FalceMartello
n° 172 * 8-01-2004
Un “buco nero” del
capitalismo
Parmalat
Una facciata di
rispettabilità, il lavoro per oltre 37mila dipendenti (di cui 4mila in Italia e
33mila all’estero), un impero sul quale il sole sembrava non tramontare mai. Così
si presentava la Parmalat, una delle principali aziende alimentari italiane,
prima che iniziassimo ad intuire il grande bluff che ha permesso al gigante di
Collecchio di continuare a crescere smisuratamente acquisendo più di 80 imprese
in 4 anni.
di Andrea Davolo
La gestione della faraonica
“campagna acquisti” condotta tra il 1997 e il 2001 aveva condotto ad un
aumento, anno dopo anno, del passivo del Gruppo. Così a Collecchio devono aver
pensato che il modo migliore per controllare la situazione fosse inventarsi
degli attivi.
Ora, le inchieste
giudiziarie hanno scoperchiato quindici anni di falsi bilanci (già nel 1988
l’azienda subiva ingenti perdite), volti a regolarizzare la situazione
debitoria, falsificazioni che hanno raggiunto il loro culmine con la creazione
di conti bancari inesistenti.
Come risultato, Tanzi e i
suoi “amici” sono riusciti a far scomparire almeno 10 miliardi di euro, pari
all’1% del Pil nazionale, anche se, al momento in cui scriviamo, secondo i pm
milanesi il buco potrebbe ammontare fino a 13 miliardi di euro. Di questi, 500
milioni sarebbero stati sottratti dalle casse della Parmalat da Tanzi in
persona mentre 4 miliardi (una cifra da manovra finanziaria del governo)
mancherebbero dalle casse della Bonlat, una società controllata, sulla quale si
sarebbero scaricati i passivi accumulati.
È stupefacente come i
vertici di Parmalat siano riusciti a fabbricare i falsi documenti che
certificavano l’accreditamento di tutto questo denaro presso la Bank of
America: utilizzando uno scanner che riproduceva il logo della banca! Ma è
ancora più sorprendente la capacità che mostra il capitalismo finanziario,
sempre più deregolamentato, nel determinare, attraverso dissennate manovre
speculative, crisi di aziende assolutamente sane dal punto di vista produttivo.
Questa è stata la prima incredula reazione dei lavoratori: “Siamo ancora troppo stupiti, sconcertati
– hanno dichiarato le Rsu – anche perché
il 2003 ha costituito un vero e proprio boom sul fronte della produzione. Inoltre,
sempre nel 2002-2003 sono state assunte 140 persone con contratto di lavoro a
tempo indeterminato”. Fondatamente, questi elementi, accompagnati ai forti
investimenti tecnologici, avevano dato tranquillità ai lavoratori: “Addirittura a gennaio 2004 avrebbe dovuto
essere installato un impianto per potenziare la produzione di latte in
bottiglia dal mese di giugno” ha aggiunto un impiegato. La solida realtà
industriale della Parmalat è dimostrata dal fatto che l’azienda lavora più di
4milioni di ettolitri di latte al giorno.
Ma si sbaglia chi crede che comunque l’intera vicenda
finanziaria non sia legata a doppio filo con la stessa vicenda industriale del
gruppo Parmalat. A sinistra e nel sindacato, in questi giorni, si è fatto un
gran parlare di come il crack Parmalat sia da addebitare alle caratteristiche del
capitalismo italiano, “familiare” e straccione, o ai meccanismi perversi di una
finanza priva di etica. Ci si dimentica forse che casi simili hanno travolto
anche la Enron e la Worldcom negli Stati Uniti e come quindi siano vicende
connaturate al sistema capitalistico e non, invece, delle sue distorsioni.
In questo senso non è da
sottovalutare il fatto che la tendenza all’aumento dei processi di
concentrazione, attraverso le acquisizioni e l’assorbimento delle aziende
competitrici, sia dovuta ad un calo del profitto che spinge realtà come la
Parmalat ad espandersi e ramificarsi nel tentativo di aumentare gli utili. È
questo il processo che sta dietro alle vicissitudini non solo della Parmalat,
ma anche dell’altro recente scandalo che ha coinvolto il gruppo Cirio. Non a
caso, queste due aziende, sono state le principali protagoniste dei movimenti
più importanti avvenuti nel mercato italiano del latte sul finire degli anni
‘90. Queste operazioni, mentre aggravavano la situazione finanziaria dei due
gruppi, mettevano sulla strada centinaia di lavoratori.
Ecco alcuni esempi
interessanti. In seguito all’acquisizione della Centrale del latte di Cremona
da parte del gruppo Parmalat, il personale veniva in parte “ricollocato”, in
parte mandato in pre-pensionamento. Sempre la Parmalat diventava proprietaria
nel ‘97 della Centrale del latte di Monza decidendo successivamente un piano di
riorganizzazione aziendale con dismissione dell’attività produttiva; in questo
caso, i 21 miliardi sborsati dalla Parmalat hanno escluso tutti i concorrenti
locali. Risulta quindi lampante che l’acquisto sia stato mosso da fini
speculativi: acquistare il marchio, conquistare la fetta di mercato e poi
chiudere.
Il rischio più che reale è
che a pagare il prezzo delle “meraviglie” del capitalismo siano anche stavolta
migliaia di famiglie di lavoratori. Già nel 2000 il piano di riorganizzazione
aziendale aveva comportato la mobilità lunga per 600 dipendenti.
In base al decreto
Marzano, il commissario straordinario Enrico Bondi ha sei mesi di tempo per
risanare la Parmalat Spa attraverso cessioni parziali dell’attività industriale
o attraverso la dismissione di rami di aziende dell’impresa. La Granarolo è già
uscita allo scoperto dichiarando il suo interesse per alcuni marchi, ma anche
Coca-Cola, Kraft e Nestlè pare abbiano nel loro mirino le quote di mercato e
gli impianti della Parmalat (140) sparsi in tutti i 5 continenti.
Le delegazioni sindacali
si sono già apertamente pronunciate contro lo “spezzatino” del Gruppo e contro
un intervento sull’occupazione o sui siti produttivi; operazioni che
significherebbero una grave e sicura minaccia per migliaia di posti di lavoro. Solo
per il territorio di Parma stiamo parlando di 2.200 occupati tra dipendenti
diretti e delle controllate senza contare l’intera filiera alimentare (si
calcola che gli allevatori interessati siano 5.000 in tutta Italia) e l’indotto
che comprende, ad esempio, fabbriche metalmeccaniche che producono macchine per
l’imballaggio e il confezionamento. Intanto i lavoratori si stanno organizzando
perché, anche se il congelamento della situazione debitoria ha scongiurato il
rischio di uno stop immediato della produzione, come rivelato da un delegato
sindacale, “Restano fortissime le
preoccupazioni per le prossime settimane e non resteremo certo a guardare. Una
cosa è certa: questa volta non saranno i lavoratori a pagare i danni del crack
finanziario”.
Le prime avvisaglie di
quelle che potrebbero essere le conseguenze di questa misera e moderna “favola”
del capitalismo le abbiamo già viste in questi giorni. Nonostante il decreto
del governo mirasse a rassicurare i creditori, alcuni allevatori, con i
pagamenti fermi da 5 mesi e senza sufficienti certezze sui crediti pregressi,
hanno deciso di sospendere le forniture di latte. Per gli stessi motivi più di
100 produttori di latte nel sud-ovest della Francia rischiano il fallimento e
alcune aziende agricole nel Friuli-Venezia Giulia hanno minacciato il
licenziamento di 200 lavoratori; inoltre, la produzione nello stabilimento
Eurolat di Lodi, controllato dalla Parmalat, privo di materia prima, procede a
singhiozzo obbligando circa 150 lavoratori a prendere ferie o permessi.
I fatti indecenti che
hanno coinvolto i gruppi Cirio e Parmalat hanno illuminato a giorno la natura
del capitalismo e il vero volto dei padroni. È scandaloso che il governo
Berlusconi abbia dato il “via libera” ad operazioni di questo genere attraverso
la depenalizzazione del falso in bilancio. Tuttavia, questi mostri sono
generati da un sistema che non permette alcun tipo di controllo e di verifica
da parte dalla maggioranza della società: i lavoratori. Come correttamente ha
dichiarato Chiraco, segretario della Flai-Cgil, “Non si può permettere alle imprese di avere carta bianca sulle
operazioni finanziarie. Non c’è alcun controllo sui capitalisti che distruggono
il paese”. Ma questa doverosa osservazione deve essere portata alle sue
logiche conseguenze: l’apertura dei libri contabili, la nazionalizzazione delle
aziende in crisi e il controllo
diretto di queste da parte dei lavoratori è l´unica soluzione che permette di
evitare frodi, furti e speculazioni.
È utopistico attardarsi a
rivendicare maggiori controlli da parte di Bankitalia, Consob o altri
autorevoli enti. Le promiscuità affaristiche fra Tanzi e Bankitalia attraverso
l’ex Banca di Roma, oggi Capitalia, venute alla luce in questi giorni e che il
governo cerca di utilizzare per favorire i propri giochi di potere, ci
chiariscono solo una cosa: il controllo e le sorti del nostro lavoro e dei
nostri risparmi non possono essere lasciati nelle mani di pochi squali senza
scrupoli. Il controllo delle aziende a chi vi lavora!