile dell’Italia; i meridionali sono
biologicamente esseri inferiori, dei semibarbari o dei barbari completi, per
destino naturale; se il Mezzogiorno è arretrato, la colpa non è del sistema
capitalistico o di qualsivoglia altra causa storica ma della natura che ha
fatto i meridionali poltroni, incapaci”. (Antonio Gramsci).
Se una parte degli storici
ed intellettuali borghesi ritiene ormai superata l’arretratezza del sud
d’Italia, un’altra parte la ritiene un fenomeno talmente complesso da non
poterne nemmeno individuare le cause. Per i primi la questione meridionale non
esiste, per i secondi esiste ma costituisce un rompicapo indecifrabile. Non si
tratta di ignoranza o mancanza di dati. La realtà è che simili accademici si
scontrano con il proprio punto di vista di classe: difficilmente potranno mai
indagare un fenomeno che è causato dalle stesse radici del capitalismo.
Ogni male ha la propria
soluzione. L’ammissione delle responsabilità del capitalismo nel determinare il
divario tra nord e sud d’Italia, implicherebbe ammettere che tale divario non
potrà mai trovare una soluzione definitiva all’interno del capitalismo stesso. Per
questo, mentre gli intellettuali della borghesia si arrabattano con saggi
sempre più sofisticati come un criceto in un labirinto, i politici della
borghesia devono chiamare in proprio soccorso i più beceri luoghi comuni dando
la colpa delle condizioni del meridione alla natura, alla storia precedente
all’unità d’Italia oppure (come succede nella maggioranza dei casi)
direttamente ai meridionali. Il capro espiatorio cambia: può essere la siccità,
i borboni o il terrone. L’importante è che si tenga ben lontano il capitalismo
dal banco degli imputati. Così mentre la Lega Nord ha potuto nascere sulla base
della visione razzista dell’arretratezza economica del sud, altri partiti hanno
potuto basarsi direttamente su tale arretratezza per costruirvi le proprie reti
clientelari ed i propri bacini di voti. Per questi partiti il divario tra nord
e sud è fonte di vita, tanto quanto la disoccupazione meridionale è fonte di
sfruttamento per la borghesia italiana nel suo complesso.
Lo sviluppo storico
del divario
L’idea che l’Italia abbia
ereditato un sud irrimediabilmente arretrato è semplicemente falsa. Il
sottosviluppo meridionale è sorto durante e soprattutto dopo il processo di
unificazione italiana. È stata la via peculiare con cui il debole capitalismo
italiano ha potuto colmare l’enorme distacco che lo separava dal resto d’Europa
capitalisticamente avanzata.
Nel 1861 il numero dei
fusi impegnati nell’industria tessile era di 70mila al sud (15% del totale
nazionale) e di 300mila al nord, mentre in Francia era di 5 milioni e in
Inghilterra di 30 milioni. Nel meridione venivano prodotte 1.500 tonnellate di
ghisa contro le 17mila del nord, mentre in Germania ne venivano prodotte
600mila e in Inghilterra 3,7 milioni.
Arrivata a costituire il
proprio mercato nazionale quando le borghesie più avanzate iniziavano a
conquistarsi il proprio spazio sulla scena internazionale, la borghesia
italiana fece del sud la propria colonia. Lo scambio diseguale tra paesi capitalisticamente avanzati e
arretrati, tra industria e agricoltura, tra città e campagna prese in Italia la
forma particolare del divario tra nord e sud. Lo smantellamento dell’industria
del sud e il suo impoverimento furono la via attraverso cui la borghesia
italiana accelerò lo sviluppo della propria industria per recuperare il
distacco con il resto d’Europa. Se ancora nel 1905 al sud erano concentrati il
23% di addetti all’industria sul totale nazionale (300mila su 1,3 milioni a
livello nazionale), nel 1914 erano scesi al 14% (324mila contro i 2,3 milioni a
livello nazionale) e nel 1927 al 12% (416mila contro 3,3 milioni).
Il carattere del
Risorgimento italiano
“La borghesia giunta al
potere durante e dopo l’emancipazione nazionale non seppe né volle completare
la sua vittoria. Non ha distrutto i residui della feudalità né ha riorganizzato
la produzione nazionale sul modello borghese moderno. Incapace di far
partecipare il paese ai relativi e temporanei vantaggi del sistema capitalista,
essa gliene impose tutti i carichi e tutti gli inconvenienti”. (Frederich
Engels).
Al momento
dell’unificazione, quindi, le distanze economiche tra nord e sud erano più
lievi di quanto si creda comunemente. Se il nord ha potuto svilupparsi
poggiandosi sul sottosviluppo del sud, le ragioni di tale processo vanno
ricercate nella politica e non nell’economia. La borghesia del nord,
sviluppatasi in ritardo e su basi economiche e sociali deboli, temeva più la
mobilitazione indipendente delle masse urbane e contadine che il persistere
delle arretratezze politiche ed economiche del passato. Così, si gettò nelle
braccia della monarchia sabauda per ottenere la propria emancipazione nazionale
senza dover passare da un’insurrezione rivoluzionaria. Questo non solo ritardò
estremamente il processo di unificazione italiana, ma gli conferì un carattere
estremamente distorto. Il programma classico di una rivoluzione borghese
(repubblica, riforma agraria ed emancipazione nazionale) non poteva che essere
visto come fumo negli occhi dalla monarchia piemontese.
Di fronte alle rivoluzioni
del 1848 i Savoia preferirono accordarsi con gli austriaci piuttosto che
concorrere a liberare un’Italia in mano ai repubblicani. Quando nel 1859 i
Savoia riprendono l’iniziativa risorgimentale, lo fanno in condizioni ben
precise. Le masse sono state sconfitte e demoralizzate da 10 anni di
insurrezioni fallite e Luigi Bonaparte III ha assicurato l’appoggio ad una
guerra piemontese contro l’Austria in cambio di un’Italia divisa in tre: il
centro in mano al Papa, il nord in mano ai Savoia ed il sud sotto l’egemonia
francese. Il Risorgimento finirà per prefigurarsi come una guerra di estensione
dei confini della monarchia piemontese, piuttosto che come un processo
rivoluzionario. Diventerà non un potente agente di trasformazione sociale delle
condizioni del meridione, ma il principale garante del mantenimento dello
status quo.
Una borghesia nata
all’ombra del feudo
Se il Mezzogiorno entrò
nell’unità d’Italia come granaio e riserva di mano d’opera a basso costo,
questo non fu realizzato contro il volere della borghesia meridionale, ma con
la sua entusiasta collaborazione.
Nel 1861 l’agricoltura meridionale è per alcuni aspetti già un’agricoltura capitalista. Il 47% delle terre coltivate è coltivato a grano, sintomo dell’inserimento dell’agricoltura nel mercato. Mentre il latifondo feudale per essere autosufficiente deve produrre ogni genere di prodotti, la specializzazione nel grano era tipica di un’agricoltura che produceva per il mercato e che scambiava sul mercato grano con altri prodotti. Il 56% dei contadini era bracciante. Nonostante questo, nelle campagne persistevano le vecchie strutture feudali. L’assenza di una reale riforma agraria, risultato della sconfitta della rivoluzione borghese del 1799, aveva fatto sì che la borghesia meridionale non fosse altro che la stessa nobiltà fondiaria trasformatasi in produttrice di merci. Il mantenimento delle pastoie feudali, con la loro struttura baronale e repressiva, era la forma peculiare con cui la borghesia meridionale si era inserita nel mercato capitalista. Paradossalmente la struttura feudale non la intralciava, ma le garantiva profitti pressochè illimitati, combinando i privilegi baronali allo sfruttamento capitalista.
Il doppio giogo delle strutture feudali e del nuovo sfruttamento capitalista avevano spremuto oltre ogni limite il sudore e i nervi dei contadini meridionali. Quando Garibaldi sbarca in Sicilia nel 1860, la rivoluzione è scoppiata da un mese. Si tratta paradossalmente di una rivoluzione con obiettivi borghesi (la redistribuzione della terra e la distruzione del latifondo feduale) diretta contro la stessa borghesia.
La “liberazione” del sud d’Italia
“Certo ci vorrebbe del coraggio per dichiarare ai borghesi e alla nobiltà che il primo passo per fare l’indipendenza d’Italia è la completa emancipazione dei contadini e la traformazione del loro sistema di mezzadria in libera proprietà borghese. A quanto pare per Mazzini un prestito di 10 milioni di franchi è più rivoluzionario che conquistare 10 milioni di uomini”. (Frederich Engels).
Il partito democratico di Mazzini decide la spedizione dei mille per scongiurare la nascita di un protettorato francese nel meridione. Pur scompaginando l’alleanza tra Savoia e Bonaparte, tale partito riflette la debolezza della borghesia italiana: pur scontento della monarchia, ne dipende politicamente.
Garibaldi realizza la liberazione del meridione con mezzi rivoluzionari solo per riconsegnarlo ai Savoia e al baronato meridionale. Quando i mille sbarcano in Sicilia, le classi sociali in lotta vi vedono ciò che vogliono. Per i contadini poveri e per le masse urbane in lotta, il loro arrivo è il segnale che riaccende l’insurrezione rivoluzionaria. La borghesia intuisce invece che l’autorità di Garibaldi e l’esercito piemontese possono garantire meglio lo status quo di quanto ormai possano fare i Borboni.
Il sud non viene liberato dalle armi dei garibaldini, ma dalle idee di cui li si credeva portatori. Il 14 maggio Garibaldi decreta l’abolizione della tassa sul macinato e il 2 giugno la divisione rivoluzionaria delle terre. L’esercito borbonico si scioglie come neve al sole. Bastano le notizie confuse dei decreti sulla terra perché la Basilicata insorga e si liberi da sé. Ma è tutto frutto di un equivoco. Come spiegherà il prefetto di Basilicata “Il popolo è miserabile (…) fu mestieri ingannarlo colle più strane promesse: esenzione dalla leva, abolizione delle imposte”. Quando arriva a Napoli, il Garibaldi rivoluzionario ha già lasciato spazio al Garibaldi difensore dell’ordine. I decreti sulla terra sono stati ritirati. Le brigate dei garibaldini Bixio e Turr ricevono l’ordine di attraversare la Sicilia per ristabilire l’ordine e lo fanno a costo dei peggiori eccidi contadini. A Napoli Garibaldi consegna il potere a Liborio Romano, ex ministro del governo borbonico, espressione contemporanea della camorra e degli interessi baronali.
Il movimento contadino, illuso e tradito, continuerà la propria dinamica nel modo più disperato e istintivo: la guerra di brigantaggio tra il 1860 ed il 1869. Il brigantaggio non fu né un movimento nostalgico per restaurare i Borboni né un movimento di protesta con un programma compiuto. Fu l’espressione più dura e feroce della delusione dei contadini una volta scoperto di non essere stati liberati dalle camicie rosse ma di essere stati conquistati dal regio esercito piemontese, a cui si aggiunse l’odio accumulato nel corso di secoli contro i latifondisti. “Contro lo Stato, le tasse, la leva e tutti i proprietari” furono le uniche rivendicazioni compiute a cui giunsero i briganti. Aspirazioni sufficienti perché il sud fosse posto sotto stato d’assedio. Nel 1863 il nuovo Stato unitario poteva già contare al proprio attivo 7mila morti tra i contadini meridionali. Iniziava così ad allenarsi per quella che sarebbe stata la sua specialità per i successivi 100 anni: l’eccidio contadino nelle campagne meridionali.
La dinamica del sottosviluppo
Se l’alleanza tra borghesia del nord e latifondisti del sud fu la risultante politica del processo risorgimentale, l’inizio dell’arretratezza e della deindustrializzazione del meridione ne fu la risultante economica. La borghesia italiana, legata a doppio filo al capitale francese e inglese, assicurò il pagamento del debito pubblico dei vecchi Stati preunitari i cui titoli erano interamente in mano a banche straniere. Il nuovo Stato unitario nasce così con un debito enorme. Se questo per i ceti popolari significa un carico fiscale enorme, per la borghesia meridionale significa titoli di Stato con alti interessi dove investire i propri capitali. La svendita dei terreni pubblici, ereditati dalla Chiesa e dai vecchi stati, rinforza la proprietà latifondista nelle campagne, drenando ulteriormente capitali dall’industrializzazione del sud a quella del nord. Il Meridione viene definitivamente specializzato nell’agricoltura. Il protezionismo industriale italiano lo costringe ad acquistare i prodotti industriali del nord a prezzi maggiori rispetto a quelli disponibili sul mercato internazionale. Il carico fiscale e i cambiamenti economici espellono i contadini dalle campagne, proletarizzandoli senza un’industria pronta ad accoglierli. Alla fine dell’800 questo comporta la prima grande emigrazione verso l’America che coinvolge 5 milioni di meridionali. Invece di aumentare la produttività dei terreni coltivati, la borghesia terriera usa i propri privilegi per tenere bassi i salari ed estendere a dismisura le superfici coltivate. Tra il 1880 ed il 1900 il Meridione perde circa il 30% dei propri boschi, con un conseguente disastro idrogeologico. I corsi d’acqua torrenziali diventano così inarrestabili quando piove e aridi d’estate. Nasce il mito della siccità meridionale e il dramma delle frane, come la tragedia “naturale” di Sarno ha ricordato pochi anni fa.
Rompere le catene del capitalismo
“La natura ha fatto della Sicilia un paradiso terrestre: ragione sufficiente questa perché la società umana, divisa in classi opposte ne facesse un inferno”. (Frederich Engels).
Non ci ponevamo in questo articolo l’obiettivo di sviluppare un programma completo per la questione meridionale, né di esaurirne l’analisi. Si trattava solo di dimostrarne il profondo legame con l’esistenza del capitalismo. Il divario tra nord e sud sarà risolto all’interno della rivoluzione socialista italiana e mondiale o non sarà risolto. Solo una pianificazione dell’economia sotto il controllo democratico dei lavoratori porrà le basi per uno sviluppo armonioso dell’umanità che ponga termine ai divari creati dal capitalismo tra le diverse zone del pianeta. Il radicamento delle idee marxiste in ogni azienda, scuola, università, quartiere è l’obiettivo che si pone la nostra tendenza ed è l’unica attività che oggi possa liberare l’umanità dall’incubo del capitalismo.
In un certo senso lo dobbiamo. Lo dobbiamo alle centinaia di migliaia di persone costrette a lasciare la propria terra per trovare un lavoro o marcite nelle zolfatare siciliane, sulle terre della Sila, tra il sottoproletariato dei quartieri napoletani, nei campi del Salento e tutt’oggi ai morti sul lavoro delle acciaierie di Taranto o ai lavoratori che si consumano ai ritmi frenetici della Fiat di Melfi. I colori dello splendido paesaggio meridionale saranno colorati sempre di più dal rosso delle nostre bandiere.